Antologia

Armagnacchi e Borgognoni

di Ornella Mariani
I territori controllati dai Borgognoni e dai loro alleati Inglesi, nel 1435
I territori controllati dai Borgognoni e dai loro alleati Inglesi, nel 1435

Gli antefatti

Il 13 agosto del 1415, la Flotta inglese raggiunse le coste di Cap de la Hève, alla foce della Senna, sotto Le Havre. Pochi giorni più tardi assediò Harfleur, capitolata il 22 settembre e, alla testa di tredicimila uomini, Enrico V si mise in marcia su Calais per svernarvi.
Giunto in Piccardia vi trovò l’Armata francese: circa cinquantamila uomini decisi a difendere il territorio ad oltranza.
In questa regione, il Consiglio di Guerra si espresse per un attacco frontale che atterrasse i Nemici: due Legati furono inviati al Re inglese con l’incarico di riferire che l’esercito nazionale si sarebbe battuto fino allo stremo contro l’ingiusta occupazione. Enrico replicò con sprezzo la sua intenzione di raggiungere Calais; minacciò chiunque avesse contrastato le sue manovre; compensò l’Ambasceria con doni d’oro e si acquartierò a Maisoncelles.

Malgrado il parere contrario del Duca di Berry, alle 11 del mattino del 24 ottobre del 1415, si cominciò a combattere la battaglia di Azincourt, conclusa nel primo pomeriggio in una immane catastrofe: caddero, in difesa della libertà nazionale, oltre diecimila francesi e fra loro Antonio di Brabante e Filippo di Nevers, mentre il Duca d’Orléans veniva preso prigioniero.
La imprevedibile rotta; la pazzìa conclamata del Re; la morte del Delfino e l’esilio della Regina a Tours chiamarono alla ribalta Carlo d’Orléans che, ostaggio degli Inglesi, affidò la guida della Francia al suocero Bérnard VII d’Armagnac.
Si aprì, allora, una tremenda stagione di terrore.

Nel tentativo di rimuovere quel clima, nell’ottobre del 1416 Giovanni di Borgogna incontrò a Calais il Sovrano inglese manifestando l’intenzione di riconoscerlo titolare anche del trono di Francia, ma il complesso scenario mutò ancora nell’aprile successivo per la morte del Delfino Jean de Tourenne e per l’assunzione del potere da parte del quattordicenne Carlo, di fatto adottato da Luigi II d’Ajou e dalla moglie Jolanda d’Aragona.

In agosto, mentre Enrico V sbarcava a Trouville e, conquistata gran parte della Normandia, si accingeva ad assediare Rouen, i Borgognoni marciarono su Parigi ove il Duca borgognone fu accolto come un liberatore dalle soverchierie armagnacche: richiamata la Sovrana dal confino ed assegnatole il ruolo di Reggente a Troyes, egli aprì negoziati con la controparte, ma il fallimento deille trattative indusse la popolazione ad insorgere nella notte fra il 20 e 21 maggio del 1418.
I Borgognoni presero la capitale, dalla quale Giovanni si era peraltro allontanato e, nel perdurare della sua assenza le Corporazioni dei Macellai e dei Conciatori di pelle fomentarono i tumulti, dettero luogo a feroci esecuzioni ed arrestarono lo stesso Bérnard Armagnac.

Rientrato il 14 luglio ed atteggiandosi a protettore del Re, il Duca tentò di riprendere il controllo della situazione facendo giustiziare i referenti delle sommosse; abolendo, a far data da ottobre, ogni balzello ed astenendosi da una politica interventista contro gli Ingles.
Rouen cadde il 20 gennaio del 1419, con costernazione di tutta la Francia e la Normandia finì nelle mani dell’ invasore, tranne il baluardo di Le Mont Saint Michel.

In coincidenza della occupazione borgognona, il Delfino Carlo sotto scorta del nobile bretone Duchastel aveva intanto lasciato la capitale e, sostituendosi al suocero assassinato, aveva assunto la guida della fazione armagnacca; si era autoeletto Reggente del Regno ed aveva organizzato un nuovo governo, condividendo l’esigenza di riconciliarsi con l’avversario, per insieme espellere gli Inglesi dal suolo francese.
Le parti ebbero un primo incontro a Saint-Maur nel settembre del 1418; ma Giovanni trattava segretamente le nozze di Enrico V con Caterina, figlia della Regina Isabella.
L’assise, come la successiva tenuta a Nantes, fu infruttuosa. Si fissò, allora, una seconda riunione per luglio sul ponte di Pouilly: a Corbeil fu scambiato il bacio della pace.
Nel frattempo, avendo gli Inglesi occupato Mèlun e Pontoise, si decise un ulteriore colloquio a Montereau per il 10 settembre del 1419.

Il ritardo col quale Giovanni vi si presentò, peraltro armato e scortato, suscitò diffidenza: finì che egli ed il Delfino si scambiarono reciproche accuse di slealtà e, lungi dal sancire la riconciliazione, concitarono i toni e si lanciarono invettive. I partigiani di Carlo ferirono a morte il Duca con molti colpi di spada e, vendicando l’assassinio di Luigi di Valois, riportarono la Francia nel caos e nel sangue.
Al soglio ducale di Borgogna ascese Filippo il Buono.
Per secoli restò nella memoria popolare l’esito drammatico dello scontro di Azincourt.

Giovanni di Borgogna

Conte di Nevers dal 1384 al 1405; Conte della Franca Contea, dell’Artois e delle Fiandre dal 1404; figlio di Filippo II l’Ardito e di Margherita di Male; pretendente dei Ducati di Brabante e Limburgo; promesso sposo fin dalla nascita a Caterina di Valois, figlia di Carlo V di Francia, Giovanni nacque a Digione il 28 maggio del 1371 e vi si spense il 10 settembre del 1419.
Durante la primissima infanzia, e più propriamente nell’aprile del 1385, la politica di consolidamento dinastico nei Paesi Bassi spinse, tuttavia, il padre ad annullare il contratto nuziale ed a puntare ad una duplice parentela con il Duca di Baviera- Straubing e Conte di Hainaut ed Olanda Alberto I i cui figli Margherita e Guglielmo IV, sposarono a Cambrai, rispettivamente il quattordicenne Duca e la sorella Margherita.

Nel 1396, ancorché solo dodicenne, Giovanni militò accanto a Sigismondo d’Ungheria nella guerra contro il Sultano turco Bayezid I, distinguendosi per ardimento e talento militare il 25 settembre a Nicopoli, ove guadagnò l’appellativo di Senza Paura, malgrado lo scontro si risolvesse in un immane disastro ed in un arresto dal quale fu affrancato solo l'anno successivo, previo versamento di un cospicuo riscatto.

Nel 1404 ereditò il Ducato paterno: a quel tempo, la scena politica nazionale era dominata dal Duca d’Orléans Luigi di Valois, fratello del folle Carlo IV e marito di Valentina Visconti. La sua intensa relazione sentimentale con la cognata: la Regina Isabella, provocò una corale indignazione esasperata dal dissesto finanziario, causa della svalutazione monetaria e della imposizione di nuove imposte.

La Francia vacillava: per tamponare le crepe dinastiche, Giovanni di Borgogna pianificò una politica di intese matrimoniali facendo sposare, nel 1404, i figli Margherita e Filippo III rispettivamente col Delfino Luigi e con la sorella Michela di Valois. Non pago, poi, ottenuto un decreto che lo riconoscesse tutore della prole reale, aprì relazioni col Ceto mercantile, finanziario e culturale di Parigi. Il conseguito potere inasprì i rapporti con Luigi di Valois, cui lo opponeva una solida rivalità per gli interessi nei bacini della Mosa e della Schelda: se l’uno ammisistrava le Fiandre ed il Brabante, l’altro aveva il controllo del Ducato di Lussemburgo e il supporto del Duca di Gheldria.

Fratello di Re Carlo VI, il Duca Luigi era il più autorevole personaggio della Corona: la sua intimità con la cognata; i divertimenti; i lussi e le feste condivise gli alienarono presto le simpatie della gente in particolare perché, in quella fase, il Paese viveva un sofferto regime economico aggravato dalla svalutazione monetaria che egli stesso aveva imposto assieme a nuovi tributi.
La follìa conclamata di Carlo VI, fin dal 1393 sorvegliata da un Consiglio di Reggenza presieduto dal Isabella e la politica di costei, condizionata dallo zio Filippo l’Ardito, padre di Giovanni, cui si opponeva sempre più duramente il suo amante Luigi di Valois, ingarbugliò la situazione appesantita dall’entrata in scena di Giovanni di Borgogna. Il conflitto fra i due si fece sempre più netto e la imposizione di ulteriori imposte mirate a riordinare le sgangherate finanze nazionali fu causa scatenante della sua marcia su Parigi, nel 1405.
Gli amanti fuggirono e solo per la riapertura delle ostilità inglesi, i rivali si riconciliarono e condussero, alla fine del 1406, due campagne militari: Luigi in Guyenna e Giovanni a Calais.
Non fu pace: il contesto politico subì un nuovo sussulto quando si sparse voce che il Valois avesse attentato all’onore della Duchessa di Borgogna.

L’odio riesplose e nel 1407 Luigi fu assassinato mentre usciva dall’appartamento della Regina.
L’inchiesta del Prevosto di Parigi si concluse con la individuazione in Giovanni del mandante del delitto; tuttavia, un’assemblea solenne ad Amiens lo giustificò e l’erede della vittima: il quattordicenne Carlo d’Orléans, sempre più deciso a vendicarsi, prese a coagulare attorno a sé una serie di consensi.
Il Borgognone, per parte sua, ammise allo zio Giovanni di Berry ed al cugino Re di Napoli Luigi II d’Angiò di essere responsabile del fatto di sangue solo per istigazione del demonio e giustificò il tirannicidio come ineludibile esigenza sociale.
Fu la guerra civile.

Dopo aver lasciato Parigi per le pressioni esercitate da Valentina Visconti, vedova della vittima, e dal figlio Carlo, nel febbraio del 1408 il Duca vi tornò e nel marzo successivo fu assolto da un’Assemblea presieduta dal Teologo normanno Giovanni il Piccolo. Tuttavia, a costui, sei mesi dopo, si oppose l’Abate du Cérisy.
Giovanni, che era impegnato nel domare una rivolta in Liegi, raggiunse la capitale e, per effetto del Trattato di Chartres del 9 marzo del 1409, fu definitivamente assolto del crimine: fu, anzi, il Re a proporre la pace anche con i familiari del defunto e, in particolare, col giovane Carlo d’Orléans.
L’iniziativa fu rilanciata dal successivo incontro del novembre del 1410, quando il Borgognone fu addirittura nominato per decreto tutore del Delfino!

Morta Valentina Visconti, Carlo sposò la cugina Isabella di Francia e, dopo la pace con Giovanni di Borgogna, prese a raccogliere consensi della Nobiltà orléanista. L’anno dopo, precocemente vedovo, passò a nuove nozze con Bona d’Armagnac, figlia del pugnace Bernardo VII che sancì un’alleanza tra i partigiani dell’Orléans ed i Conti d’Armagnac il 15 aprile del 1410 a Gien, proprio durante la festa nuziale.
Era stata di fatto costituita la Lega armagnacca, cui aderirono i Duchi di Berry, di Borbone e di Bretagna e i Conti di Alençon e Clermont oltre a molti Cavalieri di Guascogna.

Parallelamente si costituì la Lega borgognona capeggiata da Giovanni: la sostennero i fratelli Antonio di Brabante e Filippo di Nevers, l’Aristocrazia dell’Artois, della Piccardia e della Franca Contea, molti Cavalieri fiamminghi e tedeschi, gran parte delle città del Nord, il Popolo e l’Università di Parigi.
Entrambe le fazioni invocarono l’aiuto inglese.
Nel 1411 i Borgognoni ottennero truppe di rincalzo a difesa di Parigi; nel 1412, in cambio dell’Aquitania, Enrico IV inviò contingenti d’appoggio anche agli Armagnacchi. Nel maggio dello stesso anno, accompagnato dal Delfino, Giovanni assediò in Bourges il Duca di Berry.
Dopo una serie di scontri, si giunse ad una tregua.

La Corona d’oltreManica intervenne, questa volta, a sostegno di Carlo e si definì la pace armata di Auxerre: l’Orléans ed il suocero restarono a Parigi; Giovanni rientrò in Borgogna; ma le casse dello Stato continuarono a prosciugarsi, con conseguenza esigenza di aumentare ulteriormente le tasse.
La circostanza ingenerò malessere fra le Corporazioni dei Macellai e dei Conciatori di pelli la cui reazione fu cavalcata dal Borgognone che, fomentando i disordini, allargò il fronte d’opposizione alla politica fiscale.
Nella generale concitazione, alla fine del 1412, in previsione di una occupazione inglese, gli Stati Generali rimossero dalle loro cariche tutti i Funzionari del Tesoro, confiscandogli i beni per reperire moneta.

Simon Caboche, allora, quale referente della rivolta, si fece autore di numerose esecuzioni sommarie: il Popolo insorse; il 27 aprile del 1413 prese la Bastiglia; parallelamente sequestrò un gruppo di Dame di Corte, rinchiudendole al Louvre ed allo Châtelet.
Giovanni aveva di fatto perso il controllo della situazione.
Ai primi di agosto di quell’anno, anche il Magistrato filoarmagnacco Jean Jouvenel animò un movimento reazionario, promettendo un’amnistia generale e la pace: in settembre, la sua attività ampiamente sostenuta dalla Pubblica Opinione, consentì al Duca d’Orléans di entrare nella capitale; reinsediarvi tutti i Funzionari già espulsi ed avviare una dura persecuzione dei ribelli.
Armagnacchi e Borgognoni si risolsero, allora, ad un incontro a Vernon e vi decisero di accordare una amnistia generale e di sopprimere il governo rivoluzionario che aveva soverchiato la Monarchia.
L’intesa fu firmata a Pontoise il 28 luglio.

Ai primi di agosto, una nuova ondata persecutoria antiborgognona indusse Giovanni a fuggire a Lilla: il suo ritorno nel febbraio del 1414 e il divieto di accesso a Parigi riattizzarono la guerra, cessata poi una manciata di mesi dopo con la pace di Arras.
Maturò in quel clima la rivendicazione inglese del trono francese, maturata già nel 1413: Enrico V avanzò formale richiesta del trono e della mano di Caterina, figlia di Carlo VI.
La pretesa fu ritenuta un delirio dall’establishment francese: gli Uffici di Corte inviarono a Winchester un’Ambasceria con l’assenzo alle nozze e la sola cessione di parte dell’Aquitania.
I Legati furono cacciati e il Re allestì una campagna d’invasione sul continente: lo sbarco armato alla foce della Senna nel 1415, fu favorito dalla segreta alleanza con Giovanni di Borgogna, cui fu promesso appoggio in cambio del riconoscimento della sovranità inglese: il 13 agosto, la Marina costeggiò Cap de la Hève, alla foce della Senna, sotto Le Havre.
Il 22 settembre, ottenuta la capitolazione di Harfleur, l’esercito si mise in marcia verso Calais ma, una volta in Piccardia, vi trovò cinquantamila agguerrite unità dell’Armata francese.

Malgrado l’opinione contraria del Duca di Berry, all’alba del 24 ottobre si combatté la sanguinosa battaglia di Azincourt ove il Duca d’Orléans fu preso prigioniero: una catastrofe. Caddero in campo in oltre diecimila, tra cui Antonio di Brabante e Filippo di Nevers, mentre Carlo d’Orléans veniva catturato.
La disfatta imputata alla follìa del Re; la morte del Delfino nel dicembre del 1415; l’esilio della Regina a Tours e l’insediamento del nuovo Delfino Jean de Tourenne portarono il governo nelle mani di Bernardo VII d’Armagnac, il cui genero Carlo era ancora in mano inglese: egli instaurò a Parigi un terrificante regime astenendosi, invece, dall’adozione di misure contro gli Inglesi che avevano occupato la Normandia.

Deciso a riconoscerne la sovranità sulla Francia, dopo un vano tentativo di accordo col governo, nell’ottobre del 1416 Giovanni di Borgogna incontrò a Calais Enrico V. Nell’aprile successivo, si spense il Delfino cui subentrò Carlo. Messa in ginocchio dalle soverchierie armagnacche, nel maggio del 1418 Parigi aprì le porte al Duca che ne assunse il controllo ma, il 12 giugno, in sua assenza, ci fu una violenta sollevazione: migliaia di Armagnacchi furono massacrati e, fra essi, lo stesso Bernard.

Il 14 luglio successivo, accolto come un eroe dalla popolazione stanca del vessatorio regime di costui, Giovanni richiamò la Regina dall'esilio; le affidò la reggenza a Troyes; fece giustiziare tutti i ribelli ed in autunno abolì tutti i tributi. A fronte della conquista borgognona della capitale, il Delfino Carlo, sotto scorta del nobile bretone Duchastel, uscì dalla città: aveva ereditato la gestione della fazione armagnacca e si era proclamato Reggente del Regno, mentre Enrico d’Inghilterra occupava la Normandia ed entrava a Rouen il 29 luglio 1418, alla testa di circa quarantacinquemila uomini.
Era ora di pace.

Per espellere l’invasore dal territorio nazionale, le parti si incontrarono due volte: a Pouilly e a Corbeil, ove conclusero un’alleanza in funzione antinglese. Tuttavia, sembrando al Delfino che Giovanni mantenesse una condotta ambigua, si convenne un terzo incontro a Montereau ove la situazione precipitò per le reciproche accuse di slealtà. I toni si riaccesero il 10 settembre del 1419, quando il Duca fu assassinato dalla scorta di Carlo: di fatto, era stato vendicato l’omicidio di Luigi d'Orleans e la Francia, sempre più lacerata da un irredimibile odio fra fazioni, scivolava in una nuova stagione di odio e di sangue.

Giovanni di Borgogna aveva avuto da Margherita di Baviera- Straubing otto figli: Caterina; Maria, sposa di Adolfo II Duca di Cleves; Margherita, coniugata a Luigi di Guyenna, Delfino ed erede di Carlo VI; Filippo, Duca di Borgogna; Isabella, impalmata da Oliviero di Penthièvre e Périgord; Giovanna; Anna, maritata a Giovanni di Bedford; Agnese, destinata a Carlo I di Borbone.
A costoro s’affiancarono gli illegittimi Guido, Antonio e Filippotto, nati dalla relazione con Margherita di Borselen; infine Giovanni VI Vescovo di Cambrai, concepito con Agnese de Croy.

La battaglia di Azincourt e i suoi protagonisti: Enrico V e Carlo VI

Primogenito di Enrico IV di Lancaster detto Bolingbroke e di Maria di Bohun Contessa di Hereford; nato il 16 settembre del 1387 a Monmouth e morto il 31 agosto del 1422 a Vincennes, Enrico V ascese al trono nel 1413 e, benchè formato ad una dura scuola di guerra, si dette ad una mondanità tanto sconsiderata da essere descritto da Shakespeare prima come frequentatore di bettole con Falstaff nell’Enrico IV e poi come emblema dell’eroismo patrio nell’Enrico V.

Investito del cavalierato a dodici anni, egli assunse da giovanissimo il comando delle truppe in Galles e guidò varie campagne di Scozia. Designato Presidente del Consiglio della Corona nel 1410, si distinse per la sistematica opposizione alla politica estera del Padre e del Cancelliere arciVescovo Arundel conseguendone, nel 1411, la deposizione dall’incarico; ma il 23 settembre del 1412, fu perdonato dal genitore ed uscì assolto dal processo che lo aveva visto imputato. Il 20 marzo del 1413 Enrico IV si spense a Westminster.

Succedutogli nello stesso giorno, Enrico V guadagnò fin da subito la reputazione di Sovrano giusto e cavalleresco, incarnando l’ideale del Re medievale per lo spirito cortese, per la lealtà in campo, per l’umiltà religiosa e per la sobrietà della vita privata. Tuttavia, ben presto rilanciò le pretese già accampate dal bisnonno Edoardo III sulla corona capetingia, malgrado fosse preso da complessi problemi di politica interna: la risoluta repressione dell’eresia lollarda e nel 1415 il complotto ordito dai partigiani di Edmond Mortimer, erede di Riccardo II sedici anni avanti deposto da Enrico IV. A tali problemi si aggiunsero non meno rilevanti questioni di politica economica maturate nel difficile rapporto con l’Hansa e pesanti conseguenze in danno dei Mercanti inglesi.
L’Inghilterra, in definitiva, era assai provata da faide interne ed il Re ne affidò la soluzione ad una ventata di nazionalismo che, consolidando il prestigio dei Lancaster, gli consentisse di conquistare la Francia. In quell’anno, pertanto, in danno degli Armagnacchi, si alleò col Duca di Borgogna assicurandosene la neutralità ed il riconoscimento della propria sovranità. Su tali premesse, nell’agosto del 1414 presentò ai Francesi un provocatorio ed oltraggioso ultimatum: la consegna del trono e dei i feudi angioini già possesso dei Plantageneti, a partire dalla Normandia e dalla Provenza; il saldo del riscatto mai del tutto corrisposto in occasione del rilascio di Re Giovanni II, catturato a Poitiers; la mano della Principessa Caterina, figlia di Carlo VI ed una dote di due milioni di corone.

La Francia imputò quelle pretese a Carlo VI, la cui follìa aveva sottratto al Paese il rispetto delle altre Nazioni e provocato l’anarchia più incontrollabile, ingigantita dal conflitto per il potere fra Armagnacchi e Borgognoni: verso la fine del 1444 una foltissima Ambasceria composta forse da seicento membri si recò a Winchester e presentò ad Enrico V le controproposte: la mano di Caterina e la dote di una parte dell’Aquitania.
Naturalmente il Re inglese li mise alla porta e rotti i rapporti diplomatici, si accinse all’invasione della Francia, predisponendo la campagna con cura e con una enorme quantità di materiale bellico: macchine da assedio, pezzi d’artiglieria, pontoni, armature e congegni vari.

Il 13 agosto del 1415 la sua Flotta toccò le coste di Cap de la Hève, alla foce della Senna e nei pressi di Le Havre: il 14 l’esercito scese a terra e assediò Harfleur, la cui popolazione aveva già consolidato le fortificazioni ed allagato la pianura circostante per rallentare la marcia nemica; tuttavia, lo scarseggio di viveri e le epidemie ne sfinirono la resistenza e aprirono la via alla resa del 22 settembre.
In quei giorni Enrico decise di svernare a Calais: lasciata una guarnigione di un migliaio di uomini ad Harfleur, si pose alla testa di una decina di migliaia fra Arcieri e gente d’Arme ma, una volta in Piccardia, si trovò a fronte dell’Armata nazionale composta da oltre cinquantamila uomini schierati alle spalle del giovane Duca d’Orléans, del Gran Connestabile Carlo I d’Albret e dei Duchi di Berry, d’Alençon, di Borbone, d’Anjou.

Al granitico blocco mancavano le sole forze di Giovanni di Borgogna, tenuto estraneo alla spedizione sia perché se ne temeva un colpo di mano, sia perché lo si sapeva ambiguamente vicino alla Corona inglese.
Fu battaglia alle 11 del 24 ottobre ad Agincourt.

Il silenzio scese sul campo prima delle sedici, enfatizzando la epocale catastrofe dei Francesi, caduti in oltre diecimila ed umiliati dalla cattura di Carlo d’Orléans. Dopo la vittoria, Enrico tornò in Inghilterra e, attraverso sottili trame diplomatiche, ruppe l’alleanza fra l’Imperatore Sigismondo e la Corona capetingia e consolidò i rapporti con Giovanni di Borgogna, incontrandolo a Calais nell’ottobre del 1416.
Nell’aprile del 1417 il Delfino Jean de Tourenne morì e gli subentrò Carlo, creatura di Luigi II d’Angiò e della moglie Jolanda d’Aragona: il governo, a fronte della ormai conclamata follìa di Carlo VI, era in mano del Connestabile Bernard d’Armagnac, suocero del Duca prigioniero.
La Francia era in ginocchio.

Nell’agosto di quell’anno, mentre Enrico V sbarcava a Trouville raggiungendo Rouen il 29 luglio del 1418 alla testa di quarantacinquemila uomini, Giovanni di Borgogna marciò su Parigi e vi fu accolto come un liberatore: entrato nella capitale, egli si proclamò paladino del Re ed assunse il comando delle azioni militari contro gli invasori, con i quali aveva contratto alleanza segreta; ma non agì in favore di Rouen crollata il 20 gennaio del 1419. Gli Inglesi erano ora padroni della intera Normandia, tranne Le Mont Saint Michel.

Durante quell’anno, il Duca si avvicinò al Delfino Carlo, ma nel corso dei negoziati fu assassinato.
Il successore Filippo III, assunta la guida della fazione borgognona, per vendicare l’omicidio del padre preferì allearsi apertamente agli Inglesi contro gli Armagnacchi: nel Trattato di Troyes del 21 maggio del 1420, il sodalizio fu formalizzato e fu imposta a Carlo IV la resa a discrezione. Gli accordi, oltre a prevedere le nozze del Sovrano d’Inghilterra con Caterina di Valois, riconoscevano Enrico Reggente ed erede di Carlo VI che ripudiò il proprio figlio e Delfino.

Le nozze furono officiate proprio a Troyes il 2 giugno del 1420 e da esse nacque il solo Enrico VI.
Al governo della Francia, Enrico V chiamò il nuovo Duca di Borgogna.
La Nazione si divise: parte finì sotto il controllo anglo/borgognone e parte sotto il controllo del Delfino e degli Armagnacchi che, nel 1421, indussero l’autorità occupante ad un ritorno in armi.
Fu allora che Enrico si spense di tifo a Vincennes: era il 31 agosto del 1422.
In quello stesso anno morì anche Carlo VI e il successore, già Re d’Inghilterra, fu il bambino Enrico VI, sotto tutela dello zio paterno Giovanni Duca di Bedford.

L’Inghilterra pianse un Sovrano di notevole statura militare, diplomatica, politica e amministrativa che aveva dominato lo scenario continentale; posto fine, con l’Imperatore Sigismondo, allo Scisma d’Occidente e mediato i conflitti interni alla Chiesa, attraverso una infaticabile attività diplomatica il cui risultato fu l’elezione papale di Martino V.

Carlo VI, invece, era nato a Parigi il 3 dicembre del 1368 e vi si spense il 21 ottobre del 1422. Proveniva dal ramo Valois ed era figlio di Carlo V e di Giovanna di Borbone. Incoronato dodicenne a Reims, fu assistito dallo zio Filippo II l’Ardito e fra i venti ed i trent’anni prese a manifestare atteggiamenti psicotici, degenerati in una probabile schizofrenìa. Da allora il suo appellativo di Beneamato fu sostituito da il Pazzo.
La prima delle sue crisi si palesò nel 1392, quando il suo Consigliere Olivier de Clisson fu vittima di un tentato omicidio: inflessibile nella punizione del presunto assassino Pierre de Craon, che riparò in Bretagna, egli ne ebbe tale turbamento da scaturirne una irredimibile manìa di persecuzione.

I Cronisti coevi lo ritrassero dissociato nei comportamenti ed esaltato dall’idea di condurre la campagna iniziata il 1° luglio e guidata con eccitata impazienza. Allora, egli aveva già fatto riesumare le spoglie del Generale Bertrand du Guesclin, deceduto nove anni prima, perchè fosse sepolto con maggiori onori di quanti gliene fossero stati tributati. La singolarità della condotta si manifestò con visioni e deliri scantonati in una aggressione alla sua scorta e nella uccisione di almeno uno dei suoi Cavalieri, prima di cadere in coma. In un nuovo episodio, dimenticò il proprio nome; ignorò di essere il Re e fuggì dalla moglie, non riconoscendo i figli. In attacchi successivi, rifiutò di lavarsi per mesi e fu preda di allucinazioni, la più ricorrente delle quali fu quella di credersi di vetro, ovviamente enfatizzata dalla paura di rompersi.
Le consultazioni con i migliori Medici e guaritori di Francia non approdarono a risultati e, alla fine, si insinuò che egli fosse vittima di un maleficio.

Nel gennaio del 1393 Carlo sembrò guarito: per festeggiare l’evento e, con esso, anche le nozze di una Dama di Corte, la Regina Isabella organizzò una festa in maschera. Gli ospiti erano travestiti da selvaggi quando Luigi di Valois entrò nel salone con una torcia accesa, dando accidentalmente fuoco ad uno degli ospiti e sollevando un panico che causò quattro vittime. In conseguenza della tragedia, la salute del Re prese ancora a vacillare e, chiamato a Corte, Arnauld Guillaume sostenne con fermezza l’ascrivibilità della patologia ad un sortilegio. I sospetti si appuntarono sulla Visconti, fondando sul concorso di una serie di circostanze: il padre, Giangaleazzo e la famiglia in generale erano esperti di stregoneria e magìa nera; la morte di Carlo o la sua definitiva interdizione avrebbe chiamato al trono Luigi, marito della strega lombarda; il Sovrano tendeva a trascorrere il suo tempo libero proprio con costei, di cui subiva ascendente e fascino.
Le dicerie erano state seminate dal Reggente Filippo II di Borgogna e dalla moglie Margherita di Fiandra.

Certa era, invece, la relazione sentimentale della Sovrana col cognato: la vicenda fu enfatizzata nel 1407, quando proprio di ritorno dagli appartamenti privati di costei, Luigi di Valois fu assassinato su mandato del cugino e rivale Giovanni di Borgogna. In quegli anni, la Francia era lacerata dalla guerra con gli Inglesi: un primo tentativo di riconciliazione fu attuato nel 1396, quando Carlo accettò di sposare la figlia settenne Isabella con il trentenne Riccardo II. La pace fu breve: la rivalità fra la Dinastia al potere e la Casa di Borgogna insanguinò il Paese gettandolo nell’ anarchia. Della situazione si avvantaggiò Enrico V d’Inghilterra che, nel 1415, invase la Normandia e sconfisse l’esercito nazionale ad Azincourt. Cinque anni dopo, ormai ufficialmente folle, Carlo sottoscrisse il Trattato di Troyes cedendo all’aggressore la mano della figlia Caterina e riconoscendolo suo erede in danno del proprio Delfino Carlo, definito bastardo.

Il Valois si spense nel 1422 e gli successe il figlio omonimo, mentre Caterina trasmise la malattia mentale paterna al figlio Enrico VI, la cui incapacità a governare fu causa della Guerra delle due Rose.
Dalle nozze con Isabella di Baviera, Carlo VI ebbe dodici figli: Carlo, morto a tre mesi; Giovanna, mancata a due anni; Isabella, sposa di Riccardo d’Inghilterra e poi di Carlo d’Orléans; un’altra Giovanna, coniugata a Giovanni VI di Bretagna; un altro Carlo, deceduto a nove anni; Maria, divenuta Abbadessa; Michela, maritata a Filuppo III di Borgogna; Luigi di Guyenna, morto diciottenne; Giovanni di Tourenne, marito di Giacoma d’Hainaut; Caterina, moglie prima di Enrico V d’Inghilterra e poi di Owen Tudor; Carlo VII Re; Filippo, mancato all’atto della nascita. A tanta prole si aggiunse Margherita la Bastarda di Francia, nata da una relazione con Odette de Champdivers.

La Battaglia di Azincourt

A causa della follìa di Carlo VI, la Francia fu governata da un Consiglio di Reggenza presieduto dalla Regina Isabella e fortemente influenzato dal Duca di Borgogna Filippo l’Ardito, ma contrastato da Luigi d’Orléans, germano del Re.
Nel 1404, morto l’ingombrante Borgognone cui subentrò il figlio Giovanni, egli avocò a sé il potere e consolidò la relazione sentimentale con la cognata, fino ad essere forse padre del futuro Carlo VII. La sua salda ostilità impedì al nuovo Duca di realizzare l’organicità territoriale tra Fiandre e Borgogna; ma l’imposizione di una nuova imposta che risollevasse le casse dello Stato fu la scintilla per l’inasprimento dei rapporti: il Borgognone la obiettò sulle sue regioni e nel 1405 entrò armato a Parigi, mettendo in fuga gli amanti.

Due mesi più tardi, anche per la ripresa della guerra con gli Inglesi, Giovanni e Luigi si riconciliarono ed alla fine del 1406 condussero due campagne militari rispettivamente a Calais ed in Guyenna poi rinfacciandosi di essersi reciprocamente boicottati.
La nuova latente rottura fu formalizzata dalla diceria che l’Orléans avesse insidiato la Duchessa di Borgogna.
Sta di fatto che nel 1407, mentre usciva dagli appartamenti privati dell’amata Isabella, Luigi fu assassinato.
Al Prevosto di Parigi, Giovanni si confessò mandante, ma una Assemblea solenne tenuta in Amiens lo assolse.
Alla vittima successe il figlio Carlo che, per vendicarsi, coagulò gli Orléanisti e, nel 1410, sposata Bona, figlia del potente Bernard VII d’Armagnac, fece del suocero e dei Duchi di Berry, di Borbone, di Bretagna, d’Alençon e di Clermont e di molti Cavalieri guasconi i referenti di una lotta senza quartiere ai Borgognoni.

Da quel momento la Francia fu straziata dalla violenta lotta fra fazioni: Giovanni di Borgogna aveva il controllo di Parigi e dei grandi centri del Nord, Bernard godeva del favore delle realtà rurali. Entrambi rivolsero richieste di aiuto agli Inglesi: l’uno, nel 1411 ottenne truppe di rinforzo per la capitale; l’altro offrì ad Enrico V l’Aquitania in cambio del sostegno.
Quando sembrò che le parti potessero giungere ad un accordo, a Parigi insorsero le Corporazioni dei Macellai e dei Conciapelli che, guidati da Simon Caboche, insanguinarono la città tra maggio e luglio del 1413. Il Duca di Borgogna intervenne solo a fronte dell’arresto di quindici Dame di Corte, ma non ebbe alcuna influenza sulle violenze e sulle esecuzioni indiscriminate.

Ai primi d’agosto, Armagnacchi e Borgognoni allora consentirono al Magistrato Jean Jouvenel di animare un movimento di reazione che prometteva amnistia generale e pace: in pochi giorni costui riuscì a restaurare l’ordine e a spostare in direzione armagnacca la gran parte della popolazione. Non a caso, in settembre il Duca d’Orléans entrò in Parigi e rimise in carica tutti i Funzionari precedentemente deposti e prese a perseguitare i ribelli. Giovanni di Borgogna si ritirò a Lilla. Tornò nella capitale nel febbraio del 1414, con una consistente scorta; ma gli fu notificato il bando e la guerra civile riprese risolvendosi solo un anno dopo con il trattato di Arras.

Dal 1413 Enrico V, intanto, era Re d’Inghilterra: fra i primi atti del suo mandato, rivendicò il trono capetingio e nel 1415 sbarcò alla foce della Senna, deciso ad occupare la Francia. Diffidando del Duca di Borgogna, che ordinò ai suoi Vassalli di non recarsi a Rouen, punto di concentramento dell’esercito nazionale, i Francesi si prepararono alla guerra. Lo scontro si risolse in un disastro.
All’alba del 25 ottobre, le parti schierarono le loro legioni: i Francesi nella piana tra Azincourt e Tramecourt, per anche sbarrare le vie di accesso a Calais.1
Ordinati su tre file di Fanteria, con la prima fiancheggiata a destra da un nutrito gruppo di Balestrieri e da un migliaio di Cavalieri concentrati sul margine boschivo ed a sinistra da altri mille e cinquecento, essi affidarono l’oriflamme2 a Guillaume de Martel, che lo lasciò solo dopo la morte in campo; organizzarono il nucleo d’attacco al centro, sostenendolo con corpi scelti di Arcieri e Balestrieri e, per la protezione dei fianchi, posizionarono la temuta e celebre Cavalleria pesante.
La prima divisione era comandata dal Connestabile d’Albret, dal Duca d’Orléans e dal Maresciallo Boucicault. La seconda era guidata dal Duca d’Alençon; la terza era affidata al Conte di Marle.

I Balestrieri avrebbero tirato intensamente per opporre resistenza ai longbowmen e per aprire la via sui lati nemici all’affondo della Cavalleria; sfondato il fronte, sarebbero stati rincalzati dalle due formazioni centrali che avrebbero combattuto al centro, lasciando alla terza divisione i sopravvissuti. Tuttavia, ritenendola una diminutio della sua leggendaria reputazione, la Cavalleria rifiutò di porsi alle spalle degli Arcieri e, per esibire il proprio orgoglio militare, occupò disordinatamente l’avanguardia sfilando con le proprie insegne, e sovvertendo il piano originale, ostacolando la vista proprio agli Arcieri e ai Balestrieri, impediti nel tiro.

Anche gli Inglesi s’erano divisi in tre blocchi rispettivamente condotti dal Re, dal Duca di York e da Lord Camyos. La loro Fanteria, supportata da Arcieri in formazione triangolare, presentava un fronte d’attacco lievemente concavo. Postisi ad un kilometro circa di distanza dal nemico, con posizione lineare alternavano tre divisioni di Fanti e Cavalieri con altre quattro di Arcieri disposti a cuneo e ulteriori due legioni di Arcieri a difesa delle ali.

Lo schieramento era pronto al tiro incrociato sulla prima linea avversaria: alle 11 del mattino, respinte proposte e minacce, Enrico sfidò i Francesi e ordinò al Maresciallo sir Thomas Erpingham di predisporsi alla manovra di carica. Egli stesso urlò Avanti o bandiera! In nome di Dio onnipotente, e che san Giorgio sia oggi il tuo aiuto. Gli uomini risposero coralmente san Giorgio, san Giorgio; si inginocchiarono; fecero il segno della Croce; baciarono la terra e se ne misero una zolla in bocca.

I tamburi rullarono: cominciò la lenta avanzata verso i Capetingi che, in numero nettamente superiore, persa la convinzione di condurre il gioco, regirono con scomposto disorientamento: a meno di duecento metri dal punto d’impatto, gli Arcieri della Monarchia d’oltreManica conficcarono nel terreno fangoso una serie di pali frangicarica appuntiti e scatenarono una fitta pioggia di frecce, mantenendo comunque il fermo rispetto delle regole e dei Codici di guerra.
La Cavalleria opposta provò a reagire, ma le pessime condizioni del terreno, reso viscido dalla pioggia insistente, rallentò il loro movimento e le palizzate condizionarono i cavalli.
Anche la Fanteria si mosse con difficoltà e degli insistenti tentativi di carica, riuscì a metterne a segno uno solo, imponendo l’arretramento dell’invasore.

Enrico non si perse d’animo e, fattosi precedere da un secondo lancio di dardi, ordinò l’affondo di tutte le forze, a partire dagli Arcieri equipaggiati con armature leggere: nell’imbuto creatosi scivolarono migliaia di Francesi dell’avanguardia e della seconda linea e molti altri furono presi prigionieri per prevenirne la richiesta di soccorsi che nel giorno successivo lo soverchiassero.
Fu allora che: imprevedibile colpo di scena, la retroguardia optò per una ingloriosa diserzione di massa, riparando nei boschi limitrofi. In questa fuga, gli Inglesi lessero una manovra di aggiramento e conseguente aggressione estemporanea, non eseguita per tattica ma su suggerimento del Signore di Azincourt che nella concitazione rubò la corona inglese.
Costui, peraltro, consapevole della inferiorità numerica delle sue truppe e dell’impressionante portata dell’esercito avversario, fu a lungo attanagliato dall’ansia di un affondo proditorio che ribaltasse l’esito della vittoria conseguita.

Nel primo pomeriggio, in ogni caso, la battaglia era cessata: per i Francesi una umiliante rotta nella quale, in difesa del Paese caddero dai sette ai quattordicimila uomini e, con essi, il Connestabile d’Albret e Antonio di Brabante, fratello di Giovanni di Borgogna, mentre molti altri Comandanti furono presi prigionieri: Jean II Le Meingre, capo della fazione armagnacca e già Governatore della Repubblica di Genova, ove era conosciuto come Boucicault; il Duca Carlo d’Orléans; Antonio di Brabante, germano anch’egli del Duca borgognone.
Molti degli eccellenti ostaggi furono oggetto di riscatto.
L’esito dello scontro consentì ad Enrico di rilanciare le pretese.

I Cronisti, al contrario, non smisero di meravigliarsi di come l’assalto di pochi uomini, dotati di armature leggere, potesse aver soverchiato un considerevole numero di Cavalieri.
Quel risultato risiede in una serie di circostanze riferite alla prima linea ed all’avanguardia francesi:
entrambe avevano subìto la decimante aggressione delle frecce;
entrambe erano state sopraffatte dalla difficoltà a muoversi nel fango;
entrambe erano state sottoposte all’ansia dell’attesa della battaglia iniziata già all’alba e incupita dal peso delle armature;
entrambe erano state vittima della tattica adottata dai Capi, che ripeterono il clamoroso errore di Giovanni II a Poitiers, quando la Cavalleria non riuscì ad attrarre l’attenzione degli Arcieri nemici per consentire al resto dell’esercito di affrontare il corpo a corpo.
Peggio: ad Azincourt tanto accadde, ma in forma ribaltata ed a scapito dei Francesi.
Gli Inglesi, infatti, sperimentarono l’uso combinato e simultaneo di picche ed archi, ovvero due lunghe ali di Arcieri e un corpo centrale di Cavalleria armata, appiedata e dotata di lunghe lance, supportata da un esiguo manipolo di Cavalieri in sella.

Gravissime furono per i Francesi le conseguenze della sconfitta: la resistenza si piegò completamente ad Enrico V; le alleanze precedentemente stipulate sfumarono poiché anche l’Imperatore Sigismondo riconobbe nel Plantageneto il Re di Francia; Carlo VI ripudiò il proprio Delfino e riconobbe nel conquistatore il suo erede, cui dette in sposa la figlia Caterina.
E tuttavia il sentimento identitario prevalse e fu lo spirito di rivalsa e la pervicacia della contadina Jeanne d’Arc a ribaltare in seguito le sorti della Nazione e ad archiviare l’assolutismo regio aprendo i Popoli all’era delle Nazioni.

Dopo Azincourt

Il Duca d’Orléans fu fatto prigioniero in campo ed il controllo della Nazione finì nelle mani del suocero, il Gran Connestabile Bernard d’Armagnac. Egli instaurò a Parigi un regime di terrore, ma non contrastò gli invasori ormai padroni di quasi tutta la Normandia. Parallelamente, Giovanni di Borgogna e la Regina Reggente Isabella si avvicinarono alla capitale ove la popolazione, provata dalle soverchierie armagnacche, era pronta alla rivolta: nel maggio del 1418, i Borgognoni presero Parigi e il 12 giugno, in assenza del Duca, attuarono un’autentica strage.
Si contarono circa duemila vittime e, per primo, Bernard VII.
Il rientro del Borgognone, se riportò l’ordine a colpi di esecuzioni, abolì tutti i tributi.

Intanto, morti i fratelli, il Delfinato era ricaduto su Carlo che, per effetto dell’assassinio del suocero, fu indicato referente degli Armagnacchi, Luogotenente generale del Regno e Reggente di Francia. Egli e Giovanni si incontrarono due volte per arginare l’avanzata inglese sul territorio: la prima a Pouilly e la seconda a Corbeil, ove si promisero amicizia e pace, impegnandosi in un sodalizio contro l’invasore. Tuttavia, al Delfino, il rivale non sembrò leale e in un terzo incontro a Montereau, dopo un violento scontro verbale, consentì alla sua scorta di assassinarlo. Fu allora che il Popolo di Parigi e il nuovo Duca Filippo si risolsero a sostenere la campagna inglese contro gli Armagnacchi. Costui, anzi, aprì negoziati e a Troyes fu sottoscritta un’intesa fondata sul matrimonio tra il Sovrano inglese e Caterina di Valois. Il negoziato imponeva il ripudio da parte dei Reali del loro figlio Carlo; l’acquisizione filiale del futuro genero Enrico V, designato Reggente, ed il suo possesso della Normandia. Appoggiato dagli Armagnacchi e dal Duca di Bretagna, il Delfino ottenne anche il sostegno della Linguadoca, ma nel 1421 fu pesantemente sconfitto per due volte.

Il confuso scenario mutò nel 1422 con la improvvisa morte di Enrico V cui successe sul trono d’Inghilterra il figlio omonimo di dieci mesi. Poche settimane più tardi, tuttavia, si spense anche Carlo VI, sicché Enrico VI divenne Re anche di Francia col nome di Enrico II.
Di fatto, la Nazione aveva due Sovrani: Carlo VII Delfino diseredato, che occupava il Centro ed il Sud del Regno, tranne la Guyenna, e l’inglese Enrico VI che occupava il Nord Est e la Guyenna. Da quel momento la guerra civile coincise con gli eventi più salienti della Guerra dei Cent’Anni, fino all’ intervento diretto di Jeanne d’Arc.
Dopo aver avviato la graduale riconquista dei suoi territori, Carlo VII tentò di dividere gli Inglesi dai Borgognoni e registrò un primo successo ad Arras, nel 1435, concludendo un’intesa con Filippo il Buono: la contrapposizione interna armata cessava; il Duca conservava l’indipendenza della Borgogna restando Vassallo senza obbligo di omaggio e otteneva le città della valle della Somme, la Contea di Mâcon e la Contea di Auxerre. In cambio riconosceva la sovranità di Carlo. In meno di vent’anni, da quel momento, la Francia avrebbe recuperato tutto il patrimonio territoriale ad eccezione di Calais.

  1. Azincourt o Agincourt è località del Dipartimento del Passo di Calais e non va confusa con la omonima città del Dipartimento di Meurthe-et–Moselle ubicato in Lorena.
  2. Inizialmente insegna dell’abbazia di st.Denis, l’Oriflamme fu il mitico nome del sacro stendardo di guerra usato dai Re francesi dal XII al XV secolo. Era di colore rosso vivo, con gli esterni verdi e stelle o fiamme d’oro al centro. Perduto nella battaglia di Agincourt, non fu mai più ritrovato.

Bibliografia: