Le Grandi Battaglie

La battaglia di Vienna

di Ornella Mariani
La battaglia di Vienna.
La battaglia di Vienna.

12 settembre del 1683.

Fu l’ultima epocale battaglia giusta a stroncare la pretesa islamica di occupare l’Europa e ne fu teatro, esaltando la formidabile vittoria della coalizione cristiana pur numericamente inferiore, il Kahlenberg o Monte Calvo.

In quell’anno, al massimo dell’espansione territoriale, i Turchi assalirono l’Impero asburgico e, il 14 luglio, cinsero d’assedio Vienna avviando una nuova guerra con l’Austria.

Il Papa incaricò il Frate cappuccino Marco d’Aviano che, con spiccato talento diplomatico, indusse ad un patto i Regni di Spagna, Portogallo e Polonia, le Repubbliche di Genova e Venezia, il Granducato di Toscana e il Ducato di Savoia.

Era in gioco il destino del Continente con i suoi valori religiosi e sociali.

Assunto il comando generale della grande Armata cristiana, Jan Sobieski sfidò e annientò gli Ottomani liberando Vienna, prima di affrancare dagli stessi rischi la Croazia e l’Ungheria.

La Confederazione avrebbe ancora combattuto nella seconda Battaglia di Mohács del 1687 ove, a Zenta nel 1697, Eugenio di Savoia avrebbe definitivamente sbaragliato il Nemico costringendolo al Trattato di Carlowitz del 26 gennaio del 1699: la Schlacht am Kahlenberg pose fine a due dolorosi mesi di assedio di Vienna e fu l’evento cruciale del conflitto austro/turco.

Lo scontro, cominciato l'11 settembre con l’arrivo di Jan Sobieski, mentre l’Imperatore Leopoldo rifugiatosi a Passavia curava l'attività diplomatica assieme ai Legati di Innocenzo XI, si risolse in un bagno di sangue per gli Islamici che, stanchi e indeboliti da diverse epidemie, furono letteralmente travolti dagli Occidentali.

In campo:

la Lega Santa, promossa da Innocenzo XI: quarta coalizione di Principi a sostegno e difesa dell’Europa cristiana;

Ottantamila gli Uomini della unione polacco/lituana; del Ducato di Mantova; del Granducato di Toscana; della Repubblica di Venezia; dell’Etmanato cosacco di Ucraina e del Sacro Romano Impero: ovvero Austria, Baviera, Sassonia, Franconia, Svevia rispettivamente guidati dal Sobieski, da Ernst von Starhemberg, da Carlo V di Lorena, da Eugenio e Luigi di Savoia, da Livio Odescalchi, da Antonio Carafa, da Giorgio Federico di Waldeck, da Giovanni Giorgio di Sassonia.

Trecentomila Combattenti dell’Impero ottomano; del Khanato di Crimea; del Principato di Transilvania; del Principato di Valacchia e del Principato di Moldavia condotti dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha e da Murad Giray.

L'assedio

Il 14 luglio i Turchi aveva assalito la Mela d’Oro.

Deciso a resistere, il Conte Ernst Rüdiger von Starhenberg, Capo delle truppe superstiti, si asserragliò nella città mentre la Corte si dava alla fuga ed intere legioni di Tatari, saccheggiavano le periferie; incendiavano villaggi e seminavano lutti e terrore.

Per condizionare le difese delle Batterie austriache, Kara Mustafa Pasha fece scavare profonde trincee che, dal suo Quartier Generale, raggiungendo le mura cittadine, ospitavano  potenti cariche esplosive; poi, inesorabilmente, ordinò la distruzione dei bastioni presso il torrente Wien, della fortificazione di Bug e del rivellino antistante il palazzo imperiale sicché, quando giunsero i rincalzi occidentali, agli Assediati restava una manciata di ore di sopravvivenza malgrado la difesa asburgica si rivelasse aggressiva ed efficiente.

Mentre la calura sviluppava una incontrollabile contagio di dissenteria fra gli Ottomani, al Gran Visir sfuggì che Leopoldo I avesse ormai concluso l'accordo con gli Alleati e che Sobieski fosse in marcia verso Vienna, alla testa della sua leggendaria Cavalleria composta da Ussari Alati di Polonia o Husarz, vestiti di armatura leggera con finte ali d'aquila sulla schiena; potentissimi per forza d'urto e assai disciplinati come massa di manovra.

Pasha era, peraltro, rassicurato dalla posizione della superpotenza continentale dell’epoca: la Francia di quell’ambiguo Luigi XIV, segretamente alleato nella speranza di riceverne come contropartita l’indebolimento dell'Austria e la possibilità di invadere l’Impero da Ovest; tuttavia l’intransigenza papale ne sventò i propositi quando la Curia romana lo obbligò ad una condotta inequivoca, attraverso l’invio di una Armata navale su Algeri.

Intanto, se il Sultano ottomano era indeciso fra lo svernare in zona o conquistarla ed annetterla, Carlo di Lorena conduceva attività di appoggio alla città assediata intercettando i rifornimenti dei Turchi e mettendo in rotta l’ungherese Imre Thököly.

La vicenda lasciò maturare in Kara Mustafa la convinzione di non poter avere ragione di Vienna facilmente e la urgenza di un affondo finale a sorpresa.

In previsione dell’imminente sfondamento delle mura, però, i disperati Viennesi si organizzarono per il corpo a corpo e fatale fu al Pasha la mancata fortificazione del campo con fortezze di terra e legno pur suggeritagli dai suoi Generali ai quali egli aveva opposto l’inutilità di impegnare ulteriore materiale e manodopera...

Entrambe le fazioni erano preda del caos: da una parte gli Ottomani, numericamente superiori ma allarmati dalla notizia di arrivo di rinforzi di cui ignoravano l’entità e dalle azioni decise ed imprevedibili di Carlo di Lorena, cui l’Imperatore comunque negò il consenso ad un attacco immediato che, senza attendere gli Alleati, cogliesse impreparato gli Islamici; dall’altra parte gli Austriaci, fra i quali serpeggiava il panico e l’ansia d’essere sopraffatti.

Jan Sobieski varcò il Danubio il 6 settembre su un ponte di barche costruito dagli Imperiali a Tulln; al comando di una formidabile Armata e dotato di provvida e responsabile lungimiranza, egli non avrebbe ricavato alcun vantaggio politico né diplomatico dalla dirompente iniziativa ma si batteva nella consapevolezza che la caduta di Vienna avrebbe spalancato agli Ottomani le porte dell’Europa con conseguenze drammatiche per l’intero Continente: essi miravano al Baltico, per spezzare l’Europa ed interrompere tutte le vie commerciali verso la Polonia.

Quanti Regni, oltre il suo, sarebbero stati spazzati via da quella brutale violenza?

L’intervento del colto e mecenate Leone di Lehistan, come i Turchi chiamavano il Capo della Confederazione polacco/lituana e Re di Polonia dal quale erano stati già decimati a Chocim nel 1673, fino ad imporgli la Pace di Zurawno del 1676, con la restituzione di due terzi dell’Ucraina e dei Prigionieri trattenuti in Turchia, seminò ansia nel Quartier Generale islamico rivelando tutta la inadeguatezza di Kara Mustafa militare, strategica e tattica.

Egli omise di fortificare le colline a Nord di Vienna, lasciando così praticamente aperti i passi verso la città, allungata sulla riva Sud del Danubio consentendo alla coalizione cristiana di raggiungere il territorio attraverso un ponte di barche; non motivò il proprio Esercito; non incassò la lealtà del Khan di Crimea; non fu in grado di ricucire gli strappi interni ai suoi Generali ed alla fazione di Corte sfavorevole ai Giannizzeri, ai Dervisci e ai Musulmani tolleranti eterodossi, che pure avevano saldi legami con l’Aristocrazia cristiana ungherese e romena ostile alla inflessibilità controriformistica austriaca.

E di più: entrò in contrasto con i suoi stessi Consiglieri, a partire da Ibrahim di Buda, contrari all'impresa sin dal principio e inclini ad una campagna limitata alla conquista di qualche piazzaforte di frontiera: il Principato di Valacchia, ad esempio, aveva sempre esibito un atteggiamento ambiguo verso i Nemici cristiani dei Turchi, sicché le sue truppe si ritirarono prima della battaglia anche disertando.

In questo clima di incertezze si giunse all’11 settembre.

La Lega Santa si riunì sul Kahlenberg e, alle prime luci dell’alba del 12, Marco d’Aviano celebrò la Messa mentre Jan Sobieski prestava il proprio servizio all'altare.

Era stato proprio il Frate cappuccino e Legato papale, nella primavera del 1683, a sollecitare nei Re cristiani l’esigenza di allearsi per un’azione comune di contrasto all’avanzata islamica e la sua attività di mediazione non si era limitata all’affidamento del comando generale della coalizione allo stimato Sovrano polacco, ma si era spesa in una infaticabile attività di incoraggiamento e conforto del Popolo viennese.

La battaglia ebbe inizio.

Furono i Turchi ad aprire le ostilità, ma Carlo di Lorena contenne l’attacco e Kara Mustafa ancora una volta rinunciò a battersi, sperando di entrare in Vienna in extremis e dando, invece, tempo alle forze opposte per ultimare il dispiegamento.

La sorte volgeva decisamente in favore degli Occidentali, mentre rincuorati dall'arrivo dei rincalzi, gli Assediati irrompevano sulle fila turche che scontarono subito l’errore di non essersi preparati alle forze provenienti dal Nord, trovandosi con i Giannizzeri schierati inutilmente sotto le mura.

A quel questo punto al Gran Visir fu chiara la sconfitta e, allora, tentò di prendere Vienna aprendo falle nell’Esercito cristiano; tuttavia, la mancanza di organizzazione; il caos nelle retrovie; la eterogeneità dei Combattenti, diversi per fede e lingua e privi di un comando centrale appropriato segnarono il fallimento di ogni controffensiva.

E non era ancora apparsa in campo la temuta e imponente Cavalleria polacca!!!!

Nel tardo pomeriggio, quattro corpi di essa: uno tedesco e tre della Polonia scesero dalle colline a passo di carica, con in testa Jan Sobjeski e, con in prima linea, tremila Ussari come fu descritto dal Cronista Mehmed der Silihdar: … Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un'ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l'altra ala fino all'estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi

I Turchi ne uscirono frastornati e annientati, mentre gli Assediati guadagnavano l’uscita dalle mura e si raccoglievano per inseguire il Nemico in rotta.

Quindicimila Ottomani restarono sul terreno, contro sole duemila vittime delle Legioni occidentali che recuperarono anche una gran parte del bottino accumulato durante le pressanti incursioni nei Balcani.

Kara Mustafa pagò con la vita i propri errori strategici e tattici: il 25 dicembre successivo, fu giustiziato a Belgrado per ordine del Sultano Mehmed IV che, poco prima, aveva fatto impiccare anche il Generale Ibrahim di Buda: l’unico in grado di gestire una dignitosa ritirata.

Conclusioni

Come già la Battaglia di Poitiers e la Battaglia di Lepanto, anche la Battaglia di Vienna finì con lo stroncare l’espansionismo islamico: Protagonista della epica liberazione di Vienna fu  Jan Sobieski che, con una geniale manovra della sua celebra Cavalleria, liquidò l’Esercito nemico comandato da Kara Mustafà il 12 settembre del 1683 diventando uno dei più reputati Condottieri europei del tempo: portatore di una spiccata personalità, di talento militare, di genio politico e artefice degli splendori del Regno di Polonia, ebbe in dono lo stocco pontificio e l’intestazione di una stanza dei Musei Vaticani da Innocenzo XI.
La liberazione della capitale austriaca, ovviamente, assunse un significato religioso: per ringraziare Maria Santissima della Vittoria, quel Papa fissò la festa del Santissimo Nome di Maria al 12 settembre.
Alla attività di campo del Comandante polacco si saldò, comunque, anche quella del Graduato polacco Jerzy Franciszek Kulczycki che, simulandosi trafficante di caffè, svolse una lucida ed intensa azione di spionaggio fornendo al Quartier Generale cristiano elementi utili alla dislocazione ed ai movimenti delle truppe nemiche: cessato l’assedio, proprio Jan Sobiescki lo premiò con la scritta sullo stemma di famiglia Salus Vienna Tua.

Conseguenze

La battaglia rappresentò il punto favorevole di svolta nelle guerre ottomano/asburgiche.

Non solo, infatti, archiviò la pressione espansionistica dei Turchi ma segnò anche l'inizio della loro espulsione dai Balcani: poco dopo gli Austriaci occuparono l'Ungheria e la Transilvania, firmando nel 1699 il Trattato di Karlowitz.

I Tedeschi riuscirono ad espandersi in Alsazia e Lussemburgo.

Ancora l’Austria, in seguito, guardò all’area balcanica e all'Ungheria come campo di battaglia privilegiato: la sconfitta islamica aveva indebolito l’immagine di un sistema pressoché invincibile e quindi la tradizionale politica di sostegno austriaco alla Spagna nelle Fiandre e nella Germania occidentale fu accantonata, consentendo alla Francia di predominare e isolando l'Olanda con conseguente inasprimento dei suoi rapporti con alcuni Principi tedeschi, fino al conflitto noto come Guerra della Lega di Augusta.

Sobieski fu riconosciuto come Eroe assoluto dello scontro campale e una chiesa fu eretta sul Monte Calvo in suo onore.

Della disfatta turca, infine, si avvantaggiarono anche i Russi ed i Veneziani.

Per contro, a margine delle ribellioni e dei complotti condotti contro il Sultano dai Giannizzeri, l’enorme impegno finanziario sostenuto danneggiò l’economia imperiale ottomana: rivolte sistematiche; rigidità del sistema fiscale con conseguente evasione; corruzione diffusa segnarono l’inizio del declino delle velleità egemoni dell’edificio politico accompagnandolo al definitivo crollo.

Bibliografia