Donne nella Storia

Cornèr Caterina

di Ornella Mariani
Ritratto di Tiziano
Ritratto di Tiziano

Divisa fra lealtà familiare ed ambizioni politiche, la bellissima Caterina Cornèr fu figura di spicco e di fascino del XV secolo ed impegnò la scena politica mediterranea nella fase di maggiore espansionismo turco.
Settima di sei figlie: Violante, Cornelia, Regina, Bianca, Zilia, Agnese, venne al mondo il 25 novembre del 1454 nel palazzo gotico di proprietà a San Cassiano, in riva al Canal Grande da Marco Cornèr e Fiorenza Crispo, diretta discendente dell’Imperatore di Trebisonda Giovanni IV Comneno. Era il giorno di Santa Caterina d'Alessandria, ma quel nome era già nella tradizione della casata: Caterina s’erano chiamate la nonna paterna e la bisnonna.
Educata nel monastero delle Benedettine di San Benedetto Vecchio a Padova fino all'età di quattordici anni, fu promessa per nozze di Stato a Jacques II di Lusignan Re di Cipro.
La sua storia era cominciata nel 1456, quando il padre e lo zio Andrea, titolari a Cipro di congrue attività economiche derivate dalla coltivazione intensiva di canna da zucchero, grano, lino e canapa, vi furono confinati dopo essere stati variamente processati dal  Consiglio dei Dieci. In un biennio, essi acquisirono sul territorio enorme potenza, fino a ritagliarsi un ruolo nella delicata questione successoria locale, prendendo partito per Jacques II contro gli interessi della legittima erede Carlotta e fino a garantire una corona a Caterina: il matrimonio per lei progettato, consegnandola ad un tragico destino, aprì una torbida stagione politica che segnò per sempre la sua esistenza e quella dei suoi sudditi, le vicende economiche della Serenissima, gli equilibri del Mediterraneo. 
Il Sovrano cipriota, che col sostegno dei Mamelucchi egiziani, aveva usurpato la corona alla sorellastra, unica figlia legittima di Jean II, aveva chiesto il sostegno di molte potenze italiane, offrendo se stesso e il proprio Regno come bastione contro l'espansionismo turco.
La strategica posizione geografica dell’isola fu vagliata dalla Repubblica veneziana, presso la quale l’Ambasciatore e Primate di Cipro Guglielmo Gonem si recò a chiedere la mano di una Nobildonna veneta, onde rafforzare l’alleanza fra i due Stati e assicurare sicurezza al vacillante trono.
Le locali Magistrature opposero alla proposta una linea di cauta prudenza, ma l’aspirazione al possesso dell’area divenne una salda priorità; sicché, valutate le proprie esigenze in Levante, il Senato accolse di buon grado le nozze di Jacques II con la figlia del Kavalier Marco Cornèr il cui fratello Andrea, nel frattempo, era diventato Auditore del Regno.  
Nel 1468 Caterina fu preparata al matrimonio: ritenuto irrilevante il suo consenso, il contratto nuziale divenne una Ragione di Stato che, testimoni a vario titolo Filippo Mistahel ed il Doge Cristoforo Moro, riassumeva interessi politici, economici e dinastici e storicizzava la convenienza dei Cornèr, cui una figlia Regina conferiva una posizione di altissimo privilegio sociale; la convenienza del Lusignan, la cui Corona era fortemente indebitata con la famiglia con cui andava ad imparentarsi; la convenienza della Repubblica, che già pensava ai propri traffici competitivi con Genova.
Il fidanzamento fu formalizzato ai primi di luglio di quell’anno quando ai parenti della futura sposa furono riconosciuti diritti e privilegi su Famagosta e Cerines e a Caterina attribuito dal Senato l’appellativo di Figlia adottiva della Repubblica: onore mai prima di allora tributato ad una donna.
Le nozze furono officiate per procura in San Marco il 10 dello stesso mese: Il Legato Pietro Podocataro rappresentò lo sposo e per lui incassò la dote coniugale ammontante a centomila ducati. Si trattava di un’inattesa fortuna: i Lusignan avevano aperto la esposizione debitoria con i Cornèr già un secolo prima, con sessantamila ducati prestati da Federico a Pietro I. Tuttavia, lungi dal chiamare la moglie a Cipro, dopo avere avviato una politica di larghe intese con la fazione catalana, che teneva a conservare l’importanza acquisita per i servigi resi durante la conquista del Regno, e con Ferdinando di Napoli, ostile alla Serenissima, Jacques II valutò addirittura la possibilità di passare a nuove nozze con la figlia naturale di costui. Solo la minaccia di un’invasione turca ed il secco ammonimento del Senato veneto, che in quel proposito lesse un affronto alla propria dignità, indusse il Re a definire un trattato d’alleanza nell'ottobre del 1469: in virtù di esso ed in considerazione della vetusta et mutua amicitia che lo legava ai Veneziani e della affinitate nuper contracta, nell'estate del 1472 un’Ambasceria cipriota venne a prendere Caterina, la cui scorta fu affidata il 19 settembre dal Doge Nicolò Tron al Capitano Generale da Mar Andrea Bragadin.
Non si trattava di un atto di cortesia: attraverso il corteo di quattro galee ancorate nella rada di San Niccolò del Lido e contigue alle tre imbarcazioni reali venute ad accogliere la futura Regina ed i suoi genitori, la Serenissima mandava un primo monito ai Turchi, già presenti nell’area marittima dei Dardanelli.
Il 27 del mese, centinaia di imbarcazioni addobbate a festa salutarono la diciottenne Caterina, che prese posto sulla galea del Comandante Girolamo Diedo: le sette galee spiegarono le vele verso Cipro e, dopo un mese di navigazione, approdarono a Famagosta ove erano attese dal Sovrano, dal Primate di Nicosia, dai Catalani di Corte, dai Notabili e dai Comandanti delle fortezze.
Nel corso della celebrazione del matrimonio ufficiale, avvenuta nella cattedrale gotica locale, la Cornèr fu incoronata Sovrana di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia, ovvero di un Regno creato durante la terza crociata da un gruppo di avventurieri francesi estratti dalla Nobiltà cadetta del Poitou; straziato dalla siccità, dai terremoti, dalla malaria e da cicliche invasioni di locuste; avvelenato da un clima di congiure e contrapposizioni successorie.
L’impatto della sposa con la realtà fu durissimo: il marito era rozzo, libertino e incline solo alla caccia e al vino, diviso con Catalani, Pugliesi, Napoletani e Siciliani a lei ostili; nel Palazzo reale di Nicosia vivevano i tre suoi illegittimi: Eugenio, Giovanni e Zarla; la Regina/ madre Marietta di Patrasso¹ era perfida e ambiziosa; la reggia era occupata da una serie di Spie di tutta Europa, tese ad assumere il controllo dell’isola in funzione antiturca.
A compenso di tanto, ella trovò solo l’affettuoso appoggio dello zio Andrea e dei cugini Bembo e Contarini.
In quel periodo, il Sovrano meditava di coniugare la figlia col figlio illegittimo del Re di Napoli; ma la Serenissima ed il Duca Galeazzo Sforza, amico della usurpata Carlotta, esercitarono minacciose pressioni sulla Corte partenopea per sventare il sodalizio.
Ai primissimi di luglio del 1473, Jacques ebbe un malore durante una battuta di caccia: Caterina era incinta. Andrea Cornèr e Marco Bembo la accompagnarono a Famagosta ove, nella notte tra il 6 ed il 7 del mese, il Re si spense trentatreenne alimentando voci insistenti di un avvelenamento disposto dalla Repubblica veneta, per impadronirsi dell’isola.
Prima di esalare l'ultimo respiro, alla presenza dei Dignitari e dei Notai di Corte, egli aveva investito la moglie della reggenza per il nascituro e stabilito che, se si fosse trattato di una femmina, ella sarebbe stata preceduta nella linea ereditaria dai fratelli bastardi.
Si insediò, allora, un Consiglio di Corte composto dai membri delle varie tendenze, da Andrea Cornèr, dai Conti di Rocas e di Zaffo, dal Ciambellano Rizzo di Marino e dal Connestabile Pietro Davila. L’uomo forte del governo fu, tuttavia, proprio lo zio di Caterina, in danno del quale si scatenarono invidie e rivalità.
Ella, intanto, fissò residenza a Famagosta e, nella cornice di scontri e complotti, all’alba del 28 agosto mise al mondo Giacomo III, detto Zago.
Nella stessa giornata attraccò sull’isola Pietro Mocenigo, alla testa della potente Flotta: il  Senato della Repubblica marinara aveva di fatto assunto il controllo del territorio. Tuttavia, il 10 novembre la leggerezza del Capitano Generale consentì a due galee partenopee di forzare lo sbarramento di Limassol e a due Legati della Corte di Napoli di raggiungere Caterina, cui simularono di chiedere il consenso alle nozze fra Zarla di Lusignan e Alfonso d'Aragona. A fronte dello scontato diniego, ispirati da Marietta di Patrasso che gliene aveva preparato il retroterra, essi sollevarono la sanguinosa rivolta della notte tra il 13 e il 14 di quel 1473: bande capeggiate dal Primate Luigi Fabricies e da Rizzo di Marino, decisi ad insediare la legittima Carlotta ed a favorire quelle nozze, costringendo di fatto la Reggente a rinunciare ai diritti propri e del suo erede, riempirono le vie della città di insulti antiveneziane; sfondarono le porte del Palazzo; entrarono negli appartamenti reali; fecero a pezzi Paolo Zappa di Nicosia e il Medico di Corte; assassinarono Andrea Cornèr ed il nipote Marco Bembo, accorsi in difesa di Caterina; s’impadronirono del tesoro regio e rapirono l’erede al trono, affidandolo alla nonna paterna.
L’insurrezione fallì ma, per eludere le responsabilità del massacro, gli insorti obbligarono la Reggente ad accusarne presso il Senato della Repubblica i propri congiunti, colpevoli di aver mancato di pagare il soldo alle truppe.
Timoroso della rappresaglia veneziana, però, il fronte dei cospiratori si spaccò nei Falchi di Rizzo di Marino e nelle Colombe del moderato Filippo Podocataro che si recò a Venezia per ripianare la situazione e sostenere che il Cornèr ed il Bembo erano stati uccisi da soldati ubriachi. La versione fu accompagnata dalla proposta di un matrimonio conciliatore fra una delle sorelle di Caterina ed Eugenio: il maggiore degli illegittimi di Jacques II.
Il Senato replicò incaricando Mocenigo, di stanza a Modone, di restaurare l'ordine in una Cipro divenuta una polveriera e di arrestare i Nobili al soldo del Re di Napoli e del Duca di Savoia. La notizia dell’imminente arrivo della Flotta veneta gettò l’isola nel panico: il 23 novembre dieci galee comandate dal Provveditore Vettor Soranzo bloccarono il porto di Famagosta. I Catalani restituirono immediatamente il figlio a Caterina e le chiesero per amor di pace di partecipare ad una processione comune, dal palazzo reale alla chiesa del Carmine. Soranzo non si lasciò ingannare: nella notte del 31 dicembre, mentre in città si festeggiava San Silvestro e le truppe ribelli avevano abbassato la guardia, fece sbarcare settecento uomini; prese sotto protezione la Regina ed occupò la città assumendo il controllo dell’intera isola entro l’alba.
Rizzo di Marino e l'arciVescovo Fabricies fuggirono a Rodi con i sessantamila ducati del tesoro della Corona ma, tranne la grazia accordata al Connestabile Giovanni Davila, gli altri furono tutti impiccati.
Eletta la propria dimora nel palazzo reale, il Provveditore sostituì il Personale e la Guardia con Veneziani di sicura fedeltà: l’ordine era stato restaurato e, al mattino del 3 febbraio del 1474, sul mare cipriota sventolarono i gonfaloni rossi ed oro con il Leone di San Marco.
Caterina era già Regina solo nominale, benchè presiedesse l'Assemblea dei Consiglieri di Corte; recuperasse il controllo della pubblica amministrazione ed assegnasse ad amici e parenti i feudi e le terre confiscate o abbandonate dai Catalani traditori: ella era ben consapevole che il potere le derivava non dalla propria autorevolezza, quanto dalla presenza armata della Repubblica il cui Senato esigeva d’essere informato su ogni suo atto. Di più: nel giugno del 1474 nell’organismo consiliare entrarono Alvise Gabriel, Francesco Minio e Giovanni Soranzo.
Venezia aveva di fatto assunto il controllo dell’isola e delegittimato la Corona.
Il 26 agosto, ad un anno di vita, di malaria si spense anche il piccolo Zago: il lutto indebolì ulteriormente il ruolo istituzionale della Sovrana che si trasferì a Nicosia il 26 aprile successivo; ma anche nella nuova sede non mancarono intrighi e congiure: riconoscendo ruolo politico ai Consiglieri e concedendo a Marco Cornèr solo l’espressione di pareri senza diritto di voto, il Governo veneto regolò anche le spese di mantenimento della Regina assegnandole una rendita di ottomila ducati annui, a carico delle casse del Regno.
La sua vedovanza, intanto, suscitò l’interesse di vari pretendenti e, in particolare, del patrizio Marco Venier che, durante la congiura di Famagosta del novembre del 1473, si era precipitato da Candia in soccorso della Corona con una cinquantina di Balestrieri armati a proprie spese: non solo fu respinto come aspirante alla sua mano, ma neppure fu premiato con la concessione di un feudo sicché, deluso, tornò nella sua isola; vendette beni per pagare i Soldati impegnati e trasformò il suo amore in smania di vendetta. Preso contatto con gli scontenti ciprioti, con Ferdinando d'Aragona e con l'irriducibile Carlotta, infatti, si impegnò ad assassinare Caterina in cambio dell’assegnazione del castello di Cerines.
Scoperto, fu processato e giustiziato nell’aprile del 1479.
In quello stesso anno la coppia Cornèr lasciò Cipro e rientrò a Venezia ove Marco si spense il 6 di settembre.
La Sovrana era sola, ma la caduta di Scutari nel 1479; il massacro ottomano di Otranto nel 1480; le scorrerie in Friuli; l'assedio di Rodi e le duemilacinquecento persone fatte a pezzi sotto le mura della città dei Cavalieri; le taglie pagate dai Dogi per ogni testa mora mozzata, la turbarono relativamente: ella era troppo impegnata a parare cospirazioni ed attacchi interni: nell’ottobre del 1488 fu scoperta e sventata un'altra congiura catalana.
Il 22 febbraio, il Consiglio dei Dieci con una nota riservata ordinò al Capitano Generale Francesco Priuli di convincerla a lasciare il trono e a tornare in patria: quando ella vi fosse arrivata, nella prima seduta del Maggior Consiglio si sarebbe proceduto alla nomina di un Duca e di un Capitano per il controllo del territorio. Se si fosse rifiutata, sarebbe stata defraudata di ogni titolo e privilegio e trattata anche processualmente come ribelle. Al Sultano d'Egitto la sostituzione della bandiera cipriota con quella di San Marco sarebbe stata spiegata come esigenza di difendere l’area dal comune nemico turco. Tuttavia, la decisione fu temporaneamente congelata e, sulla ipotesi dell’annessione di Cipro, tra la fine di ottobre e i primi di novembre del 1488 il Consiglio dei Dieci si riunì più volte, escludendo Giovanni Contarini e Niccolò Mocenigo, parenti stretti della Sovrana.
Bisognava persuaderla ad abdicare.
L’incarico fu dato al fratello Giorgio, sposato ad Elisabetta Morosini: sarebbe partito il 7 novembre, a bordo di una galea di Stato, mentre il Principe egiziano sarebbe stato informato della vicenda con una lettera autografa di Caterina. La Flotta veneziana già sorvegliava l'isola e le sue fortezze ed alla infelice Regina restava solo la possibilità di trasferirsi a Rodi e di porsi sotto la protezione dei Cavalieri di San Giovanni, ovvero del Papa. Di fatto, ella era già rassegnata alla trasformazione graduale di Cipro da Regno indipendente a possedimento della Serenissima.
Nel biennio dal 1487 al 1489, i Sultani di Costantinopoli e d'Egitto si armarono: la Repubblica ordinò al Capitano Generale da Mar Melchiorre Trevisan di raggiungere Cipro con truppe di rincalzo e parallelamente incaricò l'Ambasciatore Antonio Ferro di valutare le intenzioni di Baiazet II e di chiedere condizioni amichevoli per Venezia, in caso di conflitto. Tuttavia, forte anche della circostanza che, nel trattato stipulato nel 1482 col Basileus bizantino erano stati inclusi i presenti possedimenti ma anche quelli che in futuro fossero diventati di proprietà della Repubblica, il Senato decise di passare a vie di fatto: all'alba del 24 gennaio del 1489 comandata da Francesco Priuli, che da Modone aveva mantenuto il saldo controllo dell’are aegea, nel porto di Famagosta attraccò la Flotta in assetto di guerra. A bordo dell’Ammiraglia c’era Giorgio Corner, alle cui pressioni l’adorata sorella non poté opporsi: i Turchi avevano in programma di invadere l’isola e di condurne la Regina in schiavitù a Costantinopoli.  
Non sarebbe stato più saggio donare il proprio Regno alla patria, che ne avrebbe difeso l’autonomia premiando l’atto di responsabile generosità politica?
Cipro era la realtà mediterranea più vicina a Istanbul e più legata a Venezia che, minacciata nei suoi interessi dall'avanzata ottomana, non rinunciava all’occasione di impadronirsi di un Regno prospero di attività e di scambi, nel quale ella aveva comunque migliorato i sistemi di irrigazione; promosso importanti riforme agrarie; provveduto alla manutenzione delle canalizzazioni delle saline; disposto il controllo delle rendite delle raffinerie di zucchero; fatto costruire molti monasteri e curato gli indigenti con periodiche distribuzioni di denaro.
La decisione di abdicare impegnò un mese: la funzione si sarebbe svolta a Famagosta ove ella alloggiò nel palazzo Lusignan.
In quei giorni tormentati, forse rivisitò i momenti più duri della sua vita: dalla morte del coniuge alla rivolta dei Catalani; dall’assassinio dello zio e del Bembo al decesso del figlio.
Di fatto, la Ragion di Stato prevalse su ogni altra emozione e sul forte legame affettivo con i sudditi: il 26 di febbraio, alla presenza del Clero e della Nobiltà, Caterina Cornèr ascoltò la Messa nella cappella reale; assistette alla benedizione della bandiera, che pose nelle mani del Capitano Generale simboleggiandone la consegna; sotto il rullìo dei tamburi e lo squillare delle trombe, vide alzare il vessillo della Serenissima sulla piazza principale di Famagosta. Dopo duecentonavantasei anni, lo stemma dei Lusignan con il leone e la croce di Gerusalemme, faceva posto al Leone di San Marco e dopo sedici anni di alterne fortune e di vacillante governo, il 14 marzo del 1489, accompagnata da un piccolo seguito: il Medico tedesco Giovanni Sigismondo, il Segretario Francesco Timideo detto Hurzio, il Cappellano Davide Lamberti, in lacrime ella lasciò Cipro.
S’imbarcò sulla Dalmatina ma, a causa dei danni prodotti da una violenta burrasca, passò sulla Tragurina, che trasportava anche parte dei suoi beni. Prima di partire, rigorosamente vestita di nero era andata a pregare sulle tombe di Jacques e di Zago.
All'alba del 5 giugno del 1489 toccò terra veneziana davanti al monastero di San Niccolò del Lido, donde era partita oltre tre lustri avanti per andare ad assumere quel ruolo che le era stato sottratto.
Al mattino successivo il Doge e la Signoria la accolsero con ipocriti onori facendole posto sul Bucintoro: un imponente corteo sfilò in direzione di San Marco, sotto il suono delle campane ed i colpi di salve delle artiglierie.
In basilica si celebrò un solenne pontificale, a margine del quale ella reiterò la volontà di donare il suo Regno a Venezia: il Doge la autorizzò a mantenere il titolo di Reina de Jerusalem Cypri et Armeniae e conferì a Giorgio Cornèr il prestigiosissimo Cavalierato della  Stola d'oro. Più tardi, Caterina si recò nel palazzo del Duca di Ferrara dove fu festeggiata per tre giorni, trascorsi i quali tornò nella residenza familiare di San Cassiano. Suo fratello, intanto, otteneva anche l'investitura di ben quattordici casali ed il titolo di Priore di Cipro.
Il 20 giugno 1489, il Doge Agostino Barbarigo le concesse la Signoria di Asolo, nella Marca trevigiana, ed una rendita annua di ottomila ducati. In cambio, ella avrebbe dovuto rispettare le rigide regole della Repubblica, significando che disponeva di un potere solo nominale e che era stata di fatto confinata in un dorato esilio.
Giunta nella nuova residenza, vi fu ricevuta dal Giureconsulto Taddeo Bovolino e dal Notaio Gerolamo Colbertaldo ed omaggiata da Podestà Girolamo Contarini e dagli insigni Bartolomeo e Adamo Colbertaldo. Le cronache coeve assumono che ben oltre quattromila persone la salutarono prima che si ritirasse nel medievale e modesto Palazzo Pretorio.
Fattasi costruire una adeguata sede ad Altivole: il Barco, dalla fine del 1493 Caterina tenne Corte; ospitò Artisti e Letterati di fama; si dette a congrue attività di beneficenza, fino ad istituire un Monte di Pietà a sollievo degli indigenti; favorì il Teatro classico; si circondò di importanti esponenti del mondo politico e culturale: Pandolfo Malatesta, Guidobaldo ed Elisabetta d'Urbino, Eleonora d'Aragona ed Ercole di Ferrara, Isabella d'Este e Beatrice Sforza, Pietro Bembo, Andrea Palladio, Vinzenzo Scamozzi, Luigi da Porto, Andrea Navagero, Lorenzo Lotto, Gerolamo da Treviso, Jacopo Sansovino, Giovambattista Cima e il giovanissimo Giorgione che, tra il 1504 e il 1505, avrebbe realizzato la Pala della Madonna in trono con il Bambino tra i santi Liberale e Francesco mentre Lorenzo Lotto avrebbe dipinto la tavola dell'Assunzione della Vergine tra i Santi Antonio abate e Lodovico da Tolosa. In quegli anni fece realizzare il Fonte battesimale nel Duomo da Francesco Grazioli; la Pala della chiesa di San Martino da Andrea da Murano; la fontana di Crespignaga ed ordinò restauri e nuove costruzioni affidandone la cura all’asolano Pietro Lugato.
Verso i trentasette anni, prese a soffrire di attacchi di febbre e da un mal colico frequente, forse sintomatico di una malaria contratta a Famagosta. Il Medico Francesco Tiraboschi le suggerì i bagni termali di Abano nel maggio di quell’anno.
Giorgio era intanto diventato Podestà di Brescia
Nel 1505 una grave carestia si abbatté sulla Marca: Caterina persuase i Mercanti ciprioti all’invìo di carichi di grano e trascorse il suo ultimo anno da Signora di Asolo con la carrozza reale sempre pronta a coprire la distanza fino a Marghera: quando, il 7 giugno del 1509, i vessilli di Massimiliano d’Asburgo furono issati sulle torri merlate del suo castello, ella aveva già raggiunto Venezia e il 21 luglio la Popolazione si sollevò contro gli Occupanti che si ritirarono in ottobre, facendo spazio a regolamenti di conti ed esecuzioni sommarie in danno di quanti avevano collaborato col nemico.
L’ex Sovrana rientrò in zona ma, nominato Podestà di Asolo Antonio Venier, si rifugiò di nuovo a Venezia per l’imminente ritorno dell’Imperatore. L’accompagnava ancora l’affetto dei sudditi ciprioti e si vuole che, mai rassegnatasi alla perdita della corona, ella avesse spedito nell’isola un certo Antonio Rosso con l’incarico di sondare la possibilità di una rivolta antiveneziana utile a consentirle il rientro nel Regno. Agenti della Serenissima incaricati di sorvegliarla intercettarono ed arrestarono costui ed il 3 aprile del 1510 ammonirono duramente Caterina e informarono della sua condotta il fratello Giorgio.
Il male si aggravò il 7 di luglio, senza che pur sperimentati rimedi dessero effetto: nella notte tra il 9 e il 10 dello stesso mese il cuore della sfortunata Regina di Cipro si fermò.
La notizia del decesso fu portata in Palazzo Ducale dai cognati Battista Morosini e Alvise Malipiero e dall’Avogador di Comun Nicolò Dolfin, tutti vestiti a lutto.
Il Doge Leonardo Loredan autorizzò il suono delle campane di San Marco col segno dovuto all'evento: sei volte doppio.
Nel pomeriggio giunse l’affranto fratello che ella aveva designato erede universale: egli fissò al 16 i funerali, cui avrebbero partecipato le supreme cariche della Repubblica. Li si anticipò poi al 13, per l’insopportabile calura: nella notte dell'11 la salma, vestita del  saio di Terziaria francescana e scortata dal viceDoge Alvise Priuli, paludato di rosso scarlatto, fu portata nella chiesa parrocchiale di San Cassiano e vi restò esposta per ventiquattro ore. Fu visitata dai Membri della Signoria, dal Patriarca di Venezia, dal Primate di Spalato, dal Vescovo di Feltre, dagli Abati Diedo e Mocenigo.
Mancò solo il Doge: gravi problemi affliggevano la Serenissima, per la guerra contro la Lega di Cambrai²; ma aveva disposto onoranze funebri solenni: il cataletto era coperto di restagno d'oro e sulla bara era deposta una delle corone d'oro conservate nel tesoro di San Marco.
Tumulata nella chiesa dei Santi Apostoli, Caterina Cornèr fu omaggiata da folla tale che il Governo fece costruire un ponte di barche da Rialto a Santa Sofia per favorirne il deflusso.
Nel 1584 la salma fu trasferita nella chiesa di san Salvatore, nella imponente tomba voluta dal fratello; ma memoria di lei fu presto rimossa dall’ingrata Repubblica: ella apparteneva al passato e la sua morte aveva archiviato un’epoca.
La sua vicenda di Regina spodestata e di donna infelice fu celebrata nella tragedia di Scribe; musicata nel 1841 da Fromental Halevy; nel 1842-1843 da Gabriele Donizetti e nel 1846 da Giovanni Pacini. La sua immagine fu immortalata in una stupenda tela ad olio di Francesco Hayez.

Note:

1) Marietta di Patrasso
Nata a Patrasso in data sconosciuta, fu Favorita del Re Jean II di Cipro e madre di Jacques il bastardo. Nel febbraio del 1442, privo di prole e vedovo di Amedea Paleologa del  Monferrato il Sovrano sposò la  quattordicenne Principessa bizantina Elena, figlia del Despota di Morea Teodoro II. Appresa la relazione del coniuge e la nascita del figlio, costei fece mozzare il naso a Marietta che da quel momento fu detta  Comomutena. Il rancore della sposa si abbatté anche sul giovane Jacques che, nel 1456 nominato Primate di Nicosia, uccise il Ciambellano reale Jacopo Urri e fuggì a Rodi ove lo raggiunse il perdono del padre. Nel 1458, la coppia reale si spense improvvisamente e la tiara cipriota passò alla legittima Carlotta cui fu usurpata dal fratellastro, sostenuto dal Sultano mamelucco d’Egitto. Nel 1468 il nuovo Re donò alla madre i villlaggi di Pano, Kivides, Lysos, Peristerona e Pelathousa ma, alla di lui morte ella, che aveva cospirato contro la nuora Caterina Cornèr,  fu deportata a Padova e tenuta prigioniera con i nipoti fino alla morte, avvenuta il 12 aprile del 1503. La prole fu invece, per decisione del Consiglio dei Dieci del 22 gennaio del 1479, sottoposta al controllo del Magister puerorum regiorum Cristoforo Muzio.

2) Lega di Cambrai
Fu un sodalizio contro la Serenissima, sorto il 10 dicembre del 1508 e guidato a Giulio II che lo sciolse nel 1510. Vi aderirono Luigi XII di Francia, l’Imperatore Massimiliano I, Ferdinando II d’Aragona, Alfonso I d’Este, Carlo III di Savoia e Francesco Gonzaga. Nel preambolo dl trattato, segretamente sottoscritto a Cambrai, col pretesto di trattative di pace tra l’Impero e il Duca di Gheldria, si scrisse che esso veniva stipulato … per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano imperio, alla casa d'Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli e a molti altri principi occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti… Laonde abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominio…
Il trattato prevedeva la seguente spartizione dei domini veneziani: al Papato andavano Ravenna, Cervia, Faenza e Rimini, oltre a territori di Imola e Cesena; all’Imperatore, Padova, Vicenza, Verona, Rovereto, Treviso, il Friuli e l’Istria; alla Francia, Brescia, Bergamo, Crema, Cremona e Ghiera d’Adda; alla Spagna e a Napoli, Trani, Brindisi, Otranto e Gallipoli;  all’Ungheria e al Ducato di Savoia, se avessero aderito, rispettivamente la Dalmazia e Cipro.
La Serenissima fu informata del patto il 14 dicembre dall’Ambasciatore francese a Venezia e fu contrastata dalla Lega dal 1508 al 1511; sconfitta nella battaglia di Agnadello; annientata nello scontro navale di Polesella; minacciata di invasione fino alla laguna. Fu Giulio II a restaurare la pace quando comprese che, per gli equilibri della penisola, la presenza della Francia avrebbe costituito una minaccia più seria di quella veneziana. Pertanto, uscì dalla coalizione e si alleò con la Serenissima. L'anno successivo ancge Spagna ed Impero si defilarono e si pervenne, pertanto, alla formazione della Lega Santa in funzione antifrancese.

Bibliografia: