Non solo Medio Evo

Fouché Joseph

di Ornella Mariani
Joseph Fouché.
Joseph Fouché.

Joseph Fouché

Joseph Fouché nacque a Nantes il 31 maggio del 1759.

Nel 1770 il padre lo avviò verso la vita ecclesiale e, divenuto Prefetto di Collegio, pur non prendendo i voti, vestì l’abito sacerdotale e manifestò una profonda attitudine alle Scienze esatte: dal 1778, infatti, insegnò Matematica e Fisica a Niort, Saumur, Vendôme e Parigi prima di essere conoscere ad Arras Lazare Carnot, Jean-Paul Marat, Napoleone Bonaparte e Massimiliano Robespierre del quale corteggiò invano la sorella Carlotta ed al quale prestò in occasione della sua elezione a Deputato agli Stati Generali di Versailles, il denaro per pagarsi il viaggio ed un adeguato vestito.

Dichiarate le proprie simpatie al Terzo Stato, Joseph si trasferì a Nantes e, eletto Presidente del Club Amici della Costituzione, si proclamò sostenitore del Progresso; sposò la ben dotata figlia di un Commerciante e, indetti i comizi per la Convenzione, si candidò diventando Deputato nel 1792.

Aveva trentadue anni.

La mattina del 21 settembre del 1792, fece il suo primo e solenne ingresso nell’aula mentre Luigi XVI, sostituito dall’Assemblea nel Governo, languiva già nelle prigioni del Tempio in attesa di un verdetto.

Condorcet, Rolland e i Girondini rappresentanti del Medio Stato aspiravano ad arginare il radicalismo montagnardo verso una rivoluzione totale, incline all’ateismo.

I filo/proletari Marat, Danton e Robespierre miravano all’abbattimento della Monarchia e della Religione.

Fouché si sarebbe collocato tra i Radicali della Montagna o tra i Moderati del Fondo?

Pragmatico e prudente per carattere, scelse la Maggioranza, tra Condorcet e Rolland e per mesi tacque, astenendosi da posizioni nette e facendosi inserire in Commissioni ove, acquisita la graduale gestione del potere, prese ad ambiguamente attendere il regolamento di conti fra Montagnardi e Girondini e la fine di Vergniaud, Condorcet, Desmoulins, Danton, Marat, Robespierre, protagonisti di sempre più aspre contrapposizioni.

Il 16 gennaio del 1793, il dilemma: si o no, alla eliminazione di Luigi XVI?

La pretesa votazione segreta degli indecisi fu sabotata da un irremovibile Robespierre. Fouché, invece, si confrontò con gli Amici; parlò a Condorcet; tenne un discorso sulla grazia mentre, nella notte, sotto l’accorta regìa montagarda, i sobborghi di Parigi erano infiammati dalla nevrotica Teroigne de la Mericourt.

Fouchè sciolse i dubbi schierandosi con la Maggioranza: affrontati i gradini della tribuna, con tono deciso pronunciò le fatali parole: La Mort.

Il Regicidio!.

Con astuta e opportunistica lungimiranza, il giorno successivo motivò la propria indicazione con un retorico manifesto pubblico: … I delitti dei Tiranni hanno colpito tutti gli occhi e riempito di sdegno tutti i cuori. Se quel capo non cadrà sotto la mannaia, i Masnadieri e gli Assassini alzeranno la testa e saremo minacciati dal più terribile dei caos… questa è la nostra stagione ed essa si pone contro tutti i Re della Terra

Abbandonati gli abiti del Moderato, divenne Giacobino e, mirando attraverso un delirante integralismo, ad accattivare Robespierre, che seguitò ad ignorarlo e a manifestargli ostilità, chiese energiche misure contro il Clero: pur di farsi notare, ottenne la nomina a Commissario nel Dipartimento di origine della Loira, ove avrebbe esercitato potere politico ed amministrativo pressoché totale.

Fu allora che, col collega Collot d’Herboise, pubblicò un singolare documento protocomunista intitolato Instruction e, scrivendo alla Convenzione: …Qui ci si vergogna di essere ricchi…, fondò i Comitati Filantropici.

Tutto è permesso a coloro che agiscono secondo la Rivoluzione. Per il Repubblicano non esiste alcun pericolo, fuorché quello di non procedere di pari passo con le leggi della Repubblica. Finché esisterà anche un solo infelice sulla terra, la Rivoluzione dovrà continuare la sua marcia in avanti. La Rivoluzione è fatta per il Popolo. Il Popolo e l’Universalità dei cittadini francesi che fornisce Uomini alla Patria, Difensori alle frontiere, Cittadini che nutrono la Società con il loro lavoro. La Rivoluzione deve creare un Popolo compatto; un Popolo di Uguali. Non illudetevi! Per essere veramente Repubblicano ed appartenere al Popolo ogni Cittadino deve operare su se stesso una Rivoluzione integrale come quella che ha cambiato il volto della Francia. Pertanto chi possiede più del necessario deve abbandonarlo. La Patria esige ogni sovrabbondanza per ridistribuirla equanimemente, esige per sé oro ed argento, metalli vili e corruttori per accorparli al tesoro nazionale, esige laicità e dedizione alla Repubblica, esige ferro e acciaio per far trionfare la Repubblica. Applicheremo con severità l’Autoritas conferitaci. Libertà o Morte. Riflettete e Scegliete!

Imprevedibile Campione di anticristianità, Fouchè prese a perseguire con sistematica pazienza i propri obiettivi e a custodire segreti, vizi e debolezze dei personaggi a lui vicini, attraverso l’utilizzo di sgherri al proprio servizio, ripulendoli e insediandoli in posti/chiave, parallelamente tuonando contro la Chiesa: … questo culto superstizioso va sostituito dalla fede nella Repubblica e nella Morale…E’ proibito a tutti i sacerdoti di comparire nei templi coi loro costumi. E’ tempo che questa classe altezzosa, ricondotta alla purezza dei principi della Chiesa primitiva, rientri nella classe dei cittadini...

Ben presto, non pago del potere militare, amministrativo e giudiziario, aveva puntato a quello religioso abolendo il celibato; ordinando al Clero di sposarsi entro un mese; annullando vincoli nuziali; salendo su pulpiti spogli di crocefissi e simboli religiosi; predicando l’ateismo; negando l’immortalità dell’ anima e l’esistenza di Dio; introducendo il battesimo civile; abrogando il cerimoniale nei cimiteri ed imponendo un unico motto sulle lapidi: La morte  è un sonno eterno; distruggendo le sacre immagini e bruciando le mitrie sacerdotali con tale appassionato vigore, da indurre il Vescovo Francesco Laurent a liberarsi della tonaca e a porsi sul capo il berretto frigio.

La notizia accese Parigi: era il momento d’oro per Fouchè che arruolò volontari per la difesa dei confini; inoltrò alla Convenzione casse piene d’oro sottratto alle chiese; si offrì ferreo Prefetto servitore delle Istituzioni centrali; scelse una esistenza spartana; disprezzò denaro e prestigio, fino a stimolare nel Giacobino Pierre Chaumette pubblici elogi per aver soccorso gli indigenti; per aver distrutto il Fanatismo religioso e borghese; per aver punito i prepotenti e gli sfruttatori.

Non gli riuscì, tuttavia, di rimuovere la diffidenza di Robespierre.

Intanto nel1792 aLione, prima città della seta, occupò la ribalta politica una Classe operaia apertamente in contrasto con i Datori di lavoro. Da essa, desideroso di salvare un mondo ormai in declino, emerse Joseph Chalier: un prete spretato ma consacrato alla fede; appassionato estimatore di Rousseau; propugnatore del diritto della ragione e dell’uguaglianza. Egli portò da Parigi una pietra della Bastiglia, emblema del dispotismo, e la pose in piazza come altare, eccitando la massa con bande rivoluzionarie. Alla prima insanguinata rivolta fu arrestato e, per contenerne l’attività eversiva, lo si condannò a morte per omicidio e sedizione.

Invano la Convenzione mandò Legati per salvarlo.

Il Consiglio Comunale di Lione respinse ogni ingerenza e, sulla ghigliottina, per tre volte l’inesperto boia tentò invano di decapitare il ribelle che fu finito con una spada.

Lo sdegno agitò l’establishment: Lione aveva sfidato l’Assemblea Nazionale.

La punizione, per la città che aveva osato opporsi al Potere centrale, fu delegata alle truppe nazionali cui si aggiunse un impressionante numero di Contadini e Operai provenienti da tutta la Francia.

Il 12 ottobre del 1793 il Presidente della Convenzione emanò l’editto nel quale si stabiliva che: il Comitato di Salute Pubblica avrebbe istituito una Commissione straordinaria di cinque membri, per l’immediato impegno militare; Lione sarebbe stata distrutta, salvo le abitazioni dei Poveri e dei Patrioti e gli edifici pubblici e industriali; il nome della città sarebbe stato cancellato dalla lista di quelle repubblicane e il toponimo sarebbe stato Ville Affranchie; nell’area sarebbe stata eretta una lapide col seguente motto: Lione fece la guerra alla Libertà. Lione non esiste più.

Nessuno contrastò il delirante provvedimento: Commissario di Governo fu designato Georges Couthon, Collaboratore di Robespierre ed espressione dell’integralismo giacobino; tuttavia, con vari pretesti, egli prese tempo: non voleva eseguire gli ordini. I Montagnardi lo accusarono di viltà e, alla fine, si decise di sostituirlo.

Fu Fouchè, indossati la fascia tricolore e il cappello piumato, ad avventarsi su Lione per sterminare i traditori della Rivoluzione.

La strage di Lione

In realtà egli non era un sanguinario, ma un carrierista.

Avrebbe eseguito gli ordini; monitorato le tendenze nella Convenzione;  istruito i propri sgherri, già in azione a Nantes; impegnato Collot d’Herbois in prima linea, conferendogli una fittizia autorità.

Disposta una Messa laica per Joseph Chalier, sullo stile macabro delle cerimonie di Nantes, si decise all’azione: il 4 Dicembre del 1793, fece scavare fosse comuni. Cominciò con sessanta Carcerati che, legati a due a due, furono posti davanti ad esse e sparati da cannoni puntati a dieci passi. Uno squadrone di Cavalleria finì a colpi di sciabola i sopravvissuti, privandoli poi delle vesti e delle scarpe.

Tante furono le vittime, che il Rodano si arrossò di sangue: la Convenzione proclamò la vittima Santo Nazionale ed assegnò alla sua donna una pensione a vita.

Fouchè dichiarò … le condanne di questo tribunale atterriscono i Re, ma consolano il Popolo.

In quello stesso periodo, percependo il mutamento della situazione politica, prese le distanze da Collot e cominciò a ridurre il numero dei giustiziati; ma, se i Lionesi videro in lui un salvatore, i Giacobini se ne lamentarono con la Convenzione.

Colse l’occasione Robespierre che, convocato il Comitato di Salute Pubblica, lo accusò di avere messo a morte alcuni Patrioti, di fatto colti nella flagranza di una rapina.

La contrapposizione fra i due si era formalmente aperta.

Il 3 Aprile del 1794 Fouchè fu invitato a dar conto del proprio operato e, prima di lasciare Lione, fece ghigliottinare boia, il suo aiutante e quattordici persone di cui diffidava.

L’8, a Parigi, apprese che Chaumette era stato arrestato; che Danton era stato  decapitato; che Condorcet era svanito nel nulla, per non perdere la testa già tagliata a Marat, Desmoulins e a quanti s’erano opposti al Dittatore. Entrando nella sala della Convenzione, allora, chiese audacemente la parola e dette lettura di un rapporto circostanziato, rispettoso del potere assembleare e deciso in termini repubblicani sull’attività svolta a Lione.

La relazione fu posta agli atti per essere riesaminata; ma egli era atterrito: si vuole che la sera stessa si recasse da Robespierre per un chiarimento e che uscisse prosternato dall’incontro. Contattò, allora, i Deputati aizzandoli contro l’Avvocato che, il 6 maggio, invitò gli Intellettuali della Repubblica a riconoscere l’esistenza di un Essere Supremo e l’immortalità quale forza che guida l’universo e che, rivolgendosi a Fouchè, gridò: …Raccontaci, dunque, chi mai ti ha affidato la missione di annunciare al Popolo che non esiste la Divinità….; sciagurato sofista, con quale diritto pretendi di strappare all’innocenza lo scettro della ragione per affidarlo in grembo al delitto?...

L’invettiva fu applaudita e l’Accusato non replicò; ma il 18 Pratile, fuori da ogni previsione, Fouchè fu proclamato Presidente dei Giacobini con grande sorpresa di Robespierre.

Dopo avere invano tentato di sabotarlo, costui decise di presentare pubblica accusa dell’avversario presso quella consorteria: lo scontro era duro e aperto.

Impedito dalla mancata convocazione dell’assise giacobina, l’11 giugno in sede di Assemblea Nazionale Robespierre attaccò violentemente il rivale, definendolo impostore vile e spregevole ed implicitamente esigendone la pena di morte.

Il 7 termidoro Fouchè visitò Barras, Tallien e Carnot, cospirando per isolare e delegittimare il suo Accusatore che contemporaneamente incontrò Saint- Just.

Il memorabile giorno 8, alla Convenzione si consumò il dramma: era il momento del definitivo regolamento dei conti.

Aperta la seduta, in un’aula gremita nella quale mancava solo Fouchè, l’Inquisitore salì sulla tribuna con il manoscritto del suo discorso: era pallidissimo.

Parlò per tre ore e con prolissità, senza far nomi di presunti cospiratori. Alla fine, nessuno applaudì e la proposta di stampare il suo intervento fu opposta dal Deputato minore Bourdon de l’Isle.

In una manciata di minuti, la situazione si coincitò e un nutrito gruppo di Parlamentari guidati da Tallien gridò sdegno e sfiducia contro un Robespierre ormai cereo.

Gli eventi precipitarono: alla seduta del 9, Fouchè mancò ancora; tuttavia i suoi sostenitori erano agguerritissimi e decisi a saldare i conti al sanguinario Dittatore: Saint-Just prese la parola, ma fu interrotto da Tallien e da urla e invettive contro il sempre più contestato ed isolato Robespierre.

Alle diciotto, fu emessa condanna a morte per Lebon, Fouquier, Tinville, Carrier e, a sorpresa, proprio per Robespierre e per Saint- Just. Inoltre, per i fatti di Lione, fu comminata la pena capitale anche a Collot d’Herboise, mentre Fouchè veniva assolto da ogni accusa.

Liquidato il nemico, la cui decapitazione era stata salutata da ovazioni, appena s’insediò il Governo di Barras, vincitore egli rientrò nella Convenzione e, invece di sedere nei banchi della destra, riprese il suo vecchio posto fra i Montagnardi: cessato il Terrore, astenendosi da ogni mondanità, si dette al recupero della propria libertà d’azione per conquistare il potere.

In quel periodo acquistava notorietà il repubblicano François Baboeuf, che si faceva chiamare Graccus. Di estrazione proletaria e di idee egalitariste, era un tipografo sedotto dalle promesse rivoluzionarie di libertà e fraternità propugnate da Marat. Egli comprese di poter infiammare Parigi, denunciando  il tradimento dei Termidoriani, indifferenti ai bisogni dei Ceti deboli.

Il Potere

Fouchè prese a frequentarlo con prudenza e, badando a mai mostrarsi in pubblico con lui, prese ad eccitarne la ribellione per sobillare il Popolo.

Per parte sua, lusingato dall’avere l’amicizia di un Deputato celebre e ignaro d’essere strumentalizzato, Baboeuf dette vita ad una serie di rivolte urbane la cui regia non sfuggì al Governo: in una rovente seduta della Convenzione, Tallien ne fece carico a Fouchè che negò e le censurò.

Il Tipografo fu giustiziato; ma il 22 Termidoro del 1795, ad un anno e poco più dalla fine di Robespierre, egli fu formalmente posto sotto processo e incriminato per tradimento e, malgrado il suo arresto non fosse eseguito grazie alla protezione di Paul François Barras, spaventatissimo sparì per tre anni dalla scena politica, dandosi ad affari su forniture militari con Giuseppe Buonaparte e diventando ricchissimo.

La notevole disponibilità economica gli consentì l’ingaggio di una personale Polizia, delegata a raccogliere fascicoli riservatissimi sui Politici di rilievo.

Nel 1798, poi, Fouchè fondò una società per approvvigionare l'esercito del Generale Scherer e realizzò proventi astronomici mentre Barras, ancorché ostacolato dal Matematico Lazzaro Carnot nel Direttorio, mirava a vendere la repubblica a Luigi XVIII in cambio di un ducato e di una rendita cospicua.

Il 18 Fruttidoro, il colpo di scena: proprio Carnot e Tallien furono privati del potere mentre Fouchè veniva promosso Ambasciatore da Barras, su consiglio dell’amante in procinto di sposare il Generale Buonaparte, e inviato prima in Italia e poi in Olanda.

Il 3 Termidoro del 1799, memore dell’eccidio lionese, Parigi ricadde in una morsa di terrore, mentre Billaud e Collot tornavano dalla Guiana per rimettere in funzione la ghigliottina in Place Concorde: il Direttorio aveva nominato Ministro di Polizia Fouché che ostentava promesse di pace, di ordine e di  sicurezza sociale, col motto Lotta all’anarchia.

I Giacobini protestarono violentemente: Barras era preoccupato, poiché la situazione minacciava di degenerare. Convocati i colleghi Direttori e tutti i Ministri, egli chiese consiglio sulla condotta da adottare nei confronti della fazione ribelle.

Lapidario, Fouchè dichiarò la necessità di porla fuori legge.

La sera dopo egli stesso si portò nella sede giacobina di Rue de Bac e ne dichiarò lo scioglimento e lo sgombro immediato con quell’atto archiviando definitivamente la sanguinaria esperienza rivoluzionaria.

Il 18 brumaio dello stesso anno, sostenne il colpo di stato di Napoleone Bonaparte che, due anni dopo, per sbarazzarsene, abolì il suo Ministero e lo nominò Senatore, con una congrua liquidazione. In seguito, però, lo reinsediò nella carica per stroncare i movimenti realisti.

Con il Talleyrand, lo scaltro Fouchè convinse l’Imperatore al divorzio e nel 1808 fu nominato Duca di Otranto. Nel 1810, però, fu ancora rimosso perché sospettato di cospirare con l'Inghilterra per gli intensi e segreti rapporti epistolari con Arthur Wellesley che avrebbe sconfitto Napoleone a Waterloo; fu sostituito da René Savary e fu interdetto dalle cariche pubbliche.

Già Governatore Generale delle Province Illiriche fu, però, ancora Ministro di Polizia durante i Cento Giorni e tradì Bonaparte favorendo il ritorno di Luigi XVIII. Tuttavia, tornati i Borbone, l’Aristocrazia francese e lo stesso Sovrano non gli perdonarono il massacri di Lione.

Fouchè concluse la sua spregiudicata carriera in esilio, per effetto della legge del 1816 che prescriveva il bando a quanti avevano votato l’esecuzione di Luigi XVI.

Sgradito a tutte le Corti europee, morì in povertà a Trieste il 26 dicembre del 1820.

Nel 1792 aveva sposato Bonne-Jeanne Coignaud, dalla quale aveva avuto Nièvre, Joseph-Liberté, Armand, Athanase, Joséphine-Ludmille.

Una volta vedovo, era passato a seconde nozze nel 1818 con Gabrielle-Ernestine de Castellane, dalla quale non aveva avuto figli.

Bibliografia