Donne nella Storia

Fontana Lavinia

di Ornella Mariani
Lavinia Fontana.
Lavinia Fontana.

Lavinia Fontana

Figlia d’Arte!

Sua madre era Antonia de Bonardis.

Suo padre era il Pittore Manierista Prospero, nella cui bottega ella crebbe dimestica ai colori e ai pennelli, attingendo agli emiliani Parmigianino e Pellegrino Tibaldi; ai veneti Veronese e Jacopo da Bassano; alla lombarda Sofonisba Anguissola, e conoscendo lo stile di Ludovico, Annibale ed Agostino Carracci fino a frequentare la più alta tradizione artistica del Rinascimento. Non a caso, l’inizio del suo percorso fu esaltato dal magnifico Cristo con i simboli della Passione, del 1576.

Nata a Bologna il 24 agosto del 1552, si spense a Roma l’11 agosto del 1614 e seppe coniugare talento e vita privata: a venticinque anni, già molto adulta per quell’epoca, ricevette dall’Artista Giovan Paolo Zappi una proposta di matrimonio il cui assenso ella subordinò al mantenimento della propria appassionata attività.

Finì che, sostanzialmente rinunciando alla propria Arte, egli divenne di fatto l’Assistente della moglie.

L’originalità di Lavinia si collocò tra il misticismo tardo/michelangiolesco di Taddeo Zuccari e l’eleganza de Correggio, con accenni alla tradizione fiamminga.

Una originalità stilistica che si manifestò anche nel primo di due autoritratti, coevo al matrimonio: nell’uno, ella vi appare all'interno di una camera ove, assistita dalla solerzia della fantesca che le regge lo spartito, è nell’atto di suonare la spinetta e, sullo sfondo, davanti alla finestra, campeggia il cavalletto; nell’altro, commissionatole dal Domenicano spagnolo Alfonso Cachòn: un ritrattino in tondo realizzato due anni dopo ed arrecante accanto al suo, il cognome del coniuge, la sua figura si staglia nello studio gremito di anticaglie, nell’azione di disegnare.

Della fine degli anni ‘70 del secolo è la fama di Ritrattista, accentuata dalla puntualità dei particolari e dalla cura versata nel ritrarre abbigliamento e acconciature delle sue immagini  femminili: a quel periodo appartengono i volti dello Storico Carlo Sigonio e di Alfonso Lorenzo Strozzi, oltre che il Ritratto del cosiddetto senatore Orsini.

La sua opera estremamente varia e comprensiva di soggetti biblici e mitologici le valse commesse pubbliche: così nel 1584, la Madonna Assunta di Ponte Santo e i santi Cassiano e Pier Crisologo custoditi nel Municipio di Imola, quando frequentava centri culturali ed Accademie letterarie come quella dei Confusi, divulgatrice dell’opera di Tasso; così l'Assunta di Ponte Santo; così l'Assunzione della Vergine.

Per la prima volta, nell’Europa cattolica e controriformista la cui considerazione del ruolo femminile oscillava fra il ruolo di cortigiana e di dimessa genitrice, maturava il riscatto: una donna lavorava alla pala d'altare.

Fu allora che, superando il Tardo/manierismo, Lavinia approcciò il modulo sacro di Beniamino Cesi, adeguandosi alle prescrizioni controriformiste e creando una magica fusione fra elementi naturalistici e devozione religiose.

Fu allora che, sollecita alle tesi mariologiche in atto e rispettosa della condizione cultuale popolare, ella propose una delle prime iconografie di Immacolata postconciliare conferendole, a margine dell’assise di Trento, tutto il più alto significato della Mistica e dell’immaginario medievale.

Fu allora che produsse lo straordinario Ritratto della famiglia Gozzadini, che la indicò attenta all’istituzione ideologica della famiglia, nella cornice della gerarchia domestica accomunante morti e vivi.

Fu allora che Lavinia prese ad interessarsi da vicino all'infanzia: il Neonato nella culla, l'Antonia Ghini, il Bambino con cane, diventando la Pittrice preferita dalle Nobildonne del tempo: da Laudomia Gozzadini, a Costanza Alidosi, da Isabella Ruini a Costanza Sforza Boncompagni, nuora di Gregorio XIII, non trascurando personaggi di spicco come il famosissimo Predicatore Francesco Panigarola ed Alfonso Ciacconio, Fiduciario del Cardinale spagnolo Francisco Pacheco dal quale ebbe l’incarico di un quadro destinato all’altare del Pantheon degli Infanti del convento dell’Escorial: la Sacra Famiglia col Bambino dormiente e san Giovannino.

Di quegli anni, ancora raffinate d’altare: l'Assunta, ancorata alla tecnica paterna; la Natività della Vergine ispirata ad elementi neo/correggeschi; la Consacrazione della Vergine, dove accostò lo stile alle innovazioni artistiche introdotte dai Carracci; la Gentildonna; il Ritratto di famiglia, forte di una dinamica sentimentale, nelle due figure raccolte attorno ad un tavolo e la graduale coniugazione di Storia e Mito della Visita della Regina di Saba al re Salomone, ove rilanciò l’allegoria tassiana centralizzando l’inquietante ambiguità della cultura elisabettiana; l’esaltazione delle virtù femminili della Giuditta ed Oloferne; la Visione di san Giacinto, commissionata dal Cardinale Girolamo Bemerio ed enfatizzante il rigore mistico del Santo ed il suo sottile ed intenso legame con la Comunità dei Credenti.

Il più travolgente successo, tuttavia, maturò a Roma, ove elesse residenza nel 1603:  volle conoscerla e prenderla sotto la propria protezione Gregorio XIII, che le procurò numerosi e prestigiosi incarichi presso l’Aristocrazia capitolina e nel proprio entourage, con la conseguenza di consegnarla alla notorietà come la Pontificia Pittrice: una reputazione consolidata dalla Lapidazione di Santo Stefano, alloggiata nella Basilica di San Paolo fuori le Mura e andata perduta in un incendio nel 1823.

Non aveva disdegnato, Lavinia, la suggestione malinconica del paesaggio, centrale al San Francesco che riceve le stimmate, del 1579, e al Noli me tangere del 1581.

Nella capitale, dunque, svolse una intensa attività conciliandola con il peso di una numerosa famiglia: aveva messo al mondo undici figli, di cui otto morti prematuramente.

In quegli anni, anche la sofferenza ne arricchì l’eleganza della manualità: eseguì, variamente passando dalla tela alla Scultura, ma tenendosi rigorosamente in ambito manieristico, ritratti di Personalità politiche e diplomatiche; soggetti maschili in battaglia e influenti Signore della Nobiltà locale, fino ad essere indicata dall’Abate Luigi Lanzi come la Pittrice … di Gregorio XIII; e più che da altri fu ambita dalle dame romane, le cui gale ritraea meglio che uomo del mondo

Era ormai il tempo della maturità anagrafica e artistica.

Il tempo della pala col Martirio di Santo Stefano, della Testa di giovane, acquistata dal Cardinale e mecenate Scipione Borghese; della Samaritana al pozzo.

Il tempo dell’avvicinamento ai Padri Cappuccini.

La fitta mole di impegni: commesse e ritratti anche di Paolo V e del Re di Persia, il cui Ambasciatore si sarebbe innamorato di Lei, non la distrasse comunque dalla esecuzione di opere dal tema mitologico che fortemente l’attrasse: la sensuale Minerva in atto di abbigliarsi ne fu un esempio, con la dea nuda e in procinto di indossare il manto e un grazioso e malizioso Cupido, che si trastullava col suo elmo.

La tela, commissionata ancora dal Borghese, era seguita più tardi da un’altra Minerva voluta dal Conte Francesco Gambara.

L’ultimo segmento esistenziale di Lavinia fu connotato da una profonda crisi mistica che la indusse, nel1613, aritirarsi in un convento assieme al marito.

Vi si spense nella serenità, a sessantadue anni.