Non solo Medio Evo

Leone X

di Ornella Mariani
Leone X.
Leone X.

LEONE X, al secolo Giovanni de’ Medici

Palle! Palle!

Questo, il grido di festa che, nel 1513, animò Roma e Firenze, per indicare che il soglio di Pietro era stato occupato da un Medici, nel cui blasone comparivano sei palle: un Medici consegnato alla Storia come pessimo Papa, dissoluto e corrotto e come Politico incapace e ambiguo.

Cenni biografici

Nato a Firenze l'11 dicembre 1475, secondogenito di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, fu educato da Angelo Poliziano alle Humanae Litterae antiche e moderne; da Gregorio da Spoleto, in seguito Maestro di Ludovico Ariosto; da Demetrio Calcondila che lo avviò alla conoscenza del Greco ed ebbe rapporti di familiarità con l’Intellettuale Bernardo Michelozzi e con l’Umanista Gentile Becchi, Vescovo di Arezzo.

Una stretta amicizia lo legò fin dall’adolescenza al suo futuro Segretario personale Bernardo Bibbiena, che lo avrebbe seguito per tutta la vita nel ruolo di Cardinale Palatino e Consigliere.

Della sua infanzia resta un documento figurativo nell'affresco del Ghirlandaio, nella cappella Sassetti in Santa Trinita di Firenze: pallido e con lineamenti marcati, fin da bambino, fu avviato alla carriera ecclesiale divenendo parte organica del progetto paterno di rilancio dell’antica intesa fra i Medici e il Papato, onde archiviare la lunga stagione di conflitti culminata nell’appoggio fornito da Sisto IV alla congiura dei Pazzi, nella quale la prestigiosa Famiglia fiorentina aveva rischiato di perdere la vita.

A sette anni: il 1° giugno del 1483, Giovanni ricevette la prima tonsura e a otto anni fu investito degli Ordini sacri e della dignità di Protonotario. Per la sua condizione di Chierico figlio di Lorenzo, ottenne vantaggi dalle Monarchie con le quali il genitore aveva relazioni, così cumulando Commende in Toscana, in Francia, nel Regno di Napoli e nel Ducato di Milano.

Nel 1492, morto il prozio Carlo de' Medici, ne ereditò il patrimonio, al cui  interno spiccava la Prepositura di Prato; parallelamente, la politica medicea di distensione verso il Papato aveva dato i primi risultati positivi nel febbraio del 1487, quando era stato negoziato il matrimonio fra sua sorella Maddalena e Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII: l’evento produsse, malgrado l’età precocissima, la promozione di Giovanni alla Porpora.

Per eludere opposizioni politiche e problemi canonici, le trattative si tennero riservatissime e si differì l’incarico, includendolo l’improbabile Cardinale nella rosa degli Eletti nel Concistoro del 9 marzo del 1489: in quella sede, il Papa dispose che il tredicenne, fatto passare per sedicenne, mantenesse segreta per tre anni la propria carica e che, allo scadere del termine, assumesse le debite insegne con regolare ammissione nel Sacro Collegio e col titolo diaconale di Santa Maria in Domnica. Nel frattempo, tra il 24 e il 26 febbraio del 1489, Giovanni aveva ricevuto gli Ordini suddiaconali e diaconali e la laurea in Diritto canonico che supportò con studi mirati a qualificarne il ruolo di Senatore della Chiesa. Pertanto si trasferì a Pisa, ove fu istruito dagli insigni Docenti Filippo Decio, Bartolomeo Sozzini e Antonio Cocchi Donati.

Fu allora che la sua famiglia, costituita da Bernardo Michelozzi e Gentile Becchi, accolse il Segretario Stefano Maldei da Castrocaro, l’Economo, Andrea Cambini, i Precettori Pandolfo della Luna e Matteo da Cascia, il Ripetitore privato Giovanbattista Bonciani e il volterrano Giacomo Gherardi che, in seguito, lo avrebbero seguito a Roma.

Scaduto il triennio, Giovanni occupò di diritto il seggio nel Sacro Collegio e il 1° febbraio del 1492 sostenne con successo una disputa pubblica, a margine della quale fu insignito del Dottorato in Diritto Canonico: il 9 marzo vestì la Porpora nella badia di Fiesole e partì per l’Urbe ove il 22 fu festeggiato dal Papa, che gli conferì la Legazione del Patrimonio il 15 aprile successivo.

Il Magnifico era appena morto e la sua eredità politica era ricaduta sull’ incapace primogenito Piero.

Accorso a Firenze per il lutto, il Cardinale fu nominato Legato papale de latere l’11 maggio, a sostegno del fratello.

Nel luglio di quell’anno si spense anche Innocenzo VIII: il potere di Giovanni diminuì parallelo alla caduta di consenso nei confronti del dispotismo del germano e, tornato a Roma per il Conclave, egli dovette misurarsi con una complessa situazione: da una parte, era obbligato alla fazione di Ascanio Sforza e Rodrigo Borja, cui doveva la promozione cardinalizia; dall'altra, doveva rispettare le prescrizioni impostegli da Piero e motivate dalla scelta dell’alleanza incondizionata con Napoli e, quindi, con Ferrante d'Aragona, a suo tempo sostenitore dell’elezione di Giuliano della Rovere, nemico giurato di Borja e Sforza.

Il Conclave del 6 agosto evidenziò il potere dello Sforza in favore del Prelato spagnolo: vistosi perdente, Giovanni si uniformò ma non gradito al nuovo Pontefice Alessandro VI, perse il Rettorato del Patrimonio e fu accusato di essere succube dell’impopolare fratello dal quale prese le distanze, tenendosi comunque lontano anche da Roma e spostandosi a Firenze, ove fu raggiunto dai fatti del 1494.

La perdita di consenso di Piero; l’alleanza dinastica fra il Papa e Ferrante d'Aragona; la ritorsione di Ludovico il Moro, che chiamò in Italia Carlo VIII causarono il crollo della potenza medicea: Giovanni non riuscì a dissuadere il germano dal sodalizio col Sovrano partenopeo, abbandonato solo quando i Francesi varcarono i confini della Toscana.

Era il 26 di ottobre quando, a Sarzana, Piero si risolse a presentare al Re di Francia la propria resa.

L’iniziativa non fu condivisa dal Cardinale né fu sufficiente a guadagnare il favore dell’Invasore, tanto più per essere stata condotta senza la previa consultazione del Governo fiorentino che espulse il Medici il 9 novembre e lo stesso Giovanni, fuggito travestito da Francescano per eludere la furia popolare.

Perduto potere in Firenze, egli riparò prima a Città di Castello e poi a Urbino e, privo di prospettive di riscatto, decise di viaggiare in incognita per l’Europa col cugino Giulio: dopo visite in Germania, Paesi Bassi e Francia, da Venezia nell'agosto del 1499 si recò in Baviera, ma a Ulm fu arrestato e costretto a farsi riconoscere dall’Imperatore Massimiliano che lo autorizzò a proseguire per la Fiandra, ove fu ospite dell'arciDuca Filippo.

Tornato in Francia, ove rinunciò ad attraversare la Manica e a visitare l'Inghilterra, fu ancora fermato a Rouen e dovette attendere che il fratello offrisse al Sovrano le garanzie utili al rilascio. Sceso poi a Lione, rientrò in Italia da Marsiglia.

Nel maggio del ‘500, Giovanni manifestò l’intenzione di restaurare la potenza medicea in Firenze: fissata sede al Palazzo Sant’Eustachio, adottò una politica di conciliazione mentre nella sua città vigeva il regime instaurato da Piero Soderini, in calo di consenso per l’orientamento filopopolare e la condotta filo francese. In quel contesto il Cardinale esibì sensibilità per le Arti e la Cultura, proponendosi garante di una nuova stagione di splendore: aprì la Biblioteca familiare a Letterati; abbellì la diaconia di Santa Maria in Domnica e la cattedrale di Santa Cristina di Bolsena; manifestò grande liberalità, producendo problemi di bilancio ma non recedendo da quel Mecenatismo che lo rese assai popolare nella realtà capitolina rendendolo referente unico dei Medici anche per la scomparsa di Piero, alla fine del 1503.

La Carriera

Lungi dal ricorrere, allora, a un ribaltamento della posizione soderiniana, egli tornò a Firenze attraverso sottili trame diplomatiche, profittando anche del decesso di Alessandro VI, che aveva rappresentato un costante intralcio all’ipotesi di un colpo di Stato locale, e avvalendosi della considerazione acquisita presso Giulio II, alla cui elezione aveva personalmente fornito un contributo. Restò, tuttavia, discretamente ai margini della Politica, stanti i rapporti di alleanza intrattenuti dal Papa con la Francia, nella tensione a recuperare Bologna e la Romagna; attese al consolidamento dell’influenza esercitata nelle Famiglie dei Mercanti e dei Banchieri toscani, attivi a Roma; strinse amicizia col Cardinale Galeotto della Rovere, mentre l’autorità medicea presso il Patriziato di Firenze veniva riaffermata dalla sorella Lucrezia, moglie di Iacopo Salviati.

Intorno al 1510, Giulio II abbandonò il sodalizio con Luigi XII che, avendolo appoggiato per destituire i Bentivoglio e battere Venezia, aspirava a subordinare la Chiesa al Regno mentre il Papa mirava a consolidare la potenza temporale della Curia, ponendola alla testa di un'Italia libera: i suoi piani coincidevano con quelli di Giovanni, ostile all’alleanza dei Francesi con la Repubblica del Soderini.

L’intesa fu premiata: il 1° ottobre del 1511, il Medici fu promosso Rettore di Bologna e della Romagna e Sovrintendente all’esercito papale, nel contesto delle operazioni belliche contro Luigi XII.

Il momento era complesso: il Re di Francia aveva indetto un Concilio a Pisa per deporre Giulio II, con l'avallo delle frange gallicane.

Giovanni, allora, si rifiutò di attaccare Bologna per espellerne i Bentivoglio ma strappò Modena agli Este, occupandola con l'aiuto dei Rangoni prima dello scontro cruciale con il temuto Gaston de Foix: superiori numericamente, i Francesi dominarono la scena della battaglia di Ravenna dell’11 aprile del 1512, ove il Cardinale fu fatto prigioniero. Tuttavia, le perdite francesi furono tali da indurre Luigi XII a ritenere improbabile il mantenimento della Lombardia, anche in previsione di un assalto filo papale degli Elvetici.

Trasferitosi a Milano, Giovanni esibì la sua capacità di mediazione per conto di un Primate che, pur sconfitto, non intendeva subire le pretese del Re di Francia e saldò la propria popolarità a una fortunata circostanza: per avere ospitato il Conciliabolo gallicano avviato a Pisa, la città era stata colpita da interdetto assieme a tutti i partigiani dell’Invasore; quale Legato de latere, egli poteva assolvere quanti avessero promesso di non combattere più la Chiesa e autorizzare la sepoltura cristiana a quanti l’avessero richiesta.

Per contro, mirando ad usarlo come ostaggio in vista della discesa degli Elvetici in Lombardia, Luigi XII ordinò il suo trasferimento oltr’Alpe; tuttavia, al guado del Po a Pieve del Cairo, egli fu liberato da un’Armata di Contadini.

Era il 6 giugno del 1512.

Tornato libero, decise di risollevare i destini della Chiesa e della propria famiglia, indebolendo la potenza francese in Italia: al congresso di Mantova dell’agosto del 1512, ottenne che il Papa restaurasse il regime mediceo in Firenze e, avuta la disponibilità spagnola a espellere i Francesi dalla Lombardia, partecipò alle operazioni belliche accanto a Raimondo Cardona abbattendo il regime di Soderini, a margine della occupazione e dell’orrendo sacco di Prato.

Atterriti, il 1° settembre i Fiorentini gli aprirono le porte della città.

Ormai Capo indiscusso dei Medici, egli varcò le mura il 14 successivo e in breve piegò alle proprie volontà le Istituzioni repubblicane, instaurando un governo tollerante, rigoroso solo con la congiura di Pier Paolo Boscoli.

Le dimostrazioni di clemenza coagularono enorme consenso attorno alla sua persona e quando, il 21 febbraio del 1513, si spense Giulio II, si diffuse speranza di un Pastore di pace che riscattasse la Chiesa dal temporalismo del Della Rovere, incline alle guerre; indifferente ai problemi della Chiesa e sprezzante della minaccia espressa dai Turchi nei confronti dell’intero Occidente. Peraltro, la crisi in cui versava anche l’Impero accreditava le profezie del crollo delle due supreme Autorità, se non fosse arrivato un Papa Angelico capace di interrompere la spirale dei negativi eventi: espressione di tali attese palingenetiche fu anche il celebre Libellus ad Leonem X di Giustiniani e Querini, composto nell'estate del1513, a ridosso dell’elezione di colui che incarnava la Riforma morale e istituzionale della Chiesa.

La convergenza delle speranze su Giovanni de' Medici fu tanto ampia, anche all'esterno e all'interno del Sacro Collegio, che egli fu eletto l'11 marzo del 1513, atrentasette anni, a margine di un brevissimo conclave nel quale, conformemente alla bolla del 1505 con cui Giulio II aveva anatemizzato l'uso di mezzi simoniaci per le future elezioni papali, non si registrò neppure un episodio di corruzione. Di più: l’imprevedibile riconciliazione col Cardinale Francesco Soderini, fratello di Piero, e la disponibilità a perdonare i Nemici giocarono enorme ruolo nella rivalità col candidato filospagnolo Riario che, a sorpresa e per accessum, gli trasmise il proprio pacchetto di voti.

Eletto all’unanimità e teso a una guerra di liberazione che ponesse Firenze e l'Italia fuori della sfera d'influenza di Francia e di Spagna, egli assunse il nome di Leone X.

Il Pontificato

Al Conciliabolo di Pisa, nel frattempo trasferitosi a Milano, Giulio II aveva  risposto con la condanna per eresia e scisma e con la convocazione di un Concilio riformatore: il Lateranense V, che aveva suscitato molte attese di rigenerazione nella Chiesa.

Occorreva sanare la ferita scismatica in cui la Chiesa gallicana era caduta, per effetto del coinvolgimento nel conflitto fra Luigi XII e la Curia romana.

Il timore di nuovi episodi di autocrazia papale indusse i Cardinali a stipulare una serie di capitolazioni elettorali più onerose e con le  quali si intendeva condizionare il futuro Pontefice proprio sui punti in cui Giulio II aveva travalicato i limiti dell'esercizio del potere: la dichiarazione di guerra, l'amministrazione e la Riforma della Chiesa.

Essendo solo Diacono, Giovanni era stato ordinato Sacerdote il 15 marzo del 1513 e il 17 era divenuto Vescovo: l'incoronazione avvenne il 19 marzo con sobrietà, mentre inaudito fasto accompagnò la presa di possesso di San Giovanni in Laterano l'11 aprile, in coincidenza con l'anniversario della propria cattura a Ravenna.

Assunto il nome di Leone X, propugnò quella condotta di pace distante dalle intenzioni dei Sovrani europei che avviarono il riarmo per il predominio sulla Penisola: a fronte del disinteresse alla sua politica, egli adottò una posizione di salvaguardia del proprio ruolo arbitrale nei confronti delle Grandi Potenze, senza rinunciare ad attuare la Lega Santa programmata da Giulio II.

Quando costui era morto, Francia e Venezia, sodali nella Lega di Blois, si accingevano ad attaccare la Lombardia per espellerne Massimiliano Sforza, sostenuto dagli Elvetici e dalla Chiesa.

A sostegno di Milano, il 5 aprile del 1513 fu definita a Malines una coalizione tra Impero, Spagna e Inghilterra: il Papa vi aderì segretamente, finanziando le Fanterie svizzere, dopo una ufficiale dichiarazione di neutralità, non volendo intromettersi nella guerra per il possesso della Lombardia per non incrinare le speranze di ricomposizione dello scisma gallicano, sospese la citazione che il Concilio Lateranense V era in procinto di emettere contro il Clero francese.

Nella battaglia di Novara, il 6 giugno successivo, le truppe capetinge discese al recupero del Ducato di Milano furono sconfitte; analoga sorte subì Venezia per mano degli Ispano-Imperiali a Vicenza, il 7 ottobre.

Con il contemporaneo colpo di Stato antifrancese a Genova, Leone realizzò il sogno del predecessore: l’Italia centrosettentrionale era libera da Invasori; le Armate elvetiche facevano da scudo all'indipendenza milanese; Luigi XII fu costretto a sottomettersi al suo arbitrato, a sconfessare il Conciliabolo di Pisa/Milano e ad abbandonare i Cardinali scismatici cui la Chiesa concesse il perdono, contentandosi di un'abiura formale ma ottenendo la partecipazione del Clero francese al concilio Lateranense V, come venne annunciato nella VIII sessione di quella stessa assise il 19 dicembre del 1513.

Lo scisma gallicano era ricomposto.

Il Papa, allora, si dette alle proprie incombenze pastorali come Capo di una Chiesa occidentale tornata unitaria.

In quella stessa VIII sessione conciliare, poi, fu avanzata la proposta di una pace tra i Principi cristiani, in funzione di una campagna antiturca e fu sollevata l’esigenza di riforma della Chiesa in capite et membris.

Tale seconda parte del programma fu attuata nella IX sessione, nel maggio del 1514, quando fu promulgata una Bolla con cui si prescriveva la correzione dei principali abusi della Curia capitolina. Ad essa seguì, un anno dopo, in sede di X sessione, una Bolla di riforma delle strutture diocesane, con consolidamento delle prerogative episcopali.

Tutte le disposizioni emanate fra il 1513 e il 1515 furono, tuttavia, disattese.

La paralisi in cui versava il Papato si rese evidente quando, accogliendo le denunce contro gli abusi e l'esosità della Chiesa, Leone incaricò una Commissione di trovare rimedi possibili: le proposte fondarono sulle prescrizioni della Bolla di riforma del 1514 il cui esito fu un rialzo delle tariffe praticate dagli Ufficiali di Curia per condizionare le decisioni del Papa, di fatto costretto a recedere da ogni iniziativa riformista.

Ai disagi politico/diplomatici dell'esordio di Leone seguirono le tendenze nepotiste attraverso le quali egli rese gli Stati italiani una sorta di cintura protettiva della Libertas Ecclesiae, mirata a solo ampliare il potere mediceo.

All'inizio del pontificato, egli individuò nel nipote ventunenne Giuliano, il nuovo capo del regime fiorentino: una sorta di Luogotenente che sostituisse il trentaquattrenne fratello Giuliano e che si insediò il 10 agosto del 1513, dopo aver ricevuto una instructione; parallelamente elevò il cugino Giulio al rango di Primate di Firenze; indi assegnò la Porpora ad Innocenzo Cybo, nipote ex sorore, all’amico Lorenzo Pucci e a Bernardo Dovizi da Bibbiena, suo Tesoriere e portatore di un irredimibile odio per i Francesi, che lo avevano espulso da Firenze. Costui perse il proprio ascendente sul Papa solo nell’autunno del 1515 quando, sostituito dal Cardinale Giulio de’ Medici, fu emarginato dall’alta Diplomazia di Palazzo proprio per l’intransigenza delle posizioni politiche e inviato come Legato alla Corte di Francesco I malgrado avesse consolidato il progetto papale di unire al patrimonio familiare mediceo possedimenti esterni a Firenze e cruciali: l’Emilia era la regione in cui la dissoluzione della potenza milanese e la crisi dei filofrancesi Este avevano sollevato l’interesse del Primate.

Verso la fine del pontificato, Giulio II aveva strappato a costoro Reggio e Modena grazie al vuoto di potere determinato dal declino della potenza oltralpina in loco: ora il territorio rispondeva ai piani espansionistici di Leone che puntava all’area padana per spostare quelle frontiere settentrionali dello Stato della Chiesa fisse sul Po, come previsto dalla Donazione di Costantino.

Nel marzo del 1513, Leone fece occupare Parma e Piacenza: sua intenzione non era di annetterle al Papato, ma di accorparle in uno Stato pluricittadino da sottoporre al controllo della Famiglia.

E’ verosimile che egli perseguisse analogo progetto anche per Milano e per il Regno di Napoli, da assegnare rispettivamente a Lorenzo e a Giuliano onde sottrarli alle ambizioni delle grandi Monarchie europee e conferire alla propria dinastia una sovranità territoriale sotto l’ègida papale.

Fu solo il 4 maggio del 1519, con la morte del nipote Lorenzo preceduto tre anni avanti dal decesso di Giuliano che, privo di eredi capaci, Leone ribaltò le proprie mire a vantaggio dell'ampliamento della Chiesa, pur senza rinunciare all’ègemonia medicea in Firenze a vantaggio del Cardinale Giulio.

Tutti i suoi giochi di potere, in particolare riferiti alla successione del conteso trono partenopeo, sollevarono la diffidenza dell’alleato Ferdinando di Spagna: ritenendo che dalla sconfitta della Francia nell'Italia settentrionale derivasse un rafforzamento della presenza spagnola nell'Italia del Sud ed una possibile proiezione sulla Lombardia, dopo essersi riconciliato con Luigi XII, il Papa rincorse ogni espediente diplomatico per tenere vivo il sodalizio con i Francesi, soprattutto per l’imminente loro intesa con gli Spagnoli, per effetto di un matrimonio.

L’ambiguità del Primate, dunque, era dettata dal timore di un isolamento maturato con la riconquista francese di Milano nel 1515.

Era scontato che egli osteggiasse il ritorno della Lombardia alla Francia, ma fu proprio la sua artificiosa cautela nei confronti degli accordi intervenuti fra Grandi Potenze europee, a rendere possibile la circostanza: la riconciliazione anglo/francese mirata a contenere l’espansionismo della Spagna rese più sicuri i confini settentrionali capetingi e il debito contratto nei confronti del complice Thomas Wolsey fu pagato con la promozione al Cardinalato, il 10 settembre del 1515.

Offerta a Luigi XII l'opportunità di organizzare senza ostacoli la riconquista di Milano, per tutto il 1514 Leone simulò di assecondarne i piani ma non poté evitare di sollevarne il rancore: fra giugno e novembre del 1514, si era fatto cedere per quarantamila ducati Modena dall'Imperatore, mirando a costituire una Signoria medicea in Emilia; parallelamente si era adoperato per sottrarre Venezia all'alleanza francese; aveva poi stipulato, per proteggere il nuovo acquisto dalle rivendicazioni estensi, un accordo segreto con la Spagna.

Con l'ascesa di Francesco I al trono franco, il 1° gennaio del 1515, non gli fu possibile condizionare la campagna su Milano già allestita da Luigi XII prima di morire: il Papa pensò, allora, di ottenere dal nuovo Re almeno il placet per il progetto nepotista di sposare il proprio fratello Giuliano a Filiberta di Savoia. La mossa avrebbe dovuto favorire il rilancio dell’alleanza fra Papato e Francia e la devoluzione di Piacenza, Parma, Reggio e Modena a favore dello stesso Giuliano; né era da escludersi che, attraverso quelle nozze, maturasse l'eventuale investitura a favore del germano sul Ducato milanese gestito da Massimiliano Sforza, il cui squilibrio avrebbe potuto essere risolto da un accordo internazionale che, fuori da un conflitto, avrebbe orientato la successione e eliminato il Duca.

La strategia dinastica dei Medici coinvolse anche il Regno di Napoli: ove la morte di Ferdinando il Cattolico avesse riaperto la contesa franco/spagnola per il possesso, Giuliano avrebbe potuto inserirsi nella disputa in qualità di Terzo sul quale Francesco I avrebbe potuto far valere i propri diritti.

Il matrimonio fra Giuliano e Filiberta di Savoia costò oltre cento cinquantamila ducati: la sposa, anziana e per nulla avvenente, non portò dote limitandosi ad essere la zia di Francesco I. Fu prescelta solo per immettere la casata medicea nel circuito delle grandi dinastie europee.

Per elevarne il prestigio, il 29 giugno 1515 fu concesso allo sposo il Gonfalonierato ecclesiale; ma Giuliano, troppo malato per ricoprire la carica, fu sostituito l'8 agosto dal nipote Lorenzo, nel frattempo diventato anche Capitano delle milizie fiorentine.

Fallito l'ambizioso progetto nuziale per la sterilità della coppia e per la morte precoce di Giuliano, Filiberta tornò in Francia.

L'improvvisa adesione di Leone alla causa francese, nella sua inutilità, fu il segnale della fine per Massimiliano Sforza: voluta a suo tempo da Giulio II, la restaurazione sforzesca in Lombardia non sarebbe più stata tutelata dal Papato. In cambio dell’adesione alla coalizione antifrancese formata in segreto e senza rinunciare all’alleanza dichiarata, il Papa pretese dal Duca i diritti su Parma e Piacenza conferendoli, in vicariato con Modena e Reggio, a Giuliano il 25 febbraio del 1515. Tuttavia, nell'agosto di quell’anno, quando Francesco I alla testa di trentacinquemila uomini irruppe sulla pianura padana, l’esercito ecclesiale si limitò ad attestarsi sotto la linea del Po.

La indisponibilità di Leone allo scontro e la viltà del Cardinale Giulio impedirono alle truppe ecclesiali di unirsi agli Elvetici e di fatto di opporsi ai Francesi cui giunsero, invece, i rincalzi veneziani: battuti i nemici, il Sovrano oltralpino rioccupò le città padane il cui possesso aveva sempre negato alla Chiesa. Trionfante a Marignano il 13/14 settembre del 1515, egli impose onerose condizioni a Leone, costretto a faticosamente riallacciare l’alleanza per prevenire una marcia su Roma.

Sancite dal trattato di Viterbo del 13 ottobre, le clausole di pace affermarono la rinuncia papale a Parma e a Piacenza, riannesse al Ducato di Milano, e la restituzione di Modena e Reggio agli Este. Fu assunto, in quella sede, anche un generico impegno di investitura del Regno di Napoli in favore del Re francese, alla morte di Ferdinando. In cambio, Leone otteneva qualche garanzie circa la protezione del regime mediceo a Firenze e l'assenso all' acquisizione di Urbino.

In conseguenza di tali patti, le tendenze filofrancesi di Lorenzo de' Medici determinarono l'orientamento politico a discapito delle relazioni con gli Spagnoli e Francesco I pretese un incontro personale a Roma col Pontefice che, temendo il ribaltarsi di una visita in occupazione della città propedeutica all’irruzione su Napoli, lo dirottò a Bologna trattenendosi una settimana a Firenze nel corso del viaggio.

Il 30 novembre del 1515 egli fece un ingresso trionfale, percorrendo un corridoio segnato da ben dodici fra archi e padiglioni arricchiti da quadri allegorici e iscrizioni inneggianti al primo Papa fiorentino.

L'8 dicembre fu a Bologna, ove restò dieci giorni: l'11 vi incontrò il Re francese con cui, fino al 14 dicembre, ebbe colloqui il cui contenuto non trapelò. Di fatto, in essi si crearono le premesse per il successivo concordato del 18 agosto del 1516 fra Francia e Chiesa.

A evidenziare l’egemonia acquisita nei rapporti con il Gallicanesimo, il Sovrano pretese l'autorizzazione a prelevare due decime da quattrocentomila lire tornesi l’una sul Clero francese per gli anni 1516 e 1517 e la Porpora per Adrien Gouffier de Boissy, Vescovo di Coutances e fratello dell’Ammiraglio Guillaume Bonnivet.

Il 28 febbraio del 1516 Leone tornò a Roma e punì Francesco Maria della Rovere per non aver combattuto i Francesi: gli confiscò i beni, devolvendoli a Lorenzo e lo dichiarò ribelle e decaduto.

La confisca del Ducato di Urbino, mirata a costituire uno Stato romagnolo di appannaggio mediceo, non era un’idea del Papa ma della cognata Alfonsina Orsini, madre di Lorenzo: in passato ella aveva già reclamato invano Piombino per il figlio. Seppur ineccepibile sul piano giuridico l'iniziativa, che appannò l’immagine morale e politica di Leone, apparve disdicevole per l'ospitalità che il della Rovere aveva accordato ai Medici in esilio: la conquista del Principato fu ultimata fra maggio e giugno del 1516.

Il 18 agosto Lorenzo fu Duca d'Urbino e Signore di Pesaro e Senigallia; quindi, assunto il grado di Capitano Generale della Chiesa, ottenne in novembre anche la carica di Governatore di Fano a conferma della diceria secondo la quale Leone avrebbe voluto investirlo anche del Ducato di Romagna. Lorenzo, tuttavia, coltivava progetti legati precipuamente agli interessi territoriali di Firenze, che avrebbe voluto ampliare con Lucca e Siena per dar vita al Regno di Toscana. Pare che il Primate non condividesse l’aspirazione: essa avrebbe usurpato i diritti imperiali nella regione e incrinato i rapporti con gli Asburgo. Comunque, la vacillante autorità del Medici sul nuovo Stato romagnolo, esasperata dall’inasprimento fiscale introdotto, consentì a Francesco della Rovere una rapida riconquista del Ducato conclusa col supporto di Francia e Venezia, fra il gennaio e il febbraio del 1517, conseguendone un lungo e costoso conflitto in cui Lorenzo si dimostrò inetto come Capitano: ferito il 29 marzo, fu sostituito dall'altrettanto incapace Cardinale Bibbiena.

La querelle si concluse ingloriosamente nell'ottobre dello stesso anno, con un trattato che lasciava Urbino ai Medici ma obbligava il Papa a pagare una condotta al della Rovere.

La guerra di Urbino depauperò le finanze ecclesiali, già provate dalla mondanità sfrenata di Leone e dalla corruzione dei suoi Funzionari; peraltro, il progetto nepotista ne distrasse le attenzioni dal contesto europeo nel quale Francesco I e Carlo d'Asburgo, ora Re di Spagna per effetto della morte di Ferdinando il Cattolico, dopo avere concluso la pace di Noyon del 13 agosto del 1516, con l’Imperatore si accordarono per spartirsi l'Italia col Trattato di Cambrai dell’11 marzo del 1517.

A fronte di tali eventi pericolosi per l'indipendenza della Chiesa, i piani di Leone restarono ancorati alla piccola politica italiana dove, alternando le alleanze europee, egli mirava all’ampliamento della sfera d'influenza medicea. Fu così che nel marzo 1516, mutando il regime senese, subordinò la Repubblica toscana all’autorità di Firenze: attuò il piano con la complicità del Vescovo di Grosseto Raffaello Petrucci, che assaltò la città e delegittimò il cugino Borghese di Pandolfo, fratello del Cardinale Alfonso. Per tutelare l'autonomia di Siena, costui si era mostrato amico degli Spagnoli  e fu, pertanto, sostituito proprio da Raffaello, promosso a sua volta alla Porpora, così ottenendo conferma del placet papale al ruolo di Capo del Governo senese, incaricato di tenere la città nell'orbita dell'alleanza fiorentina. Borghese Petrucci riparò a Napoli; ma i contrasti fra il Cardinale Alfonso e Leone animarono la congiura scoperta a fine aprile del 1517: la repressione in danno del Collegio cardinalizio si trasformò in un autentico colpo di mano progettato dal Papa, per porre la Chiesa sotto il controllo mediceo.

Per vendicare l'ingiuria fatta al fratello, a suo tempo sostenitore della elezione di Leone, intanto, il Petrucci decise di avvelenarlo con la complicità del Medico Battista da Vercelli e riunì un gruppo di Cardinali amici, a nome dei quali offrì al Camerlengo filospagnolo Raffaello Triario il ruolo di futuro Papa, anche per contenere lo strapotere acquisito dal Cardinale Giulio de' Medici che, subentrato al Bibbiena, il 9 marzo del 1517 era stato investito anche della Cancelleria apostolica, accentrando in sé le funzioni di Primo dei Ministri.

La tendenza filospagnola del complotto si palesò nella primavera del 1517, quando il Petrucci fuggì da Roma e riparò nella roccaforte ghibellina dei Colonna a Gennazzano donde continuò a fomentare rivolgimenti a Siena, tenendosi in contatto con la Spagna, con Francesco Maria della Rovere, con i Baglioni e con i Savelli. Le sue trame furono interrotte il 21 aprile con l'arresto del Segretario Marcantonio Nini, per l'intercettazione di una lettera che forniva prove della congiura. Incriminato dalle rivelazioni di costui, Petrucci fu chiamato a Roma con un salvacondotto garantito dalla Spagna ma fu, invece, arrestato il 19 maggio, mentre entrava nell'anticamera papale col Cardinale Bandinello Sauli. Leone si scusò per la trasgressione, assumendo che il lasciapassare era vanificato dal reato di attentato alla sua vita: tradotti in Castel Sant’Angelo, i due Porporati furono deferiti al giudizio di una Commissione composta dai Cardinali Remolino, Accolti e Farnese; il processo fu invece istruito da un Auditore fiscale di Camera, amico del Primate che  rimise il verdetto al giudizio al Sacro Collegio. Quando però emersero anche le responsabilità dei Cardinali Riario e Soderini, in un piano teso ad archiviare la stagione politica medicea al Palazzo Apostolico, il Primate adottò una drastica linea repressiva delegandone l’esecuzione a Lorenzo: il primo fu attratto con un finto Concistoro al Palazzo Apostolico e fermato il 29 maggio: spaventato, denunciò proprio il Soderini e il filo imperiale Castellesi.

I due, accusati pubblicamente nel Concistoro dell'8 giugno, furono perdonati e, multati di oltre dodicimila ducati, ma fuggirono da Roma. I Cardinali Petrucci, Sauli e Riario furono, invece, riconosciuti colpevoli di tentato avvelenamento e condannati alla privazione del grado e dei beni, con deferimento al braccio secolare. Il processo a loro carico fu letto il 22 giugno: il Sacro Collegio convalidò la sentenza irrogata, ma si appellò alla clemenza del Pontefice perché fosse rispettato il ceto cardinalizio.

Leone fu implacabile col solo Cardinale Petrucci, giustiziato in carcere ai primi di luglio. Agli altri risparmiò la vita, in cambio di somme enormi. Poi, ricompose il Sacro Collegio subordinandolo ai propri interessi e nessuno sollevò eccezioni sulla decisione di creare dodici nuovi Cardinali il 5 giugno 1517. Quando, tuttavia, si pervenne all'atto ufficiale, il 1° luglio, gli eletti erano diventati trentuno: fu la più folta investitura cardinalizia della storia della Chiesa, ottenuta sul terrore ingenerato dal partito mediceo: i nuovi Porporati erano parenti, amici e clienti dei Medici e appartenenti al ceto dei Mercatores Romanam curiam sequentes. Essi sborsarono intorno ai trentamila ducati, utili a rimpinguare le sgangherate casse della Chiesa, sottoposte a sperperi d’ogni sorta.

La crisi religiosa era ormai gravissima: parallela al consolidamento dell’ autocrazia di Leone, emerse il crollo del ruolo di guida della Chiesa in particolare nel tentativo di organizzare la crociata antiturca. In quella fase, istituita una Congregazione di tredici Cardinali, per arginare la proliferazione di guerre per il predominio in Italia, egli bandì l'offensiva contro i Turchi assieme alle grandi Potenze europee; cercò di interporsi tra Francia, Spagna e Impero, avocando a sé l’arbitrato nella ricomposizione delle loro vertenze e, con Bolla del 6 marzo del 1518, impose una tregua quinquennale fra i Principi cristiani, proprio in omaggio alla sacra spedizione.

Fu un fallimento: per ottenere l'adesione dei Re furono inviati Legati de latere che non persuasero gli interlocutori ma ne suscitarono la rivalità.

La crociata non decollò, analogamente alla sospensione delle ostilità.

L’unico ad avvantaggiarsi delle circostanze fu il Wolsey, che strappò alla Chiesa il ruolo di Paciere internazionale, promuovendo l'accordo tra Enrico VIII e Francesco I con la Pace di Londra del 2 ottobre di quell’anno.

A seppellire ogni possibilità d'intesa fra Leone e le Corti europee fu la questione successoria dell’Impero, che egli tentò di orientare in direzione dei propri interessi anche a prezzo di nuovi dissapori con Asburgo e Spagna.

La Pace di Cambrai aveva posto fine solo formalmente al conflitto fra il Sovrano di Spagna Carlo d'Asburgo e Francesco I di Francia incuneatosi, in segreto, nella competizione per il titolo imperiale attraverso la corruzione di alcuni Principi elettori, in vista dell’anzianità di Massimiliano d'Asburgo. Per sbarrargli la via, costui convocò il 27 agosto del 1518 una Dieta ad Augusta e incassò la nomina del nipote Carlo a Re dei Romani, assicurandogli così la successione.

L'ipotetico avvento al trono imperiale del Sovrano spagnolo, titolare anche del Regno di Napoli, stringeva la Chiesa a Nord e a Sud dei suoi confini: era la vecchia conflittualità maturata sotto gli Hohenstaufen, cui era stata interdetta la riunione del titolo imperiale e della sovranità partenopea: veto confermato anche da Giulio II.

Leone, dunque, si oppose fermamente all'elezione di Carlo d'Asburgo a Re dei Romani, senza sostenere però la candidatura di Francesco I, nell’intento di  posizionare un terzo e più malleabile Candidato, come il Duca di Sassonia, il Margravio del Brandeburgo, il Sovrano di Polonia o Ferdinando d'Asburgo.

Interferenze nella politica internazionale

Nell'autunno del 1518, il Papa inviò a Federico di Sassonia l’onorificenza della Rosa d'oro, a patto che consegnasse Lutero al Tribunale ecclesiale.

Il Duca rifiutò e rinviò la soluzione della controversia protestantica.

Non potendo apertamente indicare le proprie preferenze agli Elettori, ostili ad ogni ingerenza papale nelle procedure dell'elezione, Leone tramò per il risultato auspicato: sapendo Francesco I privo di qualsiasi chance, stante l'avversione dei Tedeschi a candidature straniere egli simulò di sostenerlo per scoraggiare Carlo di Spagna: per impedire la vittoria del rivale, costui avrebbe abbandonato la competizione versando i propri consensi su un Principe germanico.

Così credeva il Pontefice, saldando la propria convinzione alle nozze del nipote Lorenzo d’Urbino con Madeleine de la Tour d’Auvergne, imparentata con la Dinastia francese. Il matrimonio era stato negoziato già nel 1516, ma era stato rinviato per le ripercussioni della guerra urbinate nei rapporti tra Francia e Chiesa. Siglato l'accordo e celebrato per procura il rito il 25 gennaio del 1518, lo sposo partì il 22 marzo per Amboise, dove la cerimonia ebbe luogo il 28 aprile: la coppia si stabilì a Firenze, ma fu presto stroncata dalla sifilide lasciando orfana illustre Caterina de' Medici, futura Regina di Francia.

Morto Lorenzo, il Papa mandò a Firenze come Legato per la Toscana il Cardinal Giulio de' Medici, che rilanciò l'intesa fra la Famiglia e la Popolazione e insediò come Luogotenenti l'ex Segretario Goro Gheri Vescovo di Pistoia e il Cardinale Silvio Passerini, proprio mentre lo strumentale appoggio fornito da Leone alla elezione di Francesco I si risolveva in un fallimento: alla Dieta di Augusta Massimiliano conservò alla propria Dinastia il titolo, strappando a suon di soldoni ai Principi Elettori un'obbligazione scritta che li vincolava a eleggere, alla sua morte, il nipote Carlo a Re dei Romani.

Il declino del prestigio politico/religioso della Chiesa fu, però, appesantito da altre circostanze.

Dall'autunno 1518, la competizione fra Carlo d'Asburgo e Francesco I per il titolo imperiale fu durissima: Leone trattò con entrambi per salvaguardare l’autonomia dello Stato ecclesiale e prevenire l'isolamento diplomatico. Badando a non inimicarsi alcuno dei due antagonisti, fece redigere in segreto una Bolla di dispensa che avrebbe consentito a Carlo di accedere al titolo imperiale senza dover rinunciare al Regno di Napoli. Si legò quindi con i due pretendenti con due occulte alleanze difensive: con la Francia il 20 gennaio del 1519 e con la Spagna il 6 febbraio successivo, riservandosi la scelta definitiva ad avvenuta elezione. Fra un tatticismo attendista e l’altro, però, intravide il rischio dell'inganno che Francesco I gli stava tendendo nel non tirarsi da parte a favore di altri.

Morto Massimiliano d'Asburgo il 12 gennaio del 1519, la successione di Carlo fu confermata dalla mobilitazione generale tedesca. Egli fu eletto il 28 giugno: il Papa riconobbe l'investitura, consapevole che opporla avrebbe aggravato la crisi luterana, e gli fece recapitare la Bolla di dispensa per Napoli mantenendo netto il veto di estensione del dominio in Lombardia e in Toscana. Preoccupato dall’ipotesi che l'Imperatore gli portasse rancore, poi, ricorse ancora all'espediente della coalizione di resistenza e, pertanto, il 22 ottobre del 1519, strinse un ulteriore accordo con Francesco I, nell'evidente esigenza di difendersi dal rischio di vedere la Chiesa accerchiata.

Non trascurò, nel frattempo, la cura degli affari interni e provò a stabilire il governo diretto in regioni, come Marche e Umbria: nella primavera del 1520 Fermo, Fabriano e Recanati furono assoggettate su minaccia di condanna a morte dei loro Signori, come accadde a Benevento. Fu poi la volta di Perugia, dove Giampaolo Baglioni, Capo del governo locale autonomo, fu invitato benevolmente a Roma e, a sorpresa, giustiziato ai primi di giugno. Analoghe sentenze furono irrogate a Membri dello Stato ecclesiale ritenuti ribelli. Fu, invece, impossibile occupare Ferrara: Leone, che mirava a punire Alfonso d’Este per l’amicizia con la Francia e il sostegno fornito a Francesco Maria della Rovere, barattò con la Corona oltralpina la rinuncia alla protezione del Duca in cambio del sostegno alla lotta antiasburgica. Tuttavia, l’autonomia della città fu garantita da Venezia, appoggiata segretamente proprio dai Francesi, a conferma della loro inaffidabilità: di fatto, finché la Francia avesse posseduto Milano, la sovranità papale nell’area padana era in pericolo. Fu, peraltro noto che, d’intesa con i Veneziani, Francesco I avesse progettato la fine del dominio ecclesiale su quel territorio e la restaurazione dei Signori destituiti dal Papa.

Alle spalle di una simulata amicizia, la Francia mirava a riguadagnare le conquiste di Giulio II, che Leone intendeva mantenere.

Diverso era il rapporto di forza col nuovo Imperatore: sprovvisto di denaro e di truppe, pur possedendo Napoli, Carlo V impensieriva meno di Francesco I, dotato di uomini e di mezzi e padrone di Milano.

La morte del Cardinale filo francese Bibbiena il 9 novembre del 1520 coincise con la svolta filoasburgica del Papa, che stipulò un trattato segreto con Carlo V l'11 dicembre: era un accordo ufficioso che, concepito nel doppiogiochismo mediceo, non revocava l’intesa stretta con Francesco I. A parte l’esigenza di tutelare gli interessi temporali della Chiesa in area padana, si profilava con Carlo V la possibilità di far fronte alla sfida luterana, attraverso il sodalizio delle due Autorità ecumeniche: Papato e Impero. Tuttavia, lo Scisma era in atto ed era aggravato dalla contrapposizione fra Teologi e Umanisti: Leone esitò prima di condannare l'Augenspiegel di Reuchlin e, quando lo fece, il 23 giugno del 1520, l’autorevolezza dottrinale della Chiesa era già compromessa. In definitiva, egli non ebbe padronanza delle circostanze né dei rimedi da adottare e fu travolto dallo scandalo che pensò di soffocare esigendo la ritrattazione delle novantacinque tesi di Lutero, con una iniziativa disciplinare, prima di cercare sostegno in Massimiliano d'Asburgo.

Nell'agosto del 1518, dopo aver acconsentito a lasciare che il giudizio sulle dottrine protestantiche venisse dibattuto in Germania, incaricò il Legato Cardinale Caetano di portare il Monaco ribelle a Roma o scomunicarlo, se contumace; ma a fronte del pervicace rifiuto di sottomettersi alle ingiunzioni ecclesiali Leone, che non voleva rompere con Federico di Sassonia, si ammorbidì; si accontentò di generiche attestazioni di obbedienza e sospese il processo romano per eresia.

Nel perdurare delle schermaglie non mancò di fornire chiarimenti sulla dottrina delle indulgenze, pur senza contenere l'ondata polemica contro i metodi di governo della Chiesa.

Con il ristabilimento di una più ferma autorità imperiale in Germania, non fece più concessioni a Federico di Sassonia e, ai primi di gennaio del 1520, riprese il processo a Lutero: il giudizio sulle sue dottrine fu affidato a una Commissione composta da Francescani Osservanti e presieduta dai Cardinali Accolti e Caetano, cui si aggiunse egli stesso: riallacciandosi alle censure già formulate dalle facoltà di Teologia di Colonia e Lovanio nel 1519, essa condannò quarantuno opinioni luterane.

E fu la Bolla Exsurge Domine, del 15 giugno del 1520.

Sotto la spinta di Hutten e della fazione nazionalista, il Monaco aveva, intanto, sancito la rottura con Roma liquidando sul piano ecclesiologico l'Autorità spirituale del Papato; definendolo antiCristo; invitando a massacrarne i Servitori. Fu scomunicato il 3 gennaio del 1521: la Germania ne fece una questione nazionale; ma Carlo V si rifiutò di emettere una condanna d’autorità, pretendendo che il giudizio della Dieta imperiale di Worms del 27 gennaio: fu un éscamotage. Simulando rispetto per l’Assise, egli chiamò in causa tutta la Nazione per una condanna già decisa: a Worms dette prova della fedeltà alla causa papale e, con intransigenza, pubblicò il bando contro l’Eretico rincuorando Leone e facendone di fatto un Alleato.

L’atto implicava la cacciata dei Francesi da Milano e la restaurazione dell’ Impero sull’Italia.

L’interesse corrispondeva ai desiderata del Papa, aspirante a reprimere l’eresia luterana ma, soprattutto, ad allestire una crociata antiturca malgrado la resistenza a concedere all’Imperatore, già Re di Napoli, anche il controllo della Lombardia.

L'8 maggio del 1521, fu formalizzata la Lega fra Papato e Impero contro Turchi, Eretici, Francesi e Veneziani.

Leone ne avrebbe guadagnato la messa al bando di Martin Lutero e la distruzione pubblica dei suoi scritti; la devoluzione di Parma, Piacenza e Ferrara alla Chiesa; la protezione imperiale al regime mediceo fiorentino. Trovò utile, pertanto, finanziare la guerra contro Francesco I per espellerlo dall'Italia: Carlo V si sarebbe limitato a cacciare i Francesi da Milano e a restaurarvi Francesco II Sforza, che sarebbe succeduto al fratello Massimiliano. Il comando delle truppe pontificio-imperiali fu assunto dal Capitano Generale Prospero Colonna e dal Marchese di Mantova Federico Gonzaga, assistito a Roma dall’Ambasciatore Baldassarre Castiglione.

Il Marchese di Pescara condusse le Fanterie spagnole.

Ruolo di controllo ebbe Francesco Guicciardini, dal 1516 Governatore di Modena e Reggio.

Sotto quelle insegne militò anche un altro nipote del Papa: Giovanni dalle Bande Nere.

Dopo un infelice avvio della guerra, dovuto a contrasti fra Comandanti, Leone affidò la guida suprema dell’Armata al Cardinal Giulio de' Medici: all’avanzata delle formidabili Fanterie spagnole verso Milano corrispose la sollevazione locale antifrancese. Il 19 novembre le truppe del Lautrec furono costrette ad abbandonare la città, che aprì le porte ai vincitori e fu subito imitata dagli altri centri del Ducato.

Parma e Piacenza ritornarono alla Chiesa pochi giorni dopo.

Il 25 novembre 1521, Leone fece solenne ingresso in Roma acclamato da una folla che festeggiava il ripristino dei confini dello Stato ecclesiale; ma la notte del 1° dicembre, sfinito anche dai bagordi che enfatizzarono la vittoria, a soli quarantasei anni e munito dei conforti religiosi, si spense.

Dopo funerali modesti, fu sepolto in San Pietro. Solo anni più tardi, per volere di Paolo III, le sue spoglie furono traslate in Santa Maria sopra Minerva dove fu onorato con un monumento realizzato da Artisti toscani: disegnato da Antonio da Sangallo, fu eseguito da Baccio Bandinelli e Raffaello da Montelupo. Papa Leone X - Giovanni de' Medici (1475-1521)

Di lui resta l’immagine di un Papa dalla religiosità distaccata e priva di tensione morale ma l’abitudine attribuitagli: Quod commoda dat nobis haec fabula Christi, sembra non provata.

Di carattere ilare e bonario, fu compiacente con scandali e intrighi di Corte e apertamente nepotista: rappresentò col banchetto il momento di massima manifestazione di potere; rese attive a Roma non meno di trenta Compagnie bancarie fiorentine; nel solo giorno dell’incoronazione, rilasciò circa duemila  grazie; raddoppiò gli uffici vacabili e creò nuove categorie di Ufficiali; ampliò il Collegio dei Porzionari di Ripa; nobilitò le élites mercantili con il Collegio dei Cavalieri di San Pietro, guadagnandosi la reputazione di corrotta avidità;  dissipò in soli due anni il tesoro accumulato da Giulio II; spese per la inutile guerra d'Urbino oltre ottocentomila ducati; dilapidò, secondo le stime del Cardinale Camerlengo Armellini, circa cinquemilioni di ducati durante il Pontificato, lasciandone oltre quattrocentomila di debiti. Nondimeno, fu Pastore sensibile alle esigenze spirituali del suo gregge: gli vanno riconosciuti favori agli Ordini mendicanti, in specie Francescani; la soluzione della controversia tra Conventuali e Osservanti all’interno del Francescanesimo, con la Bolla Ite vos che li divise in due rami; l’istituzione del Monte di Pietà e della Compagnia del Divino Amore; la condanna della magia e della divinazione; la censura alla dottrina del Pomponazzi, che negava l'immortalità dell'anima e affermava il criterio della doppia verità, filosofica e religiosa; la protezione degli Ebrei e dei Greci d'Occidente.

Insaziabile fu la passione per la caccia, le feste e le opere teatrali, anche profane: fece eseguire la Calandria del Bibbiena, i Suppositi dell'Ariosto, la Mandragola di Machiavelli.

A parte la mondanità espressa dal fasto del carnevale romano, favorì la Popolazione abbassando la gabella del sale e accrescendo l'autorità dei tre Conservatori dell'Urbe.

All’atto dell’insediamento decise la riforma dello Studio romano che non decollò, malgrado la nomina di ottantotto Docenti fra cui il Grecista Basilio Calcondila e Paolo Giovio; protesse la Cultura e le Arti; istituì un Collegio greco, affidandone la direzione a Giano Lascaris e Marco Musuro; favorì lo studio dell’Ebraico e dell'Arabo; fondò un'officina tipografica modellata sull'esempio di quella veneziana di Aldo Manuzio, assicurando a Roma il primato della Cultura rinascimentale; ampliò la Biblioteca Vaticana, curata da Filippo Beroaldo e poi da Zanobi Acciaioli e Girolamo Aleandro; volle al proprio fianco Bernardo Bembo e Giacomo Sadoleto, eccellenti in Eloquenza latina; ospitò Angelo Colocci e i Poeti Tebaldeo e Molza; ebbe ottimi rapporti col Castiglione, Ambasciatore di Mantova; manifestò aperta propensione per gli esperimenti umanistici di poesia epica cristiana; mantenne vivissima considerazione per l’Umanesimo religioso di Erasmo che gli dedicò l’edizione critica del Nuovo Testamento Greco; stimò molto il Guicciardini, che designò Avvocato concistoriale e poi Governatore di Reggio e Modena; tenne da conto i consigli del Machiavelli sulla politica fiorentina ma, accanto a questi grandi nomi, pose un esercito di Cortigiani, Musici, Attori, Giullari a  beneficio dei quali dissipò gran parte delle sue ricchezze; ridefinì l’urbanistica romana col rifacimento della via Alessandrina e di Piazza del Popolo e il tracciato della via Leonina; conservò la forma Urbis antica, incaricando nel 1515 Raffaello del rilevamento della pianta archeologica e del completamento del ciclo decorativo degli Appartamenti vaticani, arricchiti dalla Stanza di Eliodoro, dalla Stanza dell'incendio di Borgo e dalla Stanza di Costantino, esaltanti la Teocrazia papale; ordinò la decorazione delle Logge vaticane; ornò di arazzi eseguiti a Bruxelles le pareti della Cappella Sistina; a Firenze volle la Sagrestia Nuova di San Lorenzo, ordinandola a Michelangelo come cappella sepolcrale per i suoi giovani parenti defunti; patrocinò i lavori di rivestimento della Santa Casa a Loreto; divulgò la Bolla Inter Sollicitudines a censura della stampa non approvata dal Clero; richiese con un libello la Liturgia in volgare e la traduzione della Bibbia; conservò, fino alla fine del pontificato, obiettivi precisi: riconciliarsi con gli Stati stranieri; modernizzare lo Stato della Chiesa; tutelare gli interessi medicei.

Alle sue singolari abitudini: pare che viaggiasse alla testa di stravaganti cortei nei quali sfilavano pantere ed un elefante bianco; che nelle sue cene, anche di sessantacinque portate, vivaci bambini uscissero dai budini; che il suo Cuoco personale, Domenico Romoli, avesse cura dell’effetto afrodisiaco dei piatti divisi con le amiche Beatrice Ferrarese e Lucrezia da Clarice, si saldò l’ipotesi della omosessualità, a proposito della quale Guicciardini scrisse nella Storia d'Italia: ... credettesi per molti, nel primo tempo del pontificato, che è fusse castissimo; ma si scoperse poi dedito eccessivamente, e ogni dì più senza vergogna, in quegli piaceri che con onestà non si possono nominare

Bibliografia