Le Grandi Battaglie

La Guerra del sale

di Ornella Mariani
Lo stemma dei Baglioni di Perugia.
Lo stemma dei Baglioni di Perugia.

I Baglioni e le Nozze rosse

I Baglioni dominarono Perugia dal 1438 al 1540.

Le prime testimonianze dinastiche rinvenute in atti ufficiali del Comune risalgono al XIII secolo: si vuole che essi fossero una Famiglia di origine germanica, approdata in Italia al seguito dell’Imperatore Federico I di Hohenstaufen col quale erano anche imparentati, e che avessero per capostipite Ludovico Oddo, già Duca di Svevia e poi insignito del Vicariato perugino a Cagli, il 7 settembre del 1162.

Tra il ‘300 e il ‘400, protagonisti di una dura contrapposizione con gli Oddi per il controllo della città e del contado, essi conquistarono i possedimenti di Bettona; Bastia; Torgiano e Collemancio.

Nel 1416 Braccio Fortebracci infeudò di Cannara Malatesta I, cui Martino V e Leone X conferirono rispettivamente, in seguito, la Signoria di Spello e di Bettona, divenuta centro amministrativo con dignità di Contea dello Stato Nuovo dei Baglioni: in assenza del Conte il potere era assunto da un Luogotenente Generale, da Giudici e dal Bargello, ovvero il Capitano del Popolo.

La presenza della famiglia sul territorio già dominato da Biordo Michelotti e da Braccio da Montone, costituì un problema ricorrente per l'Autorità romana che comunque non poteva prescindere dal suo sostegno politico e militare; così, per sedare le frequenti dispute locali, assunse un ruolo cruciale, ritagliandosi uno spazio di mediazione, la Terziaria domenicana Colomba da Rieti che, beatificata nel 1627, fu in contatto con Alessandro VI e Consigliera personale di Astorre I Baglioni e di Atalanta, madre di Grifonetto.

Fra il 1438 e il 1479, sfruttando la propria posizione di Capitano delle Milizie papali, Braccio I che era nipote del Signore Braccio da Montone, finì col diventare egemone: la città visse una fase di considerevole crescita sociale, culturale ed urbanistica: fu ampliato il Palazzo dei Priori; furono costruite chiese e fu praticato un raffinato Mecenatismo che richiamò Artisti di grande fama: Piero della Francesca, Pinturicchio, Luca Signorelli, Parmigianino, Raffaello Sanzio; Domenico Veneziano.

Morto Braccio I, però, l’area fu infiammata da quelle lotte interne alla casata, che sarebbero culminate nella terrificante faida del 14 luglio del 1600.

Fu dopo le nozze di Astorre e Lavinia Colonna.

Il prestigioso evento, officiato il 28 giugno del 1500 con enorme fasto, richiamò tutta l’Aristocrazia italiana e sfilarono … con la più alta magnificenza, gli archi di trionfo, i cortei, le munificenze, i doni inviati dagli stati, i broccati, gli ori e le gemme

Nel perdurare del pranzo, servito nella Piazza principale di Perugia, per l’altissimo numero di Ospiti, Simonetto sopra un carro pieno di confetti li gettava ai popolani.

La gioia fu però funestata entro le due settimane successive da Carlo di Oddo detto il Barciglia che, invidioso del potere dei parenti, organizzò una congiura coinvolgendovi il giovane Grifonetto, nipote di Braccio I e figlio di Atalanta e Grifone, a sua volta secondogenito di Braccio.

I Cospiratori, fra i quali spiccarono per ferocia Girolamo degli Arcipreti, Berardo della Cornia e Filippo Baglioni, nella rovente notte di luglio, irruppero nelle abitazioni della signorile Famiglia e massacrarono Simonetto, Gismondo, Guido e Astorre, sotto gli occhi della giovane e fresca Sposa.

Si vuole, peraltro, che proprio Filippo, consumato dall’odio e dall’invidia, dopo aver finito Astorre, gli cavasse il cuore mordendolo selvaggiamente.

I corpi delle vittime furono gettati dalle finestre, ma all’eccidio erano sfuggiti Gian Paolo, Gentile, Rodolfo e Adriano: gli Assassini si presentarono al Popolo come liberatori della tirannide; ma se Carlo il Barciglia e Girolamo degli Arcipreti riuscirono a fuggire, diversa sorte toccò a Grifonetto Baglioni, trucidato dal cugino Gentile.

Sul suo corpo, straziata pianse la madre Atalanta e, come scrisse Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, …Grifonetto Baglioni col suo giustacuore trapunto, il berretto gemmato e i ricci in forma di acanto, che uccise Astorre con la sposa e Simonetto col suo paggio, e che era di una tale bellezza che quando giacque morente nella piazza gialla di Perugia coloro che l’avevano odiato non potevano trattenere le lacrime e Atalanta, che l’aveva maledetto, lo benedisse

Per commemorarlo ella, nipote di Malatesta I, commissionò a Raffaello un'opera da alloggiare nella chiesa di San Francesco al Prato e vi venne rappresentata col figlio, nella Deposizione di Cristo.

Sedati gli animi, fu Gentile I, Vescovo di Perugia dal 1501 al 1506, ad assumere il potere.

Dopo anni di alterne vicende, nel 1520 invitato a Roma con uno stratagemma, Giampaolo fu  fatto decapitare da Leone X.

Nel 1540, Rodolfo II espulse da Perugia il Legato ecclesiale ma, sconfitto dall’Esercito pontificio di Pier Luigi Farnese, abbandonò la città e pose fine alla Signoria baglioniana.

La residenza di Braccio fu parallelamente demolita e sostituita con la fortezza progettata da Antonio da Sangallo su mandato di Paolo III.

Degli altri Baglioni:

Astorre II, figlio di Gentile, difese la Cristianità nella Guerra di Cipro e morì a Famagosta; il suo erede e ardente ghibellino Guido visse tra Brescia e Verona; Malatesta V Conte di Spello e Bettona estinse la dinastia nel 1648.

Nel corso delle loro vicissitudini, si combatté la Guerra del Sale: una insurrezione che, dopo aver contrapposto Perugia alle pretese di Paolo III, si risolse con la perdita dell’ autonomia del territorio, divenuto parte integrante dello Stato ecclesiale.

La guerra

Fin dal periodo altomedievale la regione era parte dello Stato della Chiesa benché avesse mantenuto una sorta di indipendenza a tutto il 1370, quando aveva perduto le autonomie comunali e le libertà civiche ed era stata completamente annessa al Papato.

Durante il XV secolo, il legame si allentò per effetto dell’affermazione di varie Signorie locali, l’ultima delle quali fu quella dei Baglioni.

In virtù di una intesa raggiunta con Martino V nel 1424, Perugia godeva dell’esenzione da ogni tassa che non fosse in vigore già al tempo di Bonifacio IX.

In forza, poi, di un trattato convenuto con Eugenio IV il 15 settembre del 1431, disponendo della facoltà di acquistare il sale ove avesse voluto, dapprima ebbe rapporti commerciali con i Senesi e poi con la Chiesa medesima.

Tali accordi, confermati dai Papi successivi, furono ratificati anche da Paolo III nel primo anno del suo pontificato.

Il 21 gennaio 1540, tuttavia, alle proteste contro i Monopoli ecclesiali che vendevano un sale di scadentissima qualità, con una Bolla egli intimò ai Perugini la corresponsione anche di una ulteriore tassa sul prodotto, nella misura di tre quattrini per libbra, sotto pena di interdetto; confisca dei beni; revoca dei privilegi, scaturendone un diffuso malessere sociale.

Il provvedimento, ritenuto contrastante con le intese nei fatti vigenti, fu inoltrato dal Cardinale Legato Cristoforo Jacovacci cui il Consiglio Popolare convocato dai Priori, eccependone l'inapplicabilità, presentò vivissime proteste: le botteghe chiusero i battenti ed ogni attività commerciale fu sospesa, in favore di un armamento che lasciava presagire venti di guerra benché non si palesasse ancora la ribellione aperta.

In realtà, il rifiuto di quella imposta sottendeva al tentativo popolare di affrancarsi definitivamente dal giogo papale; di recuperare l’autonomia comunale perduta; di eleggere liberamente le Magistrature; di rilanciare gli antichi Statuti

Senza indugio, il 17 marzo del 1540 il Pontefice inoltrò al Capo del Priorato Alfano Alfani la Bolla d’interdetto emanato in danno della intera Popolazione: costui si dimise e si dovette eleggere un Consiglio dei Venticinque, nella convinzione che il nuovo Governo fosse in grado di respingere energicamente la pretesa papale e di ottenere, anzi, una revisione dello Statuto per restaurare le storiche prerogative.

L’Organismo neoeletto, incaricato di trattare col Legato cui si ribadiva la indisponibilità a qualsivoglia imposizione, il 5 aprile del 1540 fece collocare sulla porta del Duomo verso il Corso, un grande Crocifisso avanti al quale, per tre giorni, sfilarono le Confraternite, i Priori e i Popolo.

Si astennero dalla partecipazione, tutti i membri del Clero.

Deciso ad annientare l'insubordinazione, Paolo III richiamò in Roma il Legato e, nel corso del Concistoro, espresse l’intenzione di ricorrere ad un intervento armato contro la città: comandate dal brutale e dissoluto Gonfaloniere ecclesiale Pier Luigi Farnese, suo stesso primogenito, le Milizie romane devastarono violentemente Foligno, Assisi e Bastia sfidando la tenace opposizione del coraggioso Condottiero Ascanio della Corgna.

Fallito ogni tentativo di mediazione attuato dal Viceré partenopeo don Pedro de Toledo, i Perugini si appellarono contemporaneamente al sostegno di Cosimo I de’ Medici, apertamente ostile al Papa, e nel senso patriottico di Ridolfo Baglioni, già Signore locale, assoldato con una congrua condotta dallo stesso Duca fiorentino.

Salutato da enorme entusiasmo, il 16 maggio egli attraversò il suolo natio e, lungi dal combattere, perseguì l’occulto progetto di trattare la capitolazione della città, mentre il Nemico avanzava fin sotto le mura locali senza ostacoli.

Baglioni condusse una fragile azione di contrasto al Farnese con qualche colpo di artiglieria sparato da Porta Sole; ma il 5 giugno, nel monastero di Monteluce, assieme al Commissario di campo Gerolamo Orsini, trattò la resa per anche contenere le male gesta del saccheggiatore Alessandro Vitelli.

Il progetto di libertà di Perugia andò in pezzi il 5 giugno, con lo scioglimento del Priorato e col massiccio esodo di famiglie disposte ad accettare l’aggiogamento fiorentino, senese e urbinate piuttosto che la Signoria teocratica.

Alla fine, privato dei privilegi, anche Ridolfo abbandonò il territorio ponendo fine al proprio dominio e, tornato al soldo  del Duca Cosimo, morì per un colpo d’archibugio a Chiusi, nel 1554, nel perdurare del conflitto fiorentino/senese.

Perugia, nel frattempo, perse ogni autonomia e libertà subendo, da parte della Chiesa, l’affronto della demolizione delle mura e della costruzione della Rocca Paolina, nella quale fu alloggiato un Presidio papale.

Non doma, però, la Popolazione reagì boicottando la tassa sul sale; adottando il pane insipido; conservando il nome di Civitas Cristi assunto nel perdurare della rivolta e i quattrini in bassa mistura con l’effigie del patrono sant’Ercolano, così facendone l’emblema della effimera levata di scudi contro lo strapotere del Papa Farnese.

Bibliografia