Non solo Medio Evo

Clemente XI

di Ornella Mariani
Clemente XI
Clemente XI

Clemente XI

Nel 1464 Keli Lacit, Capitano delle truppe di Giorgio Castriota, lasciò la natia Shijak, nei pressi di Durrës e si trasferì in Italia, ospite del Signore di Urbino Federico da Montefeltro.

I discendenti servirono come uomini d’arme anche i Duchi Della Rovere e fu Altobello a cambiare il cognome Lacit in Albani nella evidente tensione a rendere definitivo il rapporto con la Patria.

La potenza del Casato iniziò, poi, con Orazio: Ambasciatore apprezzato da Urbano VIII, fino a meritare la carica di Senatore.

Dei suoi figli, Annibale intraprese la carriera ecclesiastica e Carlo fu padre di Giovanni Francesco: il futuro Clemente XI la cui madre, Elena, apparteneva ai bergamaschi Marchesi Mosca di Pesaro.

I testi di Storia, tuttavia, parlano poco e superficialmente del primo ed unico Papa arbëresh, autore di due atti epocali: la condanna del Giansenismo, sorto agli inizi del 1600 sulla base delle teorie del Vescovo olandese Cornelius Jansen, in nome di un radicale rinnovamento della Chiesa, e il ripudio della inclinazione dei Gesuiti a tollerare le abitudini culturali e liturgiche della Cina.

Sempre fiero della propria origine, egli s’interessò molto dell'Albania promuovendo la stampa di vari libri; patrocinando nel 1700 il convegno di Lezhe; sostenendo l’adozione di risoluzioni a tutela della lingua e della fede, onde impedirne il rischio di estinzione rappresentato dalla islamizzazione dell’area.

Clemente XI nacque ad Urbino il 23 luglio del 1649 e visse l’infanzia in un ambiente familiare culturalmente motivato ed economicamente solido.

Lo zio materno Girolamo Mosca lo destinò alla carriera ecclesiale, iscrivendolo, undicenne, nel Collegio gesuita romano, ove l’Ellenista ed Ebraista Pietro Poussines lo educò all’ amore per il Greco e per il Latino incoraggiando, nel 1666, la traduzione di una omelia del Patriarca Sofronio di Gerusalemme sugli Apostoli Pietro e Paolo, con una prefazione critica sulla identità dell’Autore e un’Epistola dedicatoria a Francesco Barberini.

Laureatosi in Diritto nel 1668 ad Urbino, seguitò gli studi di Filosofia, Teologia e Patrologia assumendo, nel 1670, il ruolo di Canonico di san Lorenzo in Damaso.

Nel 1673 sostenne Carlo Barberini nella stesura degli Statuti sinodali di Farfa e Subiaco e fu in quella fase che il Cardinale Decio Azzolini lo introdusse nei salotti Cartari e Favoriti e in quello di Cristina di Svezia, dalla quale Giovanni fu incondizionatamente stimato. Fu in quella fase altresì che, ormai membro del gotha della cultura capitolina, egli tenne una memorabile celebrazione di Giacomo II Stuart, trasformato da Davide fuggitivo di Saulle in novello ristoratore della britannica tranquillità, emulo generoso di Costantino il Grande…. Fu in quella fase che prese a frequentare Intellettuali come Carlo Maratti, Giuseppe Ghezzi, Bernardo Pasquini, Domenico Scarlatti, Giulio Rospigliosi.

Nominato a ventotto anni Amministratore della Diocesi di Rieti, di Sabina e di Orvieto e poi richiamato a Roma, ove fu designato Referendario delle due Segnature e Consultore della Congregazione concistorale da Innocenzo XI, divenne Vicario della Basilica di San Pietro e Secretario della corrispondenza pontificale.

Nel 1683, dopo un breve soggiorno ad Urbino, ove assistette il padre morente, col supporto dell’amico Lorenzo Casoni e del Cardinale Carlo Fabroni fu incaricato dal Papa della Segreteria ai Brevi, in sostituzione del Cardinale Slusius.

Il 28 ottobre del 1688 il Canonicato in San Pietro spianò la via alla carriera, proseguita sotto Alessandro VIII.

Il 13 febbraio del 1690, investito della Porpora, concorse col nome di Arete Melleo alla costituzione dell’Accademia dell’Arcadia curando la riforma dello Stato avviata da Innocenzo XII; redigendo un testo di contestazione delle decisioni del Clero francese e dell’ estensione delle regalie; materialmente elaborando la Bolla Romanum decet Pontificem del 22 giugno del 1692; mantenendo con i Cardinali Bernardino Panciatici e Fabrizio Spada i rapporti tra la Curia di Roma e la Corona francese.

Nel 1696 patrocinò la pubblicazione del Nodus  praedestinationis del defunto Cardinale Celestino Sfondrati, urtando la suscettibilità di Agostiniani e Giansenisti che ne esigevano la condanna: il Papa se ne adontò e lo stesso Albani maturò tale rancore che sette anni più tardi, ormai Pontefice, perseguitò Louis-Pal Du Vaucel, referente dell’acceso polemista Quesnel. La impopolarità che ne derivò, fu consolidata dalla comminazione della condanna alle Maximes des saints di François Fénélon, cui scrisse per suggerirgli una conveniente sottomissione.

Verso la fine del1699, afronte dell’aggravamento delle condizioni di salute del Pontefice, le principali Potenze cattoliche presero ad agitarsi per la successione pietrina: palese era l’interesse di Luigi XIV per l’elezione di un Prelato capace di valutare gli effetti della spinosa successione spagnola e il rischio di un probabile conflitto franco/imperiale.

Era in gioco l’egemonia europea.

E difatti, morto Innocenzo XII, il 27 settembre del 1700, lungi dall’elaborare una linea politica, l’Imperatore tese a contrastare ogni candidatura di ispirazione francese, mentre a Madrid si esprimeva netta preferenza per un Primate romano.

Il 9 ottobre si aprì il conclave in un clima di ampia incertezza.

Albani godeva di largo credito per lo sprezzo di ogni nepotismo e corruzione e si oppose già alla ipotesi di cingere la tiara adducendo a motivo il mancato conferimento di tutti gli ordini ecclesiastici.

In realtà, le vere ragioni erano altre.

Egli era consapevole di quanto maturava in una Europa dilaniata dalla vicenda spagnola: i conflitti che ne sarebbero discesi avrebbero coinvolto anche la Chiesa, obbligandola ad una scelta di campo della quale non si sentiva capace.

La situazione fu ribaltata dalla notizia della morte di Carlo II, giunta a Roma nella serata del 19 novembre: urgeva, ormai, scegliere un candidato in grado di assumere il ruolo di mediatore fra le Potenze europee e di ristabilire il prestigio papale.

Pignatellisti, Ottobonisti, Altierani, Odescalchini e i Barberini conversero in blocco sul nome dell’Albani e contattarono i Francesi che, isolati e incapaci di sgretolare la compattezza di quella scelta, finirono con l’appoggiarla.

L’8 dicembre del1700, inpieno Giubileo e ad una settimana dall’averlo consacrato Vescovo, il Collegio Cardinalizio incoronò il cinquantunenne Clemente XI.

Egli stesso chiuse la Porta Santa, dopo aver protratto l’evento fino al 25 febbraio dell’anno successivo; dopo aver visitato chiese e ospizi; dopo aver ricevuto la Regina di Polonia Maria Casimira, vedova di quello Jan Sobieski che nel 1683 aveva liberato Vienna dall’ assedio turco, condizionandone l’avanzata in Occidente.

Il neutralismo espresso dal nuovo Primate e fondato sul tentativo di eludere una pericolosa contrapposizione fra Nazioni cristiane e Infedeli, provocò il naufragio politico della Chiesa: il progetto di affidare i territori contesi alla garanzia di Roma non fu neppure preso in considerazione e, dopo aver tentato con numerosissimi Brevi di sensibilizzare l’Europa, egli non riuscì ad impedire che nel maggio del  1701 le truppe imperiali e francesi calassero sull’Italia, facendone un campo di aspra contesa.

Parimenti drammatico indicatore anche della sua insufficienza diplomatica fu il pieno fallimento nei rapporti con gli Stati italiani, immaginati come possibile polo attorno al quale organizzare una Federazione difensiva. Peraltro, se gradualmente la condotta dell’ Albani si risolse in una aperta inclinazione verso la Francia, il decesso dell’Imperatore Leopoldo il 5 maggio del 1705 e l’elezione di Giuseppe I appesantirono le relazioni internazionali, poiché costui negò il tradizionale atto di sottomissione e, considerando Clemente XI solo come Capo di un insignificante e piccolo Stato, condivise l’opinione del suo Legato a Roma Conte Lamberg: … per ben governare i preti ci voglia la borsa ed il bastone….

La situazione degenerò nel1706, incoincidenza con le sconfitte dei Francesi; con la proclamazione di Carlo d’Asburgo a Re di Spagna; con la vittoria di Torino del Principe Eugenio di Savoia.

Antefatti e fatti

Uno degli ultimi atti del partenopeo Innocenzo XII, al secolo Antonio Pignatelli, si era saldato alla contrastata successione al trono di Spagna: il morente Carlo II, ultimo Asburgo, in mancanza di eredi diretti e frantumando i fragili equilibri fra Stati europei, indicò per testamento Filippo d’Angiò, nipote dello stretto parente Luigi XIV.

L’uscita di scena della dinastia asburgica aveva spianato la via a quella borbonica.

Non riconoscendo quella sovranità, l’Imperatore viennese Leopoldo I pose mani alle armi aprendo un conflitto su scala continentale: vi furono, infatti, coinvolti Austria, Francia, Spagna, Inghilterra e Paesi Bassi.

Negli ambienti della ancora vacante Curia romana fu subito chiaro che i contrasti tra le fazioni filofrancese e filoimperiale interne al Sacro Collegio avrebbero condizionato anche i lavori del Conclave.

Occorreva consacrare un Papa: subito.

L’assise si aprì il 9 novembre del 1700.

Il successivo23, apochi giorni dalla investitura del Sovrano angioino di Spagna, Giovanni Francesco Albani cinse la tiara.

L’elezione fu esito del compromesso tra i diversi schieramenti.

Deludendo le aspettative della famiglia, appena insediato il Papa rifiutò di conferire incarichi nell’ambito parentale e tentò di scongiurare il disastro incombente, impegnando Ambascerie diplomatiche presso le Corti prese dalla querelle ereditaria spagnola.

Gli sforzi andarono disattesi: l’imminente conflitto travolse anche la Chiesa.

Col Trattato dell'Aia del 7 settembre del1701, l'Inghilterra e le Province Unite olandesi appoggiarono le rivendicazioni ereditarie di Leopoldo I sul trono iberico, in realtà mirando a difendere i propri diritti sulle rotte commerciali marittime minacciate dal sodalizio franco/iberico, sostenuto anche da Vittorio Amedeo II di Savoia e dai Principi Elettori di Baviera e Colonia, sullo sfondo dell’irrisolto incidente fra Papato e Federico III di Brandeburgo: assunto il titolo di Re di Prussia, con l’approvazione imperiale, costui aveva di fatto usurpato la terra del secolarizzato Ordine dei Cavalieri Teutonici.

La guerra cominciò nel maggio del 1702.

Si era già consumata la Congiura di Macchia, ovvero il tentativo di rovesciare nel Mezzogiorno italiano il governo spagnolo di Luis Francisco de la Cerda, Duca di Medinaceli, proprio nel perdurare della crisi della Corona per effetto della morte di Carlo II.

Il complotto, maturato prima del decesso di costui e nell'incertezza delle conseguenze che ne sarebbero derivate al Regno, aveva avuto come obiettivo l’esigenza di disfarsi del viceRé assieme al Principe di Caserta e al Marchese del Vasto. Tuttavia, ad elevare a più alti propositi il piano era stato il Principe di Chiusano Tiberio Carafa, aspirante all’autonomia del territorio e alla riaffermazione dei diritti della Nobiltà: egli aveva promosso la creazione di un forte partito, che trasferisse alle Piazze il diritto d’elezione del Re e nel maggio 1700 si era recato a Venezia, per averne aiuto.

L'Imperatore gli aveva promesso di insediare il proprio secondogenito Carlo ma, nell’ Epifania del 1701, era già  asceso al trono Filippo V. I ribelli, allora, avevano scelto come referente il Principe di Macchia e, decisi a liberarsi dell’establishment spagnolo, avevano tentato il colpo tra il 22 e il 23 settembre.

Messi in rotta, erano stati decimati:  Carlo di Sangro, fratello del Marchese di San Lucido, era stato arrestato e decapitato, mentre i superstiti si erano rifugiati a Vienna contando sul sostegno austriaco ed allarmando la Curia romana già squassata dalle dispute sul mancato rispetto delle immunità e delle prerogative ecclesiali.

Erano palesi la posizione imperiale antifrancese e il progetto di fomentare la sedizione in territori contigui a quelli papali.

Il Papa avvertì una netta sensazione di accerchiamento e, benché non riconoscesse Filippo V come Re di Napoli, espresse sempre esplicitamente il proprio filofrancesismo stipulando con Luigi XIV due trattati segreti nei quali si convenivano la libertà di transito alle truppe nei territori della Chiesa, in caso di violazione della neutralità; la condanna a morte del Marchese filotedesco Cesare del Vasto; il riconoscimento delle pretese di Giacomo III Stuart.

In definitiva, influenzato dai Cardinali capeggiati da Toussaint de Forbin Janson, egli radicalizzò la esecrabilità delle alleanze di Vienna col fronte protestantico: in sostanza, pur mantenendo una formale neutralità, aveva di fatto preso partito per la Francia ponendosi in una condizione di subalternità. Non a caso, all’inizio del 1702, fortificò Ferrara e inviò a Piacenza truppe guidate da Alessandro Aldobrandini, contro l'occupazione tedesca di Parma.

Lo scontro frontale, però, non avvenne benché la morte di Leopoldo nel maggio del 1705 e l'elezione di Giuseppe incrinassero ulteriormente le relazioni fra la Cancelleria di Roma e la Cancelleria dell’Impero: a margine del rifiuto a prestare il tradizionale atto di sottomissione, la situazione si arroventò nel1706 incoincidenza con le sconfitte dei Francesi che, dopo la battaglia di Ramillies del 24 maggio, avevano perso il Brabante e buona parte delle Fiandre.

In giugno l'arciDuca Carlo d'Asburgo fu proclamato Re di Spagna, per effetto della vittoria di Torino conseguita il 7 settembre da Eugenio di Savoia: tutto il Nord italiano era in mano imperiale e vane furono le proteste papali di contenere gli abusi commessi dalle Armate nemiche in danno delle Legazioni di Ferrara e Bologna.

Parimenti vano risultò il tentativo di arginare la marcia tedesca verso l’area napoletana.

Le pressanti richieste di tributi a quasi tutti i territori occupati e considerati feudi dell' Impero e la violazione dell'immunità fiscale del Clero indussero Clemente a censurare le usurpazioni con un Breve che, confermato nella successiva allocuzione concistoriale del 1º agosto del 1707, restò inesitato.

In qualche modo, la sua posizione si fece più critica per le rappresaglie provocate dal mancato riconoscimento della legittimità del Sovrano asburgico sulla Spagna: dalla primavera del 1708 nell’area partenopea e milanese furono confiscate le rendite ecclesiali e bloccate le esportazioni di denaro verso Roma; infine, il 24 maggio di quell’anno fu occupata Comacchio, cruciale per le saline e le peschiere.

Le proteste papali furono ignorate; di talché, nel settembre successivo, si decise di fronteggiare Giuseppe I con le armi e col sostegno di Luigi XIV che, strumentalmente, vagheggiava una Lega dei Principi italiani. Tuttavia, quando il Maresciallo Tessé verificò l'impraticabilità di un'alleanza in Italia, anche a causa dell’indisponibilità dei Veneziani, il Pontefice si ritrovò isolato e con forze raccogliticce e insufficienti che, guidate da Luigi Ferdinando Marsigli, non seppero impedire l’occupazione della Romagna.

L’Imperatore, allora, aprì negoziati affidandosi al Marchese di Prié e, il 15 gennaio del 1709, proprio allo scadere dell'ultimatum, il Papa si risolse ad accettare il disarmo; a riconoscere il ruolo dell’Asburgo; a concedere il libero transito per Napoli; ad acconsentire alla formazione di una Commissione per una risoluzione amichevole del conflitto sul feudo di Comacchio, in cambio della promessa a sospendere editti lesivi della Sede ecclesiale, tra cui quello del blocco delle esportazioni valutarie a Roma e del risarcimento delle contribuzioni di guerra, con conseguente e graduale smobilitazione delle truppe straniere dai territori della Chiesa.

Dell’accordo si adontò Filippo V che, sconfitto a Malplaquet, da tempo favoriva le tendenze gallicane della Corte e aveva instaurato principi centralizzati ed assolutistici, con una consistente limitazione delle prerogative ecclesiali riferita alla tassazione del Clero e alla soppressione del Tribunale inquisitoriale, scaturendone l’interruzione delle relazioni diplomatiche con Madrid e con la Nunziatura spagnola e il sequestro delle rendite della Chiesa: malgrado fosse nota la protezione da costui accordata a Napoli alla corrente anticurialista di Caravita, Argento, Grimaldi e Ricciardi, il Papa considerò Carlo d’Asburgo garante dei propri diritti.

Il clima di conflitto politico e ideologico, dunque, si accentuò.

E di più: circa le nomine episcopali, l’Albani rifiutò sempre l’istituzione canonica ai soggetti proposti dagli Uffici della Corte e sospese a divinis, privandolo anche delle rendite, l’Uditore rotale Giuseppe Molines, referente del Regno a Roma, spingendosi ad annullare con un Breve del 27 ottobre del 1711 tutti i decreti di Filippo ritenuti lesivi.

Intanto, mentre i rapporti col Regno di Sicilia erano peggiorati per la Controversia liparitana, a conclusione del conflitto successorio furono sanciti i Trattati di Utrecht del 2 aprile del 1713 e di Rastatt del 6 marzo del 1714, rispettivamente l’uno tra la Francia e l'Inghilterra; l’altro tra la Francia e Carlo VI d’Asburgo, succeduto a Giuseppe al soglio imperiale: Annibale Albani, nipote di Clemente, inviato già nel1709 a Vienna con l’incarico di ottenere l’abiura dal Luteranesimo da parte del Principe ereditario Federico Augusto di Sassonia e i diritti feudali della Chiesa sul Ducato di Parma e Piacenza e sul Regno di Napoli, aveva spuntato solo il riconoscimento del possesso di Comacchio, ma non la restituzione. Proprio la morte di Giuseppe I il 17 aprile del 1711 e l’imminenza della conclusione della guerra avevano confermato l’impotenza della Chiesa: il Legato era stato umiliato ed escluso dalla Dieta di Francoforte e, dopo un timido impegno a sostenere il reintegro dei due Wittelsbach, l’uno Principe di Baviera e l’altro arciVescovo e Principe di Colonia, a Roma si sostenne l’elezione dell’arciDuca Carlo nella speranza di una gratitudine equidistante dai ricatti dell’Imperatore e dalle strumentalizzazioni di Luigi XIV.

Fu in quella fase che il Cardinale Giulio Alberoni tramò per restituire alla Spagna i domini perduti e per liberare l'Italia dalla egemonia austriaca, inducendo il Consigliere del Sultano turco: l'ungherese Ragotoki, a sollevare la Turchia contro l'Impero e assicurando che la Spagna avrebbe assalito l'Austria.

Così, nel 1714, mirando a ricuperare la Morea, I Turchi dichiararono guerra a Venezia e ne occuparono vari possedimenti.

Il Papa, allora, incaricò l’Ammiraglio Francesco Maria Peretti di recarsi nelle acque del Levante e si appellò ai Principi cristiani per comporre una Lega antislamica.

La richiesta non fu accolta e si dovette solo al talento di Eugenio di Savoia, Generale di Carlo VI d'Austria col quale proprio attraverso l’Albani Venezia si era alleata, la sconfitta ottomana del1715 aBelgrado e a Petervaradino.

Nell'agosto del 1716 gli Ottomani scesero a patti con l'Imperatore e il 21 luglio del 1718 sottoscrissero la pace di Passarowitz.

La stagione dei grandi negoziati, dunque, denunciò la debolezza della Curia romana, appesantita poi dalla vicenda di Domenico Passionei: Clemente XI fu escluso da ogni attività politico/diplomatica e, malgrado ferme proteste, fu espropriato di Mantova e del Ducato di Parma e Piacenza, detenuti da circa due secoli dai filoecclesiali Farnese.

Per la seconda volta nella Storia, come già in sede della Pace di Vestfalia, il Papa fu tenuto estraneo alla costruzione dell’assetto dell'Europa e dell'Italia dei successivi trenta lustri.

Le conseguenze della guerra, in definitiva, appannarono il suo ruolo e la sua autorità avviando un irreversibile processo di laicizzazione aggravato dal Giansenismo, cui egli aveva opposto proprio nel 1713 la Bolla di condanna Unigenitus Dei Filius.

In Francia l’atto non era stati gradito e la Chiesa locale si era divisa tra gli Accettanti e gli Appellanti, a premessa di una pericolosa frattura scismatica.

Per prevenirla, il 28 agosto del 1718 l’incauto Primate promulgò la Pastoralis officii, con la quale scomunicò questi ultimi e occorsero due anni perché, trasformando la Bolla in Legge, il Governo di Parigi sedasse la tensione tenuta, invece, ben viva dalle Missioni in Cina ove il fermento era stato sollevato dal Cum Deus Optimus: il veto delle tradizionali pratiche religiose agli autoctoni convertiti al Cristianesimo.

La deficitaria politica estera, pertanto, arroccò il Pontefice a Roma impegnandolo a favore delle esigenze della Popolazione locale, cui distribuì gran parte del patrimonio della Chiesa per recuperarne la fiducia offuscata dagli insuccessi internazionali.

Per ventuno anni Clemente fu protagonista della Cultura di un'epoca che esaltò il gusto retorico del Barocco, condiviso dai nipoti Annibale e Alessandro, e manifestò sensibile attenzione per le Lettere, per le Arti, per la Medicina, per la Ricerca riservando pari interesse riservò alle Scienze; sostenendo l’attività clinica di Giovanni Maria Lancisi nell’ospedale Santo Spirito in Sassia; coltivando la passione per l’Archeologia attraverso scavi nelle catacomb; arricchendo la Biblioteca pontificia di preziosissimi manoscritti e acquistando quella di Cassiano del Pozzo; istituendo un'Accademia di Pittura in Campidoglio; ordinando il restauro e l’abbellimento delle principali basiliche romane, in particolare nelle chiese di San Teodoro, Santa Maria in Trastevere, San Crisogono, San Clemente e nel Pantheon; affidando la sistemazione della piazza della basilica di Santa Maria in Cosmedin a Carlo Bizzaccheri, che vi alloggiò una fontana a vasca ottagonale nota come Bocca della verità, con i lati concavi e a forma di stella a otto punte. Gli Scultori Filippo Bai e Francesco Moratti invece le crearono il gruppo in travertino al centro: due tritoni sorretti dagli scogli e con le code intrecciate e, se il suo più attivo Architetto fu Carlo Fontana, furono gli Artisti Carlo Maratti e Francesco Trevisani a interpretare fedelmente il gusto raffinato del Papa.

Roma divenne un cantiere attivo di fermenti e tensioni artistico/urbanistiche: furono rinforzate le sue mura; fu allocatore l’obelisco nella Piazza del Pantheon; fu costruito il complesso del San Michele a Trastevere che, già edificato in gran parte sotto Innocenzo XII, venne dotato di una Casa di accoglienza con una sezione per giovani traviati, in previsione della riabilitazione e dell’avviamento al lavoro, un’altra per gli Anziani, un’altra ancora per le Anziane e per le Nubili senza famiglia; furono realizzati l’acquedotto di Civitavecchia e il viadotto a Civitacastellana; fu ricostruita la chiesa di Santa Maria in Monticelli, della quale incaricò Matteo Sassi; fu istituito il Conservatorio dei Santi Clemente o Crescentino; furono curati il rifacimento della Fontana dell’Acqua acetosa e il recupero della Fontana dell’Ara Coeli, con relativa eliminazione dei due gradini inferiori, sostituiti da una piscina di raccolta delle acque circondata da colonnine in pietra tenute insieme da sbarre di ferro; fu attrezzato il Porto di Ripetta per fornire sicurezza di approdo pur nella armoniosa monumentalità estetica; fu completato il ciclo di statue dei Santi sui bracci diritti del colonnato di San Pietro; fu rielaborata la Basilica dei Santi XII Apostoli; furono riordinati la facciata e il portico della Basilica di Santa Maria in Trastevere; fu realizzato l’ Arsenale di Ripa Grande; furono recuperati le Basilica di San Clemente in Laterano e di San Pietro in Vincoli al Colle Oppio e il Convento dei Chierici Minori di San Francesco Caracciolo e di San Giuseppe; furono messe in opera le fontane di Piazza della Rotonda e di Portasanta a Piazza Colonna; furono allestiti i Granai clementini e i Magazzini annonari; fu realizzato il Ninfeo dell’Organo idraulico del palazzo del Quirinale.

Al di là del sensibile mecenatismo testimoniato anche dall’apertura dell’Accademia clementina di Bologna, particolare interesse il Papa espresse per la propria terra e, a parere dei detrattori, quel che fu negato ai parenti, Clemente lo diede alla città natia cancellandole i debiti comunali e ordinando lavori di abbellimento nella Cattedrale e il restauro del palazzo ducale e arcivescovile.

Nel 1702, volle un unico riferimento cronologico per tutti gli orologi di Roma e commissionò a Francesco Bianchini la costruzione di un'imponente meridiana sistemata nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, ove la solidità dell’edificio avrebbe evitato lo spostamento delle tacche sul pavimento: si trattò di un grosso stemma papale appeso alla parete di fondo del transetto destro, ad un'altezza di circa venti metri, con nella parte inferiore un foro attraversato a mezzogiorno da un raggio di luce che raggiunge un preciso sistema di linee. La linea principale, o Linea Clementina, rivela il punto dove esso giunge ogni giorno dell'anno; altre linee, invece, mostrano il Terminus Pascae  ovvero i limiti fissati per la data annuale del giorno di Pasqua: la prima domenica dopo il plenilunio che segue l'equinozio di primavera; altre tacche e linee minori indicano, infine, la posizione dell'Orsa Maggiore e vari eventi astronomici.

In sintesi, se approssimativa e confusa fu l’attività politico/diplomatica dell’Albani,  notevole fu l’impegno profuso a salvaguardia del patrimonio artistico romano: favorì l'azione benemerita di Francesco Bianchini e di Marcantonio Boldetti, con i quali tese a conservare i fasti della centralità spirituale capitolina e, sulla scia di Innocenzo XII, riordinò l'Università di Roma badando al miglior livello professionale dei Docenti e privilegiando le discipline giuridiche, a partire dal Diritto Canonico, al fine di formare valenti  Giureconsulti.

Nel 1706 e nel 1715 indisse un Giubileo straordinario: l’uno per invocare la pace fra i Principi cristiani, l’altro per ottenere da Dio l’aiuto per i Veneti, contro i Turchi.

Logorato dalla ultradecennale guerra di successione spagnola e dalla ultraquindicinale disputa dottrinaria con i Giansenisti, egli si spense il 19 marzo del 1721 dopo aver disposto esequie semplici: le sue spoglie furono deposte sotto il pavimento della Cappella del coro dei Canonici della Basilica di san Pietro

Il conflitto giansenista

Nell'estate del 1701 la scena politica internazionale fu occupata dal cosiddetto Caso di coscienza: quaranta Dottori della Sorbona dichiararono che l'adesione al sistema del silenzio ossequioso non ostava all’assoluzione in confessione.

Molti Vescovi francesi, fra i quali il Teologo Jacques Bossuet, si dissociarono dall’assunto  nel 1703.

Il 15 luglio del 1705, il Papa emanò la Bolla Vineam Domini: in essa, quella formula veniva dichiarata insufficiente e la condanna delle cinque proposizioni riferite alla tesi di Giansenio fu prescritta come necessaria a farsi con la bocca e col cuore.

Nell'Assemblea generale, però, il Clero di orientamento gallicano espresse la convinzione che i decreti papali sarebbero stati obbligatori per la Chiesa universale, solo se riconosciuti dall’Episcopato.

L’osservazione indispose Clemente che, nel 1708, censurò le Réflexions morales sui Vangeli del dottissimo Pasquier Quesnel, fortemente influenzato dalla dottrina giansenista.

Al Primate di Parigi Luigi Antonio de Noailles spettava dar seguito alle raccomandazioni da costui rilasciate nel 1695, circa le stesse riflessioni e, poiché egli temporeggiava, il testo su richiesta di Re Luigi XIV fu di nuovo esaminato a Roma.

Risultato delle lunghe trattative fu la Bolla Unigenitus dell’8 settembre del 1713: vi si censuravano centouno proposizioni del Quesnel.

La inflessibilità di Clemente non fu condivisa: alcune di queste, estrapolate dal contesto, sembravano presentare un senso ortodosso e perciò de Noailles, emulato da altri sette Teologi, negò il proprio assenso alla Bolla.

Nello spirito gallicano, quattro Vescovi si appellarono a un Concilio universale col conforto delle Univerità di Parigi, Nantes e Reims, di centinaia di Sacerdoti e di moltissimi Laici.

La Francia si divise pericolosamente in Accettanti e Appellanti, aprendosi allo scisma.

Fu allora che, con la Pastoralis officii del 28 agosto del 1718, il Pontefice irrogò la scomunica a tutti gli Appellanti.

Corale fu la denuncia di invalidità del provvedimento.

La svolta si registrò solo nel 1720, quando il Governo fece registrare l’enciclica Unigenitus come legge di Stato e varò disposizioni a caricò dei renitenti: imitato dalla maggioranza dei ribelli, il Cardinale Noailles si sottomise ma le tensioni continuarono a covare.

Il Caso Passioney e vari insuccessi

Già Delegato ai preliminari dell’Aia, nel gennaio del1712 aUtrecht Domenico Passioney non fu neppure riconosciuto come Diplomatico e Plenipotenziario papale.

Gli obiettivi principali di Clemente restavano il mantenimento dell’articolo IV del Trattato di Rijswijk, a garanzia dei diritti dei Cattolici nei territori ceduti dopo il 1702 e la difesa della sovranità ecclesiale sui feudi italiani.

I Riformati respinsero ogni trattativa.

Non fu il solo smacco: incapace di riunire in un fronte omogeneo Francia e Spagna, il Pontefice fu isolato; i diritti dei Cattolici furono subordinati alla Ragione di Stato; i Potentati protestanti inglesi e prussiani si consolidarono; la Sicilia passò al Duca di Savoia e, solo nella Pace di Rastadt del 6 marzo del 1714, formalizzata a Baden, il Passionei, ora autorizzato ad una condotta più conciliante, ottenne qualche riconoscimento: i Principi di Baviera e Colonia furono reintegrati nella dignità elettorale; furono attenuati gli effetti del recesso confessionale del Conte Palatino Giovanni Guglielmo; furono conservati i diritti esistenti nei territori neerlandesi pur sottoposti al controllo dell’Impero.

Ogni altra richiesta fu, tuttavia, ignorata, a partire dal diritto di sovranità feudale invocato da Napoli alla Sicilia.

Il 21 gennaio del 1715 inun'allocuzione concistoriale consistente di una sorta di bilancio dei propri fallimenti, l’Albani espose il cattivo esito della missione ma, un mese più tardi, avviando una ennesima vertenza, revocò il privilegio di Monarchia sicula: persuaso della propria ecumenicità, egli ritenne di riscattare la caduta del consenso internazionale riproponendosi capofila di una Lega che, rifondando la centralità pastorale, concorresse al superamento delle divisioni tra le Potenze cattoliche.

Per contro, esse fecero della difesa contro i Turchi uno strumento per aumentare le loro pretese e per consolidare la loro politica anticuriale.

Dopo la dichiarazione di guerra del Sultano Ahmed III a Venezia, nel dicembre del 1714, il Legato papale Marcantonio Marcolini ed il Nunzio apostolico Giorgio Spinola furono accolti gelidamente da uno sprezzante Imperatore finché, caduta la Morea, Clemente acconsentì a levare la decima per tre anni in tutti i territori imperiali oltrealpini e versò duecentomila fiorini come anticipo. Nel mercoledì santo del 1715, pubblicò la Bolla In coena Domini condannando gli errori del tempo e richiamando la Comunità all’ obbedienza, così concorrendo nel 1716 alla alleanza difensiva con Venezia, alle vittorie di Eugenio di Savoia a Petervaradino e Temesvar e alla successiva conquista di Belgrado.

Nello stesso anno la Flotta pontificia liberò Corfù dall'assedio ottomano e, sull'onda di questo successo, furono razionalizzate le difese delle coste adriatiche: centomila fiorini/oro furono assegnati a Venezia e l'Imperatore fu autorizzato ad una tassazione straordinaria del Clero di cinquecentomila scudi a Milano, Napoli e Mantova.

Fu dal 1715 al 1720 che le relazioni ispano/papali rivelarono impietosamente la cecità politica di Clemente: nel febbraio del 1716 fu accolta l'offerta di aiuti navali e terrestri per la difesa dei territori ecclesiali.

Non potendo contare sul Nunzio Pompeo Aldrovandi, incline a Madrid, né il Papa né i suoi collaboratori percepirono la complessità del disegno politico che condizionava l'impegno spagnolo contro i Turchi e la normalizzazione dei rapporti con la Chiesa, sopravalutando il peso di Elisabetta Farnese e derivandone tensioni i cui dati costanti furono l'insicurezza e l’incapacità della Curia centrale.

Nel giugno 1717 fu fissato una sorta di concordato fra essa e la Spagna: in cambio di un incondizionato riconoscimento dei diritti della Chiesa spagnola, si concedeva il consenso a tassare il Clero per centocinquantamila ducati in un quinquennio, onde finanziare la partecipazione della Corona alla guerra antiturca.

Il Cardinale Giulio Alberoni, incline all’Impero, fu elogiato pubblicamente il 12 luglio1717, aquattro giorni dall’occupazione iberica della Sardegna

Pressato da critiche e accuse di connivenza da parte di Vienna e chiesta invano a Filippo V l'evacuazione dell'isola e il sostegno di Francesco Farnese, fomentatore dell’azione, l’Albani cercò di tacitare la Diplomazia imperiale, esigente una nuova rottura con Madrid, conferendo la Porpora a Emmerico Czacki. Poi, il 26 agosto, ratificò il concordato con la Spagna, eliminandone la capitolazione riferita alle contribuzioni ecclesiali e le relative concessioni e negò all'Alberoni la Cattedra di Siviglia, facendone il capro espiatorio della propria insufficienza politica e diplomatica.

La reazione non tardò: il Sovrano non interruppe il piano militare contro la Sicilia; chiuse la Nunziatura e sequestrò i beni del Clero.

Nelle trattative successive, il Pontefice cercò la distensione ma, fu ignorato poiché i contrasti sulla sovranità permasero e solo un ulteriore riconoscimento della libertà di transito e l’investitura di Giuseppe Spinelli, gradito alla Corte imperiale, consentì la riapertura della Nunziatura.

L'ingresso di Filippo V nella Quadruplice alleanza il 20 gennaio del  1720 favorì, per contro, una distensione formalizzata con l’accordo dell’11 marzo del 1721: vi si  ripristinavano gli indulti e si sanciva l'evacuazione della Sardegna.

Parallelamente, una Congregazione cardinalizia processava l’Alberoni a Toledo e a Piacenza e, ritenendolo responsabile della guerra, lo privava della dignità cardinalizia e accusava di tradimento della Cristianità e di attentato alla pace europea.

Sarebbe stato poi assolto e riabilitato da Innocenzo XIII.

L’attività di Clemente consistette, in definitiva, di un susseguirsi di clamorose sviste e fallimenti e, anche in ambito religioso e dogmatico, egli interruppe il sonnolento trentennio di controversie dottrinali garantito dalla Pace della Chiesa, segnando l'inizio di un graduale e progressivo irrigidimento nei confronti dei Giansenisti.

Egli riteneva l’inflessibilità unica possibile soluzione al problema e credeva ancora possibile ricomporre l'unità ecclesiale intorno ad un disegno curiale di assoluto rispetto dell' ortodossia post-tridentina e in grado di rinnovare l'immagine spirituale e giuridica del Papa. Rincorrere tale obiettivo significò, nei primi due anni di mandato, cercare un improbabile equilibrio tra quanti propugnavano una rigenerazione fondata sul rigore morale e religioso e su un'apertura con la eterogenea realtà europea e la sua contiguità col Giansenismo e la Compagnia di Gesù, tesa ad accelerare la rottura.

Pur affascinato da quella corrente di pensiero, il Papa ne vagheggiò la naturale estinzione, come indica la prima fase pastorale quando, nel gennaio del 1702, incontrasto con i desideri di Luigi XIV e a rivendicazione dell'autonomia romana, aveva richiamato in Curia il Nunzio del Regno di Napoli Lorenzo Casoni, esponente della possibile conciliazione col Movimento, nominandolo Assessore del Sant’Uffizio. L’atto mirava ad arginare il montante consenso di Monsignor Angelo Fabroni, referente dell’intransigenza e Segretario della Propaganda Fide ed era premessa alla destituzione di Petrus Codde dall’incarico di Vicario apostolico olandese, per sospetto filo/giansenismo.

Al  giudizio aveva fatto seguito un deciso intervento degli Stati Generali in favore dell’ imputato e il rifiuto da parte dei Capitoli di Utrecht e di Haarlem di riconoscerne il contraltare nella persona di Teodoro de Cock: nell'agosto dello stesso anno iniziarono le rappresaglie anticuriali. Di più: il montante fermento gallicano e giansenista in Francia, accentuato dalla investitura alla Cattedra di Parigi di Louis Antoine de Noailles, destinato a  divenire il capo indiscusso della opposizione papale, e le conseguenti pressioni dei partiti ortodossi romani preclusero a costui ogni possibile ripianamento dei dissidi, inducendolo ad optare per la repressione inquisitoriale.

Edotto delle polemiche sollevate dalla pubblicazione del Cas de conscience del Périer e della sentenza favorevole di quaranta dottori della Sorbona sulla legittimità del silenzio rispettoso, accantonando ogni prudenza, il Papa condannò l'opuscolo col Breve Cum nuper del 12 febbraio del 1703.

Ancorché digiuno in materia teologica, pressato dal Confessore gesuita Michel Le Tellier e da Madame de Maintenon e incapace di affrontare la delicata situazione Luigi XIV, che aveva comunque percepito l’antiassolutismo gallicano e giansenista, chiese l’emanazione di una costituzione utile a porre fine alla disputa.

L’interNunzio delle Fiandre Giambattista Bussi informò il Papa del clima di ostilità prodotte dal rientro del Codde in Olanda.

L’8 giugno del 1703, il Vescovo di Malineso Humbert de Precipiano informò la Curia pontificia dello spoglio sistematico cui era stata destinata un'équipe di Gesuiti e del materiale sequestrato a Pasquier Quesnel all’atto dell’arresto, a conferma di una ramificata diffusione del Giansenismo e delle coperture di cui esso godeva dai Paesi Bassi alla Francia e nella stessa Roma.

La convinzione che proprio il Quesnel fosse referente di un articolato movimento organizzato all'interno della Chiesa, indusse Clemente alla intransigenza: da una parte convinto dell'urgenza di un fermo pronunciamento sul caso di coscienza e dall'altra preoccupato dalle notizie inviate da Parigi dal Nunzio Filippo Antonio Gualtieri, circa la diffusa insofferenza alle decisioni romane nei Parlamenti, nella Sorbona e nell'Opinione pubblica, il 15 luglio del 1705 emanò la Vineam Domini Sabaoth in essa confermando le costituzioni di Innocenzo X e Alessandro VII. Parallelamente accolse la bozza di Carlo Fabroni, contro cui risultarono vani i tentativi di mediazione del Clero più sensibile alle polemiche interpretative che l’atto avrebbe prodotto: ingenuamente l’Albani ritenne di aver superato ogni equivoco circa il silenzio rispettoso e di avere riaffermato il supremo magistero del Vicario di Cristo. Al contrario, quella Bolla rappresentò per i Giansenisti la possibilità di esprimere la loro forza e provocò un pericoloso consolidamento delle proposizioni gallicane.

Il 21 agosto del 1705 l'Assemblea del Clero francese ribadì con forza i principi episcopali in materia di giudizio su questioni dottrinarie e di accettazione delle decisioni. La replica consistette di un Breve del 15 gennaio successivo: il vano tentativo di arginare l’arroganza dell’Assise favorì una condotta papale finalmente più prudente.

La polemica riesplose il 13 luglio del 1708 con la condanna espressa dall’Universi dominici gregis, nella quale si condannavano le Réflexions morales di Pasquier Quesnel, riparato in Olanda e considerato reo d’aver utilizzato la proibitissima traduzione della Bibbia e di aver sostenuto i Guansenisti. Con questa censura il Pontefice placò gli ambienti zelanti della Comunità francese e di Fénelon; tuttavia lo scritto incontrò dure resistenze nelle aree parlamentari e ecclesiali: Luigi XIV temette una frattura irreversibile e si appellò a un giudizio romano definitivo.

Ancora in questo frangente Clemente fu esitante e, temendo la politicizzazione di una querelle sostanzialmente religiosa, demandò alla Corona la difesa e l'applicazione delle proprie decisioni nel suscettibile ambiente gallicano.

Sia per l'abile attività del Cardinale de La Trémoille, sia per la sempre più ferma intransigenza del Primate di Parigi, solo nel giugno del 1712 egli si risolse a riunire una commissione di Teologi capeggiata dal domenicano Tommaso Maria Ferrari, dal gesuita Josè Alfaro e dal Fabroni: nella delicata fase preparatoria, sottoposto a molte pressioni, tenne la linea rigida del rigore; inviò come Nunzio a Parigi l’accanito paladino delle tesi romane Cornelio Bentivoglio d'Aragona per preparare il terreno all'accettazione della Bolla; ignorò due lettere giustificatorie del ribelle Quesnel.

Le superficiali valutazioni sulla importanza dei potenziali Oppositori, il  trionfalismo del Re e l'assenza di prudenza favorirono, nel corso del 1713, quanti esigevano una urgente  decisione finale: dopo ventitré riunioni della Congregazione del Sant’Uffizio dal 9 febbraio al 25 agosto, si giunse all'estrapolazione di cento e una proposizioni delle Réflexions morales condannate solennemente nella Bolla Unigenitus Filius dell’8 settembre dello stesso anno. Nell’occasione, la circostanza che la Francia avesse rimesso in moto gli stessi meccanismi anticuriali del 1705 indispose l’Albani: ad onta delle assicurazioni del Re, la propaganda giansenista si scagliò duramente contro il suo elaborato, definito affreux decret, ouvrage du diable, essai des tentations de l'Antéchrist e la satira non risparmiò attacchi in un contesto polemico in cui la fureur versifiante passa toutes les bornes.

Nell'Assemblea conclusasi il 4 febbraio del 1714 con l'accettazione della lettera, Noailles votò con altri otto Vescovi contro la sottomissione al Papa e ulteriori contrasti insorsero al momento della registrazione al Parlamento di Parigi il 15 febbraio e alla Sorbona il 10 marzo: malgrado lo scritto fosse pubblicato in centododici Diocesi su centoventisei, fiancheggiata sotterraneamente da Luigi XIV l'opposizione restò salda.

Il Pontefice, la cui infallibilità veniva messa apertamente negata dai Teologi giansenisti, non accettò di continuare una pericolosa diatriba dottrinaria e reagì con una serie di gelidi Brevi di richiamo all'ordine e al rispetto del ruolo, rivendicando la titolarità di depositario unico delle verità dogmatiche.

In quella fase, a fronte del palese fallimento della strategia del rigore, accettò il progetto di Fénelon di ricorrere ad un Concilio che, escluso l’Episcopato ribelle, ricomponesse l'unità della Chiesa francese.

La morte dello Teologo e del Sovrano, tuttavia, peggiorò la situazione.

Nella concitazione della reggenza di Filippo d'Orléans, Noailles fu posto alla presidenza di un rivalutato Consiglio di coscienza e, privi della protezione della Corona, Lazzaristi, Sulpiciani e Gesuiti furono perseguitati.

Il Primate si astenne dal pronunciarsi sulle insistenti richieste di puntuali chiarimenti della Bolla e, a fronte dei vari tentativi di mediazione del gesuita Lafitau e dell'Abate Chevalier, ricusò il dialogo: il 27 giugno del 1716 riaffermò in un Concistoro il valore supremo del proprio magistero, dimostrandosi disposto a solo discutere i tempi della privazione della Porpora al Noailles e a stabilire un ultimatum per un'accettazione incondizionata della Unigenitus Filius. Nel frattempo, interpellò il Sacro Collegio e ne ottenne l’appoggio: in  novembre una nuova serie di inesitate lettere apostoliche respinse ogni compromesso, privando la facoltà di Teologia della Sorbona dei privilegi a causa della ritrattazione della accettazione forzata della registrazione della Bolla.

Il 5 marzo del 1717, quattro Vescovi: Joachim Colbert di Montpellier, Pierre de Langle di Boulogne, Pierre de La Broue di Mirepoix e Jean Soanen di Sénez, durante un'Assemblea di Sorbonisti, rifiutarono radicalmente il testo e s’appellarono alla ecumenicità di un Concilio.

Senza cogliere la vera portata delle possibilità offerte dal progressivo allontanamento di Filippo d'Orléans dal fronte di opposizione, ancora una volta Clemente sollecitò l'azione inquisitoriale: l'8 marzo del 1718, il Sant’Uffizio condannò l'appello, fatto proprio nel frattempo anche dal Noailles, e una congregazione cardinalizia cui aderirono anche Casoni, Fabroni e Ottoboni, concorse alla elaborazione della enciclica Pastoralis officii del 28 agosto: pur non citandoli, l’atto scomunicava gli Appellanti risolvendosi in una violenta requisitoria contro tutte le istanze episcopaliste, conciliariste e giurisdizionaliste.

Lo scontro passò nelle mani del Reggente.

Verso la fine del mandato, poi, Clemente assistette alla graduale saldatura contro Roma tra il Capitolo di Utrecht e gli Stati Generali e, dai Paesi Bassi passati sotto l'egida imperiale, il Primate di Malines Thomas-Philippe d'Alsace gli trasmise le peggiori notizie circa le difficoltà nel perseguire gli Oppositori per la protezione loro accordata e per la complicità del Consiglio di Stato.

Stanco e malato, sebbene l'offensiva contro di lui sembrasse inarrestabile, egli non abbandonò le proprie rigide posizioni: l'impegno a far valere la propria autorità fu esplicitato anche nella dilatazione del culto e nell'evangelizzazione dei Popoli, sostenendo la potente Congregazione di Propaganda Fide. Tuttavia, la diffusione del Cristianesimo subì una notevole battuta d’arresto.

Nell’Europa settentrionale riformata fu istituito un Vicariato dell'Alta e Bassa Sassonia sotto la guida di Agostino Steffani e la massiccia campagna di conversioni, rivelatasi mediocre nei risultati, produsse l'abiura del Principe ereditario Federico Augusto di Sassonia.

Nell'Europa balcanica, in Russia e nel Medio Oriente si tentò con ogni mezzo di ottenere l’unità delle Chiese cristiane e contenere le persecuzioni contro i Cattolici.

In Africa, interdetta ogni attività nel mondo islamico e sfumata l’ipotesi di unione con la Chiesa abissina, il Papa riconobbe come Re del Congo Pedro IV d'Agua Rosada per lo zelo col quale, dal 1704, represse il Nazionalismo scismatico della setta antoniana  guidata dalla carismatica visionaria Beatrice kimpa Vita: la jeanne d’Arc nera, messa al rogo il 2 giugno del 1706.

Durissimo fu, invece, lo scontro sulle Missioni dell'Estremo Oriente, quando esplose l’annosa controversia sui riti cinesi: né gli interventi di Innocenzo X, Alessandro VII e Clemente IX, né le conferenze tenute tra i Missionari a Canton, per unificare i metodi di evangelizzazione sul rispetto delle consuetudini locali, erano riusciti a sciogliere la contrapposizione fra l’ortodossia dei membri della Propaganda Fide e i Gesuiti che contavano nelle possibilità aperte dalla compenetrazione tra la dottrina cristiana e il monoteismo confuciano e sostenevano la necessità di consentire ai Cristiani la pratica di cerimonie locali. La querelle, sullo sfondo delle tensioni tra i Vicariati apostolici e il Real Padroado portoghese, che si spartivano il territorio cinese in sfere d'influenza, si era arroventata fin dal 1692 a causa dell’Editto di tolleranza dell'Imperatore K'ang-hsi.

L’anno successivo il Vicario del Fukien Charles Maigrot aveva condannato in una memorabile lettera pastorale il culto di Confucio e degli Antenati, definendoli superstiziosi e pagani e respingendo tutte le posizioni dei Gesuiti, inclini a collocarli nell’ambito civile e non religioso.

La condanna di costoro da parte dei Teologi della Sorbona, l’elezione di Albani e la dichiarazione dello stesso imperatore K'ang-hsi, che considerava il culto confuciano una sorta di ritualità politica e non confessionile, resero necessario l’intervento della Curia centrale: nel luglio del 1702 Clemente emanò il Breve Speculatores Domus Israel inviando nelle Indie e in Cina un’Ambasceria deputata a sanare i dissidi e a far chiarezza ...perché sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si potevano ben chiarire i fatti.

In realtà, egli aspirava a unificare la direzione e i metodi delle missioni secondo la propria volontà, onde promuovere relazioni dirette con l’Autorità politica locale e consolidare i Vicariati apostolici. Voleva, inoltre, porre fine alla questione per riportarne il tema da un piano filosofico ad un piano liturgico/religioso subordinato alle proprie convinzioni. Pertanto, affidata dal gennaio del 1704 la questione alla Congregazione del Sant’Uffizio, alle cui sedute partecipò sempre, nel novembre di quell’anno confermò e aggravò  tutte le condanne della pastorale del Maigrot con il Cum Deus Optimus.

Il Capo della Delegazione Tournon, rilevata a Pondichéry l'inammissibilità dei riti malabarici, nell'aprile del 1705 si scontrò duramente con l'Imperatore e con i Gesuiti di Corte facendo fallire il progetto di istituzione di una Nunziatura: K'ang-hsi si oppose sistematicamente a tutte le risoluzioni romane e fissò l’obbligo di un permesso imperiale per tutti gli Europei che avessero inteso soggiornare in Cina.

A fronte di tanta fermezza, il Papa si irrigidì e, condividendo l’operato del Legato, gli conferì la Porpora e rilanciò, nel settembre successivo, le prescrizioni già emesse aggiungendovi il divieto di pubblicare libri sull'argomento e ottenendo anche una formale sottomissione dei membri della Compagnia di Gesù. Infine, il 19 marzo del 1715 pubblicò la costituzione Ex illa die: essa fu il risultato di un sofferto esame del Sant’Uffizio sui riflessi provocati dal Tournon e confermò il deliberato precedente, imponendo un giuramento di fedeltà ad ogni Missionario, nel tentativo di guidare al successo gli sforzi del Patriarca Thomas Maillard de Tournon e di Monsignor Carlo Ambrogio Mezzabarba.

I rapporti tra l'Imperatore e la Curia romana si deteriorarono definitivamente: il 16 aprile del  1717 K'ang-hsi espulse i Missionari, vietò il culto cristiano e pretese l'abiura da quanti lo praticassero.

A Pechino nel gennaio del 1721, sebbene munito di otto licenze che attenuavano il rigore della Bolla circa le cerimonie, proprio l’Ambasciatore Mezzabarba incontrò tutta la ostilità del Sovrano e il fallimento della missione rinnovò la confusione e la pretesa gestione individualistica romana. Parallelamente maturarono le pretese dei Portoghesi che, profittando della crisi dei Vicariati apostolici dopo la pubblicazione del decreto di Nanchino, tentarono di riproporre la politica del Real padroado premendo sul Papa per la concessione di tre nuove Cattedre. Tuttavia le insistenze furono vane, malgrado incombesse la minaccia di abbandono di Goa e Macao alla mercé degli Olandesi.

Consigliato dal francescano ex vicario apostolico Giovan Francesco Nicolai, nemico dei Gesuiti, il Papa mantenne la posizione di difesa della Congregazione di Propaganda.

A conclusione della vicenda l’attività missionaria ebbe una considerevole contrazione e si trattò di uno scacco per la Chiesa: di tipo religioso, poiché il funzionamento delle missioni e l'evangelizzazione a esse affidata soffrirono del disagio della semiclandestinità; di tipo giurisdizionale, poiché la Nunziatura non fu aperta e il potere amministrativoi e organizzativo dei Vicariati della Propaganda, ancorché titolari del Szechwan, Shensi e Fukien, furono indeboliti; di tipo culturale poiché si affermò un involuto sincretismo espresso dalle alte sfere intellettuali cinesi.

Il bilancio globale del Pontificato di Clemente XI, dunque, non fu esaltante: pur eletto tra grandi speranze, nel perdurare dell’esistenza e dell’attività pastorale, badò al rilancio del ruolo ecumenico del Pontefice votandosi alla sconfitta, soprattutto in politica estera: fallita l'auspicata emancipazione dalle Potenze straniere, egli rincorse l’improbabile pretesa d’un ambiguo arbitrato nello scontro franco/imperiale, derivandone l’accusa di faziosità da entrambe le parti per la incapacità di separare l’ambito politico da quello religioso.

Non percependo, in sostanza, la reale portata della crisi del potere temporale della Chiesa, fu anche fuorviato da una Diplomazia inadeguata e insufficiente che, inopportunamente,  avallò le sue intempestive e spesso incaute iniziative impantanandolo in numerosissimi conflitti giurisdizionali con l’Autorità laica: la stessa battaglia contro il Giansenismo fu affrontata con ripetitive risposte curiali, prive di retroterra teologico e storico.

In definitiva, Giovanni Albani fu testimone e causa di un decadimento irreversibile del Papato, con incertezze e decisioni errate che lo vocarono a emblema della impreparazione degli ambienti curiali; non colse le trasformazioni profonde della società, degli Stati e della stessa realtà ecclesiale; si rivelò un Controriformista condizionato dalla centralizzazione del proprio ruolo e dalla anacronistica identificazione di Ecclesia Romana ed Ecclesia Universalis.

Nondimeno, fu molto amato ed apprezzato sul piano umano: egli lenì le sofferenze e il disagio della Popolazione capitolina nella esondazione del Tevere nel 1702; nel sisma che colpì il Lazio nel 1703; nella siccita del 1706; nelle epidemie del 1709; nella peste bovina del 1713; nella carestia del 1718 e dette fortissimo impulso alla Cultura italiana del secolo.

NOTE

Controversia liparitana

Fu lo scontro tra Regno di Sicilia e Curia romana iniziato nel 1711 dal Vescovo di Lipari e due Ufficiali locali del Fisco e divenuto elemento cruciale di conflitto tra Regalisti e sostenitori del Papa: alcuni Esattori avevano sottoposto al tributo del Plateatico un sacco di ceci che Agenti del Primate di Lipari volevano vendere al Mercato. Ritenendo violati i propri privilegi, il Primate scomunicò i due che ricorsero al Re, tramite il Tribunale della Regia Monarchia la cui giurisdizione si estendeva all’ambito ecclesiale mediante la Legatia Apostolica a suo tempio conferita al Regno. Il provvedimento fu annullato ma il Papa intervenne negando validità all'intervento regio e protraendo per molti lustri la querelle.

Bibliografia