Le Grandi Battaglie

La strage di Senigallia

di Ornella Mariani
Vitellozzo Vitelli.
Vitellozzo Vitelli.

Ordita tra il 31 dicembre del 1502 e il 18 gennaio del 1503, fu raccontata da Niccolò Machiavelli nella Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il Duca di Gravina Paolo Orsini.

L’evento maturò quando, d’intesa col padre Alessandro VI e prima ancora di riceversi l’aiuto promesso da Luigi XII di Francia, Cesare Borgia progettò d’impadronirsi di Bologna, allora retta da Giovanni II Bentivoglio e, conquistate già Rimini; Ravenna; Forlì; Cesena e Urbino, di disporre di uno Stato forte e personale che riunisse Romagna e Marche.

Per arginarne lo strapotere, alcuni suoi Capitani e alleati cospirarono progettando di ucciderlo: Paolo Orsini ed il cugino Francesco Duca di Gravina, Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il perugino Giampaolo Baglioni e Antonio Giordano da Venafro in rappresentanza del senese Pandolfo Petrucci si riunirono a Magione, in provincia di Perugia, nell’abitazione del Cardinale Giovanni Battista Orsini per definire i dettagli del piano omicida.

Le decisioni assunte furono tre: non abbandonare il Bentivoglio; cercare il sostegno dei Fiorentini e dei Veneziani e procurarsi la solidarietà del Duca di Urbino.

I Primi, che avevano già giustiziato Paolo Vitelli, fratello di Vitellozzo, non solo negarono qualsiasi supporto alla congiura, ma incaricarono Niccolò Macchiavelli di raggiungere il Borgia ad Imola e di informarlo del tradimento in atto.

Nel frattempo, riuniti nella Lega dei Condottieri, i Cospiratori infiammarono con rivolte e disordini il territorio di Camerino e di Urbino, ove gli Insorti ripresero il controllo della fortezza di San Leo, occupata dal giugno del 1502 e favorirono il rientro del legittimo Duca Guidobaldo da Montefeltro che, recuperata la Signoria e restaurato il potere, fece impiccare i Funzionari traditori.

I successi conseguiti e la attiva partecipazione popolare, consentì ai Ribelli di combattere e vincere la battaglia di Calmazzo: una vittoria che esaltava quella già conseguita da Vitellozzo e dagli Orsini a Fossombrone.

La vendetta covava.

Il mancato arrivo dei Francesi impensierì Borgia che confidò al fidato Michelotto Corella il suo piano di rivalsa: la pace!

Il primo dei ribelli ad essere avvicinato fu Paolo Orsini, cui costui assicurò la mancanza di qualsiasi risentimento da parte del Valentino, nei confronti dei suoi Capitani: essi avrebbero potuto serenamente ritornare nelle sue fila, non solo senza rappresaglie ma, addirittura, con un aumento di paga.

Sedotto da doni e promesse, egli accettò l’accordo: era il 10 novembre del 1502, quando si impegnò a persuadere alla sottomissione anche i Sodali.

Solo Giampaolo Baglioni rifiutò di sottoscrivere l'accordo.

Nel frattempo, temendo che proprio quella potente Famiglia, esaltata dall’impresa di Calmazzo, insorgesse anche a Roma, Alessandro VI contattò il Cardinale Giovanni Battista Orsini ed inviò Legati al Duca di Gravina e a Giulio Vitelli, fratello di Vitellozzo e Primate di Città di Castello.

Diffidando, il Vescovo si riservò di decidere dopo aver raccolto il parere del germano, che si trovava a Fano con Guidobaldo da Montefeltro, Francesco e Paolo Orsini, Giulio Vitelli per  valutare i negoziati di pace dei Borgia; la perdita di Alleati come Pandolfo Petrucci di Siena e i Bentivoglio; il possibile e vantato arrivo delle Armate francesi.

Forse, malgrado Vitellozzo conoscesse Cesare e ne diffidasse, sarebbe stato saggio accogliere le trattative di pace: i negoziati di Paolo Orsini continuarono segretamente ed alla fine egli riuscì a convincere gli Amici.

L’accordo fu sottoscritto.

Il Valentino lasciò Imola il 10 dicembre; trascorse qualche giorno a Cesena; si avviò verso  Senigallia che intendeva occupare e che era difesa da Andrea Doria, per conto dei Della Rovere.

Da quella sede, invitò a Senigallia per il pranzo di fine d’anno tutti quelli che avevano cospirato in suo danno.

Nella cittadina, assieme a Paolo Orsini, garante degli impegni, raggiunsero la città il 31 sera del 1502: il Borgia li attese fuori le mura e, a conferma della riconciliazione, baciò le guance del Vitelli.

Era assente il solo Oliverotto, acquartierate con esigue truppe nella periferia.

Cesare incaricò il Corella di raggiungerlo; di rassicurarlo e di invitarlo a … venire seco ad incontrare el duca… in un appartamento opportunamente requisito.

Quando tutti gli Ospiti, disarmati, si furono accomodati, ad un segnale convenuto furono circondati: Vitellozzo e Oliverotto furono uccisi subito a tradimento.

Paolo Orsini e Francesco di Gravina furono, in un primo tempo trattenuti a Castel della Pieve a causa dell'arresto da parte di Alessandro VI del Cardinale Orsini e di Jacopo Santacroce, colpevoli di aver fornito  sostegno alla congiura di Magione.

Dopo diciotto giorni di detenzione, i due furono strangolati.

Molte furono le lodi rivolte al Borgia per il magnifico inganno di Senigallia.

La vicenda fu ampiamente citata anche nel Il Principe: Machiavelli considerò, quello che fu uno degli eventi più oscuri e drammatici del Rinascimento, un capolavoro politico definito magnifico inganno.

Bibliografia