Non solo Medio Evo

Enrico III di Francia

di Ornella Mariani
Enrico III di Francia
Enrico III di Francia

Ultimo Sovrano della dinastia Valois; nato a Fontainebleau il 19 settembre del 1551; battezzato con i nomi di Alessandro Edoardo, che gli furono mutati a Tolosa durante la cresima, il 17 marzo del 1565; consacrato a Reims il 13 febbraio del 1575; sposato a Luisa di Vaudémont di Lorena; morto nel castello di Saint-Cloud il 25 agosto del 1589, Enrico III fu Re di Polonia dal 1° maggio del 1573 al 18 giugno del 1574 come Enrico V e Re di Francia dal 1574 al 1589 come Enrico III.
Cresciuto con i fratelli, la sorella Margot e i cugini Enrico di Navarra ed Enrico di Guisa, presto fu avviato alla politica: già nel 1561, partecipò agli Stati Generali e, a sedici anni, fu nominato Luogotenente Generale del Regno. Nello stesso periodo la scena era dominata dal Principe di Condé che, oltre a contrapposizioni personali dovute a mire successorie, produsse la ripresa delle ostilità tra la Corona ed i Riformati di cui era referente.

In quegli anni, protagonista della Seconda e Terza Guerra di Religione, Enrico brillò in campo a Jarnac e a Moncontour; assunse, nel 1568, il comando delle Armate reali, suscitando l’invidia del fratello Carlo IX; entrò, poco più tardi, anche nel Consiglio della Corona, adottando una politica di estremo rigore in danno dei Protestanti.
Contro le ambizioni materne, poi, rifiutò di sposare Elisabetta d’Inghilterra cui impose pretestuose clausole nuziali: il titolo di Re; la partecipazione diretta alla gestione del Regno; sessantamila sterline di appannaggio annuo e il diritto di reggenza dei figli, se ella gli fosse premorta. Di fatto, era già innamorato della bellissima e sposata Maria di Clèves.

Nel 1572, a margine delle nozze della sorella Margot con l’ugonotto Enrico di Navarra, i suoi uomini spiccarono per ferocia nel massacro della notte di san Bartolomeo. La circostanza consolidò lo scontento nei confronti di una dinastia ritenuta incapace di proteggere i sudditi dal dilagare del Calvinismo: in città come La Rochelle, ove il Riformismo era assai radicato, fu anche messa in discussione l’autorità del Re e, per restaurarla, Enrico assediò invano per mesi la città riscattando la propria insufficienza con l’elezione a Sovrano di Polonia.
Per assicurargli quel trono, la madre impegnò il Primate di Valence Jean de Montluc la cui abilità diplomatica, in sede di Dieta elettiva, si risolse nella conquista del titolo di Re della Confederazione Polacco/lituana per Enrico di Valois: il 19 agosto del 1573 duecento Aristocratici portarono quella tiara a Parigi.

Egli, tuttavia, non lasciò di buon grado la Francia nè gradì, ritenendola riduttiva, la frase con cui i Principi gli enunciarono i suoi diritti di Sovrano: ...impotente nel fare il male, onnipotente nel fare il bene... Tentò, anzi, di rinviare la partenza e fu il fratello Carlo ad obbligarlo, quando si sparse voce che il Duca di Guisa volesse rapirlo per porlo a capo del partito cattolico.
Scortato, dunque, fino al confine tedesco, Enrico seguitò a sperare di tornare a breve e di succedere al germano, già gravemente malato: i due si salutarono il 12 novembre a Vitry-le-François. Giunto a Cracovia il 18 febbraio del 1574 con un seguito di cinquecento persone, egli fissò residenza nel castello di Wawe; fu incoronato il 21 successivo; nell’ occasione, rifiutò di sposare la quarantottenne Anna Jagiello, sorella di Sigismondo Augusto II; subì la aperta ostilità della Dieta fino al 17 giugno quando, appresa dalla madre notizia del decesso di Carlo IX, nel timore di essere trattenuto in Polonia ne fuggì nella notte del 18, con la complicità dei cortigiani Villiquier e Du Gast e con i diamanti della Corona, sottraendosi rocambolescamente all’inseguimento di Cavalieri tartari mandati dagli Elettori palatini. Varcata la frontiera austriaca a Pleše e passato da Vienna e poi da Venezia, ove fu ricevuto con grande solennità, il transfuga entrò in Savoia e cedette alle pressioni degli zii Margherita ed Emanuele Filiberto di Savoia, che lo indussero ad assegnargli le ultime piazzeforti francesi in Italia, a partire da quelle negategli da Enrico II al tempo della Pace di Cateau/Cambrésis.

Il 6 settembre, accolto dalla madre e dalla Corte, Enrico III si insediò sul trono e, fin dal principio, guerreggiò con Enrico di Montmorency le cui vittorie favorirono fra i Deputati riformati e cattolici la pace sancita a Nimes, con la costituzione di una sorta di Repubblica interna al Regno e comprensiva dei territori del Sud e del Centro della Francia.
Il 13 febbraio del 1575, fu formalmente incoronato a Reims e due giorni dopo sposò Luisa di Lorena, figlia del Conte di Vaudémont e nipote dei Guisa, conosciuta a Nancy durante il viaggio verso la Polonia e spiccatamente somigliante a Maria di Clèves, intanto morta di parto.
Maturò, allora, il clima di congiure ordite dal fratello Francesco di Alençon e dal cognato Enrico di Navarra, contro i quali il ricorso alle armi si rivelò catastrofico: nel 1576, il primo sodalizzò con i Principi protestanti con grave pregiudizio per la sicurezza del Re che, il 6 maggio, concesse la Paix de Monsieur, assai vantaggiosa per gli Ugonotti e per il germano, investito anche del titolo di Duca d’Angiò.

Contro questo trattato insorse Enrico di Guisa, che costituì la Lega Cattolica: Caterina intervenne e impose alle parti un impegno di obbedienza alla Corona. Il Sovrano se ne sentì ridotto ed umiliato e, lungi dal dar corso alla riunione degli Stati Generali convocati a Blois a fine d’anno per ripianare la crisi economica, decise di riaprire le ostilità contro i Protestanti riconciliandosi col fratello, cui riconobbe ampi benefici in cambio dell’alleanza.
Il sesto conflitto di religione, in definitiva, derivò dalle concessioni accordate ai Riformati ed ai Principi con l’Editto di Beaulieu.

La Corona recuperò qualche città ma, inadeguatamente sostenuto dalla Lega cattolica, rinunciò alla campagna per mancanza di mezzi.
Lo scontro, così, si concluse con l’Editto di Poitiers che, nel 1577, restrinse i vantaggi già riconosciuti per la celebrazione dell’ufficio calvinista.
A Corte, intanto, maturavano tensioni e rivalità fra i Mignons ed i partigiani di Francesco d’Angiò: nel 1578, costui chiese surrettiziamente di allontanarsi dalla capitale. Enrico indagò e, appreso l’essere in atto un ramificato complotto, lo fece arrestare.
Il Duca riuscì a fuggire con la complicità della sorella Margot mentre, incaricata di pacificare le regioni meridionali, Caterina viaggiava per la Francia: nei tredici mesi di attività, riconciliò a Nérac la figlia ed il marito ma, nel 1579, fu spiazzata dal settimo conflitto di religione: la Guerra degli Amanti.

Essa ebbe breve durata e fu proprio Margot ad appellarsi al germano Francesco per avviare i negoziati propedeutici alla Pace di Fleix del 1580. Ligio alle prescrizioni materne, intanto, il Re decise di assecondare i progetti di costui circa la conquista delle Fiandre spagnole, badando a non incrinare le relazioni diplomatiche e familiari con Filippo II, benché nel 1582 sostenesse la candidatura di Antonio di Crato in successione ad Enrico I di Portogallo. La dèbacle nelle Canarie indebolì il ruolo della Francia: Enrico, allora, sodalizzò con Elisabetta I d’Inghilterra che lo iscrisse all’Ordine della Giarrettiera.

Ancora in quell’anno, Margot lasciò il coniuge e tornò al Louvre: la satira incoraggiata contro il Re, oscillante fra crisi mistiche e dissolutezze, provocò un aperto contrasto: fomentato dai Mignons, il risentimento di Enrico si trasformò in odio.
Espulsa la sorella dalla Corte, cominciò ad essere munifico con i Favoriti, fino ad assegnargli titoli, potere e responsabilità politiche e fino ad iscriverli nell’Ordine cavalleresco dello Spirito Santo istituito nel 1578. In quel periodo, per impressionare anche i sudditi, si dette alla organizzazione di feste sontuose, come quella data in onore del Duca di Joyeuse che, nel 1581, sposò una sorella di Luisa: nell’occasione, fece rappresentare a Corte il Balletto comico della Regina e, aumentando a dismisura i debiti della Corona, elargì rilevanti somme di denaro anche ai servitori, mirando ad accattivarli per aumentare il proprio prestigio.
D’altra parte, attuò importanti riforme, soprattutto economiche, per sistemare le Finanze del Regno.
Il 10 giugno del 1584 si spense di tubercolosi il Duca Francesco.

A fronte della sterilità delle nozze del Re, il trono restò privo di eredi diretti: in linea di successione, la corona sarebbe passata al cognato Enrico di Navarra: un ugonotto!
Mentre, ancorché cattolico, il Sovrano si dichiarava propenso alla designazione del cognato/cugino, a condizione che abiurasse la propria fede, influenzata da Filippo di Spagna la Lega Cattolica gli contrappose la candidatura del Cardinale Carlo di Borbone, contando sull’appoggio di Margot, fuggita da Nérac nel marzo del 1585.
Arrestata nell’ottobre del 1586, ella fu deportata ad Usson e vi restò rinchiusa per diciannove lunghi anni. Il 7 luglio di quell’anno, Enrico sottoscrisse il Trattato di Nemours col quale, abolendo ogni libertà religiosa, aprì le ostilità contro il cognato: iniziava così l’ottavo conflitto religioso, detto Guerra dei Tre Enrico, ovvero Enrico di Valois, Enrico di Guisa, Enrico di Navarra. La situazione si appesantì ulteriormente il 9 settembre successivo, quando Sisto V scomunicò quest’ultimo ed il cugino Principe di Condè, dichiarandoli eretici e, come tali, decaduti da ogni diritto e prerogativa. Parallelamente, i Cattolici denunciarono l’insufficienza della Corona nei confronti dei Protestanti: allarmato dal peso politico assunto dai Guisa, allora, Enrico gli interdisse l’accesso a Parigi ove aveva già concentrato truppe elvetiche mercenarie.

L’iniziativa fu duramente censurata: il 12 maggio del 1588 gli integralisti della capitale si sollevarono e barricarono. La Regina madre Caterina, allora, pur inferma, scese per le vie e con l’aiuto della nuora sedò i disordini, di fatto coprendo la fuga del figlio e dei suoi Ministri.
Dopo la concitazione di quei giorni, si susseguì una serie di eventi di rilievo: il 1° luglio Enrico III simulò di riconciliarsi con Enrico di Guisa cui cedette i poteri, attraverso l’impegno al Patto d’Unione; l’8 settembre espulse otto dei Consiglieri fedeli alla madre e li sostituì con suoi fiduciari; il 16 successivo, avanti agli Stati Generali riuniti a Blois, nel discorso d’apertura rese omaggio a Caterina, ma inibì ai sudditi il dovere di obbedirle; il 23 dicembre, infine, nella stessa Blois ordinò ai Quarante – Cinq: la sua Guardia personale, di assassinare il Duca di Guisa e del crimine informò la madre con parole asciutte: ... ho ucciso il Re di Parigi e finalmente sono Re di Francia...
Altrettanto lapidaria la risposta della Medici: ... Iddio voglia che sia come sperate, e che non vi siate nominato con le vostre mani Re di Nulla...
Il giorno di Natale, poi, fece liquidare a colpi d’alabarda anche il Cardinale di Guisa e, quando la Lega Cattolica negò la sua autorità, alleò le truppe reali a quelle protestanti.

La tragedia incombeva, ma egli non ne ebbe percezione: lunedì 1° agosto del 1589, a Saint- Cloud, nel perdurare dell’assedio di Parigi occupata dalle milizie leghiste, il monaco domenicano Jacques Clément si introdusse pretestuosamente nella camera del Re e, una volta restato da solo con lui, lo pugnalò al basso ventre.
A notte inoltrata giunse al capezzale del moribondo Enrico di Navarra che, primo Sovrano della dinastia Borbone, ricevette la corona: all’alba del 2 , dopo duecentosessantuno anni di Regno, i Valois uscirono di scena per estinzione dinastica.
La personalità di Enrico III è ancora oggetto di indagine storica e si presta a molte e diverse interpretazioni: da una parte fu uomo di Pace e di Lettere; dall’altra, partecipò a varie campagne militari e dispose brutali esecuzioni.

Alternate ricorrenti crisi mistiche a ritiri penitenziali, fu religioso quanto dissoluto e, a parte le numerose amanti fra cui Luisa di Béraudière, Renée de Rieux, Demoiselle d’Assy, nel 1574 intrattenne una solida relazione con la bellissima cortigiana veneziana Veronica Franco, non mancando di portare nel cuore Maria di Clèves alla cui morte ebbe frequenti crisi febbrili e vestì il lutto.
Dopo le nozze con Luisa di Vaudémont, tuttavia, adottò maggiore discrezione, manifestando rispetto e considerazione per la moglie della quale subì profondo ascendente nella vita spirituale ed emotiva. Quanto alle voci sulla sua presunta omosessualità, avallata dalla passione per i Mignons dei quali pur si circondò, si trattò forse di dicerie allignate in ambienti calvinisti e nella cerchia relazionale del fratello Francesco. Di fatto, non trovano riscontro le preferenze accordate ai Favoriti.
In definitiva, la distorsione dell’immagine di Enrico III dipese verosimilmente dalla violenta propaganda della Lega: durante le guerre di religione, infatti, il Clero diffuse calunnie sul suo conto spingendosi, dopo l’assassinio del Duca di Guisa, a tentativi di eliminazione anche fisica.

Di fatto passionale e sanguigno, Enrico III portò comunque in politica la cultura materna dell’intrigo e della doppiezza, alimentandola di odi irredimibili e passioni torbide: quando, nel 1568, scoprì la relazione intrattenuta da sua sorella Margot con Enrico di Guisa, minacciò costui di morte a conferma di una gelosia innaturale e morbosa. L’ambiguità della condotta fu confermata nel 1572 quando, dopo l’ufficio nuziale celebrato su una pedana eretta sul sagrato di fronte a Notre Dame, sostituendosi ad Enrico di Navarra, egli accompagnò la sposa in chiesa per ascoltare la Messa derivandone, insistente, la ipotesi che egli intrattenesse con lei una relazione incestuosa.

Bibliografia: