Non solo Medio Evo

L’Affaire Dreyfus

di Ornella Mariani
L’Affaire Dreyfus.
L’Affaire Dreyfus.

L’Affaire Dreyfus

Il Contesto

La sconfitta inflitta dalla Prussia; la lacerazione interna provocata dalle contrapposizioni fra Repubblicani e Monarchici; lo scioglimento, il 16 maggio del 1877, dell’Assemblea Nazionale da parte del Presidente della Repubblica Patrice Mac-Mahon, teso a favorire il ritorno degli Orléans; le pessime relazioni con la Germania, con l'Impero austro-ungarico e, per le opposte politiche coloniali, anche con l'Inghilterra e l’Italia; il fallimento, nel 1882, della Banca cattolica Union Générale e il crollo della Compagnia di gestione del Canale di Panama; l’antisemitismo alimentato dalla pubblicazione, nel 1886, del testo La France juive di Édouard Drumont; la radicalizzazione, nei primi anni '90, di un Nazionalismo brutale nei confronti degli Immigrati, specie italiani, in danno dei quali nel ’93 e ’94 furono consumate sanguinose aggressioni a Aigues-Mortes e a Lione, fecero della Francia una polveriera.

In quegli anni resi difficili dall’instabilità politica, dalla sofferenza economica di un complesso Dopoguerra, dalla disgregazione del tessuto sociale inasprita dalla xenofoba caccia alle streghe, maturò il Caso Dreyfus: una clamorosa vicenda giudiziaria inquadrata nella Francia della Terza Repubblica.

Alfred Dreyfus era un Ufficiale Ebreo/alsaziano, nato a Mulhouse il 9 ottobre del 1859 da un’agiata famiglia di Industriali.

Forse per giustificare la rotta subita a Sédan, forse a causa della crisi boulangista degli anni 1886/89, nei ranghi dell'Esercito da tempo aveva preso a circolare la parola tradimento.

La pretesa sovrapposizione di Giudeo e Traditore riscosse enorme successo.

I Fatti

La drammatica vicenda del Capitano d'Artiglieria cominciò nel 1894, quando era impensabile individuare un Traditore tra gli Ufficiali dello Stato Maggiore, composto sostanzialmente da Aristocratici: la Spia doveva essere uno dei giovani Ufficiali in tirocinio.

Fu facile riconoscerla: aveva un cognome non nobile e di estrazione tedesca:  Alfred Dreyfus, alsaziano di confessione giudaica.

Accadde quando una donna delle pulizie in servizio presso l’Ambasciata tedesca: Marie Bastian, in realtà Agente del Controspionaggio francese, rinvenne nel cestino della carta straccia un bordereau non datato, in cui un Ufficiale dello Stato Maggiore parigino trasmetteva all’Addetto Militare Max von Schwartzkoppen un elenco di atti relativi all'organizzazione militare  interna.

Ella consegnò il biglietto al Maggiore H. J. Henry.

L’individuazione del Traditore fu immediata: imputato di spionaggio a favore dell'Impero tedesco, Dreyfus fu convocato per un'ispezione dal Generale Auguste Mercier il 13 ottobre e arrestato dal Colonnello Armand du Paty de Clam il 15 successivo.

Tre dei cinque Periti calligrafi consultati dal Ministro della Guerra Mercier, che aveva delegato le indagini al Maggiore d'Omerscheville, riconobbero in lui l'autore del biglietto: era elemento sufficiente per portarlo avanti alla Corte marziale, con l'accusa di Alto Tradimento.

Il 31 ottobre la notizia apparve sulla Stampa nazionale.

Il Presidente della Repubblica Casimir Périer e un gran pezzo di Francia avvelenato da Nazionalismo xenofobo salutarono l’arresto.

Il Processo si celebrò a porte chiuse fra il 19 e il 22 dicembre: il Governo rifiutò di redere noti i documenti venduti e i nomi delle Nazioni acquirenti, ma pretese una condanna esemplare.

In quei giorni, era stato rivenuto nella Senna il cadavere di un Dipendente di uno stabilimento militare con in tasca il nome e l’indirizzo dell’Ufficiale, del quale era certamente complice: per discreditarlo ulteriormente, si sostenne che egli, pur felicemente coniugato e padre di due figli, fosse stato indotto a tradire dalla propria amante e che avesse una critica situazione economica per il rifiuto della Compagnia assicurativa a coprire le spese del danno causato dall'incendio della fabbrica familiare di Mulhouse.

I sette Giudici del Consiglio di Guerra, presieduto dal Colonnello Maurel, emisero all'unanimità un verdetto di colpevolezza e condannarono il Capitano alla degradazione e alla deportazione perpetua in una fortezza della Guyana francese sulla base di due soli elementi: quel bordereau e un Dossier  segreto, di cui neppure il Collegio di Difesa potè avere visione.

Di più: in quel Giudizio/farsa, mancò un serio movente: Dreyfus era figlio di un ricco Industriale alsaziano, che aveva scelto la nazionalità francese nel 1871. Apparteneva, in definitiva, a un’illuminata Borghesia ebraica; era un Patriota che mirava a riscattare l'Alsazia occupata dai Tedeschi; era un laico; era un idealista.

La Stampa di Destra lamentò l’indulgenza del Tribunale nel non aver irrogato la pena di morte, denunciando l’impossibilità di sconfessare il Ministro della Guerra e lo Stato Maggiore in una fase in cui la Francia era minacciata dalla Triplice Alleanza e dalla rivalità coloniale con l'Inghilterra.

Di fatto, la cerimonia di degradazione ebbe luogo il 5 gennaio 1895, nel cortile della Scuola Militare alla presenza di una folta folla: a Dreyfus furono strappate le mostrine e spezzata la spada di ordinanza, mentre egli si protestava invano innocente e, nel trasferimento verso la detenzione lo si protesse a stento al linciaggio.

Una volta in carcere, egli confessò al Direttore che, se entro tre anni non fosse stato riconosciuto innocente e riabilitato, si sarebbe suicidato.

Il fermento era diffuso: il 18 gennaio successivo, il Presidente Périer si dimise assumendo di non poter tollerare oltre la campagna di diffamazione contro l'Esercito, la Magistratura, il Parlamento e la Presidenza della Repubblica.

Lo sostituì il moderato Félix Faure, eletto con i voti della Destra.

Nel frattempo, dopo la deportazione, la moglie e il fratello di Alfred, confortati dallo Scrittore ebreo Bernard Lazare, chiesero la riapertura dell’ inchiesta, benché la stessa Comunità ebraica non gradisse ridiscutere un caso che discreditava l’onore dell’intera etnia.

Nel luglio di quell’anno, il Colonnello Georges Picquart subentrò all’omologo Jean Sandherr, al Servizio Informazioni dello Stato Maggiore.

Persuaso dell’innocenza del Capitano, studiò la vicenda e, nel marzo del 1896, scoprì che l’Ambasciata tedesca era da tempo in contatto col Maggiore Ferdinand Walsin Estherazy: un Nobile di origine ungherese, ingolfato da debiti di gioco. Dal rapporto riservato di un’Agente francese a Berlino, poi, apprese che l’Intelligence locale non conosceva Dreyfus ma che aveva come Informatore un Maggiore aristocratico e decorato.

Alle circostanze si aggiunse la intercettazione di frammenti di un telegramma che, ricostruito, risultò essere una comunicazione riservata dell'Addetto militare Schwartzkoppen proprio all’Esterhazy del quale fu riconosciuta la grafia sul bordereau incriminato.

Contro le resistenze dei Vertici militari e del Ministro della Guerra Billot, l’Alto Ufficiale pretese il riesame del caso ma il Parlamento, con soli cinque voti contrari, lo respinse congiuntamente alla richiesta avanzata dai congiunti di Alfred che, per ordine del Ministro della Giustizia, di notte era legato a un letto di contenzione.

Se l'unico a non cedere fu il vicePresidente del Senato Auguste Scheurer-Kestner, dal canto suo Esterhazy pretese il giudizio di un Tribunale militare che lo affrancasse da ombre e sospetti.

Il 6 settembre di quel 1896, provocatoriamente Lazare presentò a Bruxelles un pamphlet con la ricostruzione dell’intera vicenda processuale.

Il 10 novembre le Testate conservatrici Le Matin e L'éclair pubblicarono un facsimile del bordereau e alcuni stralci del Dossier segreto, contando di archiviare il caso e ottenendo, invece, l'effetto contrario.

La Comunità intellettuale scese in campo in difesa di Dreyfus: il Filosofo Lucien Herr, gli Storici Albert Mathiez, Paul Mantoux e Leon Blum, i Sociologi Lévy-Bruhl e Durkheim, il Politologo Sorel, l'Economista Simiand, i Letterati Charles Peguy, Marcel Proust, Anatole France, André Gide, l’Attrice Sarah Bernhardt, i Pittori Monet, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Signac.

Ad essi si oppose la violenta campagna antidreyfusarda dei Quotidiani L'Intransigeant e La Libre Parole, ostili a Ebrei, a Democratici e a Socialisti.

Il 16 successivo il Generale Boisdeffre allontanò l’ingombrante Picquart da Parigi, spedendolo in Algeria e Tunisia; ma, nel giugno del 1897, in congedo a Parigi, egli rivelò i sospetti su Esterhazy all’Avvocato Leblois che ne riferì ancora l vicePresidente del Senato Scheurer-Kestner, ottenendo di essere ricevuto dal Presidente Faure il 29 ottobre.

Il 4 dicembre di fronte alle Camere riunite, il Primo Ministro Méline dichiarò l’inesistenza di un affaire Dreyfus: il 10 gennaio del 1898, infatti, Esterhazy fu assolto con formula piena.

La Stampa di Destra rilanciò: Dreyfus era stato inchiodato da prove schiaccianti e avrebbe dovuto essere giustiziato, se la pena capitale per i delitti politici non fosse stata abolita nel 1848 e se il tradimento fosse stato  consumato in tempo di guerra.

E fu la svolta.

Inattesa e imprevedibile.

Fu il J’accuse di Émile Zola che, fin dal maggio del 1896, pubblicava su Le Figaro pezzi in difesa della questione ebraica contrastando, pur senza mai citare direttamente Dreyfus, le tesi antisemite di Dumont, ospite fisso de La Libre Parole.

Egli aveva incontrato Lazare, gli Avvocati di Dreyfus e di Picquart e il vicePresidente del Senato Scheurer-Kestner: indignato per l’impudenza con la quale era stato condotto il processo Esterhazy, il 13 gennaio del 1898 trasmise a L'Aurore, giornale di Clemenceau, la celebre lettera aperta al Presidente della Repubblica.

Non si era mai letto prima un pamphlet di tale virulenta polemica, capace di scuotere le coscienze al punto che Jaurès, persuaso dell'innocenza del Capitano, pronunciò in Parlamento un rovente atto di accusa contro il Governo mentre il Partito operaio guidato da Jules Guesde e la Confederazione Generale del Lavoro si tenevano cautamente neutrali.

Quell’appello, accorato ma rigoroso e durissimo, firmato da uno Scrittore di grande fama, trasformò in un caso internazionale quello che sarebbe passato come un incidente interno alla Nazione.

Il vibrante e coraggioso testo

Monsieur le Président,

Me permettez-vous, dans ma gratitude pour le bienveillant accueil que vous m’avez fait un jour, d’avoir le souci de votre juste gloire et de vous dire que votre étoile, si heureuse jusqu’ici, est menacée de la plus honteuse, de la plus ineffaçable des taches?

Vous êtes sorti sain et sauf des basses calomnies, vous avez conquis les cœurs. Vous apparaissez rayonnant dans l’apothéose de cette fête patriotique que l’alliance russe a été pour la France, et vous vous préparez à présider au solennel triomphe de notre Exposition Universelle, qui couronnera notre grand siècle de travail, de vérité et de liberté. Mais quelle tache de boue sur votre nom - j’allais dire sur votre règne - que cette abominable affaire Dreyfus ! Un conseil de guerre vient, par ordre, d’oser acquitter un Esterhazy, soufflet suprême à toute vérité, à toute justice. Et c’est fini, la France a sur la joue cette souillure, l’histoire écrira que c’est sous votre présidence qu’un tel crime social a pu être commis.

Puisqu’ils ont osé, j’oserai aussi, moi. La vérité, je la dirai, car j’ai promis de la dire, si la justice, régulièrement saisie, ne la faisait pas, pleine et entière. Mon devoir est de parler, je ne veux pas être complice. Mes nuits seraient hantées par le spectre de l’innocent qui expie là-bas, dans la plus affreuse des tortures, un crime qu’il n’a pas commis.

Et c’est à vous, monsieur le Président, que je la crierai, cette vérité, de toute la force de ma révolte d’honnête homme. Pour votre honneur, je suis convaincu que vous l’ignorez. Et à qui donc dénoncerai-je la tourbe malfaisante des vrais coupables, si ce n’est à vous, le premier magistrat du pays?

La vérité d’abord sur le procès et sur la condamnation de Dreyfus.

Un homme néfaste a tout mené, a tout fait, c’est le lieutenant-colonel du Paty de Clam, alors simple commandant. Il est l’affaire Dreyfus tout entière ; on ne la connaîtra que lorsqu’une enquête loyale aura établi nettement ses actes et ses responsabilités. Il apparaît comme l’esprit le plus fumeux, le plus compliqué, hanté d’intrigues romanesques, se complaisant aux moyens des romans-feuilletons, les papiers volés, les lettres anonymes, les rendez-vous dans les endroits déserts, les femmes mystérieuses qui colportent, de nuit, des preuves accablantes. C’est lui qui imagina de dicter le bordereau à Dreyfus; c’est lui qui rêva de l’étudier dans une pièce entièrement revêtue de glaces ; c’est lui que le commandant Forzinetti nous représente armé d’une lanterne sourde, voulant se faire introduire près de l’accusé endormi, pour projeter sur son visage un brusque flot de lumière et surprendre ainsi son crime, dans l’émoi du réveil. Et je n’ai pas à tout dire, qu’on cherche, on trouvera. Je déclare simplement que le commandant du Paty de Clam, chargé d’instruire l’affaire Dreyfus, comme officier judiciaire, est, dans l’ordre des dates et des responsabilités, le premier coupable de l’effroyable erreur judiciaire qui a été commise.

Le bordereau était depuis quelque temps déjà entre les mains du colonel Sandherr, directeur du bureau des renseignements, mort depuis de paralysie générale. Des « fuites » avaient lieu, des papiers disparaissaient, comme il en disparaît aujourd’hui encore; et l’auteur du bordereau était recherché, lorsqu’un a priori se fit peu à peu que cet auteur ne pouvait être qu’un officier de l’état-major, et un officier d’artillerie : double erreur manifeste, qui montre avec quel esprit superficiel on avait étudié ce bordereau, car un examen raisonné démontre qu’il ne pouvait s’agir que d’un officier de troupe. On cherchait donc dans la maison, on examinait les écritures, c’était comme une affaire de famille, un traître à surprendre dans les bureaux mêmes, pour l’en expulser. Et, sans que je veuille refaire ici une histoire connue en partie, le commandant du Paty de Clam entre en scène, dès qu’un premier soupçon tombe sur Dreyfus. À partir de ce moment, c’est lui qui a inventé Dreyfus, l’affaire devient son affaire, il se fait fort de confondre le traître, de l’amener à des aveux complets. Il y a bien le ministre de la Guerre, le général Mercier, dont l’intelligence semble médiocre ; il y a bien le chef de l’état-major, le général de Boisdeffre, qui paraît avoir cédé à sa passion cléricale, et le sous-chef de l’état-major, le général Gonse, dont la conscience a pu s’accommoder de beaucoup de choses. Mais, au fond, il n’y a d’abord que le commandant du Paty de Clam, qui les mène tous, qui les hypnotise, car il s’occupe aussi de spiritisme, d’occultisme, il converse avec les esprits. On ne saurait concevoir les expériences auxquelles il a soumis le malheureux Dreyfus, les pièges dans lesquels il a voulu le faire tomber, les enquêtes folles, les imaginations monstrueuses, toute une démence torturante.

Ah ! cette première affaire, elle est un cauchemar, pour qui la connaît dans ses détails vrais ! Le commandant du Paty de Clam arrête Dreyfus, le met au secret. Il court chez madame Dreyfus, la terrorise, lui dit que, si elle parle, son mari est perdu. Pendant ce temps, le malheureux s’arrachait la chair, hurlait son innocence. Et l’instruction a été faite ainsi, comme dans une chronique du XVe siècle, au milieu du mystère, avec une complication d’expédients farouches, tout cela basé sur une seule charge enfantine, ce bordereau imbécile, qui n’était pas seulement une trahison vulgaire, qui était aussi la plus impudente des escroqueries, car les fameux secrets livrés se trouvaient presque tous sans valeur. Si j’insiste, c’est que l’œuf est ici, d’où va sortir plus tard le vrai crime, l’épouvantable déni de justice dont la France est malade. Je voudrais faire toucher du doigt comment l’erreur judiciaire a pu être possible, comment elle est née des machinations du commandant du Paty de Clam, comment le général Mercier, les généraux de Boisdeffre et Gonse ont pu s’y laisser prendre, engager peu à peu leur responsabilité dans cette erreur, qu’ils ont cru devoir, plus tard, imposer comme la vérité sainte, une vérité qui ne se discute même pas. Au début, il n’y a donc, de leur part, que de l’incurie et de l’inintelligence. Tout au plus, les sent-on céder aux passions religieuses du milieu et aux préjugés de l’esprit de corps. Ils ont laissé faire la sottise.

Mais voici Dreyfus devant le conseil de guerre. Le huis clos le plus absolu est exigé. Un traître aurait ouvert la frontière à l’ennemi pour conduire l’empereur allemand jusqu’à Notre-Dame, qu’on ne prendrait pas des mesures de silence et de mystère plus étroites. La nation est frappée de stupeur, on chuchote des faits terribles, de ces trahisons monstrueuses qui indignent l’Histoire ; et naturellement la nation s’incline. Il n’y a pas de châtiment assez sévère, elle applaudira à la dégradation publique, elle voudra que le coupable reste sur son rocher d’infamie, dévoré par le remords. Est-ce donc vrai, les choses indicibles, les choses dangereuses, capables de mettre l’Europe en flammes, qu’on a dû enterrer soigneusement derrière ce huis clos ? Non ! il n’y a eu, derrière, que les imaginations romanesques et démentes du commandant du Paty de Clam. Tout cela n’a été fait que pour cacher le plus saugrenu des romans-feuilletons. Et il suffit, pour s’en assurer, d’étudier attentivement l’acte d’accusation, lu devant le conseil de guerre.

Ah ! le néant de cet acte d’accusation ! Qu’un homme ait pu être condamné sur cet acte, c’est un prodige d’iniquité. Je défie les honnêtes gens de le lire, sans que leur cœurs bondisse d’indignation et crie leur révolte, en pensant à l’expiation démesurée, là-bas, à l’île du Diable. Dreyfus sait plusieurs langues, crime ; on n’a trouvé chez lui aucun papier compromettant, crime ; il va parfois dans son pays d’origine, crime ; il est laborieux, il a le souci de tout savoir, crime ; il ne se trouble pas, crime ; il se trouble, crime. Et les naïvetés de rédaction, les formelles assertions dans le vide ! On nous avait parlé de quatorze chefs d’accusation : nous n’en trouvons qu’une seule en fin de compte, celle du bordereau ; et nous apprenons même que les experts n’étaient pas d’accord, qu’un d’eux, M. Gobert, a été bousculé militairement, parce qu’il se permettait de ne pas conclure dans le sens désiré. On parlait aussi de vingt-trois officiers qui étaient venus accabler Dreyfus de leurs témoignages. Nous ignorons encore leurs interrogatoires, mais il est certain que tous ne l’avaient pas chargé ; et il est à remarquer, en outre, que tous appartenaient aux bureaux de la guerre. C’est un procès de famille, on est là entre soi, et il faut s’en souvenir : l’état-major a voulu le procès, l’a jugé, et il vient de le juger une seconde fois.

Donc, il ne restait que le bordereau, sur lequel les experts ne s’étaient pas entendus. On raconte que, dans la chambre du conseil, les juges allaient naturellement acquitter. Et, dès lors, comme l’on comprend l’obstination désespérée avec laquelle, pour justifier la condamnation, on affirme aujourd’hui l’existence d’une pièce secrète, accablante, la pièce qu’on ne peut montrer, qui légitime tout, devant laquelle nous devons nous incliner, le bon Dieu invisible et inconnaissable ! Je la nie, cette pièce, je la nie de toute ma puissance ! Une pièce ridicule, oui, peut-être la pièce où il est question de petites femmes, et où il est parlé d’un certain D… qui devient trop exigeant : quelque mari sans doute trouvant qu’on ne lui payait pas sa femme assez cher. Mais une pièce intéressant la défense nationale, qu’on ne saurait produire sans que la guerre fût déclarée demain, non, non ! C’est un mensonge ! et cela est d’autant plus odieux et cynique qu’ils mentent impunément sans qu’on puisse les en convaincre. Ils ameutent la France, ils se cachent derrière sa légitime émotion, ils ferment les bouches en troublant les cœurs, en pervertissant les esprits. Je ne connais pas de plus grand crime civique.

Voilà donc, monsieur le Président, les faits qui expliquent comment une erreur judiciaire a pu être commise ; et les preuves morales, la situation de fortune de Dreyfus, l’absence de motifs, son continuel cri d’innocence, achèvent de le montrer comme une victime des extraordinaires imaginations du commandant du Paty de Clam, du milieu clérical où il se trouvait, de la chasse aux « sales juifs », qui déshonore notre époque.

Et nous arrivons à l’affaire Esterhazy. Trois ans se sont passés, beaucoup de consciences restent troublées profondément, s’inquiètent, cherchent, finissent par se convaincre de l’innocence de Dreyfus.

Je ne ferai pas l’historique des doutes, puis de la conviction de M. Scheurer-Kestner. Mais, pendant qu’il fouillait de son côté, il se passait des faits graves à l’état-major même. Le colonel Sandherr était mort, et le lieutenant-colonel Picquart lui avait succédé comme chef du bureau des renseignements. Et c’est à ce titre, dans l’exercice de ses fonctions, que ce dernier eut un jour entre les mains une lettre-télégramme, adressée au commandant Esterhazy, par un agent d’une puissance étrangère. Son devoir strict était d’ouvrir une enquête. La certitude est qu’il n’a jamais agi en dehors de la volonté de ses supérieurs. Il soumit donc ses soupçons à ses supérieurs hiérarchiques, le général Gonse, puis le général de Boisdeffre, puis le général Billot, qui avait succédé au général Mercier comme ministre de la Guerre. Le fameux dossier Picquart, dont il a été tant parlé, n’a jamais été que le dossier Billot, j’entends le dossier fait par un subordonné pour son ministre, le dossier qui doit exister encore au ministère de la Guerre. Les recherches durèrent de mai à septembre 1896, et ce qu’il faut affirmer bien haut, c’est que le général Gonse était convaincu de la culpabilité d’Esterhazy, c’est que le général de Boisdeffre et le général Billot ne mettaient pas en doute que le bordereau ne fût de l’écriture d’Esterhazy. L’enquête du lieutenant-colonel Picquart avait abouti à cette constatation certaine. Mais l’émoi était grand, car la condamnation d’Esterhazy entraînait inévitablement la révision du procès Dreyfus ; et c’était ce que l’état-major ne voulait à aucun prix.

Il dut y avoir là une minute psychologique pleine d’angoisse. Remarquez que le général Billot n’était compromis dans rien, il arrivait tout frais, il pouvait faire la vérité. Il n’osa pas, dans la terreur sans doute de l’opinion publique, certainement aussi dans la crainte de livrer tout l’état-major, le général de Boisdeffre, le général Gonse, sans compter les sous-ordres. Puis, ce ne fut là qu’une minute de combat entre sa conscience et ce qu’il croyait être l’intérêt militaire. Quand cette minute fut passée, il était déjà trop tard. Il s’était engagé, il était compromis. Et, depuis lors, sa responsabilité n’a fait que grandir, il a pris à sa charge le crime des autres, il est aussi coupable que les autres, il est plus coupable qu’eux, car il a été le maître de faire justice, et il n’a rien fait. Comprenez-vous cela ! Voici un an que le général Billot, que les généraux de Boisdeffre et Gonse savent que Dreyfus est innocent, et ils ont gardé pour eux cette effroyable chose ! Et ces gens-là dorment, et ils ont des femmes et des enfants qu’ils aiment !

Le lieutenant-colonel Picquart avait rempli son devoir d’honnête homme. Il insistait auprès de ses supérieurs, au nom de la justice. Il les suppliait même, il leur disait combien leurs délais étaient impolitiques, devant le terrible orage qui s’amoncelait, qui devait éclater, lorsque la vérité serait connue. Ce fut, plus tard, le langage que M. Scheurer-Kestner tint également au général Billot, l’adjurant par patriotisme de prendre en main l’affaire, de ne pas la laisser s’aggraver, au point de devenir un désastre public. Non ! Le crime était commis, l’état-major ne pouvait plus avouer son crime. Et le lieutenant-colonel Picquart fut envoyé en mission, on l’éloigna de plus en plus loin, jusqu’en Tunisie, où l’on voulut même un jour honorer sa bravoure, en le chargeant d’une mission qui l’aurait sûrement fait massacrer, dans les parages où le marquis de Morès a trouvé la mort. Il n’était pas en disgrâce, le général Gonse entretenait avec lui une correspondance amicale. Seulement, il est des secrets qu’il ne fait pas bon d’avoir surpris.

À Paris, la vérité marchait, irrésistible, et l’on sait de quelle façon l’orage attendu éclata. M. Mathieu Dreyfus dénonça le commandant Esterhazy comme le véritable auteur du bordereau, au moment où M. Scheurer-Kestner allait déposer, entre les mains du garde des Sceaux, une demande en révision du procès. Et c’est ici que le commandant Esterhazy paraît. Des témoignages le montrent d’abord affolé, prêt au suicide ou à la fuite. Puis, tout d’un coup, il paye d’audace, il étonne Paris par la violence de son attitude. C’est que du secours lui était venu, il avait reçu une lettre anonyme l’avertissant des menées de ses ennemis, une dame mystérieuse s’était même dérangée de nuit pour lui remettre une pièce volée à l’état-major, qui devait le sauver. Et je ne puis m’empêcher de retrouver là le lieutenant-colonel du Paty de Clam, en reconnaissant les expédients de son imagination fertile. Son œuvre, la culpabilité de Dreyfus, était en péril, et il a voulu sûrement défendre son œuvre. La révision du procès, mais c’était l’écroulement du roman- feuilleton si extravagant, si tragique, dont le dénouement abominable a lieu à l’île du Diable! C’est ce qu’il ne pouvait permettre. Dès lors, le duel va avoir lieu entre le lieutenant-colonel Picquart et le lieutenant-colonel du Paty de Clam, l’un le visage découvert, l’autre masqué. on les retrouvera prochainement tous deux devant la justice civile. Au fond, c’est toujours l’état-major qui se défend, qui ne veut pas avouer son crime, dont l’abomination grandit d’heure en heure.

On s’est demandé avec stupeur quels étaient les protecteurs du commandant Esterhazy. C’est d’abord, dans l’ombre, le lieutenant-colonel du Paty de Clam qui a tout machiné, qui a tout conduit. Sa main se trahit aux moyens saugrenus. Puis, c’est le général de Boisdeffre, c’est le général Gonse, c’est le général Billot lui-même, qui sont bien obligés de faire acquitter le commandant, puisqu’ils ne peuvent laisser reconnaître l’innocence de Dreyfus, sans que les bureaux de la guerre croulent dans le mépris public. Et le beau résultat de cette situation prodigieuse est que l’honnête homme, là-dedans, le lieutenant-colonel Picquart, qui seul a fait son devoir, va être la victime, celui qu’on bafouera et qu’on punira. Ô justice, quelle affreuse désespérance serre le cœur ! On va jusqu’à dire que c’est lui le faussaire, qu’il a fabriqué la carte-télégramme pour perdre Esterhazy. Mais, grand Dieu! pourquoi ? dans quel but ? donnez un motif. Est-ce que celui-là aussi est payé par les juifs ? Le joli de l’histoire est qu’il était justement antisémite. Oui ! nous assistons à ce spectacle infâme, des hommes perdus de dettes et de crimes dont on proclame l’innocence, tandis qu’on frappe l’honneur même, un homme à la vie sans tache ! Quand une société en est là, elle tombe en décomposition.

Voilà donc, monsieur le Président, l’affaire Esterhazy : un coupable qu’il s’agissait d’innocenter. Depuis bientôt deux mois, nous pouvons suivre heure par heure la belle besogne. J’abrège, car ce n’est ici, en gros, que le résumé de l’histoire dont les brûlantes pages seront un jour écrites tout au long. Et nous avons donc vu le général de Pellieux, puis le commandant Ravary, conduire une enquête scélérate d’où les coquins sortent transfigurés et les honnêtes gens salis. Puis, on a convoqué le conseil de guerre.

Comment a-t-on pu espérer qu’un conseil de guerre déferait ce qu’un conseil de guerre avait fait ? Je ne parle même pas du choix toujours possible des juges. L’idée supérieure de discipline, qui est dans le sang de ces soldats, ne suffit-elle à infirmer leur pouvoir d’équité ? Qui dit discipline dit obéissance. Lorsque le ministre de la Guerre, le grand chef, a établi publiquement, aux acclamations de la représentation nationale, l’autorité de la chose jugée, vous voulez qu’un conseil de guerre lui donne un formel démenti ? Hiérarchiquement, cela est impossible. Le général Billot a suggestionné les juges par sa déclaration, et ils ont jugé comme ils doivent aller au feu, sans raisonner. L’opinion préconçue qu’ils ont apportée sur leur siège, est évidemment celle-ci :

« Dreyfus a été condamné pour crime de trahison par un conseil de guerre, il est donc coupable ; et nous, conseil de guerre, nous ne pouvons le déclarer innocent ; or nous savons que reconnaître la culpabilité d’Esterhazy, ce serait proclamer l’innocence de Dreyfus. » Rien ne pouvait les faire sortir de là. Ils ont rendu une sentence inique, qui à jamais pèsera sur nos conseils de guerre, qui entachera désormais de suspicion tous leurs arrêts. Le premier conseil de guerre a pu être inintelligent, le second est forcément criminel. Son excuse, je le répète, est que le chef suprême avait parlé, déclarant la chose jugée inattaquable, sainte et supérieure aux hommes, de sorte que des inférieurs ne pouvaient dire le contraire. On nous parle de l’honneur de l’armée, on veut que nous l’aimions, la respections. Ah! certes, oui, l’armée qui se lèverait à la première menace, qui défendrait la terre française, elle est tout le peuple, et nous n’avons pour elle que tendresse et respect. Mais il ne s’agit pas d’elle, dont nous voulons justement la dignité, dans notre besoin de justice. Il s’agit du sabre, le maître qu’on nous donnera demain peut-être. Et baiser dévotement la poignée du sabre, le dieu, non !

