Donne nella Storia

Renata d'Este

di Ornella Mariani
Renata d'Este.
Renata d'Este.

Renata d’Este

La storia di Renata d’Este si scrive assieme a quella di Olimpia Morato, la più celebre Letterata del Rinascimento, poiché entrambe e congiuntamente opposero alla repressione controriformista non solo il profondo amore per la Cultura, ma la tenace difesa dell’autonomia del pensiero e del diritto al giudizio in materia di fede, proponendosi protagoniste di una stagione caratterizzata dalla appassionata campagna d’opinione a  sostegno anche della drammatica vicenda di Fanino Fanini.

Di estrazione aristocratica, fin da bambina Olimpia era stata avviata allo studio della lingua e della letteratura latina e greca, precocemente manifestando una rilevante complessità intellettuale: i suoi interessi, infatti, spaziavano dalla Botanica all’Astronomia e dalla Zoologia alla Meteorologia evidenziando un versatile genio e una spiccata intelligenza.

A quattordici anni divenne amica e compagna di studi di Anna d’Este, i cui Precettori erano i fratelli bavaresi Johann e Kilian Sinapius. Proprio la sorprendente maturità la avvicinò alla madre della coetanea con la quale, malgrado la evidente differenza di età, divise la tensione libertaria e la passione umanistica.

Nata a Blois il 25 ottobre del 1510 ed orfana dei genitori a cinque anni, Rénée de Valois era secondogenita di Anna di Bretagna e di Luigi XII, nonché sorella di Claudia, sposa di Francesco I di Francia.

Nei difficili anni della crescita, il suo Paese era segato dal contrasto fra gli imperiosi proclami della Chiesa, espressi dal Vescovo Guillaume Briçonnet, e le idee del Riformatore e Letterato Jacques Le Févre, autore nel 1512 del Commentari in Epistoles Sancti Pauli, ma più noto per l’adozione del nome latinizzato di Jacobus Faber Stapulensis e per la protezione fornitagli, contro le vessazioni dei Cattolici, dal Sovrano francese e dalla sorella Margherita d’Angoulême.

Promessa sposa al Condottiero Gastone di Foix; a Carlo d’Austria, in seguito Imperatore col nome di Carlo V; all’arciDuca Ferdinando I d’Asburgo; ad Enrico VIII d’Inghilterra e al Principe Elettore Gioacchino II di Brandeburgo, il 28 giugno del 1528 nella Sainte- Chapelle di Parigi, Renata contrasse matrimonio con Ercole II d’Este, figlio del Duca di Ferrara Alfonso I e di Lucrezia Borgia.

Si trattò di nozze vantaggiose da un punto di vista politico ed economico: l’impossibilità di Francesco I a corrispondere l’importo convenuto di duecentocinquantamila scudi come dote della sposa fu, infatti, superata dalla concessione del Ducato di Chartres, della Contea di Gisors e della Signoria di Montargis.

Furono, tuttavia, anche nozze assai infelici: se Madama Irenea, com’era chiamata dai sudditi, fu riconosciuta presto Paladina della pace religiosa; intrepido alfiere di quei Teologi ed Umanisti costretti a lasciare l’Italia; Patrona della diaspora intellettuale nazionale, Ercole, invece, pur raccontato come difensore della tolleranza contro l’Inquisizione, disertò il talamo e si dette ad amori lascivi ed illeciti subito dopo la nascita di due maschi: uno destinato alla successione: l’altro alla Porpora. La sua poco christiana decisione di trascurare l’irreprensibile consorte, dotata della vera conoscenza del risurgente Vangelo del Figliol di Dio, fu punita da Dio che, in seguito, non concesse discendenza all’unico figlio di Ercole II.

Giunta a Ferrara il 1° dicembre del 1528, la coppia era stata festeggiata con una sontuosa cena preceduta dalla rappresentazione della Cassaria ariostesca, il cui prologo era stato recitato da Francesco d’Este,  fratello dello sposo.

In quel periodo la Signoria fiorentina ratificò la nomina di Ercole a Capitano Generale della Milizia, incarico che egli, di fatto, non assolse mai poiché il padre, nel frattempo, aveva annodato relazioni con l’Imperatore.

La circostanza esasperò il malessere e il disagio di Renata, il cui seguito di oltre centosessanta persone aveva creato insofferenze a Corte, tanto più che al mantenimento di quell’imponente apparato la Francia provvedeva solo in parte.

Insediatasi in quella città della quale mise a soqquadro il perbenismo, Madame la trasformò in uno dei centri nodali dell’attività ereticale italiana, con il prestigioso apporto della giovane Olimpia Morato.

Non le fu necessario essere bella; seducente; cortigiana: Rénée fu sempre se stessa, armata di tensione emotiva; di raffinata e sensibile intelligenza; di notevole cultura; di irriducibile determinazione. Pregi che le consentirono di amministrare il dibattito filosofico/teologico incentrato sulla natura umana, in quell’epoca compresa fra il tardo Medio Evo ed il primo Rinascimento ed in cui Giovanni Pico della Mirandola, nello scritto De dignitate homini, aveva sostenuto che Dio avesse rivolto solo ad Adamo la parola a conferma della libertà dell’uomo nel seguire la propria natura.

Era in discussione la vecchia dottrina della miseria humanae conditionis a suo tempo teorizzata da Innocenzo III: naturalmente, quella miseria riguardava le donne cui già i primi Padri della Chiesa avevano sovrapposto la colpa del peccato originale alla sessualità.

Campione di un femminismo intelligente e consapevole, con sdegnata fermezza renata oppose a tale discriminazione dottrinale la forza delle sue idee, sfidando un secolo difficile; propugnando coraggiosamente le sue convinzioni intellettuali e religiose; difendendo il suo diritto d’opinione, nel contesto delle prescrizioni conciliari di Trento e del dilagare della Riforma Luterana.

Altrettanto pregnante fu l’adesione di Olimpia alla causa riformista, cui approdò nel 1541, guidata da Celio Secondo Curione.

A quella data la Duchessa, che aveva conservato il suo bagaglio identitario francese, già professava apertamente il Credo calvinista; già proteggeva i perseguitati religiosi con la complicità della Governante Michelle de Saubise e del Segretario e Poeta Clément Marot, autore a sua volta di una versione dei Salmi assai diffusa negli ambienti protestanti; già accoglieva il dissenso, deteriorando i rapporti coniugali, in quella movimentata Corte  della quale era stato ospite anche il Tasso prima che il Duca Alfonso, oggetto delle sue dure invettive, lo facesse segregare nell’Ospedale di sant’Anna. Tuttavia, quand’egli tornò in libertà, fu evidente la ragione per cui era stato a lungo detenuto: si riteneva che le sue remore religiose arrecassero ulteriori danni alla reputazione politica degli Este, già guardati con diffidente sospetto dalla Curia romana, proprio per la aperta professione confessionile di Renata.

Ambrogio Cavalli; Celio Secondo Curione; Andrea Ghetti da Volterra; Fulvio Pellegrino Morato; Francesco Porto; il Prete anabattista Antonio Pagano; Giovanni Calvino che, nel 1536, aveva raggiunto Ferrara sotto lo pseudonimo di Carlo d’Espeville, dopo aver pubblicato a Basilea l’opera base della sua dottrina Christianae religionis institutio, erano tutti frequentatori assidui di quel palazzo.  In esso, la incisiva presenza della Duchessa è testimoniata dalla Loggia che ospitò la riconciliazione col marito, avvenuta alla presenza del Cardinale Ippolito II, e dalla nota Cappella a lei intitolata e nella cui volta sono dipinti i quattro Evangelisti e le bianche aquile estensi e le cui pareti sono incrostate di marmi ispirati al raffinato gusto architettonico francese.

In quel tempo, Renata si era spinta ben oltre il sostegno intellettuale: aveva fornito supporto anche finanziario alla causa di molti Riformisti, a partire da Renato Camillo fatto liberare dal carcere con rilevanti implicazioni politiche, in danno di quel piccolo Stato nel quale Ercole mirava a mantenere l’amicizia imperiale e a guadagnare quella papale.

Erano gli anni arroventati dai circoli napoletani fondati dal mistico Juan de Valdés, esponente di una famiglia spagnola di Conversos; appassionato estimatore di Erasmo da Rotterdam e di Martino Lutero; autore anonimo del Dialogo de doctrina cristiana, col quale aveva attaccato la Chiesa romana con tale vigore da essere processato per eresia dall’Inquisizione iberica che, nel 1529, lo aveva indotto alla fuga in Italia ove era giunto nell’inverno dell’anno successivo, munito del salvacondotto di Agente imperiale di Carlo V, per ripararsi da ulteriori rappresaglie. A Napoli, dopo aver frequentato il circolo umanistico di Juan Ginés de Sepulveda, all’indomani dell’elezione papale di Paolo III, egli aveva fondato un’associazione religiosa attorno alla quale s’erano raccolte tutte le espressioni della protesta italiana: da Giulia Gonzaga a Vittoria Colonna, da Galeazzo Caracciolo a Berardino Ochino, da Piero Carnesecchi ad Aonio Paleario.

Valdés credeva nell’illuminazione dello spirito come rivelazione di Dio della promessa di salvezza a chi si fosse abbandonato alla Sua misericordia, in sostanza inquadrando la fede come scelta puramente soggettiva, in contrapposizione al magistero ufficiale della Chiesa e alle sue reinterpretazioni delle Sacre Scritture.

Renata e Olimpia condividevano la medesima convinzione, malgrado per Ercole la coesistenza di quella cultura con il rispetto dovuto al Papato era diventata una spinosa questione.

Il tema della giustificazione per fede: un autentico travaglio per quanti si sforzavano di ricondurre il Clero nel solco della tradizione, era divenuto un pericolo e, quando Berardino Ochino era stato inseguito dall’ accusa di eterodossìa, aveva potuto salvarsi in Svizzera solo grazie alla complicità congiunta di Renata e della Contessa di Camerino Caterina Cybo.

In definitiva, per i Riformisti quella rete di relazioni femminili che saldò i nomi di Giulia Gonzaga, di Vittoria Colonna, di Giovanna e Maria d’Aragona, di Lavinia della Rovere, di Olimpia Morato, di Caterina Cybo alla Duchessa di Ferrare e alla energica Governatrice di Ischia Costanza d’Avalos, fu vitale.

All’inizio del 1537, quando agli occhi dei Cattolici italiani Ferrara era divenuta un centro di riferimento ereticale, il Duca si era recato a Venezia con un seguito di mille uomini e vi aveva preso alloggio in un palazzo sul Canal Grande contando di accattivarsi Paolo III, attraverso la Repubblica veneta: la riconciliazione avvenne il 23 gennaio del 1539. Gli fu confermata l’investitura di Ferrara al caro prezzo di centottantamila ducati e, dopo un secolo di traversie, gli venne anche riconosciuto il possesso delle emiliane Reggio e Modena; ma la conseguita posizione di potere manteneva il suo carattere di instabilità a causa della professione di idee della moglie, tutt’altro che gradita al Papato.

A partire dal luglio del 1540, pertanto, i rapporti coniugali si guastarono definitivamente malgrado sembrassero consolidati dalla nascita di cinque figli: nel 1531 Anna; nel 1533 Alfonso; nel 1535 Lucrezia; nel 1537 Eleonora; nel 1538 Luigi, a parte gli adulterino Cesare e Lucrezia, frutto della relazione di Ercole con la bellissima nobildonna Diana Trotti.

Per ridurre la portata politica dei danni prodotti da Renata, il cui salotto s’era trasformato in uno scandaloso centro di fermenti anticlericali, il Duca fu costretto a disporne il confino nel castello di Consandolo e a permettere all’Inquisizione di interrogarla.

La Corte francese protestò con sdegnata violenza contro l’avallo fornito da Paolo III alle pressioni esercitate da Gesuiti spintisi, nel 1548, alla esplicita e pretestuosa accusa di eresia formulata in danno della Duchessa nel cui operato non si voleva cogliere l’impegno di rinnovamento religioso già maturato nel suo Paese d’origina; già condiviso anche da Margherita d’Angoulême, paladina delle donne che rifiutarono la regola del silenzio sociale; già appoggiato dalla Regina ugonotta Jeanne d’Albret che, nell’occupazione della regione dell’Agenais, sostenne il Protestantesimo. Si volle, al contrario, nella condotta di Renata leggere l’atteggiamento riprovevole di un gruppo di donne ostili all’ortodossìa e fiancheggiatrici della ribellione ed alle quali, peraltro, fu negato il supporto degli stessi Protestanti che, pur avvalendosi della loro attività, manifestarono sprezzo per la dimensione ginocratica e, a proposito dei Paesi a vigenza salica, ne propugnarono l’esclusione dai diritti politici.

Ercole, dal canto suo, preso dall’impegno a mantenere buone relazioni con Francia e Impero, alla fine dell’estate dello stesso 1548, si recò a Torino per rendere omaggio ad Enrico II di Valois e nel gennaio successivo raggiunse Mantova per riverire Filippo d’Asburgo, futuro Sovrano di Spagna. Per consolidare tali rapporti, navigando nel tempestoso mare della Diplomazia, nel dicembre del 1549 concesse in matrimonio la primogenita Anna al futuro Duca di Guisa Francesco di Lorena: una premessa all’adesione di Ferrara alla lega antiasburgica formata da Enrico II e da Paolo IV e sottoscritta nell’autunno del 1556.

In quello stesso tormentato inverno del 1549, intanto, Olimpia Morato aveva sposato il Medico tedesco riformato Andreas Grundler: fu allora che, accomunate dalla fede e sostenute da Lavinia Franciotti della Rovere Orsini, ella e Renata furono trascinate e coinvolte nel caso Fanini.

Fanino Fanini era un modesto Fornaio faentino.

Convertitosi al Calvinismo dopo aver letto il Beneficio di Christo di Benedetto Fontanini e la tragedia Libero Arbitrio di Francesco Negri, aveva preso ad esternare le sue opinioni finché, arrestato nel 1547 e inquisito da Alessandro da Lugo, era stato … bandito da Faenza et dalle terre si Santa Chiesa Romana per conto d’haeresia, con speranza si dovesse emendare … Tuttavia, seguitando ad esprimere e a difendere le proprie convinzioni, egli aveva portato scompiglio nel convento delle Suore di Santa Chiara con i punti centrali delle sue prediche: negazione dell’Eucarestia, dell’Ordinazione, della Messa, della recita del Rosario e della pratica del digiuno.

Sette solerti Monache avevano riferito all’Autorità inquirente i contenuti dottrinali delle predicazioni di Fanini, il quale aveva spiegato l’assenza di fondamento eucaristico nelle Scritture; aveva definito la Messa un’invenzione a scopo di lucro; aveva negato l’istituzione del Sacerdozio da parte di Gesù; aveva teorizzato l’inutilità del culto dei Santi, stante la inammissibilità delle loro intercessioni; aveva riscosso la solidarietà di molte Claustrate che, persuase dalle puntuali argomentazioni, si erano dichiarate Lutherane ed avevano contestato la Regola, la validità della recita dell’ufficio e della devozione mariana.

Era davvero troppo perché l’Inquisizione non intervenisse: il 27 febbraio del 1549 Fanini fu tradotto a Ferrara, ove il Cardinale Alessandro Farnese ne sollecitò ad Ercole la consegna perché, estradato a Roma ed opportunamente interrogato, consentisse per suo mezo rinvenire di molti complici.

Cominciava così una lunga successione di eventi caratterizzati dai tentativi di difesa e rivendicazione giurisdizionale del Duca dallo sconfinamento territoriale dell’Inquisizione: pressato dalla moglie, nel frattempo rientrata dal confino, egli non solo insistette nella avocazione dell’esercizio delle competenze, ma pretese che il Fanini fosse processato a Ferrara e non a Roma. Pertanto, con una inconsueta procedura di garanzia, al fine di vigilare sulle attività processuali dell’Inquisitore Girolamo Papino, insediò un Tribunale composto da un Frate Minore, da un Domenicano, da un membro della Curia locale e da tre Consiglieri di Palazzo. Contro ogni previsione, il 25 settembre del 1549, il processo si concluse con un verdetto di colpevolezza  e con l’irrogazione della condanna a morte del Fornaio.

L’Italia fu agitata dalla violentissima levata di scudi di ampi segmenti del mondo culturale: in particolare di Lavinia della Rovere; delle Legazioni diplomatiche di molti Paesi; delle irriducibili Olimpia e Renata; del Capitano di Ventura parmense Camillo Orsini che addirittura propose ad Ercole di consegnargli il detenuto.

Fanino Fanini divenne un caso internazionale!

Il fermento sollevato dalla vicenda condizionò i tempi di esecuzione, inducendo Ercole a chiedere al Papa l’ attenuazione della pena e, contro il fermo diniego, di temporeggiare ancora applicando una proroga motivata proprio dalla morte di Paolo III.

La vita dell’imprudente Artigiano era appesa ad un filo.

Di ritorno a Ferrara, dopo i solenni festeggiamenti per l’incoronazione di Giulio III, anche per prevenire le reazioni di infiniti personagij de importantia; per assecondare Renata, che non si dava pace ed esigeva la grazia e la liberazione del prigioniero; per fronteggiare le sollecitazioni di Olimpia e dell’ampio gruppo di Intellettuali raccoltosi attorno a Lavinia della Rovere, il Duca incaricò il suo Legato Bonifacio Ruggieri di pretendere dal Tribunale una lettera alla ricevuta della quale non mancheremo di fare exeguire quanto sarà necessario.

La svolta mandò disattesa ogni aspettativa: quel documento, sul cui mancato inoltro Ercole contava, arrivò ed ogni ulteriore tentativo dilatorio incontrò la spietata ed accanita resistenza del famigerato Inquisitore Giovanni Pietro Carafa, autore di un ricattatorio ultimatum: l’immediata esecuzione dell’eretico o l’apertura di un processo anche a carico della Duchessa.

Al Duca non restò altra opzione che quella di salvare la moglie e preservare il Ducato da una definitiva rottura con la Chiesa.

Abbandonato al suo destino, il Fornaio fu impiccato e messo al rogo il 22 agosto del 1550, proponendosi simbolo del disagio riformista; ponendosi al centro del martiriologio Actiones et monimenta martyrum e nelle Icones di Théodore de Bèze; dando luogo, in tutti i Paesi protestanti, a proteste e ad una nutrita agiografia tesa a farne un esempio di dignità e di fermezza per quanti cedevano alla oppressione dell’ Inquisizione.

Per Olimpia, un grande dolore; per Renata una cocente sconfitta delle idee, aggravata dalla intensificazione delle attività persecutorie del Santo Uffizio che, malgrado ogni vivace e formale reclamo della Corte francese, la spiava; la sottoponeva a frequenti perquisizioni; la vessava; la minacciava.

D’altra parte, nel marzo del 1554, ella prestò il fianco all’aggressione clericale: sfidò la Chiesa, non solo astenendosi dall’assistere alla Messa; non solo, dal 1551, facendo regolarmente celebrare la funzione religiosa protestante della Cena del Signore cui, almeno una volta, partecipò anche Isabella Bresegna, già convertita ed in contatto con Valdés, ma osando inibire alle figlie la partecipazione alla liturgia pasquale con allarmata irritazione del coniuge: i Gesuiti ed il Rettore del Collegio di Roma Jean Pelletier s’erano dati a predicare contro la liberale politica estense, fino a chiamare in causa proprio contro il Duca il Teologo domenicano e Capo dell’Inquisizione francese Matthieu Ory, perché obbligasse Renata ad un atto di definitiva sottomissione.

Messa alle strette, ma tutt’altro che piegata, ella chiese a Calvino di impegnare il Riformato parigino François Morel il quale, però, lungi dal dirimere la controversia, ne esasperò i termini fino a causare, nel settembre del 1554, la reclusione e l’interdizione di Renata, minacciata di confino in convento anche delle figlie, ove non si fosse piegata alle prescrizioni romane.

Obtorto collo e privata di ogni libertà, ella si umiliò per il bene della prole vanificando un ulteriore tentativo calvinista di coinvolgere Ambrogio Cavalli che fu arrestato, processato ed arso a Roma il 15 giugno del 1556.

Ma la tregua ebbe breve durata: l’irriducibile temperamento e la convinta tensione in difesa del diritto alla libertà di espressione e di fede la indussero presto a riprendere, con rinnovato vigore, la professione delle sue idee, finché fu di nuovo rinchiusa.

Olimpia, nel frattempo, affranta per l’atrocità del supplizio inflitto  a Fanino contro le promesse di libero concilio pur espresse alla vigilia della seconda fase tridentina da Giulio III, aveva abbandonato l’Italia trasferendosi in Germania per riparare la famiglia dal crescente clima di persecuzioni. Stabilitasi a Schweinfurt col marito e il fratellino e incoraggiata da Curione, aveva tradotto i Salmi in greco e tenuto contatto con tutti i Protestanti europei. Nella primavera del 1553, durante la Seconda Guerra dei Margravi, occupata da ALbrecht Alcibiades di Brandeburg- Kulmbach, la città era stata alluttata dalla peste e dall’ implacabile assedio delle truppe di Weigand von Redwiz e Melchior Zobel von Guttenberg, Principi- Vescovi di Bamberg e Würzburg. La capitolazione era avvenuta nel giugno del 1554: Olimpia e il marito erano stati espropriati di ogni bene e ridotti alla miseria, finché nel luglio i Conti di Erbach, Georg V e Valentin II, avevano offerto all’una di impartire lezioni di greco e all’altro un posto di Docente all’Università di Heidelberg. Era stato il loro ultimo anno di vita: morti il coniuge ed il giovane fratello, ella stessa, appena ventinovenne, afflitta dalla malaria e aggredita dalla tubercolosi, il 26 ottobre del 1555 si era spenta, dopo aver ricostruito a memoria parte dei suoi poemi distrutti; dopo aver rifondato con Curione una nuova biblioteca e dopo aver chiesto a Pier Paolo Vergerio di tradurre in italiano il Grande Catechismo di Lutero. Proprio Celio Secondo Curione pubblicò la sua Opera Omnia mentre Renata, ostinatamente contraria a ritrattare le sue convinzioni, restava prigioniera fino alla morte del marito.

Le sue speranze di libertà furono stroncate dal figlio Alfonso II che, su pressione di Pio IV, nel 1560 le impose l’esilio nel castello francese di Montargis. Durante il lungo e faticoso viaggio, il 7 ottobre di quell’anno, ella fece sosta a Savigliano per intercedere a favore dei Valdesi presso il Duca di Savoia Emanuele Filiberto. Una volta a destinazione, riprese con coerenza a proteggere i Calvinisti accogliendo, nel novembre del 1567, i Riformatori lucchesi Michele Burlamacchi e Pompeo Diodati.

Anche in quella località non le furono, intanto, risparmiati affronti e disagi: nel 1562 le fazioni cattoliche francesi guidate da suo genero, il Duca Francesco di Guisa, l’assediarono e le interdissero ogni ulteriore contatto con l’esterno.

Nella solitudine la Duchessa si spense sessantacinquenne, lasciando testimonianza esemplare di saggia ed incorrotta cultura; di lotta agli steccati del provincialismo bigotto; di apertura intellettuale rispetto ai limitati orizzonti femminili del suo periodo storico.

Paladina dei Teologi ed Umanisti espulso dall’Italia per ragioni religiose e patrona della libertà di culto e pensiero, ella fu simbolo della opposizione alla terribile diaspora causata dall’Inquisizione ed alla interminabile catena di lutti da essa prodotti.

Bibliografia