Non solo Medio Evo

Caracciolo Francesco

di Ornella Mariani
L'Ammiraglio Francesco Caracciolo.
L'Ammiraglio Francesco Caracciolo.

Francesco Caracciolo

Francesco Caracciolo Ammiraglio Della Repubblica Napoletana Fu Dall’astio Dell’Ingeneroso Nemico Impeso All’Antenna Il 29 Giugno del 1799. I Popolani di Santa Lucia Qui Tumularono L’Onorando Cadavere. Il Municipio di Napoli 1881.

Così recita l’epigrafe posta nella Chiesa della Madonna Della Catena sulla tomba del celebre Ammiraglio nato a Napoli il 18 gennaio del 1752 e giustiziatovi il 30 giugno del 1799.

Figlio del Duca Michele dei Caracciolo di Brienza e della Duchessa Vittoria Pescara, alla tenera età di cinque anni fu avviato alla carriera marinara nella Reale Accademia di Marina presto esibendo spiccato talento militare e doti umane esaltate da John Acton che, a servizio della Corona, lo elevò ai più alti ranghi della Flotta dopo un complesso tirocinio sul vascello inglese HMS Marlborough:  con disposizione reale del 7 giugno del 1757 divenne Guardiamarina soprannumerario e, nel 1761, Guardiamarina proprietario, non pochi vantaggi di carriera derivandogli dalla parentela col Capitano generale della Marina Michele Reggio, fratello della nonna paterna.

Il 14 giugno del 1766 e il 3 novembre del 1767 fu rispettivamente imbarcato sulla fregata Sant’Amalia  e San Ferdinando e il 1° aprile del 1771 sullo sciabecco San Pasquale, conseguendo il titolo di Alfiere di galea ed assumendo, il 16 maggio del 1778, il comando della goletta San Giuseppe.

Nel settembre del 1781 ottenne la promozione a Tenente di vascello e l’anno successivo guidò la Dorotea  in frequenti, vittoriosi scontri con la pirateria marocchina.

Fra il 1782 e il 1783 Tenente di Vascello e Capitano di Fregata, a bordo di uno sciabecco, contrastò i Pirati algerini e tunisini infestanti il Mediterraneo e nel 1784, nominato Capitano di fregata, ebbe il comandò del San Gennaro il Vigilante nella guerra ai Pirati algerini.

Il 12 agosto del 1790, promosso a Capitano di vascello, al comando del Tancredi guidò nuove azioni contro le incursioni barbaresche e, incaricato nel marzo del 1792 di scortare la Ferdinando III,  avvistò ma perse, nelle acque di Livorno, una imbarcazione algerina con quaranta cannoni: due mesi più tardi, però, affondò due sciabecchi nella rada provenzale di Cavallaire, provocando un grave incidente diplomatico che gli valse un processo da parte del Governo partenopeo e la detenzione nella fortezza di Gaeta dall'agosto al dicembre del 1792.

Una volta libero, fece parte della squadra borbonica inviata in appoggio alla Flotta inglese negli scontri con la Francia rivoluzionaria e, al comando ancora del Tancredi, partecipò all’assedio di Tolone del 1793 tenendosi agli ordini dell'Ammiraglio Hoed; nel 1794 favorì lo sbarco delle truppe inglesi del Generale Dundas in Corsica; nel marzo del 1795, unitosi a Livorno alla Flotta inglese del Mediterraneo comandata dal viceAmmiraglio Hotham, combatté in prima linea a Capo Noli.

Aveva già partecipato, a bordo di una nave britannica, alla guerra d'Indipendenza delle colonie nordamericane quando, il 14 marzo del 1795, al comando sempre della Tancredi, armata di settantaquattro cannoni, sostenne l’Armata anglo-napoletana guidata dall’Ammiraglio William Hotham nella Battaglia di Genova e, nell’occasione, fiancheggiando Horatio Nelson e attaccando e catturando con la Agamennone la Ca Ira.

Morto il padre, nel 1797, per effetto della rinunzia del fratello Giuseppe Maria alla primogenitura e al patrimonio anche materno, Francesco assunse il titolo di Duca di Brienza e fu chiamato a Corte come Maggiordomo di settimana e Gentiluomo di Camera con Entrata.

I nuovi ruoli non lo distrassero dall’infaticabile attività marinara: proseguendo nell’azione di controllo del Mediterraneo, comandò una divisione composta dal vascello il Sannita e dalle fregate Archimede, Aretusa, Cecere e Sirena con le quali incalzò i Pirati fino a tutto il 1798

Il 23 dicembre di quell’anno fu a capo della squadra navale che scortò la famiglia reale in fuga a Palermo con i Familiari del Ministro Acton e si adontò della scelta del Re di viaggiare sul La Vanguard di Nelson.

Durante la traversata, riuscì a superare una violentissima tempesta che procurò invece, enormi danni alla nave del rivale: Ferdinando riconobbe ed elogiò il talento di Francesco, accendendo d’invidia l’Ammiraglio inglese.

In seguito,  addolorato per la distruzione della Flotta partenopea a Napoli, condotta per ordine di costui dal Commodoro portoghese Campbell per evitare che se ne impadronissero i Rivoluzionari, e costretto a disarmare la propria Ammiraglia a Messina, Caracciolo chiese al Sovrano licenza di recarsi nella capitale ove, però, si lasciò sedurre dagli ideali rivoluzionari: il 25 gennaio era stata già proclamata la Repubblica.

Con lettera dell'11 febbraio del 1799 il consenso gli fu accordato per il ben noto zelo ed attaccamento al real servizio. Tuttavia, il 5 marzo del 1799 il Monitore Repubblicano di Eleonora de Fonseca Pimentel salutò l'arrivo di Francesco bravo come nautico, bravo come militare, più bravo come cittadino....

Di fatto, un mese dopo, egli sostituiva Raffaele Doria come Direttore generale della Marina repubblicana; combatteva, nell’imminenza della restaurazione, la Flotta reale dei Borboni decisi a cacciare i Francesi; emanava, il 5 aprile, un violento proclama antimonarchico seguìto da due appelli rivoluzionari del 9 aprile e del 16 maggio; il 17 successivo attaccava la Flotta reale e metteva in difficoltà l'Ammiraglia Minerva, comandata dal Conte Thurn a Procida sostenendo dal mare, il 13 giugno, la resistenza del forte di Vigliena dagli assalti della legione sanfedista del Cardinale Ruffo; ancora sfidava i Borbonici tra Sorrento e Castellammare e, il 13 giugno, dava appoggio con le cannoniere ai difensori del ponte della Maddalena.

Caduta la Repubblica, però, fuggì nel proprio feudo di Calvizzano col fedele pilota Antonio Chiapparo, già indicato come suo erede universale.

Scoperto e denunciato dagli uomini di Scipione la Marra, Fiduciario della Regina Carolina, il 29 giugno del 1799 l’Ammiraglio fu arrestato e condotto, su ordine di Nelson, avanti ad un Consiglio di guerra composto da cinque Ufficiali borbonici.

Contro i patti della capitolazione, fu giudicato, condannato e giustiziato nello stesso giorno: il 30 successivo e, malgrado egli avesse chiesto la fucilazione, la Sovrana ne volle esaltare il disonore attraverso l’impiccagione sulla fregata Minerva, ove il suo corpo restò a lungo appeso ad un pennone prima d’essere gettato in mare.

Nella crudeltà di quella fine contarono molto i risentimenti personali di Nelson: Vincenzo Cuoco riferisce che il Marinaio cui era stato ordinato di preparare il capestro non smetteva di piangere che  Caracciolo gli disse …Sbrigati: è ben grazioso che, mentre io debbo morire, tu debbi piangere…

Dopo giorni, il cadavere venne in superficie e fu raccolto da Pescatori del borgo di Santa Lucia che lo deposero nella Chiesa della Madonna della Catena. Si vuole che esso fosse emerso proprio sotto il Foudroyant, sotto gli occhi di Nelson, della sua amante Emma Hamilton, del compiacente marito di costei Ambasciatore William, del Re da poco giunto dalla Sicilia.

Le esequie furono celebrate nella chiesa di Santa Maria della Catena, nel quartiere di Santa Lucia.

Bibliografia