Je l’ai démontré d’autre part : l’affaire Dreyfus était l’affaire des bureaux de la guerre, un officier de l’état-major, dénoncé par ses camarades de l’état-major, condamné sous la pression des chefs de l’état-major. Encore une fois, il ne peut revenir innocent sans que tout l’état-major soit coupable. Aussi les bureaux, par tous les moyens imaginables, par des campagnes de presse, par des communications, par des influences, n’ont-ils couvert Esterhazy que pour perdre une seconde fois Dreyfus. Quel coup de balai le gouvernement républicain devrait donner dans cette jésuitière, ainsi que les appelle le général Billot lui-même ! Où est-il, le ministère vraiment fort et d’un patriotisme sage, qui osera tout y refondre et tout y renouveler ? Que de gens je connais qui, devant une guerre possible, tremblent d’angoisse, en sachant dans quelles mains est la défense nationale ! Et quel nid de basses intrigues, de commérages et de dilapidations, est devenu cet asile sacré, où se décide le sort de la patrie ! On s’épouvante devant le jour terrible que vient d’y jeter l’affaire Dreyfus, ce sacrifice humain d’un malheureux, d’un « sale juif » ! Ah ! tout ce qui s’est agité là de démence et de sottise, des imaginations folles, des pratiques de basse police, des mœurs d’inquisition et de tyrannie, le bon plaisir de quelques galonnés mettant leurs bottes sur la nation, lui rentrant dans la gorge son cri de vérité et de justice, sous le prétexte menteur et sacrilège de la raison d’État !

Et c’est un crime encore que de s’être appuyé sur la presse immonde, que de s’être laissé défendre par toute la fripouille de Paris, de sorte que voilà la fripouille qui triomphe insolemment, dans la défaite du droit et de la simple probité. C’est un crime d’avoir accusé de troubler la France ceux qui la veulent généreuse, à la tête des nations libres et justes, lorsqu’on ourdit soi-même l’impudent complot d’imposer l’erreur, devant le monde entier. C’est un crime d’égarer l’opinion, d’utiliser pour une besogne de mort cette opinion qu’on a pervertie jusqu’à la faire délirer. C’est un crime d’empoisonner les petits et les humbles, d’exaspérer les passions de réaction et d’intolérance, en s’abritant derrière l’odieux antisémitisme, dont la grande France libérale des droits de l’homme mourra, si elle n’en est pas guérie. C’est un crime que d’exploiter le patriotisme pour des œuvres de haine, et c’est un crime, enfin, que de faire du sabre le dieu moderne, lorsque toute la science humaine est au travail pour l’œuvre prochaine de vérité et de justice.Cette vérité, cette justice, que nous avons si passionnément voulues, quelle détresse à les voir ainsi souffletées, plus méconnues et plus obscurcies! Je me doute de l’écroulement qui doit avoir lieu dans l’âme de M. Scheurer-Kestner, et je crois bien qu’il finira par éprouver un remords, celui de n’avoir pas agi révolutionnairement, le jour de l’interpellation au Sénat, en lâchant tout le paquet, pour tout jeter à bas. Il a été le grand honnête homme, l’homme de sa vie loyale, il a cru que la vérité se suffisait à elle- même, surtout lorsqu’elle lui apparaissait éclatante comme le plein jour. A quoi bon tout bouleverser, puisque bientôt le soleil allait luire? Et c’est de cette sérénité confiante dont il est si cruellement puni. De même pour le lieutenant-colonel Picquart, qui, par un sentiment de haute dignité, n’a pas voulu publier les lettres du général Gonse. Ces scrupules l’honorent d’autant plus que, pendant qu’il restait respectueux de la discipline, ses supérieurs le faisaient couvrir de boue, instruisaient eux-mêmes son procès, de la façon la plus inattendue et la plus outrageante. Il y a deux victimes, deux braves gens, deux cœurs simples, qui ont laissé faire Dieu, tandis que le diable agissait. Et l’on a même vu, pour le lieutenant-colonel Picquart, cette chose ignoble : un tribunal français, après avoir laissé le rapporteur charger publiquement un témoin, l’accuser de toutes les fautes, a fait le huis clos, lorsque ce témoin a été introduit pour s’expliquer et se défendre. Je dis que ceci est un crime de plus et que ce crime soulèvera la conscience universelle. Décidément, les tribunaux militaires se font une singulière idée de la justice.

Telle est donc la simple vérité, monsieur le Président, et elle est effroyable, elle restera pour votre présidence une souillure. Je me doute bien que vous n’avez aucun pouvoir en cette affaire, que vous êtes le prisonnier de la Constitution et de votre entourage. Vous n’en avez pas moins un devoir d’homme, auquel vous songerez, et que vous remplirez. Ce n’est pas, d’ailleurs, que je désespère le moins du monde du triomphe. Je le répète avec une certitude plus véhémente: la vérité est en marche et rien ne l’arrêtera. C’est d’aujourd’hui seulement que l’affaire commence, puisque aujourd’hui seulement les positions sont nettes: d’une part, les coupables qui ne veulent pas que la lumière se fasse; de l’autre, les justiciers qui donneront leur vie pour qu’elle soit faite. Je l’ai dit ailleurs, et je le répète ici: quand on enferme la vérité sous terre, elle s’y amasse, elle y prend une force telle d’explosion, que, le jour où elle éclate, elle fait tout sauter avec elle. on verra bien si l’on ne vient pas de préparer, pour plus tard, le plus retentissant des désastres.

Mais cette lettre est longue, monsieur le Président, et il est temps de conclure. J’accuse le lieutenant-colonel du Paty de Clam d’avoir été l’ouvrier diabolique de l’erreur judiciaire, en inconscient, je veux le croire, et d’avoir ensuite défendu son œuvre néfaste, depuis trois ans, par les machinations les plus saugrenues et les plus coupables.

J’accuse le général Mercier de s’être rendu complice, tout au moins par faiblesse d’esprit, d’une des plus grandes iniquités du siècle.

J’accuse le général Billot d’avoir eu entre les mains les preuves certaines de l’innocence de Dreyfus et de les avoir étouffées, de s’être rendu coupable de ce crime de lèse-humanité et de lèse-justice, dans un but politique et pour sauver l’état-major compromis.

J’accuse le général de Boisdeffre et le général Gonse de s’être rendus complices du même crime, l’un sans doute par passion cléricale, l’autre peut-être par cet esprit de corps qui fait des bureaux de la guerre l’arche sainte, inattaquable.

J’accuse le général de Pellieux et le commandant Ravary d’avoir fait une enquête scélérate, j’entends par là une enquête de la plus monstrueuse partialité, dont nous avons, dans le rapport du second, un impérissable monument de naïve audace.

J’accuse les trois experts en écritures, les sieurs Belhomme, Varinard et Couard, d’avoir fait des rapports mensongers et frauduleux, à moins qu’un examen médical ne les déclare atteints d’une maladie de la vue et du jugement.

J’accuse les bureaux de la guerre d’avoir mené dans la presse, particulièrement dans L’Éclair et dans L’Écho de Paris, une campagne abominable, pour égarer l’opinion et couvrir leur faute.

J’accuse enfin le premier conseil de guerre d’avoir violé le droit, en condamnant un accusé sur une pièce restée secrète, et j’accuse le second conseil de guerre d’avoir couvert cette illégalité, par ordre, en commettant à son tour le crime juridique d’acquitter sciemment un coupable.

En portant ces accusations, je n’ignore pas que je me mets sous le coup des articles 30 et 31 de la loi sur la presse du 29 juillet 1881, qui punit les délits de diffamation. Et c’est volontairement que je m’expose.

Quant aux gens que j’accuse, je ne les connais pas, je ne les ai jamais vus, je n’ai contre eux ni rancune ni haine. Ils ne sont pour moi que des entités, des esprits de malfaisance sociale. Et l’acte que j’accomplis ici n’est qu’un moyen révolutionnaire pour hâter l’explosion de la vérité et de la justice.

Je n’ai qu’une passion, celle de la lumière, au nom de l’humanité qui a tant souffert et qui a droit au bonheur. Ma protestation enflammée n’est que le cri de mon âme. Qu’on ose donc me traduire en cour d’assises et que l’enquête ait lieu au grand jour !

J’attends.

Veuillez agréer, monsieur le Président, l’assurance de mon profond respect.

(Traduzione

Signor Presidente,

permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell'apoteosi di questa festa patriottica che l'alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell'abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un consiglio di guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell'uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo, ha condotto e fatto tutto: è il luogotenente colonnello del Paty di Clam, allora semplice comandante. La verità sull'affare Dreyfus la saprà soltanto quando un'inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l'elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l'accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà. Dichiaro semplicemente che il comandante del Paty di Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l'ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L'elenco era già da tempo nelle mani del colonnello Sandherr direttore dell'ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l'autore dell'elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l'autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell'artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante del Paty di Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus.

A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l'affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all'inevitabile completamento. C’è il ministro della guerra, il generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il capo dello stato maggiore, il generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello stato maggiore, il generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il comandante di Paty di Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l'infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza. Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il comandante del Paty di Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l'infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale, questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i ”famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. [...]

Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere.

Io Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l'operaio diabolico dell'errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli.

Io Accuso il generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo.

Io Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell'innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso.

Io Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l'altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l'arcata santa, inattaccabile.

Io Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un'indagine scellerata, intendendo con ciò un'indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia.

Io Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio.

Io Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell'Eclair e nell'Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l'opinione pubblica e coprire il loro difetto.

Io Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole. Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l'atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l'esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l'indagine abbia luogo al più presto. Aspetto. Vogliate gradire, signor presidente, l'assicurazione del mio profondo rispetto.)

La battaglia innocentista fu sposata dai Quotidiani La Lanterne, Pétite République, Le Siècle, Le Figaro, Le Rappel mentre si diffondeva l’ansia che le rivelazioni relative alla manipolazione delle prove contro Dreyfus potessero travolgere il Governo repubblicano e reinsediare la Destra monarchica e orléanista.

Il 15 gennaio fu reso pubblico il primo appello di Intellettuali esigenti la revisione del processo.

Il 17 e 18 gennaio si assistette a numerose manifestazioni antisemite.

Il 19, Le Siècle cominciò a pubblicare le Lettere di un innocente.

Zola fu processato dal 7 al 23 febbraio e condannato per vilipendio delle Forze Armate, a un anno di carcere e a una ammenda di tremila franchi.

Le conseguenze

La Francia si spaccò: da una parte gli anticlericali, gli Intellettuali, la  Borghesia radicale; dall’altra i Nazionalisti, i Militaristi, i Legittimisti, gli alti gradi antisemiti della Magistratura e delle Congregazioni cattoliche e la Sorbona: fra gli eccellenti antidreyfusardi, Daudet, Barrès, Valery, Verne, Mistral, Renoir, Cèzanne e Degas e, in ambito conservatore, l'Action française.

Il 2 aprile del 1898 la sentenza a carico di Zola fu annullata per vizi procedurali ed egli, tornato in tribunale il 18 luglio, annunciò la propria posizione contumace, abbandonando l'udienza e ricevendosi la conferma della condanna.

Dieci giorni prima il Ministro della Guerra Cavaignac aveva confermato alle  Camere la colpevolezza di Dreyfus e il possesso di un ulteriore Dossier segreto; ma una interrogazione parlamentare lo inchiodò, esigendo con fermezza l’esibizione dei documenti.

Il falso, costruito dal Colonnello Henry, fu evidente: il 12 luglio precedente, Esterhazy era già stato arrestato per truffa e radiato dall’Esercito.

Anche Picquart fu fermato per la divulgazione e l’uso di documenti riservati in danno dell’Ufficiale ungherese.

Scheurer-Kestner, invece, fu defraudato della carica.

La voce degli Intellettuali divenne un pericoloso ed assordante rumore, la cui eco si sparse in tutto il mondo: alla fine dell'agosto Jacques Cavaignac fu costretto ad arrestare il Colonnello Henry, successore di Picquart nei Servizi d'Informazione.

Una volta in carcere, costui ammise le proprie responsabilità e si suicidò.

Esterhazy fuggì in Inghilterra.

Fu fermato anche Du Paty de Clam, per aver concorso a comporre il falso Dossier utile a incriminare Dreyfus.

A Cavaignac restò solo la scelta delle dimissioni.

Alla fine dell'ottobre la Corte di Cassazione accolse la richiesta di revisione del processo a carico del Capitano: Petite république pubblicò una serie di articoli intitolati La prova dell'innocenza di Dreyfus.

La Destra se ne allarmò: i Nazionalisti Déroulède e Guérin approfittarono dell' improvvisa morte del Presidente Faure, il 16 febbraio del 1899, per tentare un colpo di Stato; ma il 18 si insediò Loubet e il Generale Roget si rifiutò di marciare sull'Eliseo.

Il 3 giugno in un'intervista a Le Matin, finalmente Esterhazy ammise di essere l'autore del bordereau, sostenendo d’essersi trattato di un'esca predisposta dai Servizi  francesi per scoprire la centrale dello spionaggio tedesco.

Per inciso, nel 1930 nella pubblicazione postuma delle memorie, l’Addetto Militare Schwartzkoppen avrebbe confermato di avere avuto documenti a più riprese proprio da un Esterhazy, bisognoso di denaro ma di non aver mai ricevuto quel bordereau: è verosimile, dunque, che la vera Spia fosse proprio il Colonnello Henry il quale aveva fatto di Esterhazy solo il proprio uomo di paglia per proteggere, a sua volta, un Altissimo Personaggio.

Se ne deduce che il caso Dreyfus non fu un errore giudiziario, ma un inganno scientificamente progettato e realizzato.

Conclusioni

Nel luglio del '99 Alfred fu rimpatriato, in una situazione politica complessa: il Presidente Loubet aveva appena subìto un attentato da un Monarchico e, per prevenire il rischio di un linciaggio orchestrato dal Fronte nazionalista, egli fu di nuovo rinchiuso in carcere, mentre gli Operai occupavano la piazza e il Parlamento si spostava gradualmente a Sinistra.

Anche Zola era tornato dall’esilio in Inghilterra: maturava quel Governo di Difesa repubblicana che, guidato da Waldeck-Rousseau e Gambettiani, Moderati, Radicali e Socialisti, avrebbe sottratto allo Stato Maggiore la nomina dei Generali.

Il 7 agosto 1899 iniziò nella bretone Rennes il secondo processo a Dreyfus.

I Vertici sostennero ancora l’esigenza di segretezza delle prove per il loro delicato contenuto: un'annotazione del Kaiser Guglielmo II. Coinvolgerlo in un’azione di spionaggio, sarebbe equivalso ad una dichiarazione di guerra: pertanto, cinque i Giudici del Tribunale militare confermarono la colpevolezza di Dreyfus imputandogli un singolare tradimento con attenuanti e condannandolo a dieci anni di lavori forzati.

Il Mondo esplose di indignazione avanti a tutte le Ambasciate francesi.

Il 19 settembre il Presidente Loubet concesse la grazia solo per gli anni a scontarsi dopo la doppia condanna, subordinandola alla rinuncia ad appellare la seconda sentenza.

Nel dicembre del 1900 fu emanata amnistia per tutti i reati commessi in relazione all'Affaire: ne beneficiarono Zola e Picquart e anche i Militari coinvolti.

Nel 1902 il voto della Provincia francese determinò la vittoria delle Sinistre: a Waldeck-Rousseau successe il Governo Combes che, a premessa della separazione fra Stato e Chiesa varata nel 1905, sottopose le Congregazioni religiose al controllo dello Stato.

Il 5 ottobre morì Zola, forse di asfissia per la manomissione operata sulla canna fumaria della sua abitazione, da soggetti legati alla questione.

Il 6 aprile del 1903 Jaurès chiese al Parlamento la revisione della sentenza di Rennes, l'abolizione del Servizio di Informazioni e l'avvio di una inchiesta nuova, ma non emerse alcun dato rilevante.

Solo il 12 luglio del 1906 la Corte di Cassazione annullò la condanna di Dreyfus, che fu reintegrato nell'Esercito col grado di Maggiore e la Croce di Cavaliere della Legione d'Onore.

Picquart fu promosso Generale di Brigata e poi Ministro della Guerra del nuovo Governo Clemenceau.

Il 4 giugno 1908 le ceneri di Zola furono traslate al Pantheon: Dreyfus subì un  attentato.

L’attentatore fu assolto.

Transitato nella Riserva, Alfred fu richiamato durante la Prima Guerra Mondiale, conseguendo i gradi di Colonnello.

Si spense nel 1935: nel 1940 un nuovo Statuto avrebbe escluso gli Ebrei da ogni impiego pubblico.

L’eco della vicenda era giunto a suo tempo anche in Italia, per il possibile coinvolgimento dell'Addetto Militare presso l'Ambasciata francese Alessandro Panizzardi: si temette che la circostanza incrinasse i tentativi di miglioramento delle relazioni tra i due Paesi, dopo la guerra doganale e l'adesione italiana alla Triplice Alleanza.

A vantaggio del nostro Connazionale, ma anche per la ferma convinzione dell’ innocenza di Dreyfus, il Segretario della Legazione a Parigi Raniero Paolucci di Calboli raccolse una enorme quantità di materiale attualmente custodito presso la Biblioteca civica di Forlì.

Dopo avere ispirato varia cinematografia: L’affaire Dreyfus, di Georges Méliès; L’affaire Dreyfus di José Ferrer; L’affare Dreyfus sceneggiato per la Rai da Leandro Castellani; Prisoners of Honor, di Ken Russell, la vicenda del Capitano Alfred Dreyfus risulta non un errore giudiziario, ma l’esito di una strumentale e violenta contrapposizione fra Destra e Sinistra, in danno di quella posizione repubblicana, centrista e laica che aveva consolidato le Istituzioni dalla fine degli anni ’70 e che aveva dissolto nella gestione del potere la spinta  democratica e progressiva.

Le conseguenze, di quello che fu un mero tentativo di contrastare l’impegno della giovane Repubblica succeduta all’Impero ad affermare la propria legittimità e a battere i residui dell’Ancien Régime, furono di enorme portata per l’edificio socio/politico francese derivandone: la separazione fra Stato e Chiesa; la subordinazione dei Militari al Potere civile; la nascita di un Movimento Operaio proiettato oltre le rivendicazioni salariali e incline al rispetto delle Libertà civili; il debutto di un Ceto intellettuale capace di scelte politiche nette; l’affermazione del concetto di Democrazia e in esso di un Quarto Potere: la Stampa, in grado di formare e informare l’Opinione Pubblica; il consolidamento del moderno concetto di Diritto Umano, rispetto al quale nessuno può essere sacrificato alla Ragion di Stato o restare vittima del pregiudizio; l’interiorizzazione della lotta di massa all’antisemitismo; l’itroduzione del Relativismo storico, in opposizione alla staticità del Nazionalismo.

Principi e valori che resero la Francia una realtà laica, aperta e libera.

Bibliografia