Donne nella Storia

Giovanna di Savoia, o Anna Paleologina, Imperatrice di Bisanzio

di Ornella Mariani
Giovanna di Savoia, o Anna Paleologina, Imperatrice di Bisanzio
Giovanna di Savoia, o Anna Paleologina, Imperatrice di Bisanzio

Verso la fine del 1324 la Corte di Costantinopoli cercava una sposa per l’erede al trono Andronico Paleologo, dal 16 agosto vedovo e privo di prole.
L'interesse dinastico fu orientato dal Marchese di Monferrato che propose Giovanna di Savoia.
Orfana dei genitori, ella viveva con i germani Edoardo e Beatrice fra Bourget ed Evian, ove era allevata dalla zia paterna Margherita.

Giovanna era nata verso il 1305 ed era figlia di Maria di Brabante ed Amedeo V, morto il 16 ottobre 1323 in Avignone, mentre progettava col Papa una crociata contro i Turchi ed a favore di Andronico II.
Quando, nell'agosto del 1325 giunsero in Savoia i Legati bizantini Andronico Tornice e Giovanni di Giblet per chiedere formalmente la mano della ventenne Principessa per l’erede al trono bizantino, Edoardo dette entusiastico assenso: la sorella avrebbe cinto la tiara di un Impero che, pur privo dell’antico smalto e lacerato da lotte religiose e da conflitti economici, era pur sempre espressione di una Storia e di un prestigio antichi.
Per la Casa Comitale sabauda la richiesta era, dunque, un punto d’onore; così, contro altri pretendenti, Giovanna fu promessa a condizione che le fosse consentito il diritto di professione di fede cattolica.
In gioco c’era la convinzione che la sposa convertisse il Basileus, concorrendo a riunire la Chiesa Scismatica alla Chiesa di Roma.

Il 22 settembre a Chambery, definite le clausole del contratto nuziale, Giovanna si dispose a partire per l’Oriente scortata da una imponente dote in gioielli e corredi e da un prestigioso seguito: i fratelli Edoardo, Aimone ed Amedeo; una schiera di Gentiluomini e dame; i nobili Stefano d'Andelot, Ugo de la Palue, Aimone di Beauvoir, Pietro de la Baume, Enrico Bonzani, Pietro di Variset, Stefano
Reynaudi, Leonia ed Isabella de la Rochette; sei damigelle; ventitrè scudieri, un Cappellano e tre Frati.
Il corteo fece sosta a Rivoli, ov’era atteso dalla Marchesa di Monferrato e da Filippo d'Acaja; poi a Saluzzo e, il 18 ottobre fu a Savona: sede d’imbarco.
Solo nel febbraio del 1326, salutato ai Dardanelli, il convoglio giunse a Bisanzio ove l’ingresso della sposa fu accolto come un evento straordinario. Tuttavia, malgrado il lusso e l’entusiasmo dell’accoglienza, lo sposo era assente: la sua prolungata presenza in Tracia, della quale era Governatore, e le condizioni malferme di salute della stessa Giovanna rinviarono l’ufficio nuziale in ottobre, in coincidenza con la incoronazione solenne celebrata in Santa Sofia dal Patriarca Isaia.

Nel rispetto della tradizione, ella assunse il nome di Anna col quale si consegnò alla Storia e, pur conservando la propria fedeltà al culto latino, dovette votarsi all'ortodossia.
Quanto allo sposo, pur ...bello, affabile e vivace..., non fu il marito ideale: l’indole violenta, le numerose infedeltà coniugali, i vizi mai mediati da senso dell’opportunità politica e religiosa o dal rispetto dei vincoli familiari ed i debiti contratti con i Banchieri genovesi di Galata resero infelice il connubio.
Andronico III era nato nel 1297 ed era figlio di Michele IX e di Xenia d'Armenia.
A sedici anni era stato nominato Cesare di Bisanzio dal nonno omonimo ancora regnante; ma nel 1320 era stato diseredato poiché, ritenendosi tradito da una fidanzata, aveva ordinato ai suoi sgherri di eliminare il primo uomo che fosse uscito da quella casa.
Il suo ordine era stato eseguito ma, sbagliando persona, i sicari avevano ucciso suo fratello minore Manuele Paleologo, provocando anche la morte di Michele IX.
Il drammatico evento non aveva placato l’ambizione del Principe che, alleatosi a vari esponenti dell’Aristocrazia e dell’esercito, aveva preso a favorire un clima di intrighi e disordini sociali fino ad imporsi ad Andronico II ed a costringerlo ad associarlo al trono.

Trascorsa la luna di miele nel grandioso palazzo di Blacherne, la coppia si recò in Tracia per una visita ufficiale al Re di Bulgaria: il viaggio ingenerò nel vecchio Basileus il sospetto che il nipote mirasse ad acquisire consensi politici per attuare un colpo di mano ed impadronirsi del potere. I fermenti da lui fomentati, peraltro, avevano assunto carattere di guerra civile ed avevano prostrato lo Stato, consentendo ai Turchi Ottomani di conquistare la città di Brussa.
Di fatto, nel maggio del 1328, Andronico III occupò a sorpresa Costantinopoli e, proclamatosi Imperatore bizantino, obbligò il nonno ad abdicare relegandolo in un monastero ove, assunto il nome di Antonio, sarebbe morto il 13 febbraio del 1332.

Il nuovo Basileus assunse la guida di un Impero in rovina, ma liberò Lesbo e Focea da un assedio genovese e riconquistò tutti i domìni perduti nell’Egeo imponendo la propria autorità ai Signori latini dell’area e dell’Eubea. La sua energia, tuttavia, non impedì agli Ottomani di occupare l’intera Asia Minore; nè alle truppe bizantine di essere annientate nella Battaglia di Pelecano; né ai Turchi di espugnare Nicea e in seguito Nicomedia e infine l’enclave di Filadelfia e varie piazzeforti sul mar di Marmara: sconfitte certamente non compensate dal recupero della Tessaglia e dall’annessione dell’Epiro.

In quegli anni Anna, che era restata a Didimotica e che aveva messo al mondo la Principessa Maria, cui seguirono Giovanni nel 1332, Michele nel 1338 ed Irene nel 1339, si era tenuta estranea alle vicende politiche; ma la guerra con i Bulgari, con i Serbi e con i Turchi la richiamarono a Costantinopoli: l’Impero era stremato e l’amicizia di Venezia, Napoli, Rodi, Savoia, Cipro e Francia era tutt’altro che solida, poichè la questione della riunione delle due Chiese rendeva fragile le alleanze dei Principi latini d'Occidente con i Paleologi.
Ella comprese tutta la vitale urgenza di convertire il coniuge, che sarebbe stato anche proclive a riconoscere l'autorità spirituale di Roma se non fosse stato contrastato dall’Alto Clero locale, indifferente all’asserito impegno di Giovanni XXII e poi di Benedetto XII nell’allentare il disagio bizantino con uomini e denaro.

Il Popolo, anzi, manifestò contro il Clero latino che, protetto da Anna, era ritenuto il più nefasto dei suoi Consiglieri. Più oltre vi fu, tuttavia, la possibilità di un accordo; ma la pretesa del Basileus circa garanzie di taluni diritti alla Chiesa greca non incontrò il favore del Papa: la querelle si inasprì, benché maturasse con alcuni Stati occidentali una sorta di Lega contro i Turchi e i Tartari. Costoro, proprio avvantaggiandosi d'una congiura tramata dai Genovesi di Galata nel 1337, varcarono i confini dell'Impero e tentarono un attacco della capitale.
In quel turbolento periodo, Anna fidanzò la figlia Maria col figlio del Re dei Bulgari per averlo alleato; ma Andronico III, la cui salute era ormai compromessa, si spense.
Era il 15 giugno 1341.

Prima di morire, egli affidò la reggenza dell’erede cinquenne, alla consorte ed al suo ambizioso ed abile Primo Ministro e Generale Giovanni Cantacuzeno, già leale Consigliere di Andronico II. Nel frattempo, frantumato da faide interne, il Paese espresse profonda animosità verso la Basilissa, anche a causa della sua ostilità all’ortodossia. Maturarono, così, gli intrighi e le contrapposizioni di due fazioni subdolamente guidate da personaggi senza scrupoli: da una parte il Cantacuzeno, amato dall’esercito e forte di largo seguito aristocratico; dall’altra lo spregiudicato Grande Ammiraglio Alessio Apokauco ed il Patriarca Giovanni, aspirante alla stretta connessione politica di Chiesa e Stato.

Pur temendolo, inizialmente Anna si schierò con il primo confermandolo nelle cariche e subendone le pressioni perchè la figlia Elena sposasse il piccolo Basileus Giovanni V; in seguito, si lasciò influenzare dalla Favorita Isabella de la Rochette e dall’Apokauco.
Sicché, Cantacuzeno non tardò a cogliere in lei una diffidenza che, alimentata dalla guerra con i Bulgari e dalle turbolenza della Morea, condusse l’Impero alla guerra civile: egli si trovava in Tracia, quando fu raggiunto da un decreto col quale veniva defraudato di ogni carica e onore. All’atto le cui conseguenze non erano state valutate, Anna fece seguire, su ispirazione del Patriarca, l’arresto dei membri dell’intera famiglia reale, a partire dalla virtuosa Teodora Paleologa, e la confisca dei beni dei loro partigiani.
Cantacuzeno ne fu sbalordito ma, prima di pronunciarsi, tentò una riavvicinamento con la Corte esigendo di giustificarsi delle accuse rivoltegli dagli avversari e ricordando alla Reggente i propri servigi resi allo Stati e le volontà del defunto Andronico III. Sobillata ancora da Apokauco, Anna rifiutò anche di riceverlo.

Il Generale se ne indignò e, spinto dalla truppa a proclamarsi Imperatore sul campo di Didimotica, si pose a capo della ribellione assumendo fin da subito la padronanza della ingarbugliata situazione: il 26 ottobre del 1341 accettò la corona ma, non volendo ancora schiacciare la Dinastia, fece acclamare contemporaneamente Giovanni V ed Anna, così fornendo alla usurpazione una sorta di legittimità confermata dal solenne impegno a proteggere il trono, in memoria del venerato Basileus.
A conferma della onestà dei suoi intenti, tre giorni dopo svestì la porpora ed indossò l'abito bianco, simbolico di lutto per la morte degli Imperatori bizantini.
Anna replicò il 19 novembre, facendo incoronare il figlio in Santa Sofia.

Fedele ai Paleologi, allora, la Tracia si sollevò contro Cantacuzeno che tentò una conciliazione vanificata dalla scomunica emanata dal Patriarca.
Egli ricorse, pertanto, a Stefano Douchan di Serbia, presso il quale riparò nel 1343 alleandosi anche al Sultano turco di Nicea e dandogli in moglie una figlia.
Abbandonata da tutto l’Occidente, intanto, Anna tentò allora di infrangere il sodalizio offrendo al Sovrano serbo come sposa una delle sue creature e dotandola della Macedonia; poi fece lega con l'Emiro di Aidin; inoltre pose una cospicua taglia sul suo rivale, vivo o morto che le fosse stato consegnato; indi dette in pegno i propri gioielli ed il tesoro di Corte ai Veneziani per avere denari ed impose tasse onerose sul Popolo; infine si appellò al Papa, che la ignorò.
L’Impero fu travolto dalla guerra civile: Cantacuzeno aveva recuperato il controllo della Tracia, malgrado l’azione di contrasto del Generale Vatatze.

Temendo rappresaglie in vista dell’occupazione della capitale, il Patriarca consigliò la Reggente di accordarsi col ribelle che continuava a proclamarsi paladino dello Stato.
Anna disattese il consiglio e, dubitando addirittura che il Primate si fosse accordato col nemico, convocò un Sinodo facendolo dichiarare decaduto.
L’11 giugno del 1345 Apokauco, sul quale ella contava saldamente, fu assassinato.
La vendetta della Basilissa fu spietata: sangue e terrore furono seminati su tutto il territorio imperiale mentre, occupata Adrianopoli e visto vano ogni tentativo negoziale, Cantacuzeno si faceva incoronare il 21 maggio 1346 dal Patriarca di Gerusalemme.
La resistenza di Costantinopoli fu assai fragile: il 3 febbraio del 1347, la Sovrana fu tradita dal suo Favorito: tal Facciolati.
Il Generale entrò in città.

Anna non si dette per vinta: chiusa la residenza di Blacherne, tentò di sollevare il Popolo e chiese aiuto ai Genovesi di Galata che, pur pronti a difenderla, furono contrastati dai partigiani del Cantacuzeno.
Per salvare il trono del figlio, allora, ella inviò i suoi Segretari Palamos ed Asan a trattare un accordo fondato sulla gestione politica congiunta, fino al conseguimento della maggiore età del Basileus; sull’amnistia generale e su un proprio ruolo egèmone, rivendicato contro Irene Cantacuzeno.
L’ex Ministro accettò, in definitiva non abusando del proprio vantaggio di vincitore. Tuttavia, ella infranse le clausole che pure aveva dettato e seguitò a coltivare odio e vendetta.
Il 13 maggio del 1347 Cantacuzeno si fece nuovamente incoronare con la moglie nella chiesa del palazzo imperiale: otto giorni dopo, il giovane erede al trono ne sposava la figlia Elena, contro la volontà materna.
Esautorata ed esclusa dalla politica, ella lamentò invano l’influenza esercitata dal rivale sul figlio; quando, però, nel 1351 relegato a Tessalonica, Giovanni ritenne di essere stato tradito dal suocero e di ripudiare la moglie per sposare una Principessa serba, Anna lo dissuase riaprendo negoziati segreti con gli avversari del Cantacuzeno, per reintegrare il figlio nei propri diritti.

Alla iniziativa, fece seguito una serie di sconfitte: il Paleologo si risolse a vagare per le isole dell'Arcipelago fino al 1354: Cantacuzeno l’aveva già dichiarato decaduto e sostituito col figlio Matteo.
La guerra civile, allora, si fece sempre più serrata: Giovanni V, che aveva dalla sua ogni legittimità, raccolse tutti i suoi partigiani e aiutato dal cognato Gattilusio e dai Genovesi, organizzò l'offensiva entrando trionfante in Costantinopoli: sopraffatto ed abbandonato dai suoi, l’usurpatore rinunciò al trono e prese i voti, ritirandosi nel gennaio del 1355 nel convento di Manganes. La moglie Irene si rifugiò nel monastero di Santa Marta.
Matteo, dopo strenua resistenza, depose la porpora.
Anna rivide il figlio sul trono e, devota di san Francesco, fece innalzare a Pera una chiesa di ringraziamento, prima di farsi Terziaria dell'Ordine.

Nel 1359 si recò in Assisi e forse raggiunse la Savoia, donde avrebbe proseguito per Avignone per incontrare Innocenzo VI; ma, tornata a Costantinopoli, vi si spense nel 1360.
La Storia bizantina, ostile alla Basilissa sabauda, ne veicola un’immagine fosca accusandola di avere contrastato l’ortodossìa e l’Ellenismo; di aver introdotto a Costantinopoli la corruzione italiana; di aver manifestato intelligenza mediocre e temperamento violento; di essere stata incline all’astrologia e capace di qualsiasi abominio.

Per la Chiesa ella fu, al contrario, sostenitrice della dottrina di san Gregorio Palamas; madre e sposa modello; inflessibile paladina dei diritti del figlio: di fatto la sua guerra all’usurpatore salvò l'unità dell'impero. Sant’Anna Paleologina, inserita nel Pantheon delle sante Imperatrici, è venerata e festeggiata il 6 agosto.

Bibliografia: