Donne nella Storia

Teodora Imperatrice

di Ornella Mariani
Teodora Imperatrice
Teodora Imperatrice

Sposa di Giustiniano I, nata forse in Siria, o a Creta o a Costantinopoli il 14 marzo del 497, dopo una vita movimentata vi si spense probabilmente di cancro il 28 giugno 548 e fu raccontata nella Historia Arcana da Procopio di Cesarea che, pur esaltandone la attività benefiche, ne evidenziò tutti gli aspetti negativi.
Teodora aveva un’estrazione sociale assai modesta: era una delle tre figlie di un certo Akakios, un cipriota Guardiano degli Orsi della tifoseria dei Verdi.
Orfana del padre, ella era stata avviata dalla madre alla carriera teatrale con le sorelle Comitò e Anastasia e, cortigiana ed attrice di spettacoli licenziosi, condusse un’esistenza assai dissoluta : … All'epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini, né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell'abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest'impiego contro natura del suo corpo… Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l'intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s'accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria… (Procopio: Storie segrete, IX )

Giovanissima, dopo aver seguito in Africa il Dignitario Ecebolo che l’abbandonò, si rifugiò in Alessandria ove fu accolta nei circoli monastici monofisiti. In seguito, tornò in Costantinopoli ove conobbe il Senatore ed erede al trono Giustiniano, che fu folgorato dalla sua avvenenza.
La storia moderna ridimensiona le testimonianze di Procopio che, già alle dipendenze di Belisario, ne condivise la caduta in disgrazia durante la Guerra Gotica e non nascose nei confronti della Imperatrice anche una animosità di classe, discendendo egli da famiglia senatoriale. Tuttavia, le vicende a lei riferite furono confermate anche dallo Storico siriano Giovanni di Amidas, Vescovo monofisita di Efeso che, pur avendola prossima per la sua professione di fede, la definì Teodora del postribolo. Non a caso il coniuge, che le era maggiore di vent’anni e che l’aveva presa per amante elevandola al rango di Patrizia, dovette superare molti ostacoli per poterla sposare: gli Imperatori e zii Giustino I e d Eufemia erano ostili a quel matrimonio, ma le insistenze del nipote li indussero alla modifica del Codex: se un'attrice si fosse pentita della precedente censurabile attività, poteva accedere alle nozze con un Aristocratico.
Di fatto, contrariamente a quanto accadeva in Occidente, presso i Bizantini le donne esercitavano enorme influenza; potevano ricevere un’istruzione superiore e, se appartenenti alla Nobiltà di Palazzo, disponevano di un grande potere politico sicchè, malgrado la rigida gerarchia, non poche di esse, pur di infima origine, ascesero al trono e ricoprirono il ruolo di Soggetti di Stato a seguito di una singolare cerimonia iniziatica: quando un Imperatore decideva di sposarsi, si procedeva già all’incoronazione della sposa prima del matrimonio, così rendendola titolare della corona indipendentemente dalle nozze e consentendole di assumere quella sacra autorità non connessa al coniuge, ma effetto della medesima indicazione divina in virtù della quale anch’egli veniva investito. Dopo la consacrazione, ella veniva presentata alle classi sociali dell’Impero: Dignitari, Esercito, Popolo che la salutavano coralmente con l’invocazione Dio salvi l’Augusta.

Da quel momento, era parte attiva della vita di governo non come moglie dell’Imperatore, ma come sua associata nella dignità imperiale e nella gestione della Res publica.
Di questa tradizione Teodora fu simbolo, contribuendo alla fioritura dell’Impero; partecipando ai Consigli dei Ministri; occupandosi della amministrazione politica e religiosa dell’Oriente; fornendo al coniuge felici intuizioni che, non di rado, sottrassero lo Stato a laceranti crisi, come accadde durante la drammatica rivolta di Nika, fomentata dai parenti di Giustino I: ella impedì la fuga a Giustiniano, obbligandolo ad assumere responsabilità storiche e salvandogli la titolarità del trono.
Incoronato nella Pasqua del 4 aprile del 527, l’Imperatore fece legittimare Teodora che si dimostrò fin da subito astuta e decisa.
In quella fase, entrambi si legarono alla fazione Azzurra dell'Ippodromo ma, quando questa si macchiò, in pieno giorno in Santa Sofia, dell’assassinio di Ipazio, gli Uffici di Corte profittarono di una malattia dell’ Imperatore per stroncarne la turbolenza: il Prefetto Teodoto, detto Zucchino, ne fece arrestare e condannare a morte molti aderenti. Tuttavia egli stesso, quando Giustiniano si ristabilì, fu accusato di stregoneria e, riparato a Gerusalemme, si sottrasse alle rappresaglie dei sicari imperiali nascondendosi nella chiesa del tempio.

L’ascendente esercitato da Teodora sul marito fu notevole: incuneatasi anche nella questione monofisita, ne appoggiò l’ambizione a diventare, al pari di Costantino, Capo dell’Impero e della Chiesa e lo sostenne nella riconquista dell’Occidente pur nella consapevolezza della implicazione antimofisita che, riattizzando il vecchio contrasto tra Egitto e Siria con Bisanzio, avrebbe rilanciato anche le ragioni dei separatismi copto/siriaci.
L’influenza della Basilissa riguardò proprio la questione religiosa, dalla quale discese l’unità imperiale: ella era di confessione monofisita e, anche al prezzo della ostilità dell’Occidente, rese pragmatica la politica coniugale instaurando una solida convivenza tra Monofisiti e Duosofiti, com’è provato dalla promulgazione dell’Editto dei Tre Capitoli che, tuttavia, lungi dal sedare la querelle riferita alla natura di Cristo, si ribaltò in Scisma dei Tre Capitoli. Ella non solo protesse i correligionari, ma li nascose; ne condizionò i processi e sostenne le posizioni borghesi bilanciando l’atteggiamento filoaristocratico del compagno, sostanzialmente attuando un programma bifronte in un Paese finalmente unito e pronto alla compatta difesa dalle incursioni barbare e persiane.
Teodora era amica di Antonina, moglie del Generale Belisario.
Nel 541, costei, sapendolo inviso all’Imperatrice, decise di liquidare il detestato Giovanni di Cappadocia, Prefetto del Pretorio d'Oriente, surrettiziamente proponendogli una congiura contro il trono. L’ignara vittima si prestò ma, fissato il luogo della congiura, Antonina rivelò alla Basilissa il complotto e la località dove lo si sarebbe definito: il Generale Narsete fu incaricato di portarsi in loco e di ascoltare di soppiatto. Udite le intenzioni usurpatrici, egli tentò di arrestare Giovanni che riuscì a fuggire e che fu condannato in contumacia alla defraudazione di beni e titoli.

Quando fu scoperto l’adulterio di Antonina con Teodosio, Teodora ricambiò la cortesia: Belisario, che era di stanza in Oriente per la campagna antipersiana, fu richiamato a Costantinopoli; costretto a perdonare alla moglie e, attraverso l’uso della tortura, a scoprire dove il figliastro Fozio avesse segregato l’amante della donna.
L’episodio che consegnò alla Storia l’ambiguità di Teodora fu comunque la Rivolta di Nika, nel corso della quale ella dette prova di spietata fermezza.
In quegli anni, la Popolazione di Costantinopoli era divisa i due consorterie sportive: i Verdi e gli Azzurri. Esse avevano portato la contrapposizione anche in àmbito religioso, finendo con l’assumere una marcata connotazione politico/sociale: i primi si erano schierati con la tesi monofisita e, attestati su posizioni legittimiste, avevano accolto i nipoti di Anastasio I formando una sorta di partito degli Aristocratici; i secondi avevano estrazione assai popolare e sostenevano la Corona, che garantiva una sorta di impunità a tutti i loro eccessi: Giustiniano e Teodora ne avevano prima tollerato ed incoraggiato la turbolenza per conseguire il potere, poi si erano decisi a condizionarne lo spirito di indipendenza, affidando al Prefetto Eudemone l’incarico di porre argine alle loro attività criminali.
Contro ogni richiesta di clemenza, sette elementi di spicco dei due gruppi furono arrestati e giustiziati per omicidio il 10 gennaio del 532, alla vigilia della penultima delle ventiquattro gare dell’ippodromo.

Saldata alla ostilità per la politica autocratica della Corona ed al malessere espresso contro le soverchierie dei corrotti Ministri delle Finanze Triboniano e Giovanni di Cappadocia che, con continue esazioni, assicuravano l’opulenza della vita di Palazzo ed i capricci della coppia imperiale: la sola Basilissa disponeva di un seguito fra membri dell’Aristocrazia, Guardie, Servi e Cortigiani di oltre quattromila persone, le due fazioni parti accantonarono ogni storica rivalità e fecero fecero causa comune, per sei giorni insanguinando la città nell’intento di deporre l’Imperatore. L’insurrezione fu formalizzata l’11 gennaio, durante l’inaugurazione dei giochi, quando l’ingresso del Basileus e della moglie fu salutato da fischi e dal grido corale Nika: vittoria, l’incitazione dei campioni nelle corse dei carri.
La protesta degenerò in rivolta e questa in guerra civile, contagiando vie e piazze della capitale fino alle periferie, accese da scontri, barricate ed incendi.
Quando, al terzo giorno, la folla cominciò ad abbattere le difese del palazzo reale nel tentativo di irrompervi, Giustiniano organizzò un piano di fuga. Teodora, tuttavia, minacciò di non seguirlo e, fatto appello alla di lui dignità, pianificò freddamente il massacro: mandato il tesoro imperiale all’ippodromo perché fosse distribuito fra i ribelli ed atteso che costoro si concentrassero nel sito, ordinò ai Generali Belisario, Narsete e Mundus d’impegnare i loro mercenari in una carneficina durata tutta la notte.
All’alba del 18 gennaio sul terreno c’erano fra i trentamila ed i cinquantamila cadaveri.
L’ordine era stato restaurato.

La rappresaglia si estese a membri di Corte che avevano parteggiato per i rivoltosi e fu giustiziato anche Ipazio che, nella generale concitazione, si era proclamato Imperatore.
Belisario fu, invece, compensato con la carica di Magister Militum.
Da quel momento, con lucido determinismo, la Basilissa eliminò avversari pericolosi e potenti; dette vita ad un partito di devoti seguaci tra i quali il Generale Narsete, artefice di varie vittorie contro i Barbari in Africa e Occidente; appoggiò i Monofisiti, sia per convinzioni personali che per opportunità politica, essendo essi particolarmente presenti nelle periferie siriane ed egiziane: le regioni più esposte agli attacchi esterni e alle pressioni separatistiche; orientò l’Imperatore a favore della posizione giuridica della donna, consentendole di ereditare e di divorziare, punendo il reato di stupro, chiudendo i bordelli della capitale, esiliandone i tenutari, proteggendo le prostitute la cui rieducazione veniva affidata a Monasteri femminili.

Indipendentemente dalla integrità della sua fede, Teodora fu inserita nei Sinassari bizantini come Santa per l’impegno alla costruzione di monasteri e chiese e per le sollecitazioni espresse in favore della convocazione del V Concilio Ecumenico presieduto da Giustiniano nel 553.
Nel 543, Teodora accusò i Generali Belisario e Buze di aver dichiarato che non avrebbero accettato un secondo Giustiniano se fosse morto il primo: ella lesse in quelle parole una evidente ostilità alla Corona e pretese l’apertura di un processo a conclusione del quale l’uno fu privato delle ricchezze, l’altro fu arrestato e tenuto rinchiuso per molti anni. Al primo, tuttavia, l’Imperatrice poi perdonò e restituì gli onori consentendo ad Antonina di accompagnarlo in Italia per la spedizione contro i Goti di Totila.
A margine di intrighi, passioni e crimini, Teodora morì forse di cancro nel 548, dopo ventidue anni di controllo della politica imperiale.
Le sue spoglie furono inumate nella chiesa dei Santi Apostoli ad Istanbul.
Giustiniano le sopravvisse ben diciotto anni ed alla morte anche di lui, entrambi furono raffigurati con l’aureola dei santi nei magnifici mosaici bizantini della Basilica di San Vitale in Ravenna, nell’atto di consegnare doni alla Chiesa.
Altre loro immagini, custodite a Costantinopoli, furono soppresse durante il periodo iconoclastico. Nei Sinassari Bizantini alla data del 14 novembre si onora la memoria di entrambi come Piissimi Imperatori.

Note:

Sinassari
E’ il nome dato dal Cristianesimo Orientale ad una raccolta di agiografie assimilabile al Martiriologio della Chiesa romana. Ne eistono due tipi: il sinassario semplice, consistente di un elenco di Santi ordinati per data di morte; il sinassario storico, comprensivo di notazioni biografiche.

Bibliografia: