Le Grandi Battaglie

La Battaglia di Las Navas de Tolosa

di Ornella Mariani
La Battaglia di Las Navas de Tolosa.
La Battaglia di Las Navas de Tolosa.

Il 16 luglio del 1212 la coalizione navarrese/aragonese/castigliano/portoghese liquidò la formazione berbero/araba/andalusa supportata da Mercenari turchi e curdi e, riscattando la disfatta patita dai Cristiani ad Alarcos il 19 luglio del 1195, impresse una svolta determinante alla Reconquista e consegnò al declino la Dinastia almohade.

La vittoria fu il risultato dell’accordo raggiunto da Sancho VII di Navarra e Pietro II d’Aragona ed al quale si tenne estraneo Alfonso IX di Leòn, malgrado la tenace attività diplomatica del Primate di Toledo Rodrigo Jimenez de Rada.

Al sodalizio parteciparono anche i Cavalieri Álvaro Núñez de Lara, Diego López de Haro e Lope Díaz; i Franchi con vari Vescovi; gli Ordini dei Templari, di Calatrava, di Santiago e di Alcàntara e dei Giovanniti.

Innocenzo III benedisse l’impresa come Crociata.

Antefatti

Ai tempi della Battaglia di Poitiers la dinastia omayyade disponeva di uno sconfinato Impero, esteso ad Est fino al Belucistan e Damasco, sede del Califfato, era stata teatro di una cruenta  rivoluzione che aveva portato al potere il clan persiano degli Abbasidi.

Al massacro degli Omayyadi era sopravvissuto un giovane nipote del Califfo che, forte della origine berbera materna, era riparato in Africa e vi aveva assunto la guida delle Genti insorte contro il dominio degli Arabi di Spagna.

Percepito che in quella terra avrebbe potuto rilanciare la propria potenza dinastica, nel 756 egli aveva sconfitto a Cordoba gli Spagnoli; instaurato una realtà statuale in Andalusia; reso Cordoba cruciale e competitiva con Costantinopoli.

Quella Istituzione era durata tre secoli: subito dopo il Mille, si era frantumata in una miriade di piccole entità territoriali dette Taifa, coesistenti con Principati cristiani nordoccidentale di Galizia, Leòn e Portogallo cui la disgregazione califfale aveva consentito di ampliare la propria area di influenza; di aggregarsi e di sancire l'inizio della Reconquista.

Di essa fu artefice e protagonista Ferdinando I, dal 1037 Re di Castiglia e poi di Leòn e Galizia per matrimonio.

Negli ultimi anni del suo mandato, egli assoggettò vari Principati islamici settentrionali e nella seconda metà del secolo, con anche l’apporto di el Cid Campeador e di Alfonso VI, consolidò la potenza cristiana, guadagnando alla propria Corona anche Navarra, Aragona e parte della Catalogna.

Fatti

Nella seconda meta del secolo XII, nell’Africa settentrionale si era affermata la confederazione di tribù degli Almohadi, animati da intollerante e sanguinario fanatismo religioso e propugnatori di un duro programma di guerra senza quartiere agli Infedeli.

Assunto il controllo anche della Spagna musulmana, ne espulse la moderata Dinastia almoravide.

In quegli anni, dal Nord fino alla linea del Tago il territorio era diviso tra i quattro Regni cristiani di Leòn, Castiglia, Navarra e Aragona; il Sud e l’Est ospitavano l’enorme Impero almohade, di cui erano parte anche Al Andalus, Marocco, Mauritania,Tunisi e Algeri; la Castilla era un’ampia frontiera disabitata, ma fitta di presidi difensivi musulmani.

Nel 1195 ad Alarcos, il Califfo almohade Yusuf al-Mansur aveva inflitto poi una umiliante rotta ad Alfonso VIII di Castiglia e minacciato l’invasione dell’intera Penisola, con grave pregiudizio della sicurezza della Cristianità cui ulteriore danno fu arrecato nel 1211, quando egli conquistò l’avamposto castigliano di Salvatierra, pur strenuamente e vanamente difeso fino all’ultimo sangue dai Cavalieri dell'Ordine di Calatrava.

Il tracollo di quel baluardo cristiano atterrì l’intera Europa, allarmata dalla avanzata almohade verso Nord: a fronte del rischio di islamizzazione dell’Occidente, Alfonso VIII chiese ad Innocenzo III di bandire una crociata.

Tra il 1202 e il 1204, fallito il tentativo di riconquistare Gerusalemme, la sacra campagna in Oriente era scaduta nel caos organizzativo; in una complessiva attività di saccheggio delle terre croate e in una selvaggia spedizione di massa contro Costantinopoli.

In sostanza, alcuno degli  obiettivi prefissati era stato raggiunto e la potenza musulmana non era stata neppure scalfita.

Sperando che il riscatto potesse venire dalla Spagna, Innocenzo III proclamò la Guerra Santa  mentre Alfonso VIII perseguiva il fine garantirsi una tregua alla disputa territoriale con i Re cattolici ed in particolare con la Corona di Leòn: chiunque avesse attaccato la Castiglia nel perdurare della spedizione crociata sarebbe stato scomunicato.

Il richiamo alle armi coinvolse gli Arcivescovi di Narbona e di Toledo, gli Ordini di Calatrava, di Santiago e di Alcàntara e migliaia di Cavalieri francesi, italiani, bretoni, tedeschi.

Se Alfonso VIII e Pietro II d'Aragona allestirono gli Eserciti, Alfonso IX di Leòn si limitò ad inviare un contingente per solo fugare i sospetti di collaborazionismo con gli Almohadi.

Sancho VII di Navarra, invece, si riservò di intervenire in seguito ma solo perché minacciato di  scomunica.

Il 21 giugno del 1212, alla testa di una formidabile Armata, Alfonso VIII mosse da Toledo diretto al Sud, verso le sterminate pianure della Mancha: il veto di saccheggio dei siti conquistati, la pretesa di rispetto della vita dei Vinti e la scarsità di rifornimenti, però, generarono insubordinazioni e diserzioni: le truppe si ridussero a due terzi. Tuttavia, malgrado il ridimensionamento della mole di  Partecipanti e la superiorità numerica almohade, egli proseguì conseguendo vari successi, a partire dalla riconquista di Alarcos, di Caracuel, di Benavente e Piedrabuena.

Al Nasir raggiunse per primo i valichi della Sierra e, pur potendo ingaggiar battaglia nell’area mancega, stante la esiguità degli approvigionamenti scelse di aspettare i Nemici al varco della Losa: contando che la calura ne fiaccasse la tempra, adottò una strategia attendista limitandosi a solo bloccare i passi montani, per condizionare l’avanzata degli Spagnoli.

A sorpresa, però, essi dirottarono sull’altopiano di Las Navas e, dopo due giorni di riposo utili a rianimare lo spirito ed il corpo dei Crociati, il 16 luglio del 1212 ricevettero da Alfonso l’ordine di  attacco.

Gli Almoravidi

La confederazione almoravide originava dal Marocco e, col suo fondamentalismo tribale, aveva assunto il controllo dell’Africa settentrionale. Nella seconda meta del secolo XII, però, essa era stata soverchiata dal clan almohade che, convinto propugnatore della Jihad, aveva occupato enormi aree spagnole.

Nel 1195, intanto, il Califfo Yusuf al-Mansur, che ad Alarcos aveva messo in rotta Alfonso VIII di Castiglia, vantò di potersi impadronire dell’intera penisola iberica.

La Cristianità cadde nel panico; ma, nel tempo, i Musulmani furono costretti a misurarsi con l’ energica azione di Alfonso I d'Aragona il Battagliero che, conquistata Saragozza, spostò a Sud la linea di demarcazione dell’area islamica consentendo al proprio erede di governare anche la Catalogna.

Quando, a metà del XIII secolo, la Spagna era di fatto divisa da diversità etniche e religiose, Alfonso VII cinse la tiara di Castiglia e Leòn: avvalendosi del titolo di Imperatore in Spagna e Re degli uomini di due religioni, egli conseguì ruolo egemone su Navarra e Aragona, sui Conti di Barcellona e Tolosa e su alcuni Regni musulmani.

Il suo vagheggiato processo di integrazione, tuttavia, era ancora lontano: l'unione dei due Regni principali, infatti, fu ancora una volta effimera e dilatò i tempi della Reconquista sia per la mancanza di coesione fra Cristiani e sia per la istituzione del Regno di Portogallo da parte crociata franco/tedesca che, espugnata Lisbona nel 1147 e soverchiati gli Almoravidi, si affidò ad Alfonso Enrico, figlio del Duca di Borgogna.

Per ricomporre le contrapposizioni locali ed abbattere la dilagante potenza islamica, Innocenzo III sponsorizzò la formazione di una Armata cristiana.

L’inizio della Reconquista

Gli Almoravidi si erano avviati al declino nel 1125, quando il clan fondamentalista originario delle montagne dell'Atlante gli aveva sottratto il controllo dell’Africa e, trasferitosi in Spagna, aveva rilanciato l’Islamismo; aveva unificato, in un quarto di secolo, i vari Stati in cui la Penisola si era frammentata e, nel 1172, aveva preso anche il Regno di Valencia, alleato del Conte cristiano di Barcellona.

L’arrivo della nuova Gente coincise con un inasprimento dei contrasti tra realtà cristiane: morto Alfonso VII, i suoi figli ed eredi guerreggiarono tra loro e con Navarra e Aragona per oltre cinque lustri. Solo nel 1180 Alfonso VIII di Castiglia pose fine al conflitto; avviò negoziati con gli altri Regni; riuscì, alleandosi con lo zio Ferdinando del Leòn, a recuperare parte dei territori sottrattigli dagli Almohadi, il cui Imperatore Ya'qub reagì importando dall’Africa nuove truppe e obbligandolo ad organizzare una coalizione cristiana con Navarra e Leòn.

Una volta pronto, lungi dall’attendere l’arrivo degli Alleati, egli attaccò da solo con parziali risorse castigliane: lo scontro si consumò il 18 luglio del 1196 ad Alarcos, risolvendosi nella immane disfatta inflittagli da al-Mansur Abu Yusuf.

La vittoria indusse i Berberi ad espandersi verso Settentrione e ad attaccare Madrid, Toledo, Cuenca, Calatrava e Alcalà: esse furono travolte dall’avanzata islamica senza che il Re di Castiglia potesse arginarle né far fronte al contestuale attacco di Leòn e Navarra che, nel perdurare delle sue difficoltà, miravano ad appropriarsi di parte del suo Regno.

La parola, allora, egli cedette alla Diplomazia negoziando una tregua con gli Invasori, per avere il tempo di trovare una soluzione con gli altri Avversari; tuttavia, ancora nel 1211 Alfonso IX di Leòn si accordò con l'Emiro almohade contro di lui che, nel frattempo, scaduto l’armistizio, aveva ripreso l’offensiva antimusulmana concentrando le operazioni nell’area di Calatrava, tra il Guadiana e il Guadalquivir.

Il 22 gennaio del 1199 era morto, intanto, Yaʿqūb al-Mansūr e gli era succeduto il figlio diciassettenne Muhammad al- Nasir.

Ereditato un Impero instabile, ma rassicurato dalle vittorie conseguite dal padre in Spagna, egli vagheggiò di annientare il rivale Banu Ghaniya per impadronirsi della Tunisia; ma impopolarità e incompetenza anche degli zii, che ne ispiravano la politica, destabilizzarono gli Almohadi mentre Alfonso VIII di Castiglia irrompeva nelle Province di Murcia e Jaén.

Fu la crociata bandita da Innocenzo II a riportare il giovane Califfo in orbita spagnola e a compromettere definitivamente il dominio moresco nell’area, a margine della Battaglia di Las Navas de Tolosa ove, nel giugno del 1212, i Re cristiani di Castiglia, Navarra e Aragona umiliarono e massacrarono i Musulmani.

La crociata spagnola

L’insoddisfacente esito della terza crociata orientò Innocenzo III verso una spedizione di sostegno ad Alfonso VIII: egli rivolse, pertanto, un appello ai Principi spagnoli perché, in cambio della remissione dei peccati, si ritrovassero nella unità a giusto sostegno della causa religiosa.

Parallelamente, mentre il blocco almohade si consolidava col supporto africano, le aspettative del Sovrano di Castiglia andavano deluse: quando passò in rassegna le truppe a Toledo, nel giugno del 1212, contò soli 2000 cavalieri con i loro scudieri, e oltre 10.000 dei loro servi a cavallo e oltre 50.000 a piedi, garantiti dagli sforzi del Primate Arnaldo di Narbona.

In totale, circa sessantamila uomini, messi insieme dalla coalizione alleata di Castiglia, Navarra e Aragona; dagli Ordini cavallereschi di Santiago, Calatrava, Templari, Giovanniti e da forze comunali di varie città, contro l’oltre il doppio dei Musulmani, fra Arabi, Berberi, Curdi, Turchi e Volontari promiscui. Tuttavia, egli aveva un vantaggio nel malumore espresso da costoro nei confronti del Califfo, colpevole di aver fatto decapitare il Governatore di Calatrava per essersi arreso ai Cristiani, pur dopo una strenua resistenza.

Il Portogallo non intervenne direttamente, ma inviò un gran numero di Combattenti; Sancho VII di Navarra si impegnò a raggiungere i Crociati in un secondo momento; il Regno di Leòn, che aveva tentato di allargare i propri domini rinunciandovi solo per la minacciata scomunica di Innocenzo III, impegnò un gruppo di Cavalieri cui si aggiunse una imponente legione di Francesi dell’area oltrepirenaica: gli Ultramontanos.

Il loro contrasto con la Corona spagnola esplose subito: essi erano proclivi ad una guerra radicale che sterminasse i Mori e ne espellesse definitivamente dall’area i superstiti, mentre il Sovrano iberico intendeva limitarsi alla riconquista delle terre perdute, senza infierire sulla Popolazione.

La diversità di pareri si risolse nell’abbandono dell’impresa da parte di significativi pezzi del Contingente.

Alfonso non se ne scompose e prese a marciare verso l'Andalusia, con in prima linea i Cavalieri extraiberici; al centro la Fanteria e sui fianchi e nelle retrovie gli Ordini militari.

Il 24 giungo i Francesi presero la rocca di Malagón e ne massacrarono gli Occupanti.

Il Sovrano se ne indignò, ma proseguì fino a Calatrava la cui Guarnigione si offrì alla resa in cambio della vita e della libertà.

Alfonso assentì: la città aprì le porte il 1° luglio, dopo cinque giorni di assedio, ma per protesta l’Arcivescovo di Bordeaux e il Primate di Nantes se ne andarono e, col Re di Castiglia restarono solo i centocinquanta uomini al seguito del Vescovo di Narbona.

Benché le divergenze avessero fortemente ridotto le risorse della coalizione, il Sovrano puntò ad Alarcos sperando di riscattare la disfatta di sedici anni prima: la conquistò con i soli Castigliani poiché gli Aragonesi, stazionavano ancora a Calatrava, in attesa dell'arrivo di Sancho VII di Navarra.

Poi, quando tutti si riunirono anche con i duecento Cavalieri baschi, espugnarono lo sbarramento di Ferral; annientarono i duemila Musulmani del presidio e valicarono il passo di Muradal.

Era il 13 luglio.

Al di là del passo montano, lo spazio di manovra risultò assai impervio e insidioso: al termine della strettoia, infatti, era acquartierato il Califfo con l'intero Esercito.

Contro ogni diverso parere, Alfonso decise di affrontarlo non intendendo ritirarsi da un affare che riguardava la fede

Fu allora che, a salvarlo da una probabile carneficina, apparve il pastore Martin Halaja: egli indicò al Re un sentiero che, nascosto tra rocce e boschi, aggirava il punto di valle nel quale il Nemico era in agguato e conduceva direttamente al villaggio di Las Navas di Tolosa.

Il pugnace Castigliano vi si acquartierò ma, pur colto di sorpresa, il Califfo seguitò ad ostentare la propria superiorità numerica mentre i Cristiani eludevano lo scontro.

Era domenica 14 luglio: combattere avrebbe significato contrastare la volontà di Dio.

La giornata scorse in preghiera, mentre Alfonso, consultato lo Stato Maggiore, disegnava gli schieramenti propedeutici allo scontro ed impegnava in Avanguardia da don Diego Lopez de Haro.

La Carica dei Tre Re

16 luglio del 1212

I morbidi rilievi di Las Navas de Tolosa furono testimoni di un evento epocale: l’annientamento delle Armate almohadi del Califfo Muhammad al-Nasir.

In campo:

Il Re di Castiglia Alfonso VIII il Nobile;

il Re di Navarra Sancho VII el Fuerte;

il Re d’Aragona Pietro II detto il Cattolico;

il Califfo Muhammad al-Nasir.

Gli Eserciti di entrambi i fronti si schierarono: da una parte costui, con una formazione d’attacco molto agile, che includeva i famigerati Arcieri deputati a disorganizzare l’Avanguardia nemica; dall’altra i Crociati, numericamente inferiori, ma decisi e motivati.

Alfonso ordinò alle truppe appiedate meno professionali di combattere accanto ai pugnaci Cavalieri degli Ordini religiosi, esperti nelle tattiche, così da compattare l’intero apparato militare protetto ai fianchi dalla Cavalleria: egli mirava a raggiungere e a sfilacciare il centro dell’Avversario che, per contro, progettava di scompigliare il granitico muro cristiano.

Contando sulla irresistibile forza d’urto della propria Cavalleria pesante, il Re di Castiglia alloggiò in Avanguardia il Signore di Vizcaya Diego Lopez de Haro; al centro la Riserva; sull'ala destra i Portoghesi e i Baschi guidati dall’Infante don Pedro e da Sancho VII e supportati dalle Milizie urbane di Avila, Segovia e Medina; sull’ala sinistra gli Aragonesi al comando di Re Pietro II; nel mezzo gli Ordini cavallereschi, appoggiati da un considerevole numero di Serrani, Pastori e Montanari.

Al- Nasir sottovalutò la propria impopolarità: le sue truppe non solo non condividevano il fanatismo religioso almohade, ma manifestavano profondo malumore per il trattamento atroce inflitto al Governatore di Calatrava. Così dispose tre linee: la prima, costituita da Fanteria leggera, avrebbe dovuto scompaginare la Cavalleria avversaria; la seconda fidava sulla abilità degli Arcieri; la terza, cruciale allo schieramento, investiva sugli Imesebelen, ovvero i Neri del Senegal deputati ad anche presidiare la sua tenda rossa. Al lato sinistro della formazione serrò i Mutawwaʿa: uomini delle tribù maghrebine con i loro cammelli; al lato destro gli Andalusi; al centro i Volontari che precedevano la Fanteria; in retrovia un’imponente parete di Schiavi/Guerrieri che, incatenati l'un all'altro, avrebbero assicurato compattezza alle formazioni.

La battaglia cominciò sulle note delle trombe e dei tamburi islamici, piazzati su rilievi i cui fianchi boschivi, irrigati da piccoli fiumi, erano erti e accidentati.

Al primo contatto, impediti dalla opposizione della Cavalleria europea, i Mori furono costretti a subirne l’incontenibile pressione.

L’esito, tuttavia, si tenne incerto finché Alfonso VIII, Pietro II e Sancho VII guidarono un travolgente affondo contro il nucleo centrale nemico: la forza d’urto, passata alla Storia come la Carica dei Tre Re, colse i Musulmani di sorpresa.

L’Avanguardia cristiana, allora, disperse quella avversaria che, in ossequio alla tradizione tattica araba, non resistette: fu la seconda linea a contenere l’urto e a vanificare l’intervento deciso, forte ed incalzante degli Occidentali che, molto faticosamente, riuscirono a guadagnare l’occasione di aggredire gli Imesebelen.

Fu allora che un ferreo muro di lance marciò in formazione granitica contro i Mori e, attraversato il campo di battaglia, ne sgretolò il fronte.

Fu un massacro.

Incapaci di mantenere l’ordine di battaglia e incalzati dai Cristiani, i Musulmani subirono un eccidio di massa.

Già dal primo assalto Muhammad Nasir, che osservava la battaglia da un’altura, aveva dovuto contenere la fuga dei Suoi, mentre Alfonso chiamava in campo la Riserva: furono i Baschi a concorrere all’esito fausto dello scontro quando, con una manovra di aggiramento, Sancho sfondò il fianco destro del Nemico mettendolo in rotta.

Il centro, faticosamente riorganizzato dal Califfo, si trovò così col lato esposto all’ulteriore assalto di don Alvaro Núñez de Lara che, superato ogni sbarramento, attaccò anche la Guardia nubiana:  trentamila unità impegnate nella sola difesa del loro Signore che, a dorso di mulo, si dette ad una ignominiosa fuga a Baeza, come riferì il Primate di Toledo Jimenez de Rada.

Privi di guida, i Musulmani ripiegarono progressivamente fino alla disfatta finale.

Le cronache arabe riferirono che sul terreno restarono centomila uomini, contro una trentina di vittime occidentali.

Il Re di Castiglia gridò al miracolo, malgrado in campo fossero caduti Pedro Arias, Gómez Ramírez e Ruy Díaz, rispettivamente Gran Maestro dell'Ordine di Santiago; dell'Ordine dei Templari e dell' Ordine di Calatrava.

La occupazione della tenda di Nasir inorgoglì a tal punto il Sovrano di Navarra da indurlo a cambiare le proprie Armi, raffigurandovi su campo rosso catene dorate con al centro il verde smeraldo dove essa sorgeva, prima di essere acquisita come trofeo.

Nella sua lettera al Papa, lodando il coraggio delle proprie truppe, egli avrebbe scritto che i Cristiani risalirono …con la Croce del Signore a precederci e il nostro stendardo della Santa Vergine con suo Figlio impressi sul nostro stemma

Dopo quella strepitosa vittoria, l’avanzata crociata divenne inarrestabile verso l’Andalusia: furono riconquistate, senza alcuna resistenza, le postazioni di Vilches, Ferral, Tolosa, Baeza e Ubeda che, dopo tredici giorni di assedio, capitolò il 16 luglio.

L’eccidio che vi si consumò riferisce di sessantamila morti: … per i Musulmani un colpo ancora peggiore della sconfitta in battaglia…, come annotò il berbero al-Marrakushi.

Il caldo ed una epidemia, tuttavia, interruppero la campagna.

Nelle fortezze occupate Alfonso VIII insediò comunque Presidi permanenti, che fissassero le nuove linee di frontiera ormai allungatesi fino alla Sierra Morena.

Il bottino fu ricco: oro, argento, denaro, sete.

Per i Musulmani, a parte il bagno di sangue, la battaglia di Las Navas fu una umiliazione storica; tutti i protagonisti, tuttavia, furono accomunati da un amaro destino.

Rientrato in Marocco e raggiunta Rabat, Nasir abdicò in favore del figlio sedicenne Abu Yakub II al Mustansir e si spense nel successivo dicembre, forse avvelenato.

Pietro II d’Aragona cadde in campo l’anno successivo, durante l’assedio di Muret, nella guerra ai Catari: gli successe il cinquenne Jaime I, allevato e istruito dai Cavalieri Templari.

Alfonso VIII di Castiglia morì di malattia nel 1214, durante un viaggio verso Plasencia, verso il confine portoghese.

Sancho VII il Forte si spense a Tudela nel 1234 per le complicanze di un’ulcera varicosa alla gamba: ultimo della Dinastia Jimena, non lasciò eredi e la tiara di Navarra fu cinta da Teobaldo di Champagne.

Restò il mito di Las Navas di Tolosa e dei tre Re che combatterono fianco a fianco, in quella che fu la più grande battaglia della Reconquista spagnola e tra le più importanti dell’Europa medievale: su quel campo Alfonso, Sancho e Pedro archiviarono la lunga stagione di lotta tra Cristiani e Musulmani di Spagna.

Per gli Almohadi era il principio della fine.

Il Cronista Ibn al-Khatib, testimone delle loro divisioni dinastiche, scrisse che  … le rivalità presero il sopravvento, scoppiò feroce la guerra civile e il popolo cadde tra le braccia degli infedeli

L’unico ostacolo dei Cristiani nell'assumere il controllo degli ulteriori territori stette nella scarsa volontà di unificazione che, in quel secolo, consentì la sola definitiva fusione di Castiglia e Leòn.

Per il resto, il Sovrano aragonese Giacomo I il Conquistatore occupò le Baleari, Valencia e la Murcia, mentre Ferdinando III, successore di Alfonso VIII, si impadroniva di Cordoba e Siviglia.

Ai Musulmani era restata la parte sudoccidentale della penisola: da Tarifa, sull'Atlantico, poco a Est di Gibilterra, a Cartagena, sul Mediterraneo.

Era il Regno di Granada che, ormai pressoché inoffensivo e vassallo della Castiglia, sopravvisse solo due secoli: il 1492 registrò il crollo definitivo della Mezza Luna e, all’inizio del 600, furono cacciati anche gli ultimi Moriscos.

Le conseguenze della Battaglia di Las Navas de Tolosa, in definitiva, furono cruciali alla evoluzione della Reconquista spagnola: se l’intero Occidente tirò un respiro di sollievo, i Regni cattolici locali registrarono la rinuncia di ulteriori tentativi musulmani di colonizzare la Penisola, malgrado occorressero ancora circa trecento anni per la completa unità dei Regni in un’unica Spagna.

Bibliografia