Non solo Medio Evo

La congiura dei Baccher

di Ornella Mariani
Luisa Sanfelice.
Luisa Sanfelice.

La congiura dei Baccher

Controverso è ancora il giudizio su Luisa Sanfelice: eroina o donna di facili costumi, imbattutasi in una vicenda che dagli onori della cronaca la trascinò poi al patibolo?

Di fatto ella fu la causa della drammatica fine del solo uomo dal quale fu  forse amata per quella che veramente era: una donna irrequieta, incline al libertinaggio e priva di qualsiasi retroterra intellettuale.

Era figlia del Generale di origine spagnola don Pedro de Molino e di Camilla Salinero e aveva sposato a diciassette anni il cugino Andrea Sanfelice dei Duchi di Laurino di Agropoli.

Il disordine morale della loro unione, economicamente sgangherata anche da dissesti e turbolenze, aveva indotto la Corte a separarli malgrado avessero nel frattempo messo al mondo tre figli e concepito un quarto durante un incontro clandestino a Salerno.

Luisa era stata confinata nel conservatorio di Montecorvino Rovella donde, con l’avvento dei Giacobini, si era allontanata prendendo a frequentare le alcove di lusso della Napoli di quegli anni, teatro di grandi fermenti: la costituzione della Repubblica del 1799 e l’esilio dei Borboni a Palermo si saldarono da una parte ai tentativi di recupero del trono da parte della Monarchia, dall’altra alla opposizione repubblicana ad ogni sorta di restaurazione.

Gli eventi precipitarono proprio quando i Reali riorganizzarono il ritorno grazie all’appoggio della ricca famiglia Baccher, nella quale spiccava l’Ufficiale dell’Esercito regio Gerardo, perdutamente innamorato di quell’avventuriera partenopea.

Egli era figlio di Vincenzo Baccher e di Cherubina Cinque.

In realtà suo padre, quale rampollo di un Gerardo de Gasaro e di Orsola Romano, essendo cresciuto con i fratelli uterini, aveva finito con l’assumere il cognome, forse inglese o forse tedesco, di Girolamo Baccher, primo marito di sua madre e, con i figli Gennaro, Gerardo, Giovanni, Camillo e Placido, fu fra i protagonisti della congiura filoborbonica combattendo a Capodichino e a Porta Capuana nelle tragiche giornate del gennaio 1799, quando la Plebe contrastò le Truppe del Generale francese Jean Étienne Championnet.

Si vuole che alla sanguinosa azione aderissero circa duecento uomini addestrati da tal Michele Arturi; guidati dal Capitano di Reggimento di Artiglieria Vincenzo Vinaccia; fiancheggiati da un gruppo di Realisti, fra cui il Tintore del Serraglio Natale D'Angelo e i fratelli Ferdinando e Giovanni La Rossa, Dipendenti del Banco di Sant’Eligio.

Programmata per il 10 aprile, la rivolta aveva come obiettivo la conquista del Castel Sant'Elmo e la liberazione dei Detenuti; tuttavia l'accresciuta sorveglianza della Polizia e, forse, il mancato rincalzo della Flotta inglese indussero ad anticiparla al giorno 8.

L’intensificazione dei preparativi; la distribuzione di salvacondotti e, il 2 del mese, la comparsa degli Inglesi nel porto di Napoli allertarono i Francesi che, nella notte fra il 5 e il 6, perquisirono molte abitazioni rinvenendo bandiere e coppole rosse proprio nella dimora dei Baccher.

Essi furono arrestati: il loro piano era stato di fatto sventato!

Il Monitore Napoletano diretto da Eleonora De Fonseca Pimentel rivelò che i Complottisti erano stati denunciati da Vincenzo Cuoco,  cui i dettagli erano stati forniti dal Magistrato partenopeo Ferdinando Ferri, durante un incontro d’alcova con Luisa.

Costei, amante anche dello stesso Saggista e Giurista, ne aveva avuto notizia da Gerardo Baccher che, a margine di un incontro sentimentale, per proteggerle la vita le aveva rivelato i dettagli dell’attività sovversiva e fornito un salvacondotto col giglio borbonico, da esibire in caso di pericolo.

In definitiva, rivelare l’essere in atto una ramificata congiura non fu una scelta patriotica e consapevole di Luisa, ma un incidente favorito dalla complicità di una maliziosa intimità.

La ribellione fu brutalmente stroncata e si aprì una drammatica fase processuale in danno dei Traditori, giudicati sommariamente e sull'istante a pluralità di voti e militarmente senza appello o altro gravame tutti i rei di Stato o che fossero cospiratori o che avessero avuta criminosa corrispondenza cogl'insurgenti e nemici della patria.

Il Tribunale, composto da Domenico Pagano, Rocco Lentini, Giuseppe Pinto Renti, Timoleone Bianchi, Francesco Rossi, Giambattista Marithonè, sostituito in seguito da Clino Rosselli, si mostrò rigoroso malgrado il Cuoco consigliasse per prudenza un perdono che non potea esser più dannoso: la ferocia della vendetta, come ebbe a scrivere Benedetto Croce, ebbe il sopravvento su ogni altra valutazione, poiché si volle prevenire il rischio di una sollevazione popolare alle spalle delle milizie repubblicane già impegnate a fronteggiare le truppe del Cardinale Ruffo, ormai alle porte di Napoli.

Così, poche ore prima dell’arrivo dei Sanfedisti, a margine di un frettoloso giudizio fu irrogata la pena di morte a Gerardo e Gennaro Baccher, a Natale D'Angelo e a Ferdinando e Giovanni La Rossa con un … supplizio crudele perché nelle ultime ore del governo, senza utilità di sicurezza ed esempio…, come testimonio Pietro Colletta.

Ancora Croce: … Cinque sventurati furono menati nella piazzetta di Castel Nuovo dove si doveva eseguire la sentenza. Ma giunsero contrordini; forse per un momento prevalsero consigli più miti e più sani. I condannati furono fatti rientrare, sennonché sopravvenne dopo un po' la conferma dell'ordine ed essi vennero ricondotti sulla piazza. Si ebbe ancora qualche altra incertezza e finalmente si procedette all' esecuzione. Ed essendo i soldati di linea tutti sui luoghi di combattimento, si adibirono alla fucilazione i militi della Guardia Nazionale. I cinque affrontarono intrepidi la morte…   e  con essi furono poi passate per le armi altre undici persone della minuta plebe.

I Congiurati furono fucilati nel cortile di Castel Nuovo il 13 giugno del 1799.

Era l’ultimo giorno di vita della Repubblica poiché, parallelamente, il pugnace Prelato calabrese veniva ad assumere il controllo del territorio.

Liberati dalle carceri della Vicaria, intanto, Vincenzo Baccher e i figli Camillo e Giovanni si posero alla testa del movimento reazionario che cessò la propria attività solo quando la Sanfelice salì al patibolo; tuttavia, nel 1806, l’irriducibile capofamiglia fu cautelarmente arrestato dai Francesi e, confinato nel forte di Fenestrelle, rientrò a Napoli solo nel 1815 spegnendovisi il 10 aprile del 1818.

Mentre si ignorano elementi riferiti al figlio Giovanni, è certo che Camillo, nominato Primo Tenente dei Cacciatori Reali il 1° luglio 1799, seguisse il Re nel decennio siciliano e rientrasse nella capitale alla fine del regime murattiano, andando in pensione il 18 marzo del 1834.

Il fratello Placido, invece, prese i voti nel 1803.

Spentosi nel 1851, venerato dal Popolo e in concetto di santità, egli fu avversato e inviso ai Liberali e descritto dal Settembrini come un focoso agitatore delle donnicciuole e del più feccioso popolazzo.

Responsabile della tragica saga dei Baccher, la Sanfelice fu allora Martire della Repubblica napoletana o traditrice della causa borbonica, riferendo solo per caso ad uno dei suoi tanti amanti i dettagli della  congiura?

Se le risposte al quesito restano confinate in convinzioni di parte, è certo che Gerardo Baccher avesse pagato all’amore un altissimo pedaggio politico ed è certo anche che la superficialità, l’ignoranza, l’irresponsabilità alla base delle numerose frequentazioni sessuali di Luisa furono strumentalmente trasformate in quel responsabile senso d’onore e d’amor patrio del tutto estraneo alla sua condotta dall’Organo ufficiale dell’establishment repubblicano il Monitore napoletano.

Sulle sue colonne la Pimentel de Fonseca costruì un artificio, accreditandola dell’eroico merito di aver sventato una cospirazione, così rendendola improbabile icona del Giacobinismo napoletano.

Una volta reinsediato al trono, Ferdinando fu implacabile nel negare alla delatrice, figlia di un Ufficiale del Regio esercito e moglie di un Nobile del Regno, il perdono per aver collaborato con i Nemici della Corona.

L’esecuzione della sua sentenza fu rimandata più volte, perché ella ricorse all’espediente di una falsa gravidanza.

Il Sovrano, allora, la fece trasferire a Palermo dove, sconfessando il complice medico partenopeo, una Commissione escluse la simulata condizione: ricondotta a Napoli, ella fu praticamente scannata da un macellaio improvvisatosi carnefice, sul patibolo di Piazza Mercato.

Era l’11 settembre del 1800.

A parere di Pietro Colletta, il Borbone aveva respinto anche il tentativo della nuora Maria Clementina: moglie del Principe ereditario Francesco, avendo partorito l’erede al trono, ella aveva maturato il diritto consuetudinario di chiedere tre grazie.

Vana fu l’insistente perorazione della causa della Sanfelice.

Anche la Pimentel fu giustiziata, mentre Vincenzo Cuoco e Ferdinando Ferri abbandonarono Napoli.

Di tutta l’amara vicenda resta, ancora oggi a Napoli, la memoria  della grande festa liturgica popolare: il  Sabato Privilegiato.

Esso è celebrato il primo sabato dopo il 30 dicembre, in ricorrenza della incoronazione nel 1826 della Madonnina di Don Placido Baccher dichiarata Patrona della Città dal Capitolo Vaticano.

Durante la permanenza in carcere, egli aveva fatto voto alla Vergine di dedicarle tutta la vita se fosse riuscito a salvarsi dal boia ed infatti nel 1806 divenne Secolare e poi Rettore della chiesa del Gesù Vecchio.

Amatissimo dalla Popolazione per la esemplarità della condotta, con lo Scultore Luigi Ingaldi egli stesso realizzò quell’effige che, il 9 settembre del 1849, Pio IX andò a venerare per anche conoscerlo e verificarne la asserita santità.

Oggi pende la causa di beatificazione.

Bibliografia