Antologia

Lega di Smalcalda

di Ornella Mariani
Lega di Smalcalda.
Lega di Smalcalda.

Lega di Smalcalda

Fu la grande coalizione difensiva di Principi riformisti del Sacro Romano Impero, sorta il 27 febbraio del 1531 nella turinga Schmalkalden, dalla quale mutuò il nome.

Fondatori ne furono i Riformati Filippo I d’Assia e Giovanni Federico Elettore di Sassonia, che giurarono di prestarsi aiuto se i loro territori fossero stati minacciati dall’Imperatore Carlo V.

Le città imperiali di Anhalt, Brema, Brunswick-Lüneburg, Magdeburgo, Ulma, Mansfeld e Strasburgo ne furono membri originari, ma vi aderirono poi Costanza, Reutlingen, Memmingen, Lindau, Biberach an der Riß, Isny im Allgäu e Lubecca.

I Fatti

Morto Ulrich Zwlingli, alcuni centri della Germania meridionale chiesero il sostegno della Lega, passata dal terreno confessionale a quello politico di solida opposizione anti-asburgica: dal 1532 con essa, che confiscò beni alla Chiesa ed espulse Vescovi e Principi cattolici, sodalizzarono la Baviera, la Francia, la Danimarca, la Svezia e l’Inghilterra, i Duchi del Wuertemberg e di Pomerania.

Nello stesso anno, per prevenire il pericolo da essa espresso, a Norimberga si costituì la Lega Cattolica.

L’attività smarcaldiana entrò in rotta di collisione con l'Impero nel 1542 quando, nella Dieta di Spira, l’Aristocrazia riformata chiese all'Imperatore il riconoscimento ufficiale, ad esso subordinando aiuti militari e finanziari utili al conflitto contro i Turchi; ma le ostilità si aprirono nel 1544 quando, riconciliatosi con Francesco I di Francia, attraverso il Trattato di Crépy, Carlo V pose fine all’alleanza con la Lega sconfiggendola, assieme alle forze papali, nella battaglia di Mühlberg del 24 aprile del 1547.

Il 13 settembre del 1548 le truppe asburgiche entrarono a Costanza, dopo mesi di assedio: la città perse i privilegi e i Capi protestanti furono banditi. Magdeburgo fu invece in grado di resistere finché, nel 1551, non raggiunse un compromesso ratificato da un patto a garanzia della libertà di culto.

Nello stesso periodo anche l'Inghilterra s’infiammava per la contrapposizione fra partigiani pontifici e sostenitori della Chiesa anglicana.

La diffusione della Riforma, dopo la morte di Lutero, divise l'Europa e fu causa di guerre fra le varie Potenze, mentre a Roma il Papa e l’Episcopato tentavano di restaurare la propria autorità attraverso assetti conciliari.

Negli anni successivi tuttavia le truppe imperiali non conseguirono successi e la posizione del Sovrano si fece critica: sconfitto dagli Smalcaldiani e in conflitto con i Turchi, egli subì l’esproprio francese di Metz, Toul e Verdun.

La circostanza, nel 1555, lo indusse a firmare con i ribelli la Pace di Augusta nella quale fu affermato il principio del Cuius regio, eius religio, volendo fissare la coesistenza fra Luteranesimo e Cattolicesimo ma delegandola all’ arbitrio politico: i Principi e le città libere avevano la facoltà di introdurre lo Jus reformandi nel loro territorio, mantenendo il godimento dei diritti degli Stati cattolici interni all’Impero. La Popolazione di confessione diversa da quella del Signore, quale che egli professasse, doveva adattarsi o emigrare.

In origine, i Protestanti avevano chiesto che le tesi della Riforma fossero discusse di fronte ad un'Assemblea, ma Clemente VII si era opposto e quando su sollecitazione imperiale la proposta era stata accolta, erano intervenuti la ostilità di Francesco I e il disinteresse di Enrico VIII.

Con la morte del Papa, nel 1534, e l'elezione di Paolo III, gli equilibri politici avevano subito una svolta definitiva: Alessandro Farnese aveva sostenuto l’esigenza di un Concilio e aveva convocato a Roma prestigiosi Teologi.

La frattura era già insanabile e si era aggravata per effetto della definitiva rottura inglese con Roma: Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, cugina di Carlo V, con una dispensa di Giulio II, poiché ella era vedova di Arturo, fratello del consorte. Le nozze erano state rese possibili dalla mancata consumazione delle prime e la circostanza era stata argomento di conflitto morale e giuridico, quando il Re si era innamorato della Cortigiana Anna Bolena e aveva chiesto l'annullamento del vincolo con Caterina. Lo aveva ottenuto minacciando di limitare il potere della Chiesa romana sulle isole britanniche.

