Donne nella Storia

Giovanna di Trastamara

di Ornella Mariani
Giovanna di Trastamara
Giovanna di Trastamara

Premessa

Juana la loca
tiene una toca
llena de caca
para su boca

La conosciamo come Giovanna la Pazza, attraverso le ingenerose ricostruzioni dalle quali discende la citata filastrocca popolare. Tuttavia, quella follìa giustificata come conseguenza familiare: la nonna Isabella di Portogallo era stata reclusa quarantadue anni ad Arévalo, è stata sconfessata dalle indagini di Karl Hillebrand e dai documenti recuperati negli archivi di Simancas da Gustav Adolf Bergenroth, nella seconda metà dell''800.

Entrambi hanno confermato la sanità mentale di una infelice Regina sacrificata dalla ragion di Stato; dal bigottismo ipocrita e violento della madre; dall'egoismo personale e politico del padre, del marito, del figlio e del nipote; dalle gerarchie religiose imperversanti nella Spagna dominata dal Priore del convento di santa Cruz di Segovia Tomàs de Torquemada; da un interno coniugale umiliato dai tradimenti; dallo spiccato anticonformismo religioso col quale ella sfidò la santa Inquisizione, le cui attività erano regolate proprio dai Re Santi al fine di ricompattare la propria politica di unità nazionale.

Giovanna di Trastamara, o Joana la Boja o ancora Juana la Loca, nata a Toledo il 16 novembre del 1479 e morta a Tordesillas il 12 aprile del 1555; figlia terzogenita del Re di Sicilia e d'Aragona e futuro Sovrano di Navarra Ferdinando II e di Isabella di Castiglia e Léon; sposa/bambina dell'ambizioso e rozzo Filippo d'Asburgo; madre di Carlo di Gand, futuro Imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Carlo V, fu Regina spagnola; Duchessa consorte di Borgogna e delle Fiandre dal 1496 al 1506; Principessa delle Asturie dal 1498 al 1504; Principessa di Girona dal 1498 al 1516; Sovrana di Castiglia e Léon, di Galizia, di Granada, di Siviglia, di Murcia e Jaèn, delle Canarie, di Gibilterra, delle Indie occidentali dal 1504 al 1556; Signora dell'Alta Navarra dal 1515 al 1555; Regina di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca, Sicilia e Napoli e Contessa di Barcellona e delle Contee catalane e Signora di Vizcaya dal 1516 al 1555.

Il suo dramma maturò in famiglia, nella cornice della politica dei contratti matrimoniali praticata dai Reyes Católicos che, mirando a vantaggi dinastici internazionali, favorirono cinque matrimoni di enorme prestigio per i loro cinque figli: Isabella, con l'erede al trono portoghese Alfonso e, in seconde nozze, con Manuele I di Portogallo; Giovanni, con Margherita d'Austria; Maria, con Manuele I del Portogallo, già vedovo di sua sorella Isabella; Caterina, con Arthur Tudor e poi col cognato Enrico VIII; Giovanna, con Filippo d'Asburgo il Bello.

Gli eventi

Le vicende si sgranano nel Paese della Reconquista; della sconfitta definitiva di Boabdil, ultimo Sovrano moro di Granada; della stabilità militare, ma non politica né sociale e religiosa di una realtà tesa al consolidamento del potere istituzionale attraverso espulsioni, persecuzioni e conversioni forzate amministrate dallo spietato giudizio della santa Inquisizione, braccio armato della Reina Isabella.

Energica quanto intollerante, col consenso del Papa ella aveva designato tre Inquisitori e dato corso ad un feroce processo di epurazione di Moros ed Ebrei e, in cambio della legittimazione del suo operato, aveva concesso al Clero di orientare gli interessi politici nazionali e di demonizzare il dissenso, concorrendo alla formazione di un edificio politico costruito sulla brutalità e sulla frode.

Tutt'altro che Santa, dunque, quella Sovrana cui fu accreditata anche la scoperta del Nuovo Mondo sulla base di una serie di falsi storici: i Francescani umbri Alessandro ed Antonio Geraldini la persuasero ad investire metà dell'impegno finanziario previsto per l'impresa di Colombo, l'altra metà ricadendo su investitori italiani malgrado le diverse, mendaci e faziose informazioni passate alla Storia grazie anche alla accorta regìa di Alessandro VI!

In questo contesto ancorato alla più bieca apparenza, maturarono rivalse, odi e conflittualità già latenti nelle nozze della Sovrana con Ferdinando di Aragona: fin da subito, ella tenne separata ed autonoma la sua corona conservando saldi i suoi poteri e vanificando le ambizioni e le aspettative del coniuge.

In quel malinconico e retrivo ambiente di Corte, Giovanna visse una adolescenza durissima: già a dieci anni conosceva la Bibbia, l'Araldica, la Storia, la Filosofia, le Lingue, la Musica; già manifestava ripulsa per quel Clero responsabile dei processi e dei roghi che infiammarono la Spagna; già rivelava, pur a fronte delle frequenti punizioni corporali, un deciso e rigoroso spirito d'indipendenza e di opposizione all'uso materno della religione come elemento agente catalitico mirato ad una unità nazionale brutalmente imposta. Forse ebbe più facilità di comunicazione col padre, mai più presagendone quel freddo cinismo riassunto nella formula per l'interesse dello Stato, tutto è possibile e lecito.

L'irriducibile diffidenza affettiva indusse Giovanna a considerare il matrimonio con Filippo il Bello la porta verso la libertà e la scintillante vita di una Corte tanto vivace, quanto tetra era quella d'origine, così sviluppando un morboso sentimento d'amore mai ricambiato dal marito incline al tradimento; una conseguenziale e dirompente gelosia; un profondo sprezzo per l'edificio ecclesiale che aveva contaminato la sua formazione.

Il 21 ottobre del 1496 a Lier, sposò l'Asburgo: non furono nozze d'amore, dunque, ma l'esito di un accordo politico/diplomatico incupito dalla sistematica infedeltà dello sposo e dalla sofferenza di una giovane donna succuba degli eventi.

La coppia fissò residenza a Bruxelles, ove nacque la primogenita Eleonora ed ove la Regina Isabella sorvegliava la figlia eretica attraverso il frate Tommaso di Matienzo, incaricato di ricondurla nell'alveo dell'ortodossìa!

Nel 1503, una catena di lutti investì la Corte spagnola: la precoce morte di Isabella; la scomparsa di Giovanni; il decesso del piccolo Miguel, a pochi mesi dalla nascita di Carlo di Gand; il trapasso, nella giornata del 26 novembre del 1504, anche della cattolicissima Regina.

Nel timore delle conseguenze di una incombente accusa di eresia nei confronti della figlia, prima nella linea di successione dopo la morte dei fratelli, ella aveva conferito a Ferdinando la reggenza del trono di Castiglia. Una volta vedovo, appoggiato dai circoli religiosi costui rifiutò di consegnare la corona al genero già pronto allo scontro armato in difesa degli interessi della moglie; tentò di imporre l'abdicazione a Giovanna, ritenuta miscredente ed incapace; fece formalizzare e il proprio ufficio a Toro. Tuttavia, dopo una serie di contrapposizioni, per prevenire una faida familiare, accettò il Patto di Villafàfila col quale si risolse a cedere la Castiglia al genero.

Ma il peggio doveva ancora venire: asserendo di aver subìto pressioni; accusando Filippo d' Asburgo di maltrattamenti in danno della ottima moglie della quale pure aveva ribaltato il dissenso religioso e la gelosia coniugale in sintomi di demenza, il disinvolto Ferdinando ritrattò l'intesa appena definita ed escluse Giovanna dal governo della Castiglia.

La vicenda rivela la contraddizione tra la dichiarazione di incapacità e la difesa dei suoi diritti regali: folle o saggia, allora?

Di fatto, genero e suocero avevano comune interesse politico ad accreditare la condizione di squilibrio della Reina; di fatto, il 25 settembre del 1506, nel contesto della controversa successione, s'inserì l'improvvisa dipartita dell'Asburgo; di fatto si diffuse voce che a quel decesso non fosse estraneo il suocero; di fatto Ferdinando trattenne la infelice vedova contro la sua volontà nel castello spagnolo della Mota di Medina del Campo; di fatto, seguitando ad esercitare la reggenza, egli stesso informò tutte le Corti europee che disgraziatamente, donna Giovanna era pazza ed imputò la malattia alla sofferenza vedovile al solo scopo di inibirle l'esercizio del potere e sulla base di comportamenti singolari mai documentati.

In definitiva, da quel momento Giovanna fu prigioniera nel lugubre Castello di Tordesillas e vi restò anche dopo la morte del padre cui subentrò Carlo di Gand, nel frattempo allevato in Fiandra alla Corte della zia Margherita.

Anch'egli, uniformandosi alle disposizioni in atto, il 4 novembre del 1517 visitandola a dieci anni dall'ultimo incontro, confermò l'isolamento della madre nella salda convinzione che il suo propugnato anticonvenzionalismo religioso danneggiasse gli interessi dell'Aristocrazia e del Clero: quella presunta pazzìa, già utile al padre ed al marito della Regina fu, in sostanza, un atto di esproprio dei diritti ed un pretesto politico utilizzato anche dal figlio il quale la sacrificò alle proprie ambizioni, anche per prevenire implicazioni che ponessero in crisi il suo potere.

Giovanna fu sottoposta alla custodia del Marchese di Denia don Bernardino de Sandoval y Royas la cui ferocia fu pari a quella del predecessore Ferrer, che vantava di aver sottoposto la Reina alla cuerda per ordine di Re Ferdinando.

La detenzione fu, se possibile, ancor più dura e, per quanto si tentasse di imporgliela con l'uso brutale della forza e con l'utilizzo della tortura mirata a rendere la sua anima gradita a Dio, ella rifiutò tenacemente ogni pratica religiosa a partire dalla confessione.

In quel periodo, montava in tutta la Castiglia l'avversione contro la brutalità di Carlo e dei Fiamminghi del suo seguito: la circostanza gli impediva di allontanarsi e di andare ad assumere quella corona imperiale ereditata dal nonno Massimiliano, ma frutto di intrighi e cospicui esborsi utili all'acquisto dei voti necessari all'elezione. Tuttavia, non potendo più derogare dall'impegno, partì il 20 maggio del 1520, dopo aver affidato la reggenza all'inviso Adriano di Utrecht, già Vescovo di Tolosa e futuro Papa Adriano IV.

Parallelamente, capeggiata da Juan de Padilla, esplodeva la rivolta dei Comuneros: nell'agosto successivo, occupata Tordesillas ed espulso il Marchese di Denia, costoro liberarono Giovanna, nella convinzione del suo ottimo stato mentale. Non a caso, in quei giorni, ella ricevette più volte le Ambascerie dei ribelli e responsabilmente rifiutò di legittimarne le azioni e di entrare in contrasto con il figlio.

Tutt'altro che folle, dunque!

D'altra parte, lo stesso Adriano di Utrecht aveva a rinfacciare a Carlo: ...vostra altezza ha usurpato il titolo reale e ha tenuto prigioniera a forza la regina, che è del tutto assennata, sotto il pretesto che è folle...

L'insurrezione fu soffocata nel sangue a Villalar, il 23 aprile del 1521: la via della restaurazione era stata spianata. Carlo consolidò il potere della Grande Nobiltà; col suo solido conformismo rafforzò l'ortodossia religiosa; consegnò la madre ad una seconda e crudele detenzione, ancora sotto la custodia del Denia.

Che altro restò a Giovanna, se non scivolare nelle irreversibili derive della depressione dalla quale la liberò la morte intervenuta il 12 aprile del 1555?

Anche allora, in coerenza con l'intera esistenza, ella rifiutò la confessione a Francisco de Borja che, assistendola, ne testimoniò la completa lucidità.

Dei suoi tanti figli: Eleonora, sposa di Emanuele I Re del Portogallo e poi di Francesco I di Francia; Carlo, coniugato con Isabella del Portogallo; Isabella, moglie di Cristiano II di Danimarca; Ferdinando, marito di Anna Jagellona; Maria, consorte di Luigi II di Boemia e Ungheria; Caterina, destinata a Giovanni III del Portogallo, nessuno ebbe a cuore la sua infelice sorte e la sua fragilità usata per nascondere atti e colpe ripugnanti.

Per godere il privilegio di governare incontrastato, suo padre le aveva usurpato la corona e l'aveva rinchiusa e bollata delle stimmate della follìa e suo figlio aveva continuato a tenerla nell'oscurità del silenzio e della solitudine.

Così si erano srotolati ben quarantasei anni dell'esistenza di una donna tradita; abbandonata, piagata nel corpo e nell'anima.

Pur abrutita dal dolore e dalle vessazioni subìte nel corso di un impossibile e ininterrotto isolamento cui l'aveva costretta la degradante follìa di uno squallido interno familiare e pur sfinita dalla sofferenza, mantenne tuttavia quell'irriducibile rigore morale messo alla prova dalla dura condizione di vita: si spense in coerenza e, forse, nella disperata comprensione degli eventi!

E i dubbi postumi dovettero impegnare, probabilmente, anche la coscienza di Filippo II di Spagna quando si trovò di fronte agli otto feretri del ramo spagnolo degli Asburgo riuniti per l'inumazione disposta da suo padre Carlo V che, a distanza di pochi mesi dalla drammatica fine della madre, aveva abdicato spegnendosi nel Monasterio de Yuste il 21 settembre del 1558, forse oppresso dai rimorsi: Giovanna non era mai stata pazza ma, dominata dall'ombra cupa di Isabella, aveva lucidamente rispettato e difeso i suoi interessi di figlio e pagato le conseguenze del conflitto tra il tetro bigottismo spagnolo e la sana vivacità culturale dei Paesi Bassi.

Bibliografia: