Donne nella Storia

Sighelgaita di Salerno

di Ornella Mariani
Sigillo di Gisulfo II, principe di Salerno
Sigillo di Gisulfo II, principe di Salerno

Apprezzata e coltissima Protagonista di una stagione abitata da fermenti e contrapposizioni; sensibile Mecenate e Benefattrice dell’abbazia di Montecassino, Sighelgaita di Salerno srotolò la propria esistenza nella cornice degli eccezionali eventi che ebbero come protagonisti Gregorio VII ed Enrico IV, sullo sfondo del processo di rinnovamento della Chiesa e della riforma gregoriana; del complesso conflitto delle Investiture; dell'affermazione della potenza normanna in Langobardia minor; del declino dell'antico e prestigioso Principato di Salerno; dl trionfo definitivo dei d’Hauteville.

Nacque verso il 1036 inquella splendida e ricca e Salerno il cui affaccio sul Mediterraneo l’ aveva presto resa centro di intensi scambi culturali e commerciali, tali da indurre Amato di Montecassino a definirla con parole di biblica memoria … terra che produce latte e miele… guidata da una Aristocrazia illuminata ed amata e, in particolare, dal generoso ed avveduto Principe longobardo Guaimario IV, sposo di Gemma, figlia del Conte di Teano.

Emulo del padre omonimo, cui era succeduto quattordicenne nel 1027 sotto reggenza materna, entrato in conflitto con lo zio Principe Pandolfo IV di Capua detto il Lupo degli Abruzzi, colpevole di aver tentato di abusare di una nipote, aveva preso al suo servizio bande di coraggiosi predoni francesi di estrazione vichinga, smaniosi di ricchezza e fortuna: i pugnaci fratelli Drengot e, più in particolare, Rainulfo, già Vassallo del Signore capuano.

Nel 1038 sulla vicenda fu chiesto l’arbitrato degli Imperatori bizantino ed Occidentale ma solo Corrado II accolse l’istanza e scese al Sud: posta sotto assedio, Capua fu presto aggiogata ed infeudata al Principe salernitano che, riconosciuto anche nella sovranità di Amalfi, Gaeta e del Ducato di Napoli, chiese un riconoscimento imperiale anche per il suo fedele Sodale: Rainulfo Drengot fu investito del titolo di Conte di Aversa.

In quegli anni un altro gruppo franco/normanno s’era fatta strada col mercenariato nelle periferie dell’Italia meridionale: i fratelli d’Hauteville.

Quando i Bizantini chiesero appoggio per una spedizione in Sicilia comandata dal Generale Maniace, Guaimario incaricò proprio uno di essi: Guglielmo detto Braccio di Ferro, di condurre un contingente longobardo.

Nel settembre del1042 aMelfi Guaimario ne approvò l'elezione a Conte di Puglia incassando per sé l'acclamazione a Duca di Puglia e Calabria, in aperto contrasto con le rivendicazioni bizantine.

Era in atto la storicizzazione della potenza delle famiglie Hauteville e Drengot, che ottennero il formale riconoscimento dei possedimenti di Aversa e di Melfi e di ogni altra loro conquista.

A fine d’anno, Rainulfo e Guglielmo ancora a Melfi riunirono le Baronie longobarde e normanne in una grande Assemblea al cui cospetto il Principe salernitano offrì in moglie a costui la propria nipote Guida, figlia del Duca Guido di Sorrento.

Nel corso degli anni le alleanze furono alterne, ma il percorso politico degli Uomini del Nord continuò in salita e se il Principe longobardo congelò i rapporti con i Drengot, ne strinse con gli Hauteville attraverso le nozze di Drogone con la propria figlia Gaitelgrima.

Nel 1052, però, costui fu assassinato sulla scalinata della cattedrale di Bovino e, il 3 giugno dello stesso anno, anche il suocero ne condivise la malasorte cadendo, nel porto di Salerno, sotto i colpi di lancia di un gruppo di Ribelli amalfitani e di quattro nipoti, figli del cognato Pandolfo V di Capua.

Dopo il crimine, essi rapirono il giovane Gisulfo II, già associato al trono nel 1042 ed assegnarono la Signoria cittadina allo stesso Nobile capuano.

La reazione dei Normanni fu assai spietata e, dopo che ebbero deposto le armi e rilasciato l’ostaggio, l’Usurpatore e i Congiurati furono massacrati assieme a trentasei Familiari: uno per ciascuna ferita inferta a Guaimario, la cui eredità includeva il dominio su Salerno; Amalfi; Gaeta; Napoli; Sorrento; Puglia e Calabria: con lui era caduto quel Principe longobardo ritenuto il più grande in assoluto: ...non ebbe mai a rompere una sola volta una promessa o tradire una fiducia. Dal giorno in cui morì, il suo onore e la buona fede non sono state una sola volta messe in discussione… (J. J. Norwich)

Allevati con particolare cura in quell’ambiente ricco; colto e multietnico nel quale la tradizione longobarda si era felicemente fusa con quella latina e greca, restarono i suoi quattro figli: Gaitelgrima, Gisulfo II, Sighelgaita e Sicarda.

La terzogenita, che saldò avvenenza e fascino con un eccezionale carisma ancorato ad un lucido misticismo, fu definita nobile, bella e saggia da Amato di Montecassino; onesta, pudica, virile nell’animo e provvida di saggi consigli dal Vescovo locale Romualdo Guarna; ben educata da Orderico Vitale, che la confermò …allevata dagli archiatri salernitani; non si esclude che ella avesse trascorso infanzia e adolescenza nel monastero di san Giorgio, contiguo al Palatium coltivandovi, parallela agli studi dei classici latini e greci ed all’analisi delle Sacre Scritture, anche la passione per la Medicina e l’Erboristeria: nell’XI secolo, la Scuola Medica Salernitana viveva il suo periodo aureo e ai testi di Ippocrate, Galeno, Dioscoride, si erano aggiunti quelli di grandi Clinici coevi, a partire dal Medico di Corte Garioponto e da Alfano I Vescovo di Salerno.

Si vuole, anzi, che la Principessa fosse stata Discepola proprio di Trotula de Ruggiero: la sapiente matrona in grado di tener testa anche al franco Raoul Maucouronne

Non è dato sapere come ella, sedicenne al tempo del decesso paterno, vivesse quel tragico evento che aveva stravolto la vita della Dinastia, ma è certo che ebbe un temperamento  deciso e che esercitò forte ascendente sul fratello ventiduenne il quale, avocata a sé la successione, si vendicò con inaudita ferocia di Quanti avevano partecipato all’orrendo assassinio del padre sottoponendo gli Amalfitani a sanzioni vessatorie e a frequenti sequestri delle navi ed imponendo a Cittadini eminenti la corresponsione di altissimi tributi.

Nel frattempo, da Vassalli ed Alleati, i Normanni erano divenuti temibili Antagonisti e, più in particolare, Robert le Viscart che, già Padrone di gran parte del Mezzogiorno; Guerriero coraggioso; Politico spregiudicato; Predone spietato, mirava al possesso anche di Salerno.

La sorte gli fu favorevole: quando Gisulfo II, che Amato di Montecassino nella Ystoire de li Normant rappresentò inaffidabile e subdolo, gli chiese di contenere le attività del fratello Guglielmo, che stava mettendo a ferro e fuoco i villaggi pugliesi, accettò alla sola condizione di avere il consenso alle nozze con Sighelgaita.

... è giunto a me ed alla mia gente la fama di donna avvenente, saggia, pudica e religiosa: sarà grande onore e gioia per il Popolo normanno vederla sposa e signora del suo duce...

In realtà, egli era già sposato con Alberada di Buonalbergo, dalla quale aveva avuto il figlio Boemondo e, poiché ella era con lui imparentata, aveva contravvenuto al Diritto Canonico che vietava le nozze fino al settimo grado parentale.

Considerandolo un Barbaro, Gisulfo si oppose con fermezza assumendo a pretesto l’impossibilità finanziaria a far fronte ad una dote adeguata. Tuttavia, ritenendosi offeso, il Normanno piombò su Salerno e lo affrontò sostenendo che avrebbe egli stesso provveduto ad offrirle il meglio dei possedimenti in Calabria.

Il Principe chiese una proroga; l’aspirante cognato la concesse e, alla fine, il matrimonio fu officiato a Melfi nel 1059.

Si suppone che la Sposa, ormai ventiduenne e perdutamente invaghita dell’Avventuriero pretendente, avesse influenzato la decisone del fratello: la bizantina Anna Comnena riferì che Roberto era maestoso di volto, di statura alta, largo di spalle, perfetto di forme, di chioma e barba fulve, d’occhi vivaci e penetranti

E’ possibile che il fascino esercitato sulla giovane Donna si fosse rivelato irresistibile; ma l’acume e la lungimiranza in seguito dimostrati non escludono che, memore dell’assassinio del padre, ella avesse ingenerato in Gisulfo tutti i rischi conseguenti al confronto con un potenziale Nemico, deciso e ambizioso.

Le nozze avrebbero potuto trasformarlo in utile Alleato, poiché il dominio longobardo a Salerno vacillava, minacciato com’era dalla superiorità numerica e dalla abilità militare dei Normanni.

Un’azione di forza sarebbe stata impraticabile: meglio saldare la stirpe ai nuovi e imbattibili Padroni del Mezzogiorno.

Bruna, bellissima e abbigliata in sete bizantine impreziosite da magnifici gioielli, ella fu impalmata dal gigante dagli occhi azzurri sul quale si accinse ad esercitare tutto il proprio ascendente: dopo la cerimonia nuziale col più temuto e rispettato Condottiero del tempo, avrebbe mantenuto lo status di Principessa longobarda ed acquisito il titolo di Duchessa normanna.

La sua raffinatezza intellettuale ed il suo acuto talento diplomatico si sarebbero sempre scontrati con la rozzezza pragmatica e spietata di lui, ma lo avrebbe onorato ed accompagnato fino alla fine della vita, dandogli ben otto figli che rappresentassero anche il futuro della genìa longobarda. Sicché può dirsi che Sighelgaita si propose mediatrice tra due lignaggi familiari: negli atti e nelle donazioni in cui compare al fianco del Coniuge, soprattutto nelle terre da costui ricevute in dote, ella intervenne sempre come Principessa longobarda e mai come Moglie del Conte di Puglia, com’è confermato dal ruolo formalmente riconosciuto nella dicitura dei documenti: per intervento di Sichelgaita o per intercessione di Sichelgaita.

In quello stesso 1059, suo cugino ed Abate di Montecassino Desiderio di Benevento ricevette da Niccolò II la Porpora e l’incarico di Legato per l’Italia meridionale.

Erano anni di intenso fermento per la Chiesa: il Papa era deciso ad imporre le convinzioni del Predecessore Leone IX nella tensione ad affrancarsi dal potere secolare e, avanti a tutto, dalla pressione imperiale; mirava sradicare i due mali più diffusi nel Clero: simonia e concubinato ed aspirava ad imporre il principio che la nomina papale avvenisse solo su indicazione del Corpo Episcopale e non più dell’Aristocrazia romana e degli Imperatori.

Il 23 agosto di quello stesso 1059, scortato dall’Abate Desiderio, il Pontefice scelse proprio Melfi come sede di un Sinodo nel quale rese pubblici i decreti conciliari stabiliti il 13 aprile precedente a Roma, a partire dall’obbligo di castità sacerdotale.

Sighelgaita gli riservò un’accoglienza maestosa e, con accorta regìa, preparò lo svolgimento degli incontri che portarono prima al Trattato di Melfi e poi al Concordato di Melfi: il sodalizio tra la Chiesa ed i Normanni fu mediato dall’Alto Prelato beneventano, mentre gli accordi furono elaborati dal Vescovo di Acerenza Godano, Amico del Guiscardo che Niccolò II abbracciò come Fidelem: ormai ai ferri corti con l’Imperatore, presagendo l’imminenza della rottura il Papa esigeva sostegno.

Riconoscere al Guiscardo le conquiste nel Mezzogiorno italiano e l’investitura a Duca di Puglie e Calabria equivaleva ad assicurarsene quella fedeltà che costui giurò, impegnandosi a rendere esecutive le disposizioni conciliari ed a porre la propria spada al servizio della Chiesa, cominciando con l’espellere i Saraceni dalla Sicilia.

Amato di Montecassino riferì che la benedizione papale scese sul Normanno e su Sighelgaita, a conferma della ipotesi che ella avesse esercitato un considerevole peso all’interno dei negoziati fra l’autorità laica e quella ecclesiale: Roberto aveva ottenuto non solo la legittimazione dei possedimenti, ma aveva assunto centralità politica sullo scacchiere europeo quale Paladino ufficiale della Chiesa, in contrapposizione agli Imperatori tedeschi cui l’iniziativa risultò assai sgradita.

Quel 1059 si concluse con la nascita di Ruggero Borsa: la Duchessa longobarda aveva armonizzato il proprio ruolo diplomatico e politico con quello di Sposa e di Madre.

Ed ancora Amato di Montecassino: nel 1073, mentre si trovava a Trani, Roberto fu contagiato da malaria e circolarono sulla sua presunta morte voci che raggiunsero Gregorio VII il quale, senza indugio alcuno, inviò una lettera alla presunta Vedova: … Un grande ed irrimediabile dolore si è abbattuto sulla santa Chiesa di Roma, dolore provocatoci dalla morte del carissimo figlio della santa Chiesa, il duca Roberto. Il cuore dei cardinali, di tutto il Sacro Collegio e di tutto il Senato di Roma è molto dolente per la sua morte, vedendo in ciò la propria rovina e testificando di aver perso la crescita della pace. Ma, perché la tua nobiltà conosca la benevolenza del signor papa, di quale amore e perfezione era nei riguardi di vostro marito, conducete qui suo figlio affinché, con il riconoscimento della santa Chiesa i beni che il padre aveva ricevuto dal precedente papa…

Con ogni evidenza, l’erede non poteva che essere Ruggiero, primogenito di Sighelgaita, e non Boemondo, primogenito di Roberto e della prima moglie Alberada.

L’indicazione preveniva ogni contrapposizione possibile con Gisulfo, la cui mancanza di discendenza diretta avrebbe chiamato in causa proprio il nipote come erede legittimo.

Non si esclude che notizia della morte del Duca fosse stata surrettiziamente veicolata proprio dalla moglie, nel tentativo di mettere fuori gioco Boemondo: ottenendo per Ruggiero l’investitura papale, avrebbe posto il coniuge davanti al fait accompli.

Di fatto quando egli, guarito, fu informato delle circostanze, se ne infuriò; ma Gregorio non rinunciò ad orientarne i propositi e lo invitò a quell’incontro tenuto a Benevento e risòltosi in un nulla di fatto.

Il Pontefice se ne adontò e, contravvenendo al giuramento, Roberto non solo restò indifferente alla ribellione di Vassalli abruzzesi sconfinati in territorio ecclesiale, ma assalì la stessa Benevento che, in virtù degli accordi melfitani, era stata attribuita alla Chiesa.

Il Primate rivolse istanze di aiuto alla Contessa Beatrice di Toscana ed a sua figlia Matilde e poi pose sul tavolo la sua carta vincente: scomunicò Roberto il cui proposito era sempre e solo la conquista di Salerno, previo un pretesto che giustificasse l’attacco al cognato Gisulfo. L’occasione gli si presentò quando Amalfi, sfinita dalle vessazioni del Principe, si consegnò al d’Hauteville.

Desiderio declinò l’incarico di mediare le tensioni fra cognati e fu la stessa Sighelgaita ad intervenire, proponendo un accordo rispetto al quale Salerno restava a Gisulfo e Amalfi veniva infeudata al proprio figlio Ruggiero; tuttavia, il Principe longobardo non era disposto a rinunciare ai domini paterni e ad accettare che con lui scomparisse l’ultima espressione di una Dinastia insediata nel mezzogiorno da oltre cinque secoli. Pertanto, inviò alla sorella un raggelante messaggio: fra poco ella avrebbe vestito …i panni neri del lutto

In realtà, egli era del tutto isolato e militarmente debole; sicché non gli restò che ordinare alla sua Popolazione di incamerare viveri per due anni e di prepararsi a quel drammatico assedio normanno cui la città fu sottoposta dal maggio del 1076.

Lutti e fame non condizionarono la fermezza del Principe ed ancora una volta Sighelgaita intervenne nel ruolo di referente di quei Sudditi che erano stati già anche suoi ed ai quali, ad insaputa del Guiscardo, inviò considerevoli scorte di viveri.

Finalmente l’assedio cessò: gli sfiniti Salernitani aprirono una breccia all’interno delle mura, favorendo l’ingresso di Roberto mentre Gisulfo riparava nella inespugnabile Turris Maior, in cima al monte Bonadies, tentandovi una difesa ad oltranza.

Il cognato decise di prenderlo per fame ma la moglie avanzò ancora una volta il proprio ruolo di Mediatrice e propose un incontro fra le Parti.

Ancora Amato di Montecassino riferì la disperazione espressa da Gisulfo alla sorella: … ora tu mi hai reso lo zimbello del mondo, e sono votato alla distruzione, io e la mia gente. Non dovevi considerare la tua parentela normanna, ma la mia parentela, dato che siamo congiunti. Ora mi vuoi scacciare dall’eredità di mio padre, tu che mi avresti dovuto aiutare a conquistare altre terre

Roberto fu implacabile: non voleva la pace, ma la resa incondizionata.

Al Principe longobardo, che non aveva alcuna possibilità di misurarsi con lo spietato Rivale, non restò che consegnarsi con la propria famiglia e subire l’ultima cocente umiliazione: la consegna della preziosa reliquia del dente di San Matteo.

E di nuovo Sighelgaita intervenne: sollecitato il cugino Desiderio a favorire una soluzione diplomatica della vicenda, ottenne dal marito la revoca della decisione di deportare Gisulfo a Palermo in catene e di tenerlo Prigioniero fino alla morte e pretese, anzi, il rispetto dello Sconfitto Gisulfo al quale fece assegnare mille bisanti d’oro utili ad un esilio dignitoso.

Egli, allora, riparò prima a Roma, ove Gregorio VII lo nominò Amministratore dei beni della Chiesa, e poi presso la sorella Gaitelgrima che, vedova di Giordano di Capua, era passata a nozze col Conte Alfredo di Sarno: in quella località avrebbe concluse l’esistenza fra il 1090 e il 1091.

La caduta dell’ultimo Principato indipendente del Sud, nel maggio del 1077, sgomentò Longobardi, Amalfitani, Ebrei che dirottarono ogni speranza di sopravvivenza sulla Principessa.

A fronte dell’irreversibile declino della Langobardia minor, ella si impegnò a tenerla in vita attraverso il figlio.

Il Guiscardo era Signore assoluto del Mezzogiorno e titolare di un territorio esteso dall’ Abruzzo alla Sicilia: per prudenza, a fronte di possibili torbidi agitati dai Partigiani dello spodestato cognato, spostò comunque il centro del potere dal Sacratissimum Palatium di Arechi allo strategico Castel Terracena, mai come in quel momento esigendo la complicità protettiva della moglie, trait d’union fra lui e la defraudata Aristocrazia locale.

Non a caso, le di lui donazioni di quel periodo, a partire da quelle rivolte alla potentissima abbazia di Cava dei Tirreni, portano il nome dell’abile Duchessa.

Né è un caso, proprio circa il ruolo politico svolto da lei, il rinvenimento di una lettera inoltrata all’arcivescovo Alfano da Gregorio VII che esprimeva la gioia per il ritrovamento, durante la costruzione della nuova cattedrale voluta dal Normanno, delle reliquie dell’Apostolo Matteo. Alla fine dello scritto, non manca un apprezzato riferimento alla nobilissima sposa.

Proprio quell’anno, con l’accordo di Ceprano, si sancì la pace definitiva tra Curia papale e Roberto cui furono riconosciuti quei domini di cui Sighelgaita stessa era proprietaria per diritto ereditario.

In definitiva, mai trascurando la propria estrazione longobarda, ella fu sempre al fianco del marito: durante la rivolta del Conte di Giovinazzo, per esempio, mentre egli riconquistava Taranto, ella espugnava Trani.

Anna Comnena confermò che … era solita accompagnarlo nelle campagne militari….

Nel 1078, il Generale Niceforo Botianate detronizzò Michele VII Ducas; gli impose  il ritiro nel monastero di Stoudion e sostenne l’insediamento di Alessio I Comneno, esigendo che il di lui figlio Costantino, associato al trono, sposasse la propria figlia Anna.

Il giovane Erede, però, era stato già promesso ad Olimpiade, figlia di Roberto e Sighelgaita costretti a subire un intollerabile affronto.

Si vuole che ella spingesse il coniuge a muovere guerra a Costantinopoli.

Impugnando la revoca della dignità di Basilissa alla figlia e la scomunica nel frattempo irrogata da Gregorio VII al Basileus, per usurpazione del trono, il Duca salpò da Otranto verso la Grecia con il primogenito Boemondo e la moglie.

Una volta presa Corfù, l’Armata puntò su Durazzo mentre Alessio Comneno poneva in campo una coalizione composta da Turchi Selgiuchidi, da Enrico IV di Germania e dalla Serenissima, che inflisse ai Normanni una durissima sconfitta.

Imperturbabile, il Guiscardo assediò Durazzo che capitolò il 18 ottobre del 1081: capeggiati dall’Usurpatore, i Bizantini venne a nuovo scontro con i Normanni guidati da Boemondo e dal padre.

Guglielmo di Puglia ne descrisse la violenza dell’urto, evidenziando la formidabile condotta del giovane Condottiero che, alla testa della Prima Linea, esortò le truppe esibendo il Vexillum Sancti Petri donatogli dal Papa.

Sichelgaita, intanto, secondo quanto ancora annotato da Anna Comnena era a cavallo, armata di cotta di maglia, elmo e scudo.

come un’altra Pallade, se non una seconda Atena…, a fronte della ritirata delle proprie truppe, gridò …Dove fuggite così? Fermatevi! Siate uomini... e, afferrata una lancia, si lanciò al galoppo nella mischia contro i Greci.

Una freccia perforò l’armatura e la ferì alla spalla sinistra, ma il coraggio col quale ella seguitò a battersi, colpì nel segno accendendo di rinnovato ardore gli animi dei Combattenti.

Le truppe del Comneno furono annientate, anche per la fuga degli Alleati turchi e della diserzione dei contingenti dalmati.

Così commentò Guglielmo di Puglia: … Iddio la salvò, perché non volle che fosse oggetto di scherno una signora sì nobile e venerabile….

Roberto proseguì verso Costantinopoli ma, nel febbraio del 1082, fu raggiunto da una accorata richiesta di aiuto di Gregorio VII: lo scomunicato Enrico IV di Franconia lo teneva in stato d’assedio in Castel Sant’Angelo; lo aveva deposto e, deciso a farsi consacrare Imperatore, aveva insediato l’antiPapa Clemente III.

Il Duca e la consorte rientrarono in fretta in Italia, lasciando Boemondo a capo della spedizione.

Una volta a Roma, con anche il figlio Ruggiero Borsa, Roberto non venne a scontro aperto col Sovrano che si affrettò ad allontanarsi. Pertanto, pose a sacco la città per tre giorni; si macchiò di massacri d’indicibile violenza, e poi liberò il Papa, portandolo a Salerno ove si sarebbe spento nel maggio del 1085.

L’ospitalità fornita a Gregorio ingenerò in Sighelgaita la convinzione di strappargli per il figlio Ruggiero il titolo di Duca delle Puglie e delle Calabrie, in danno del figliastro Boemondo, apprezzatissimo ed amato Condottiero che, secondo la Historia Ecclesiastica di Orderico Vitale, ella aveva addirittura tentato di avvelenare con la complicità di archiatri salernitani.

La circostanza aveva infuriato il marito, che aveva giurato di ucciderla se il Giovane non fosse sopravvissuto.

Ella si era, allora, risolta a somministrargli l’antidoto in cambio del riconoscimento dei diritti rivendicati per Ruggero Borsa: alla fine, almeno nella forma, a costui fu assegnata l’Italia meridionale ed i possedimenti in Grecia furono infeudati a Boemondo.

Nell’autunno del 1084 con i figli Ruggiero, Guido e Roberto e con la moglie Sichelgaita, il Duca ormai quasi settantenne ripartì per l’Oriente e con il primogenito conquistò Corfù.

Avrebbe avuto ragione di tutti i Nemici, ma non della peste che lo aggredì assieme a diecimila dei suoi uomini e dalla quale neppure la Consorte poté proteggerlo.

Roberto cessò di vivere a Cefalonia il 17 luglio del 1085.

La sua morte e la disperazione di Sighelgaita furono drammaticamente descritte da Guglielmo Appulo: … Oh che dolore! Che farò io infelicissima o dove potrò trovare rifugio io sventurata? Forse che i Greci, appresa la notizia della tua morte, non vorranno assalire me, tuo figlio e il tuo popolo, di cui tu solo eri gloria, speranza e forza, e che con la tua presenza hai protetto anche in situazioni disperate? […] O empia morte, ti prego, risparmia quest’uomo che morendo ne farà perire tanti altri; ma poiché tu non sai esaudire le preghiere, dagli almeno il tempo di ricondurci nelle nostre terre, perché un luogo sicuro ci accolga dopo la sua morte. Ahimè infelice! Invano io supplico costei che è stata sempre spietata con chi la supplicava e non ha mai risparmiato nessuno

La Duchessa rientrò in Puglia con le spoglie del marito: ne fece inumare il cuore ad Otranto e il corpo nella chiesa della Badia della Santissima Trinità di Venosa.

Il successivo 9 ottobre fu colpita dalla ulteriore perdita dell’autorevole Primate Alfano I: con lui se ne andava un Amico; un Parente; un Longobardo; un Confessore; un Padre spirituale.

Ritiratasi nel lutto a Castel Terracena, con le redini del potere nelle mani e la consapevolezza della ormai aperta contrapposizione ereditaria tra Boemondo e Ruggiero Borsa, associato nel governo del Ducato, volle che negli atti politici del periodo di reggenza, ancorché donna, fosse indicata come Dux a conferma della successione a pieno titolo e indipendente dai diritti della prole.

Il primo suo inequivocabile gesto in questo ruolo, secondo consuetudine longobarda, fu associare Ruggiero; ma la circostanza indispose i Normanni che rivendicavano la legittimità ereditaria del figlio di primo letto del Guiscardo.

Spalleggiato dal Principe Giordano di Capua, Boemondo mosse contro il fratellastro conquistando Oria e mettendo a ferro e fuoco Taranto e Otranto; ma a sorpresa, il 24 maggio del 1086, l’Abate e fedele Alleato Desiderio di Montecassino ascese al soglio di Pietro col nome di Vittore III e la sua mediazione produsse un primo accordo; in cambio della rinuncia agli altri possedimenti in Italia e ad ogni altro diritto successorio, il carismatico figlio di Roberto e Alberada ottenne la Puglia sudoccidentale da Conversano a Gallipoli ed il titolo di Principe di Taranto.

I fragili equilibri conseguiti si ruppero il 16 settembre del 1087 per effetto del decesso del Papa: Sichelgaita e Ruggiero assistettero impotenti alla conquista di Maida e Cosenza da parte degli Alleati di Boemondo e fu solo Urbano II a porre definitivamente fine al conflitto fratricida, investendo Ruggiero del titolo di Duca di Puglia e confermando al fratellastro, nel 1089, il Principato di Taranto e le città appena occupate e restituite in cambio di Bari.

La Duchessa aveva vinto la sua più grande battaglia: vedere alla guida dell’amata Salerno ancora un Nobile di stirpe longobarda: suo figlio! e, ancora una volta aveva avuto ragione: il bicefalismo ducale era risultato utile espediente per prevenire le lotte familiari e assicurare il rilancio di un forte governo.

Ora poteva accogliere la morte, che sopravvenne il 27 marzo del 1090.

La Donna di Potere e di Cultura, definita da Gabriele d’Annunzio Sichelgaita dal quadrato mento, a conferma del carattere deciso e volitivo, aveva messo al mondo: Olimpia, andata sposa a Costantino Ducas; Héria, coniugata ad Ugo V del Maine; Matilda, maritata a Raimondo Berengario Conte di Barcellona; Ruggiero Borsa, Duca di Puglia e Calabrie; Guido, Duca di Amalfi; Sibilla e Mabilia, rispettivamente sposate a Ebles II Conte di Roucy e Guglielmo di Grandmesnil; Roberto detto Scalio, capostipite degli Scaglione.

Parallelamente agli impegni materni, non aveva trascurato l’amore per la sua Salerno che, con spiccato mecenatismo, aveva reso città/ponte fra le culture d’Oriente e Occidente.

Nei suoi ultimi anni, aveva frequentato assiduamente la Badia di Cava de’ Tirreni con la quale era stata assai generosa e aveva coltivato il culto di San Nicola di Bari.

In conformità con i suoi desideri, la sorella Gaitelgrima ne dispose la sepoltura a Montecassino.

Se i Longobardi se ne sentirono orfani, i Normanni rimpiansero in lei l’ultima testimone del loro potere.

La sofferenza in qualche modo comune alle due Popolazioni la consegnò alla Storia ed alla leggenda.

Bibliografia