Il ruolo esercitato dalla Bolena era stato cruciale per la rottura di Enrico VIII con la Curia di Roma: consegnato il potere politico all’iconoclasta Thomas Cromwell e affidata l'autorità religiosa al Teologo Thomas Cranmer, amico di Melantone e artefice della costituzione della Chiesa Anglicana, egli aveva riformato il Paese; soppresso i monasteri; revocato la giurisdizione papale sul Clero inglese e si era posto a Capo della neocostituita Chiesa Anglicana, perseguitando i Cattolici.

Parallelamente, sul continente i contrasti religiosi erano sfociati in guerra aperta, mentre Paolo III tentava di convocare un Concilio: prima nel1536 aMantova, il cui Duca si oppose; poi a Vicenza, nel 1538.

L'opposizione era stata espressa da Francesco I e, dopo l’incontro a Nizza col Papa, si era deciso di posticipare la convocazione dell'Assemblea finché non si fosse raggiunto un accordo con i Principi luterani; ma l’indifferibilità di una assise conciliare era emersa nell’incontro con Carlo V a Lucca, nel settembre del 1541. L’Imperatore l’avrebbe voluta a Vicenza, ma Venezia si era pronunciata contro; il Cardinale Contarini aveva ipotizzato Mantova, ma sarebbero trascorsi anni, prima della riunione, soprattutto per le manovre sotterranee francesi e per la opposizione dei Protestanti con i quale la Curia romana cercava disperatamente accordi.

Privo di scrupoli, Francesco I mirava a scomporre gli equilibri geopolitici a proprio vantaggio e in danno di Carlo V, fino a venire a patti con i Turchi, cui aveva posto a disposizione supporti per la campagna balcanica e fino a mandare Legati alla Corte dell’arabo Barbarossa, incontrastato padrone del Mediterraneo e nemico giurato dei Genovesi.

In definitiva, pur ostile alla Riforma, Francesco I aspirava a dividere i Principi: ostacolando la soluzione del problema religioso, avrebbe ostacolato il rivale. Tuttavia, anche a Carlo V le contrapposizioni fra Grandi Feudatari e Elettori protestanti erano utili: il fronte luterano era spaccato da questioni di natura teologica e politica e da vicende personali, come quelle che impegnarono Filippo d'Assia e il Principe Giovanni Federico di Sassonia.

In questo clima, pur avendo promesso concessioni ai Riformisti nella Dieta di Spira del1544, l'Imperatore si era preparato alla guerra; ma i Francesi avevano accettato la pace a Crespy il 17 settembre del 1544 e Cristiano III di Danimarca era uscito dall’alleanza quando, indifferenti alle sue richieste di aiuto, i Principi tedeschi avevano accolto l'Elettore Palatino pretendente proprio al trono di quel Sovrano.

Consapevole dei preparativi bellici di Carlo, i membri della Lega di Smalcalda si erano riuniti a Francoforte per riconciliare Filippo d'Assia e Giovanni Federico di Sassonia e per reperire fondi utili all’imminente conflitto.

Carlo V contava sull'aiuto di Paolo III: dodicimila Soldati, cinquecento Cavalieri, un prestito di duecentomila corone e metà dei benefici ecclesiastici spagnoli di un anno.

Nel giugno del 1546 i Principi tedeschi si erano riuniti a Ratisbona per trovare una soluzione alterativa alla guerra, sembrandogli esose le pretese papali; ma la Baviera, che fino ad allora aveva parteggiato per i Luterani, il 9 giugno, ratificò l'accordo con la Curia romana e il Riformato Maurizio di Sassonia, nel timore di perdere il trono, aveva barattato la propria fedeltà alla Lega col  privilegio elettorale sottratto al cugino Giovanni Federico.

Anche l'Imperatore aveva dovuto scendere a patti e, malgrado la Dieta di Ratisbona si fosse risolta in un suo formidabile successo diplomatico, era di fatto caduto il principio di sottomissione all'autorità della Chiesa.

Le tensioni erano ancora vive e fra i Teologi il dibattito aveva assunto toni drammatici: il 24 maggio del 1546, Carlo V aveva rivelato alla sorella Maria l’intenzione di risolvere la questione con le armi.

Cominciava la guerra che tutti temevano, ma che tutti attendevano.

L’auspicato Concilio, nel quale ciascuno vedeva la possibile fine di ogni contrasto, era stato ufficialmente proclamato da Paolo III il 19 novembre del 1544, con la bolla Laetare Hierusalem, ma i Protestanti lo avevano disconosciuto fin dalla prima convocazione, regolata dalle disposizioni di Trento il 15 marzo del 1545: erano stati invitati a presiedere l'Assemblea, in qualità di Legati, i Cardinali Giovanni Del Monte, Marcello Cervini e Reginald Pole, ma l'apertura dei lavori era stata rinviata al 13 dicembre, per l'assenza di un gran numero di Partecipanti.

Per rimarcare la difesa dei dogmi cattolici, Del Monte aveva celebrato la Messa dello Spirito Santo e aveva fissato la seconda sessione al 7 gennaio del 1546, ma la concitazione s’era fatta insostenibile: Carlo V era stato condizionato dall'opposizione dei Principi e dalla ostilità dell'Aristocrazia minore tedesca e delle città.

I Luterani non avevano potuto, tuttavia, contare sull'appoggio delle Province meridionali né della neutrale Svizzera: solo Enrico VIII si era dichiarato solidale, comunque tergiversando fino all’ultimo.

Più deciso era stato l’intervento del Papa che, fatta della guerra una crociata, aveva promesso l'indulgenza plenaria a chiunque avesse contrastato l'eresia. La Lega di Smalcalda, pur militarmente superiore alle eterogenee forze imperiali arruolate in Italia, Spagna e Olanda, non aveva saputo soverchiare Carlo: il Generale Schaertlin, a capo delle forze di Ulm e Augusta, aveva proposto di scendere rapidamente verso Sud; occupare i passi alpini e, una volta impedito ai Mercenari italo/spagnoli di raggiungere l’Imperatore, assestare anche ai partigiani del Papa il colpo finale. Diverso era stato il parere dei Principi che avevano rincorso ancora una soluzione diplomatica.

Il ritardo col quale si erano mossi i Luterani, forti di cinquantamila Fanti e settemila Cavalieri, era stato sfruttato da Carlo V che, riunitosi all’Armata olandese di van Buren il 17 settembre a Ingolstadt, aveva organizzato l’offensiva. Parallelamente, Maurizio di Sassonia era intervenuto a sostegno dei Cattolici, attaccando il cugino Giovanni Federico.

Poche settimane dopo, le truppe luterane nella Germania meridionale avevano battuto in ritirata, lasciandosi alle spalle una esigua retroguardia; le città protestanti del Sud si erano arrese, previa garanzia della libertà religiosa, e nel gennaio del 1547 anche Strasburgo si era piegata all'autorità imperiale.

Il conflitto era restato acceso in Nord/Est, ma Carlo V aveva restaurato già la fede cattolica a Colonia, ove il Primate riformato Hermann von Wied aveva rinunciato alla carica.

In Sassonia la situazione s’era fatta critica per Maurizio, alleato dell’Impero: Giovanni Federico era rientrato in possesso dei suoi originari domini, ma Carlo gli aveva inflitto gravi perdite nella battaglia di Muehlberg.

Il 1° settembre del 1547, ad Augusta e alla presenza dell’Imperatore, i Principi tedeschi avevano fatto atto di sottomissione; ma erano, intanto, insorte frizioni fra Paolo III e il Sovrano cui era stato chiaro che il Papa non aveva intenzione di riformare la Chiesa. Alle sue proteste, il Pontefice aveva opposto il trasferimento del Concilio da Trento a Bologna, ma egli aveva fatto dichiarare ai suoi Legati Vargas e Velasco che gli atti approvati in quella sede sarebbero stati considerati nulli.

Nel 1548, pur restìo a rompere con la Chiesa, l’Imperatore non si era astenuto dal diritto a convocare un’Assemblea che discutesse i principi della fede cristiana. Essa aveva accolto diversi punti, fra cui il celibato del Clero e la comunione con il calice anche per i Laici, apertamente ostili alle posizioni cattoliche. Il Concilio, dal canto suo, aveva deliberato che i fondamenti teologici e dottrinali erano affermati nella Bibbia e negli altri testi della tradizione, così come nelle bolle papali. A Trento, e poi a Bologna, aveva trovato conferma anche l'interpretazione dei Sacramenti riconosciuta dalla Curia romana, mentre si era deciso di rinviare la discussione sul dogma della verginità della Madonna.

I lavori dei Concili sostenuti da Carlo V e Paolo III erano quindi giunti a conclusioni diverse e distanti: mentre in Germania la pace era parsa solo transitoria, incapace di trovare un’intesa con l'Imperatore il Papa aveva convocato a Roma l’Episcopato riunito a Bologna e sospeso il 13 settembre del 1549 le attività del Concilio.

Il 10 novembre, Paolo III s’era spento.

Gli era successo il Legato Giovanni Del Monte che, assunto il nome di Giulio III, aveva ripreso i negoziati con l’Imperatore e riconvocato l'Assise ancora in sede tridentina, promulgando, il 14 novembre del 1550, la bolla Quum ad tollenda e chiamando a presiederla il Cardinale Marcello Crescenzio, l'arciVescovo Sebastiano Pighino di Siponto e il Vescovo Aloisio Lipomanni.

Enrico VIII era morto tre anni prima e sul trono d'Inghilterra s’era assiso Edoardo VI.

Anche Francesco I era deceduto e il successore Enrico II aveva deciso di partecipare alle sedute conciliari.

Le riunioni s’erano tenute a ritmo serrato, ma senza conclusioni significative: nella tredicesima sessione, l'11 ottobre del 1551, era stato promulgato il decreto riguardante l'Eucarestia, in otto capitoli e undici canoni, accompagnato da atti di minore importanza a regolamentazione della somministrazione della Comunione nelle due forme, e nel caso dei bambini.

Il 25 novembre era stato configurato il Sacramento della Penitenza e tre capitoli erano stati dedicati all'Estrema Unzione.

Se nessuna concessione dogmatica era stata fatta ai Protestanti, essi avevano comunque avuto un salvacondotto e, a partire dal gennaio del 1552, si era cercato più volte un nuovo accordo. L’ottimismo era svanito quando, nella sedicesima sessione, il Concilio era stato sospeso per la ripresa delle ostilità in Germania: Maurizio di Sassonia aveva attaccato Carlo V, ma il conflitto aveva chiamato in causa Enrico II di Francia, solidale con i Principi tedeschi. Costoro avevano ripreso l'antica alleanza contro l'Imperatore per il quale gli equilibri internazionali erano assai sfavorevoli, rispetto agli anni precedenti: i Turchi erano avanzati ancora nei Balcani e i Francesi erano risultati vittoriosi in Italia.

Carlo V era ricorso ancora una volta alla diplomazia: rilasciato Giovanni Federico di Sassonia con la promessa di riconsegnarli il trono e riuniti attorno a sé alcuni Principi, aveva accettato una pace non del tutto vantaggiosa, a causa della arrendevolezza degli Alleati. Il trattato era stato ratificato a Passau nello stesso 1552, ma gli scontri sarebbero durati ancora due anni.

Lo scopo dei Principi riformati era consistito del tentativo di impedire che l'Imperatore designasse alla successione il figlio Ferdinando.

Di fatto, egli aveva abdicato fra l'estate del 1554 e il 1556, indicando erede proprio costui che aveva convocato una nuova Dieta ad Augusta per ripianare la querelle religiosa.

La era stata raggiunta con un accordo del 5 settembre del 1555: aveva confermato le intese di Passau e consentito ai territori riformati di mantenere il proprio culto. Si era affermato, inoltre, il principio per cui i sudditi avrebbero dovuto accettare la confessione dei Sovrani locali.

In quello stesso anno era morto Giulio III, cui era succeduto per un pontificato di soli ventidue giorni Marcello II. Era stato, allora, eletto Paolo IV: deciso a portare avanti le riforme ecclesiali, senza ricorrere al Concilio.

Egli s’era spento nel 1559 e era stato poi Pio IV a riconvocare il Concilio sospeso sette anni prima. Attraverso il nipote Carlo Borromeo, Primate di Milano, egli aveva portato a termine i lavori del Concilio affermandone i principi nella tradizione ecclesiastica dei secoli a venire.

L’Assemblea, convocata con la Bolla Ad ecclesiae regimen del 29 novembre 1560, si era riunita a Trento nella Pasqua del 1561.

Malgrado gli sforzi della diplomazia papale, i Riformati non avevano receduto dalle proprie posizioni: con la diciottesima sessione, del 25 febbraio del 1562, erano stati approvati il salvacondotto per alcuni Luterani e la pubblicazione di un decreto in cui era inserita una lista di libri proibiti, nota come l'Indice; ma nelle sedute successive i Dogmi e i Sacramenti del Credo cattolico, attentamente vagliati, erano stati posti nella forma che è quella attuale.

La sessione finale: la venticinquesima, era durata dal 3 al 4 dicembre del 1563. Ad essa, chiuso il Concilio, aveva fatto seguito una serie di decreti che avevano portato alla preparazione del Messale, del Breviario, del Catechismo e dell'Indice.

Pio IV li aveva ratificati con i principi definiti a Trento, il 26 gennaio 1564 con la Bolla Benedictus Deus: la Chiesa aveva restaurato la propria autorità, ma la Riforma aveva aperto un varco profondo e definitivo.

Bibliografia