Non solo Medio Evo

Fanini Fanino

di Ornella Mariani
Castello Estense a Ferrara; probabile luogo dell'esecuzione.
Castello Estense a Ferrara; probabile luogo dell'esecuzione.

Fanino Fanini

Il Regensburg Interim fu quell’accordo religioso temporaneo che, convenuto fra Carlo V e i Protestanti, fu formalizzato da un decreto imperiale e pubblicato il 29 luglio del 1541 a Ratisbona scaturendone l'Editto di chiusura ed alcune clausole precise: il rinvio dell’intesa sulle questioni dottrinali al successivo Concilio generale o Dieta imperiale; l’accettazione degli articoli concordati, da parte dei Riformati; la riforma del Clero; il rispetto della Pace di Norimberga del 1532; la intangibilità dei Monasteri e delle sedi dei Capitoli; il mantenimento dei beni da parte degli Ecclesiastici; l’impegno dei Protestanti a non fare campagne di proselitismo; la sospensione di tutti i procedimenti giudiziari in materia di religione; la tutela dell’assetto della Corte della Camera Imperiale; la vigenza dell'editto imperiale di Augusta del 19 novembre del 1530: gli Stati e  l'Imperatore restavano nella Chiesa cattolica romana; la rinuncia dei Riformati alle loro tesi fino al  15 del successivo aprile; il potere del Sovrano e del Papa circa la convocazione del Concilio generale, cui era delegata la soluzione delle controversie religiose; il reintegro dei Vescovi nelle rispettive cariche.

Per attenuare l'opposizione riformista, però, l’Imperatore rilasciò segrete concessioni antitetiche all’editto medesimo: gli articoli concordati dovevano essere accettati nel senso interpretato dai loro Teologi; i Monasteri e le sedi dei Capitoli potevano effettuare una riforma; il Clero che aveva aderito alla Confessione di Augusta restava nel possesso delle proprietà; i Riformati non dovevano essere costretti dai Principi cattolici ad abiurare la loro fede e, se qualcuno lo avesse spontaneamente deciso, non avrebbe dovuto essere condizionato; i membri della Corte imperiale di Giustizia potevano scegliere di riformarsi; l'Editto di Augusta avrebbe avuto forza di legge solo in materie di competenza non afferenti la religione.

Fino al 1541, quando proprio a Ratisbona sfumò l'ultimo tentativo di accordo, si credeva ancora possibile la ricomposizione della frattura: l'Inquisizione romana fu riorganizzata nel 1542 ed è a far data da allora che la repressione si fece brutale e sistematica.

La situazione italiana restava, tuttavia, assai fluida: gli strascichi della Riforma erano stati fortissimi e attese di rinnovamento spirituale avevano debordato da qualsiasi recinto dottrinale.

Era, a quel tempo, difficile distinguere tra Cattolici riformisti, Luterani, Calvinisti.

Le lotte non impegnavano Chiese costituite e contrapposte, ma la intera Società peninsulare e la stessa Chiesa, della quale si decideva il futuro.

In Italia aderirono alla Riforma, subendo esilio o morte, il Vicario generale dei Cappuccini Bernardino Ochino, il Protonotario apostolico Pietro Carnesecchi, il Vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio.

I Cardinali Reginald Pole e Giovanni Morone, poi, mantenendo coraggiosi legami con molti Eretici, espressero una tendenza diffusa di confronto e, … Dotati di altissimo prestigio personale nell'ambito del sacro collegio, ... figurarono … regolarmente tra i candidati più accreditati alla tiara nel conclave del 1549 e nei due del 1555… (M. Firpo, Riforma protestante ed eresie).

Fu in quegli anni che esplose con grande scalpore il caso di Fanino Fanini, giustiziato quando proprio la Chiesa era teatro di contrapposizione fra due opposte correnti: l’una, facente capo a Carafa e propensa allo scontro duro e serrato contro l'eresia; l'altra, tesa alla mediazione.

Prevalse la prima, contro i tentativi di Pole e Morone di evitare gli eccessi della repressione.

In conclusione: la non unanime esecuzione del Fornaio denunciò una realtà coraggiosa e densa di appelli alla tolleranza, conformemente alle aspirazioni umanistiche ed erasmiane circa un Cristianesimo  rinnovato e scevro dai dogmi e posizioni dottrinali precostituite, contro la condotta della Inquisizione, strumento istituzionale di scelte politiche.

Nato a Faenza nel 1520, l’Artigiano protestante fu impiccato a Ferrara il 22 agosto del 1550 e poi arso sul rogo acceso dal Tribunale romano.

Primogenito di Melchiorre e di Chiara Brini, nel 1542 egli aveva sposato Barbara Barboncini dalla quale aveva avuto i figli Giovanni Battista e Giulia.

Morto suo padre, verso il 1546, ne aveva ereditato ogni bene e rilanciato l'attività.

A Faenza nel 1538, forse influenzato dalle predicazioni di Ochino e per effetto della lettura dei testi di Benedetto Fontanini, Marcantonio Flaminio e Francesco Negri, si era dato alla propaganda riformista.

Arrestato nel 1547 e processato dall'inquisitore Alessandro da Lugo, aveva abiurato le nuove idee su pressioni familiari ed era stato graziato; tuttavia, bandito dalla città natale, presto aveva ripreso a divulgarle assieme a Giovan Matteo Bulgarelli, Alessandro Bianchi, Nicola Passerino e Barbone Morisi subendo un nuovo arresto nel1549 aBagnacavallo, ove era in contatto con le Suore del locale convento di Santa Chiara.

Sette di esse, definitesi Lutherane, nel corso dell’interrogatorio fecero i nomi dei suoi Correligionari e riferirono le di lui convinzioni dottrinali, basate sulla negazione dell'Eucaristia; della Messa; degli Ordini sacerdotali; del Culto dei Santi; della recita del Rosario e della dichiarazione di inutilità del digiuno.

L'Inquisizione di Roma pretese la consegna dell’Eretico.

Deciso a non incrinare i rapporti col Papato ma, soprattutto, teso ad affermare con fermezza le proprie competenze giurisdizionali e a non contrariare la moglie Renata di Valois, accesa Riformista e simbolo di cultura libertaria, il Duca Ercole II d’Este oppose resistenza alla richiesta.

Il 9 marzo del1549 afavore dell’imputato, intervenne anche il Conte Camillo Orsini, proponendo di consegnarlo a Parma.

Anche in questa circostanza l’Este fece valere il diritto giurisdizionale di celebrazione del processo a Ferrara, ove il Fornaio sarebbe stato sottoposto al giudizio di un Tribunale di garanzia: l’Inquisitore Girolamo Papino sarebbe stato fiancheggiato da un Domenicano, da un Minorita, da un membro della Curia locale e da tre Consiglieri di Corte.

In definitiva il caso, che tenne Fanini nella rocca di Lugo per lunghi diciotto mesi, si risolse in una strumentale contrapposizione politica fra il Papa, l’Inquisizione romana e il Duca ossequientissimo alla Chiesa ma categorico nel far valere le proprie prerogative: egli sostenne il principio di celebrazione del processo a Lugo, sede della consumazione del delitto di eresia, ovvero territorio sottoposto alla potestà estense, malgrado le Autorità ecclesiali ne assumessero l’appartenenza alla Diocesi di Imola, ricadente nello Stato pontificio.

Nel perdurare della querelle, protrattasi fino all'elezione di Giulio III, nel febbraio del 1550, si valutò ogni soluzione per salvare la vita del Predicatore trentenne, sul quale a Ferrara si abbatté comunque la scure di una condanna annunciata: il verdetto di colpevolezza fu pronunciato il 25 settembre del 1549 con condanna a morte come eretico relapso.

La sentenza non trovò applicazione: il Duca temporeggiò e chiese al Papa di mitigare la pena, in considerazione della circostanza che si trattasse di un caso senza precedenti, se non in Italia, sicuramente nel proprio Stato. E neppure il categorico e scontato rifiuto lo indusse a procedere finché, a sorpresa, Giovanni Pietro Carafa comunicò che, ove il reo non fosse stato immediatamente giustiziato, l'Inquisitore Generale avrebbe aperto un processo a carico della Duchessa Renata.

L’Opinione Pubblica si mobilitò ed in favore del Fornaio insorsero grandi esponenti del mondo intellettuale: ancora Camillo Orsini, Lavinia della Rovere, Olimpia Morato e la stessa Duchessa sollecitarono la grazia e la liberazione.

Ercole II non ebbe opzioni: pressato dalla Curia romana; minacciato di ritorsioni anche personali e condizionato dal rischio che la moglie fosse accusata di eresia calvinista, pretese da Giulio III un Breve nel quale si autorizzava l'esecuzione del Prigioniero, fermamente ostile all’abiura pur nella consapevolezza di perdere l’unica possibilità di salvarsi la vita.

Renata scrisse due volte al marito; mandò la propria elemosina in carcere; sollecitò il Capitano Camillo Orsini, il cui figlio aveva sposato Lavinia Della Rovere, a intercedere ancora e ad impegnarsi ad arruolare il colpevole fra i propri Soldati, se il Duca lo avesse graziato e liberato.

Pressato dagli Inquisitori di Ferrara e di Roma, uno dei quali: il Cardinale Marcello Cervini, era a Bologna ove il Concilio si era trasferito, Ercole II riuscì solo a non consegnare Fanini e ad eseguirne la condanna in Ferrara piuttosto che a Roma.

Il 22 agosto del 1550, insensibile al pianto della moglie e dei figli e persuaso di essere stato eletto al martirio come testimone di Cristo, il Riformista fu impiccato: il suo cadavere fu arso e le ceneri furono gettate nel Po.

L’epilogo della vicenda sollevò orrore e scandalo in tutta Europa poiché il messaggio della vittima, collocata nel Martirologio protestante, riscosse attenzione e consenso: il primo ad esaltarlo fu Francesco Negri, Autore della Tragedia del libero arbitrio, opera conosciutissima in Romagna e della quale fu pubblicata in quel periodo la seconda edizione: l'ex Benedettino bassanese, a due mesi dall'esecuzione, presentò il testo in latino, narrandovi nei più drammatici particolari comunicatigli dai Fratelli italiani, il sacrificio del Fornaio e del suo conterraneo Domenico Cabianca.

La condanna era stata voluta come segnale di intransigenza e rigore della Chiesa sul fronte della lotta all'eresia.

Giulio della Rovere, esule milanese in Svizzera e Pastore di Poschiavo, elaborò un ampio resoconto della vicenda nello scritto Esortazione al martirio, esaltando l'esemplarità della vita e la fermezza del Fanini anche nel momento della morte.

Bibliografia