Antologia

Il Grande Scisma

di Ornella Mariani
Il grande Scisma: situazione religiosa in Europa.
Il grande Scisma: situazione religiosa in Europa.

Il Grande Scisma

Con la definizione di Grande Scisma si ci riferisce alla crisi dell'autorità ecclesiale che, per otto lustri, lacerò la Chiesa romana attraverso il durissimo scontro fra Papi ed antiPapi.

Le radici della aspra querelle risiederono nel ritorno della Curia generale da Avignone a Roma, disposto nel gennaio del 1377, dopo circa settant’anni di permanenza nella località provenzale, da Gregorio XI: al secolo Pierre Roger de Beaufort.

L’anno successivo alla sua morte, il Corpo Episcopale precipuamente francese si accinse ad eleggere un nuovo Primate che non fosse italiano e che confermasse ancora in  Avignone la sede papale.

Contro quella decisione insorse la Popolazione capitolina, decisa a ricondurre il Vicario di Cristo nel sito storico e ad avere finalmente un Primate locale; pertanto, l’8 aprile del 1378, il Conclave elesse al soglio pietrino il Vescovo napoletano di Bari Bartolomeo Prignano, che assunse il nome di Urbano VI. Il suo spiccato riformismo, però, sollevò presto una lunga onda di proteste e dell’opposizione si fece portavoce l’intero Clero di Francia.

Così, mentre i Bretoni presidiavano Castel Sant'Angelo rifiutandosi di cederlo, i Porporati oltralpini si riunirono ad Anagni e vi aprirono le ostilità con l’appoggio dei Caetani, nemici storici di Urbano VI nel frattempo ritiratosi a Tivoli.

Il 16 luglio di quell’anno i Romani filopapali furono battuti nella battaglia di ponte Salario, che registrò cinquemila morti.

La vendetta si abbatté su tutti i Francesi presenti sul territorio.

Il 6 agosto pezzi di Episcopato italiano fedele ad Urbano incontrarono a Palestrina i tredici Prelati oltralpini dissidenti: fu sollevata la nullità dell’elezione a conferma della incombente scissione: il 20 settembre successivo nel duomo di Fondi, i ribelli elessero al soglio pietrino Roberto di Ginevra, col nome di Clemente VII.

Appoggiato dai potenti Caetani; dagli Orsini e dalle truppe del Conte Luigi di Montoje e di Bernardo di Sala, con rigido decisionismo e sprezzante d’essere considerato antiPapa da Teologi e Giuristi, egli riportò la Corte ad Avignone.

Era il Grande Scisma, la cui durata si estese per circa otto lustri e le cui premesse erano maturate fin dagli inizi del ‘300, quando la Curia centrale era stata spostata ad Avignone, a conferma della subordinazione totale della Chiesa al governo capetingio che, per ben oltre settant’anni, diresse l’elezione di Papi locali.

Era in atto quella che storicamente è definita Cattività Avignonese.

Era in atto un fermento che, mirando a recuperare il prestigio morale ed il ruolo del Primate, invocava profonde riforme in un Clero mondano e corrotto ritenendole possibili con il rientro a Roma e l’affrancamento dalla subordinazione francese.

La coesistenza di due Primati spaccò la Cristianità e, attorno alle due Chiese, si delineò una rete di alleanze promiscue: Francia, Spagna, Aragona, Castiglia, Cipro, Borgogna, Sicilia, Regno di Napoli, Scozia e Ducato di Savoia presero partito per Clemente VII, mentre Inghilterra, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Ungheria, Irlanda, Fiandre, Stati dell’Italia centro-settentrionale e Impero restarono fedeli a Urbano VI, scaturendone la imputabilità della rottura non a ragioni teologiche, quanto a ragioni politiche.

Sovranità, Diplomazie continentali ed alleanze dedotte dal riconoscimento della legittimità dell’uno o dell’altro frantumarono il tessuto religioso dell’intera Europa, coinvolgendo anche Due grandi personalità religiose del tempo: Caterina Benincasa e Vicente Ferrer, rispettivamente a sostegno della Chiesa di Roma e della Chiesa di Avignone.

Di più: contrariamente ad altre analoghe circostanze del passato, non si trattava di  un conflitto fra Papi e antiPapi designati da fazioni contrapposte, ma di due Primati che, eletti apparentemente col crisma della legalità dai soli deputati ad eleggerli: i Cardinali!, erano ormai decisi a risolvere in campo la questione.

Fu la Battaglia di Marino.

A margine di essa, le due Curie continuarono a difendere la propria asserita legittimità, anche oltre il pontificato dei due.

Nel 1389, infatti, morto Urbano VI, il Conclave romano elesse al soglio Pietro Tomacelli, che prese il nome di Bonifacio IX.

Nel 1394, morto Clemente VII, il Conclave avignonese consacrò Pedro Martìnez de Luna, che prese il nome di Benedetto XIII.

Nel 1404 sembrò che la crisi potesse essere superata poiché, mancato il Papa capitolino, il Collegio episcopale si disse disposto all’astensione da una nuova elezione a condizione delle dimissioni del Primate di Avignone; ma il fermo rifiuto di costui congelò l’ipotesi di riconciliazione e i Cardinali romani procedettero alla designazione di Cosimo de' Migliorati, ovvero Innocenzo V.

Due anni più tardi, gli successe Angelo Correr, ovvero Gregorio XII.

Nel frattempo, Teologi ed Intellettuali si dettero alla ricerca di soluzione al problema che delegittimava il ruolo e la funzione della Chiesa, con grave pregiudizio degli interessi della  Comunità.

Forse la convocazione di un Concilio ecumenico avrebbe potuto ricomporre lo Scisma, ma entrambi i Papi in carica la opposero, sostenendo ciascuno il proprio indiscusso primato  anche rispetto ad una assise generale. Tuttavia a quella unica ipotesi percorribile, si continuò a guardare fino al 1409, quando la maggior parte dei Cardinali delle due fazioni si riunì a Pisa ed optò per la  deposizione di entrambi, dichiarandoli eretici e scismatici ed eleggendone un terzo: Alessandro V.

La circostanza ingenerò ulteriore confusione: Benedetto e Gregorio dichiararono nullo quel Sinodo e, di fatto, la Chiesa ebbe tre Pontefici in carica.

Nel 1414, l’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo decise di intervenire fiancheggiando Giovanni XXIII, nel frattempo succeduto ad Alessandro V.

D’autorità, convocò a Costanza un nuovo Concilio generale che si concluse nel 1417.

Tutte le questioni che minavano la credibilità della Chiesa vi furono adeguatamente affrontate; Giovanni XXIII e Benedetto XIII furono formalmente dichiarati antiPapi; Gregorio XII si dimise spontaneamente.

Dopo un’assise brevissima, fu eletto Martino V, al secolo Cardinale Oddone Colonna.

Lo Scisma era risolto.

Roma tornò ad essere sede naturale della cattedra apostolica.

La Battaglia di Marino

Il regolamento di conti fra Urbano VI e Clemente VII avvenne il 30 aprile del 1379 inuna località emblematicamente detta Valle dei morti: vi si scontrarono i Mercenari al soldo dei due e rispettivamente comandati da Alberico da Barbiano con Mostarda da Forlì e da Bernardo della Sala col Conte Luigi di Montoje.

La vittoria arrise ai primi ed ebbe come conseguenza la fuga di Clemente VII ad Avignone, mentre il castello di Marino, ove egli si era rifugiato, veniva espugnato da Giacomo Orsini il 2 giugno successivo.

A monte:

Gregorio XI era morto lasciando Roma era in preda a gravissimi torbidi: il Clero francese era intenzionato a riportare la Curia ad Avignone e la Comunità dei Fedeli, decisa a confermare la centralità di Roma, temeva le trame del Primate di Arles e Camerlengo Roberto da Ginevra.

La sera del 7 aprile, ad apertura del Conclave, il corteo episcopale fu accolto dal minaccioso grido lo volemo romano o almanco italiano!.

La scelta, dunque, ricadde sul Vescovo di Bari Bartolomeo de Prignano, ovvero Urbano VI.

Il giorno 8, alla falsa notizia della elezione di un Pontefice romano nella persona del Cardinale Tibaldeschi, il Popolo esultò.

Timoroso della reazione provocata dalla smentita, l’Episcopato vestì da Papa costui; nascose il neoeletto e poi si asserragliò in parte in Castel Sant'Angelo, presidiato da truppe bretoni, e in parte a Zagarolo, Ardea e Vicovaro.

L’inganno fu scoperto il 9 aprile ma, contro ogni diversa previsione, la gente non reagì contentandosi della circostanza che, se non romano, il Primate fosse almeno italiano.

Intanto, si affilarono le armi.

Urbano o Clemente?

Roma o Avignone?

La scelta fu delegata al terreno!

Montoje accampò le truppe nell'area corrispettiva all’odierna Ciampino ma, quando ebbe notizia dell’avanzata di Alberico da Barbiano, ordinò la ritirata verso Marino, governata dal suo sodale Giordano Orsini.

Alberico incalzò stringendo i Bretoni nel vallo sotto le mura del castello locale e ponendo quartiere su Colle Cimino; poi divise la Compagnia in due tronchi e, assunto il comando dell’uno, affidò la responsabilità dell’altro a Galeazzo de' Pepoli.

La legione francese si scompose in tre schiere, rispettivamente guidate da Piero di Sagra, Bernardo de la Salle e Luigi di Montoje.

All’inizio della battaglia, una di esse tentò l’affondo sulla prima linea nemica ma fu respinta dalla Fanteria di seconda linea, supportata da moltissimi Balestrieri: vanificata l’azione di assalto, Alberico annientò i Bretoni seminando morte e prendendo moltissimi prigionieri.

In una manciata di giorni cadde anche Castel Sant’Angelo.

Esultante, Ferdinando Gregorovius avrebbe scritto che per la prima volta le armi nazionali vinsero le compagnie di ladroni stranieri; l’Italia si destò alla fine dal suo letargo, sicché da quella giornata di Marino si può dire che cominci l’era di una nuova milizia italiana e di una nuova arte di guerra

Alberico da Barbiano entrò in Roma e fu accolto con ogni solennità da Urbano VI, che lo omaggiò  di uno stendardo con scritto in caratteri d’oro L’Italia dai barbari liberata.

Marino si arrese nelle stesse ore a Giacomo Orsini il cui padre, Giordano, sostenitore del fronte antipapale, riparò a Torre Astura presso il nipote Onorato Caetani

Anche Clemente VII si dette alla fuga: sconfitto e isolato, fuggì prima a Gaeta e poi a Napoli, presso la Corte della Regina Giovanna ma, espulso dalla Popolazione partenopea, scappò definitivamente in Francia ove godeva dell’appoggio della Corona.

Il concilio di Costanza

Celebratosi dal 5 novembre del 1414 al 22 aprile del 1418 e riconosciuto ecumenico, fu convocato su iniziativa dell’Imperatore e Re dei Romani Sigismondo, per superare il Grande Scisma d’Occidente: vi si ottennero le dimissioni di un Papa; la deposizione dei suoi due rivali e l’esecuzione di Jan Huss.

Gli antefatti: Gregorio XII a Roma, Benedetto XIII ad Avignone e Giovanni XXIII a Pisa reclamavano con pari vigore la propria legittimità quando, nella città lacustre tedesca, con grave pregiudizio per il Corpo episcopale italiano inferiore nel numero, si decise che le votazioni del Primate sarebbero avvenute per Nazioni e non per individui.

La circostanza indusse Giovanni XXIII, che aveva promesso di abdicare se avessero abdicato anche gli altri due sedicenti Pontefici, a fuggire nottetempo.

L’assise portò comunque avanti i lavori e il 6 aprile del 1415 approvò un testo di cinque articoli che, elaborati dal Cardinale Francesco Zabarella, sancivano la superiorità conciliare su quella asserita del Papa: si trattava del decreto Haec Sancta, oggetto di accese discussioni fra Teologi.

Questo santo sinodo di Costanza…, legittimamente riunito nello Spirito santo, essendo concilio generale ed espressione della Chiesa cattolica militante, riceve il proprio potere direttamente dal Cristo e che chiunque di qualunque condizione e dignità, compresa quella papale, è tenuto ad obbedirgli in ciò che riguarda la fede e l'estirpazione dello scisma

Il Primate transfuga fu riportato con forza a Costanza e, il 29 maggio del 1415, fu formalmente deposto per simonia, scandalo e scisma.

Dall’evento derivò la rinuncia della tiara da parte di Gregorio XII, che subordinò il gesto alla pubblica lettura preliminare della Bolla con la quale egli stesso aveva convocato il Concilio.

La richiesta fu accolta.

Parallelamente, manteneva la linea della irremovibilità Benedetto XIII che, nel luglio del 1417, fu deposto e condannato come spergiuro, eretico e scismatico.

Prima di eleggere il nuovo Pontefice, l’Assise varò la riforma della Chiesa non solo negli aspetti che l’avevano resa mondana e che avevano registrato l’insubordinazione del Clero, ma soprattutto nelle questioni costituzionali, cominciando dalla soppressione di gran parte degli elementi di centralizzazione praticati fin dal secolo XII.

L’accordo non fu unanime e solo il 19 ottobre fu approvato il Frequens: un decreto che, revocando alcuni privilegi papali e ribadendo la superiorità del Concilio, ne fissava la convocazione ogni dieci anni.

L’11 novembre la scelta del nuovo Papa ricadde sul Cardinale Oddo Colonna, che scelse di chiamarsi Martino V, ricorrendo nel giorno della sua elezione la ricorrenza del Santo.

Da quel momento egli presiedette ufficialmente la prosecuzione dei lavori e vi centralizzò non solo l’importanza nodale dei due decreti: Haec Santa e Frequens, ma i valori di Pacem, exaltationem et reformationem ecclesiae, ac tranquillitatem populi cristiani

Era una affermazione degli obiettivi conciliari rispetto ai quali parte dell’Episcopato voleva riservare al Sinodo medesimo la designazione del nuovo Pontefice, contro la soluzione di compromesso invece attuata, ovvero l’inserimento nel Conclave di trenta Cardinali di Germania, Inghilterra, Italia, Francia e Spagna

Così, proprio per effetto dei già sanciti princìpi: unionis, reformationis, fidei, si affrontò anche la complessa posizione teologica dei Riformisti Jan Huss e John Wycliff.

Il giudizio su costui si risolse nelle due sessioni del 4 maggio e del 16 luglio del 1415: in esse si dispose la distruzione di tutte le sue opere e, in primis, di due dei suoi elaborati: rispettivamente di quarantacinque e duecentosessanta articoli. Contestualmente, poiché egli fu dichiarato eretico, se ne ordinò la riesumazione e la condanna del cadavere al rogo.

Nella stessa sessione del 6 luglio fu condannato anche Jan Huss, col decreto Quia teste veritate. Gli si ascrisse la colpa di essere un Wicleff redivivus e  le trenta tesi tratte dai suoi scritti gli valsero l’accusa di eresia. Poiché egli rifiutò di ritrattare, gli si comminò la pena del rogo e la si eseguì nella stessa giornata!

In sede di Causa fidei, era stato già condannato anche Girolamo da Praga che, dopo aver ritrattato ed essersi pentito, aveva  ritrattato la ritrattazione.

Anch’egli era stato arso: il 30 maggio del 1416.

Fu poi puntualmente affrontata la problematica della Riforma della Chiesa: nella sessione XL del 30 ottobre del 1417, fu redatto un elenco di diciotto questioni da risolvere, dalla composizione del Collegio cardinalizio alla destituzione del Papa; dai problemi di Simonia alle Finanze e furono approvate, fra le altre, tali disposizioni: revoca delle esenzioni concesse dopo il 1378 e dei benefici ecclesiastici a Persone non consacrate e periodicità delle convocazioni conciliari.

Nella sessione del 19 aprile del 1418 Martino V convocò l’assise di Pavia e, nella ultima seduta: il 22 aprile, approvò tutti i decreti discussi a Costanza, compresi quelli elaborati prima della sua elezione.

Nel 1446 Eugenio IV li avrebbe ratificati.

Di fatto, le querelles interne alla Chiesa spianando la via, una manciata di anni più tardi, alla ribellione di Martin Luther.

Bibliografia