Donne nella Storia

Margherita di Durazzo

di Ornella Mariani
Margherita di Durazzo
Margherita di Durazzo

Nata il 28 luglio del 1347 e morta il 6 agosto del 1412; quarta figlia di Carlo di Durazzo e di Maria di Calabria; moglie nel 1369 dello stretto cugino Carlo III; madre di Maria di Durazzo, Giovanna II e Ladislao I; Regina consorte del Regno di Napoli e Principessa di Acaia, Margherita celebrò la propria vicenda esistenziale nella cornice delle annose lotte per il possesso del Regno, tra Angioini e Durazzeschi e dello Scisma che segnò la Cristianità occidentale, contrapponendo Papi romani e Papi avignonesi, ovvero Urbano VI e Clemente VII.
Pur costretta a vivere fra continue guerre, sospetti, intrighi, delitti, ella assolse con scrupolo il triplice ruolo di Donna, genitrice e Sovrana, coniugando alto senso dello Stato ed eventi dalla singolare complessità: in particolare, l’assassinio tramato dal marito in danno della zia Giovanna, per deporla ed assumere la guida del Regno e, dura a sopportarsi, la dolorosa conflittualità fra il Primate di Roma e lo stesso coniuge contro il quale, nel febbraio del 1385, fu bandita un’autentica crociata.

La vicenda degenerò: se il Re partenopeo promise una taglia di diecimila fiorini a chi gli avesse consegnato il Pontefice, vivo o morto, costui dal sofferto assedio di Nocera anatemizzò per tre volte il rivale nel frattempo partito per l'Ungheria ove il cugino Luigi I d'Angiò, morendo, aveva lasciato la tiara alla figlia Maria.
Accampando diritti come maschio più diretto alla titolarità del trono angioino/magiaro, il Sovrano partenopeo aprì in quella regione un aspro fronte di guerra e, con l’appoggio di Popolo e Nobiltà, depose la nipote proclamandosi legittimo Re.
Si trattò, tuttavia, di una vittoria effimera: la Regina vedova Elisabetta di Bosnia lo fece infatti arrestare da un gruppo di sicari; deportare nella prigione di Viségrad e avvelenare nel febbraio del successivo 1386.
La notizia del regicidio sconvolse Napoli, ove era in corso un fastoso torneo per festeggiare quella pur contestata incoronazione: Margherita assunse la reggenza del decenne figlio Ladislao.

Profittando della sua fragilità politica e militare, gli Angioini di Francia tornarono alla conquista del Regno, irrompendo nella capitale: scomunicata dall’arrogante e dispotico Urbano VI, ella tentò una disperata resistenza in Castel dell'Ovo prima di fuggire col piccolo erede a Gaeta, ove dal 1387 restò per alcuni anni, mentre il territorio meridionale si spaccava in due opposte fazioni, una delle quali era a sostegno dell’antagonista Luigi d’Angiò.
Gaeta non era scevra da insidie e pericoli: nel 1391 il Vescovo di Arles vi si recò simulando di voler rendere omaggio a Ladislao ma, durante un pranzo, persuase un coppiere a versare un veleno nel vino a lui destinato.
Fortunatamente la dose non fu letale ed il giovane erede sopravvisse, pur fra atroci dolori, portandosi poi per la vita lo strascico di una balbuzie da shock.
L'episodio gravissimo e la successiva condanna a morte del sicario alimentarono un clima di paure e sospetti nella Corte e gravi turbe mentali in Margherita. Ad aggravarle, ancora a Gaeta, in seguito giunsero i Legati ungheresi che quattro anni avanti le avevano annunciato la morte di Carlo III: recavano seco ceste di doni che, una volta aperte, si rivelarono teste decapitate di quelli che le avevano assassinato il coniuge.
L’episodio sconvolse l’equilibrio della Regina; ma, a mutare le sue sorti e quelle del figlio fu l'elezione papale del napoletano Bonifacio IX che, accantonate le pretese del predecessore, prese partito per la Corte di Gaeta ed assolse la Sovrana.
In pochi anni, pertanto, Ladislao riaffermò i propri diritti al trono anche d'Ungheria e, nel 1399, rientrò a Napoli cacciandone l’usurpatore Luigi II.
A far data dal 1405 egli riconquistò Roma al dominio pontificio e prese l'Umbria, pur se condizionato da Senesi e Fiorentini e dall’antiPapa Giovanni XXIII, alleato del pretendente angioino.

La tragedia si abbatté allora sulla Corona: forse avvelenato, appena trentottenne Ladislao si spense.
Era il 1414: la sua morte seppelliva anche le prospettive unitarie dell’Italia.
Questo dolore fu risparmiato a Margherita, mancata due anni avanti, quando la reputazione politica del figlio era al suo acme.
Ella, a quel tempo, si era già ritirata nel Castro novo salernitano, ristrutturato su una parte dell'area dell'abbazia di San Benedetto.
In un suo documento dell'aprile del 1412, aveva assegnato alla cappella di San Giovanni Battista il feudo di Saragnano ed aveva contestualmente chiesto che la ricca donazione fosse ufficializzata da condizioni precise: la nomina di un Collegio ecclesiale selezionato dall’arciVescovo, per la cura della cappella; la celebrazione di venti Messe al mese; la partecipazione popolare alle preghiere del Clero; i festeggiamenti solenni della Decollazione di San Giovanni Battista. Col residuo delle rendite feudali si sarebbe dovuto poi alimentare la lampada avanti al Santissimo Sacramento. Tre Procuratori, selezionati ogni anno dall’Aristocrazia, dal Clero e dalla Comunità di Fedeli ricevevano, invece, l'onere di controllare la corretta amministrazione del beneficio. Infine: in caso di inadempienza delle prescrizioni, il feudo sarebbe passato all'ospedale della Santissima Annunziata di Salerno.
A qualche settimana dalla redazione dell’atto, la peste dilagò in Italia: nel giugno dello stesso 1412, divenuta Terziaria francescana, la Regina si trasferì nel casale manifatturiero di Acquamelara; ma l’isolamento, non la risparmiò: il morbo la stroncò ed il figlio la volle immortalata nel marmo dal famoso Scultore Baboccio da Piperno.
Il monumento funebre la rappresenta vestita del saio francescano, da un lato circondata dalle giovani dame di palazzo; dall'altro, dalle suore francescane.

Bibliografia: