Famiglie

Gonzaga

di Ornella Mariani
Palazzo Ducale di Mantova.
Palazzo Ducale di Mantova.

Gonzaga

Fra il XIV ed il XVIII secolo, i Gonzaga furono una delle più potenti e prestigiose Dinastie europee e svolsero un ruolo di primissimo piano nel contesto politico internazionale, anche per effetto della fitta rete di parentele matrimoniali tese a stringere lungimiranti relazioni con Impero, Francia, Spagna e varia Aristocrazia.

Parte della Storia li ritiene originari della Germania ed insediati in Italia al tempo di Carlo Magno; altra li colloca nella discendenza longobarda dei Gongiga; altra ancora li salda alla Toscana e ne assume l’ascendenza lombarda in virtù dell’acquisto di Modena e Reggio, con conseguente ottenimento del titolo comitale; altra, infine, li identifica nel ramo cadetto della Famiglia Corradi da Gonzaga, Fiduciari dei Monaci dell’abbazia di San benedetto in Polirone e inurbati a Mantova alla fine del XII secolo.

Uno di essi: il guelfo Guido, acerrimo nemico di Manfredi di Sicilia, avrebbe dato vita al celeberrimo ramo assieme ai cinque figli Luigi, Gentile, Gualtiero, Abramino e Petronio.

Il 16 agosto del 1328, infatti, proprio il suo primogenito veniva investito del ruolo di Capitano del Popolo di Mantova a margine di un complotto condiviso anche da CanGrande da Verona, in danno del Signore Rinaldo Bonacolsi detto il Passerino, Vicario imperiale e Fiduciario dell’Imperatore Enrico VII.

Da quel momento utilizzando il solo cognome Gonzaga e creando un provvido tessuto di relazioni con gli Stati di confine, in meno di vent’anni il Salvatore della città accrebbe il proprio patrimonio fondiario, fino a detenere un decimo del territorio che abbellì e portò ad un rilevante benessere sociale ed economico.

Così, la lettura delle vicende riferite ai Gonzaga non può dissociarsi dalla storia di Mantova che, costituita dall'unione di due isole detritiche formate dal Mincio e circondate da una fertile pianura dominata nel IV secolo a. C. dagli Etruschi, mutuò il nome proprio dalla divinità infernale di costoro: Mantus, prima di essere romanizzata e di dare i natali a Virgilio. Caduto l'Impero romano, essa fu lungamente contesa, invasa e aggiogata da Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi finché, verso il 1000, diventò patrimonio di Matilde di Canossa che la amministrò fino alla morte, nel 1115. In seguito, come Libero Comune, oppose strenua resistenza alle pressioni imperiali e, verso il 1273, nella fase più aspra del conflitto fra Guelfi e Ghibellini, diventò Signorìa dei Bonacolsi.

L’ultimo di essi, Rinaldo, fra il 1303 e il 1313 promulgò, col fratello Bonaventura detto Butirone, gli Statuta dominorum Raynaldi et Botironi fratrum de Bonacolsis: un codice legislativo poi acquisito dai Gonzaga e vigente fino al 1400.

Infeudato nel 1309 dall’Imperatore, egli ottenne anche la Signoria di Modena, Carpi e Cremona e fu considerato un abilissimo Capitano. Alleato delle più prestigiose famiglie ghibelline: Visconti, Scaligeri ed Estensi, egli primeggiò contro Malatestino Malatesta nel novembre del 1325 a Zappolino, spingendosi fin sotto le mura di Bologna e guadagnando il trofeo la Secchia Rapita, ancora conservato nel Palazzo Comunale modenese.

Successivamente, la coalizione ghibellina si frantumò e, nel gennaio del 1326, a fronte dell’ostile movimento di truppe piacentine, Rinaldo firmò una pace separata con Bologna rendendosi inviso ai Sudditi e favorendo le ambizioni di Luigi Gonzaga, mirante ad impadronirsi del territorio: nella notte del 16 agosto del 1328, dopo violentissimi scontri,  mentre il Bonacolsi moriva dissanguato, il rivale entrava nel Duomo di San Pietro da vincitore.

Cominciava così, in un bagno di sangue, l’epopea gonzaghiana avallata dall’Imperatore Ludovico il Bavaro e cessata nel 1627 per estinzione della linea principale.

A Luigi successero Guido e Ludovico II, parallelamente alla nascita del ramo cadetto dei Gonzaga di Novellara e Bagnolo, avviato dal Signore di Reggio Feltrino, escluso dal governo mantovano: in meno di vent’anni di dominio, la Dinastia accrebbe a dismisura il patrimonio fondiario; mantenne buoni rapporti anche economici e commerciali con la Serenissima; ospitò a Corte le più rappresentative ed autorevoli Personalità intellettuali e politiche coeve e, sotto il Duca Francesco, sostenne la scelta veneziana di condizionare l’egemonismo visconteo.

Nel 1433 l’Imperatore Sigismondo trasformò la Signoria mantovana in Marca, in cambio di dodicimila fiorini esborsati dal Duca Gianfrancesco.

Fu, però verso l’inizio del ‘500 che, con Isabella d'Este e Vincenzo Gonzaga, Mantova visse il suo massimo splendore proponendosi culla delle Arti della lana e della seta; acquisendo il Monferrato a vantaggio delle Casse dello Stato; accogliendo Legazioni francesi e spagnole e intensificando la propria crescita culturale attraverso Artisti di estrema notorietà: il Pisanello, il Domenichino, Dosso Dossi, Rubens ed Andrea Mantegna.

Nel XVI secolo, già passato al ramo cadetto del Principe francese Carlo Rethel Gonzaga Nevers, il fiorente Ducato suscitò l’attenzione dell’Imperatore Carlo V che vi inviò circa quarantamila Lanzichenecchi: essi assediarono Mantova, la saccheggiarono e vi diffusero un’epidemia di peste, definitivamente prostrandola malgrado i tentativi di risollevarne le sorti effettuati poi da Carlo I, Carlo II e Ferdinandocarlo che sodalizzò con i Francesi nel conflitto per la successione spagnola, prima di fuggire a Venezia nel 1707.

Con la sua morte, l’anno successivo, la Famiglia perse i diritti sul territorio: esso fu assorbito e dominato dagli Asburgo, fino all'avvento delle truppe napoleoniche che lo espropriarono di tutte le sue preziose opere d’Arte.

Scomparso anche il Bonaparte la città, tornata italiana solo nel 1866, fu ancora austriaca e,  vocata a presidio di frontiera, divenne elemento del celebre Quadrilatero.

In definitiva, all’acme della potenza, il dominio mantovano dei Gonzaga si estendeva a Casale; a Guastalla; a Novellara e Bagnolo; a Sabbioneta; a Pomponesco; a Bozzolo; a Castiglione delle Stiviere; a Solferino; a San Martino, malgrado dissenso e malessere montassero negli ambienti rurali per lo sfruttamento dei Contadini; per l’esoso sistema tributario e per i privilegi accordati dai Duchi al Clero e all’Aristocrazia.

Maturarono, pertanto, ribellioni brutalmente soffocate e bisognò attendere l’insediamento di Guglielmo III per ottenere la riduzione fiscale ed il ridimensionamento degli sprechi di Corte: aumentando il Corpo Diplomatico, egli abbassò le spese militari e potenziò le entrate senza imporre ulteriori balzelli e tributi.

Il declino era, tuttavia, già in atto: nel XVII secolo, la costruzione della cittadella di Casale Monferrato; la partecipazione alle imprese contro i Turchi, con conseguente abbandono della Politica di neutralità e le imponenti spese di rappresentanza produssero nuovi oneri in danno del Contado e indussero il Duca Vincenzo ad indebitarsi anche personalmente, fino a cedere molte delle sue terre e a promuovere feudi a favore di Locali arricchitisi con Magistrature e Commerci.

Non fu argine sufficiente: la irreversibile e graduale riduzione delle rendite spinse il successore Ferdinando a vendere all’inglese Carlo I, per importo irrisorio, anche parte del notevole patrimonio artistico familiare.

Il disagio economico si appesantì ulteriormente alla morte di Vincenzo II, a causa del  contenzioso aperto con i Savoia per il possesso del Monferrato e della devoluzione dello Stato a Carlo I Gonzaga-Nevers, nipote di Ludovico e terzogenito di Margherita Paleologa, nel 1549 inviato al servizio del Delfino di Francia prima di ottenere l’investitura ad VIII Duca di Mantova e VI Duca del Monferrato.

In seguito, il consolidamento del ramo collaterale si pose come elemento critico della storia di Mantova nella quale, alla miseria, si aggiunse una notevole immigrazione di avventurieri e di nuovi contadini che provocarono la cacciata di Ferdinandocarlo e l'insediamento degli Asburgo.

I Duchi, i matrimoni, la monetazione e lo stemma

Grande rilievo assunse per i Gonzaga la scelta di matrimoni politici: Luigi si imparentò coniugalmente tre volte, come il figlio Guido, con i Malatesta, i Malaspina, i Pico, i Lorena; Ludovico I sposò una d’Este; Francesco I impalmò prima Agnese Visconti, ordinandone la decapitazione per adulterio, e poi una Malatesta; Ludovico II e Federico I contrassero nozze rispettivamente con una Hohenzollern e con una Wittelsbach; Federico II prese in moglie Margherita Paleologo, che gli portò in dote il Monferrato; Vincenzo II, come il figlio Ferdinando in seguito, contrasse vincolo con una Medici; Francesco III e Carlo II si coniugarono a Principesse asburgiche; Guglielmo III fu marito di Eleonora d’Austria.

Diciotto furono i Duchi del ramo principale e cadetto dei Gonzaga al governo fino al 1707, nel ruolo di Capitano del Popolo e Vicario imperiale: Luigi: 1328 -1360; Guido: 1360-1369; Ludovico I o Luigi II: 1369-1382: egli eliminò fisicamente i fratelli per la reggenza; Francesco I: 1382-1407; Gianfrancesco: 1407 -1433; Ludovico II o Luigi il Turco: 1444-1478; Federico I: 1478-1484; Francesco II: 184-1519, Capo della Lega Italiana contro Carlo VIII a Fornovo, alleato di Venezia e Capo dell'Esercito papale nella guerra della Lega di Cambrai; Federico II: 1519-1530;Francesco III: 1540-1550;Guglielmo: 1550-1587; Vincenzo I: 1587-1612; Francesco IV: 1612; Ferdinando: 1612-1626;Vincenzo II: 1526-1627; Carlo I: 1627-1637; Carlo II: 1637-1665;Ferdinandocarlo: 1665-1707.

Tutti essi posero al centro della numismatica ducale l’immagine di Virgilio, già presente sulle monete di Età comunale e vari soggetti classici, come la figura di Ercole bambino nell’ atto di strozzare un serpente.

Collezionisti secondi solo ai Medici e ai Papi, in seguito privilegiarono il panorama cittadino sormontato da una pisside riferita al sangue del Cristo raccolto e portato a Mantova da Longino.

Altrielementi raffigurarono i Santi Andrea, Caterina d'Alessandria, Francesco, Carlo, Patrizio, l’ Arcangelo Gabriele, la mezza figura frontale di Cristo e varie effigi della Vergine, a riprova della profondità religiosa della Dinastia; tuttavia, anche la Natura ebbe il suo trionfo: la galera nel mare mosso, il sole raggiante, il Monte Olimpo, il cervo, il levriero, l'alano ed elementi dedicati alla Flora contrassegnarono in particolare il Duca Ferdinando, che affidò l’organizzazione del Giardino dei Semplici al botanico fra’ Zenobio Bocchi le cui coltivazioni seguirono le attività zodiacali

Pari attenzione fu assegnata nel conio alle Virtù, alla Giustizia e alla ritrattistica, simbolo rinascimentale del potere: la Zecca di Mantova, in definitiva, soverchiò per ricchezza dei nominali d'oro e d'argento quella di Genova e Venezia e, forse, di tutta Europa ancora dopo l’assedio del 1630 causato dalla faida successoria che impegnò il territorio per mancanza di eredi, dopo la morte di Vincenzo I. L'Imperatore Ferdinando II, nell’occasione, prese partito per i Gonzaga di Guastalla negando l'investitura al francese Carlo Nevers e, poiché costui si impadronì del Ducato, fece assalire la città dai suoi Lanzichenecchi.

Per sostenere il peso della guerra, Carlo batté monete sempre più scadenti e anonime, ovvero monete di necessità: scudi, 1/2 scudi, talleri fiore, 1/2 tallero, 1/4 di tallero, 4 e 2 soldi in argento ed in mistura, cui seguirono le ossidionali vere e proprie con 4 e 2 soldi di rame e 7 e 6 soldi in piombo estratto anche dalle palle di moschetto.

All’inestimabile patrimonio numismatico, pittorico e scultoreo, dei Gonzaga si aggiunsero raccolte di libri rari e miniati, medaglioni romani, zanne d’elefante, pregevoli conchiglie, rami di corallo, importanti pietre preziose: diamanti, zaffiri, ametiste, perle, smeraldi selezionati da Isabella d’Este.

Ancora Ferdinando, nel 1612, in occasione della nomina a VI Duca di Mantova, si occupò personalmente del riordino, della catalogazione e della collocazione degli oggetti artistici, vantando il museo privato più importante d'Europa: forte di ventimila reperti e circa duemila quadri di Artisti, le cui opere avevano dato vita alla Celeste Galleria. Egli, peraltro, tentò di ripianare la drammatica situazione debitoria vendendo pezzi di pregio; ma fu il germano Vincenzo II a cedere a Carlo d'Inghilterra circa centocinquanta quadri e cento statue per una manciata di denaro.

L’Arma dei Gonzaga ebbe tre fasce nere in campo d'oro, finché Carlo IV permise che ad esse fosse inquartato il leon d'oro in campo rosso del Regno di Boemia. Quando, nel 1455, il Ducato divenne feudo imperiale, Sigismondo accordò le aquile nere a volo abbassato, accantonate alla croce rossa in campo d'argento con scritto Olympos in caratteri greci sulla corona e con un'ara d'argento per cimiero riportante la parola Fides.

Dal 1608, sullo scudo spiccò la collana dell'Ordine del Redentore istituito dal Duca Vincenzo I.

La ricchezza e il potere

Quando si impadronirono di Mantova erano già ricchissimi: disponevano di ben oltre venticinquemila biolche di terra coltivata a grano, commerciato con la Serenissima.

Potenziarono il patrimonio con accorta lungimiranza, buoni rapporti di confine e acuta politica matrimoniale: Gianfrancesco volle le nozze del primogenito Ludovico con Barbara di Brandeburgo, nipote dell’Imperatore Sigismondo; Francesco III e Guglielmo sposarono Caterina d’Austria ed Eleonora, figlie dell’Imperatore Ferdinando; Anna Caterina ed Eleonora Gonzaga furonono rispettivamente impalmate da Ferdinando II e Ferdinando III d’Austria; Carlo II Gonzaga/Nevers prese in moglie Isabella Clara d’Austria; Maria Luisa Gonzaga Nevers cinse due volte la tiara polacca come consorte prima di Ladislao IV e poi di Giovanni II.

Grande impulso fu conferito anche dalle relazioni con la Chiesa, poiché la Dinastia vantò un Santo: Luigi; un Beato: Alberto; quattordici Cardinali e tredici Vescovi.

Non è un caso che nel 1418 Gianfrancesco ospitasse Martino V e che, nel 1459, per ben otto mesi, Pio II si trattenesse presso il Duca Ludovico.

Rilevante vantaggio fu, infine, prodotto dalle Condotte militari avviate da Gianfrancesco, che militò come Capitano sotto le insegne di Venezia e Milano: egli ampliò i confini e ricevette enormi benefici dalla Comunità Ebraica. Insediatasi già nel 1145 e fortemente incoraggiata, essa praticò le attività dei Banchi feneratizi erogando anche alla Dinastia prestiti mai restituiti.

Nel 1530, sotto Federico II, la Marca divenne Ducato: a Corte trovarono ospitalità Artisti, Intellettuali e Sovrani, ma fu nel perdurare del mandato di Ludovico III: Mecenate; avveduto Amministratore e lungimirante Politico, che furono contratti quei vincoli fra i Gonzaga e segmenti dell’Aristocrazia europea: Brandeburgo, Asburgo, Hohenzollern.

Con Vincenzo e Isabella d'Este, emblema della Donna rinascimentale, Mantova conobbe il massimo splendore attraverso la fioritura delle Arti della lana e della seta; l’acquisizione del Monferrato, in virtù delle nozze di Federico II con Margherita Paleologa; la presenza, a Corte, di segmenti internazionali di Nobiltà e di talenti artistici ed intellettuali come il Pisanello, il Domenichino, Dosso Dossi, Pieter Rubens, Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, il fiammingo Antoon van Dyck; Carlo Saraceni e Francesco Albani, decoratore di Villa Favorita. Tuttavia, il Popolo censurò sempre il sistematico sfruttamento del Contado, vessato da tasse contro i privilegi accordati al Clero ed alla Nobiltà, finché il Duca Guglielmo ridusse gli sprechi di Corte e aumentò le entrate senza ricorso a nuovi tributi.

Era fatalmente tardi: lo sganghero finanziario indusse Ferdinando, succeduto a Vincenzo, a vendere parte del notevole parco di quadri, nella cornice della querelle con i Savoia per la titolarità del Monferrato e per la devoluzione dello Stato a Carlo I Gonzaga-Nevers. Il conflitto successorio che ne scaturì provocò una immane miseria, il crollo dell’Autorità politica centrale e il caos sociale e politico: la irresponsabile prodigalità degli ultimi membri della Dinastia finì con lo spianare la via agli Asburgo e col relegare Mantova al ruolo di città di periferia.

Bibliografia