Non solo Medio Evo

Massimiliano d’Asburgo

di Ornella Mariani
Massimiliano d’Asburgo.
Massimiliano d’Asburgo.

Massimiliano d’Asburgo

Il 27 maggio del 1864 la fregata Novara della Marina austriaca attraccò nel porto di Veracruz, sulla costa atlantica del Messico: ospitava l’arciDuchessa Carlotta Maria Amalia di Coburgo Gotha e l’arciDuca Massimiliano Ferdinando d'Asburgo che, rinunciando a quel titolo, veniva ad assumere quello di Imperatore di un Paese fino a quarant’anni prima spagnolo e ora dilaniato da frequenti e sanguinose rivoluzioni; oberato da una irredimibile miseria;  segato da intollerabili sperequazioni sociali.

Quell’improbabile avventura politico/coloniale si sarebbe drammaticamente conclusa in circa tre anni, ovvero alle 6.40 del 19 giugno del 1867, quando la vita di Massimiliano  sarebbe stata stroncata dai colpi di fucile di Benito Juàrez e la mente di Carlotta si sarebbe definitivamente scomposta nel dolore.

Antefatti

Nel lontano 1521, partendo da Cuba con un gruppo di soli settecento Avventurieri, Hernan Cortés aveva avviato la conquista del Messico distruggendo l'Impero azteco di Montezuma e perseguendo due obiettivi: trovare oro ed evangelizzare le Genti autoctone di quel pezzo d’America. Di fatto aveva rinvenuto, più che oro, moltissimo argento nelle miniere di San Luis Potosì, Guanajuato e Zacatecas e aveva realizzato massiccio proselitismo, anche per la mancanza di altre opzioni accordabili agli Indios. Il territorio occupato era stato chiamato Nuova Spagna e nel 1525 un decreto di Carlo V aveva concesso poteri amministrativi e giudiziari ad un Governo locale: l’Udienza Reale.

Accusato di malversazione e corruzione, Cortès era stato poi sollevato dal ruolo ma i suoi brutali metodi erano stati restaurati da altri Funzionari sbarcati nel Nuovo Mondo per consolidare il potere del Cattolicissimo Sovrano di Madrid; per cancellare ogni memoria  della cultura azteca; per convertire violentemente la Popolazione.

Era nato il Messico, il cui nome era stato mutuato dalla antica capitale e, per tre secoli, Chiesa e Corona avevano realizzato uno sfruttamento cinico e sistematico delle risorse  anche umane, dividendo i sei milioni circa di abitanti in una esigua Classe dirigente formata da Creoli (soggetti di origine spagnola, ma nati sul posto) e da Gachupines (soggetti nati in Spagna e venuti nella colonia con incarichi istituzionali) e in tre Ceti inferiori: i Mestizos (soggetti nati da unione tra Spagnoli e autoctone); gli Indios, condannati a condizioni di servitù assoluta, sottoposti a inaccettabili discriminazioni, sottopagati e costretti a corrispondere tributi al Governo e alla Chiesa e impediti da ogni prospettiva di miglioramento; gli Schiavi.

Su queste premesse era fiorito il desiderio di indipendenza dei gruppi autoctoni ed era maturata l’attesa del momento giusto per la rivolta: quando, agli inizi del XIX secolo, la Spagna aveva conosciuto il vassallaggio a Napoleone, imitando le insurrezioni di Buenos Aires, Lima e Bogotà represse nel sangue dal Generale Calleja su mandato di un Sovrano detronizzato, il Messico era insorto.

Erano stati il crollo del Bonapartismo e la conseguente restaurazione europea a restituirlo a Ferdinando VII, che neppure lo aveva tenuto a lungo: nel 1820 una rivoluzione aveva insediato a Madrid i Liberali che, abolita l’Inquisizione e confiscati i beni della Chiesa, avevano ingiunto al viceRé della Colonia l’abolizione della schiavitù e la tolleranza religiosa. Vedendo minacciate dal Governo madrileno le proprie prerogative, i veri Padroni del Messico: Papato, Terrieri ed Esercito si erano proclamati autonomi.

In definitiva, se negli altri domini coloniali d'America le sommosse contro la Madrepatria avevano avuto estrazione liberale, in quella realtà di memoria azteca l’indipendenza era stata dichiarata dai Conservatori per proteggere privilegi e vantaggi di casta.

Non a caso il primo Capo di Stato era stato il Generale Agustin de Iturbide: creolo, cattolico fanatico, ricco Proprietario, già distintosi nella repressione dei torbidi sollevati da Hidalgo e Morelos. Provvisorio Reggente, sostenuto dalla fazione conservatrice, egli aveva finito con l’assumere il titolo di Imperatore col nome di Agustin I, dopo il vano tentativo di investire di quella tiara l’arciDuca Carlo Luigi d'Asburgo; aveva cercato una soluzione all' odio che animava le fasce sociali più deboli; aveva abolito le leggi discriminatorie contro gli Indios; aveva privato di potere l'Inquisizione, ma non aveva accolto le richieste sulla tolleranza religiosa e aveva imposto il Credo cattolico come religione nazionale.

Nel1822 inSpagna era intanto tornato al potere Ferdinando VII che aveva irrogato la pena di morte ai Liberali, malgrado le promesse di amnistia: ora il governo di Madrid era conforme alle attese dei Conservatori messicani che, non volendo rinunciare all’autonomia, non avevano riconosciuto la sovranità spagnola e avevano persuaso il Generale Antonio Lopez de Santa Anna a detronizzare l'Imperatore e a proclamare la Repubblica con un modello costituzionale di ispirazione statunitense.

Iturbide era riparato in Inghilterra ma, tornato in patria, aveva tentato una sommossa degenerata nella sua cattura e fucilazione: in una, in nome della stabilità nazionale, il Santa Anna si era sbarazzato dei Ministri liberali e proclamato Dittatore.

A questo punto la guerra civile si era trasformata in una lunga serie di ricorrenti colpi di Stato: in quarant'anni d’indipendenza si erano avvicendati settantatré Capi di Stato e, non di rado, due in contemporanea a vantaggio dell’anarchia che aveva indebolito anche il ruolo delle Forze Armate, divise tra le due principali fazioni.

Della deriva istituzionale avevano profittato gli Stati Uniti, impadronendosi della California e del Nuovo Messico e favorendo la secessione del Texas, entrato nell’Unione dopo nove anni di autonomia: nel 1848, preda di una terrificante spirale di violenza, il Messico aveva perso circa due quinti del territorio.

Nel 1853 Santa Anna, ancora Presidente per effetto di un ennesimo colpo di mano, per lenire il disagio economico nazionale aveva venduto agli Americani una ulteriore porzione di terra riducendo il territorio alla metà della sua consistenza al momento della dichiarazione di indipendenza.

Di fatto l’alternanza delle Presidenze aveva ridotto il Paese a una realtà priva di riferimenti istituzionali e fondata sugli inamovibili vantaggi dell’Alta Borghesia e del Clero, in danno dei Ceti sociali inferiori: seppur ufficialmente abolita la schiavitù, persisteva la pratica del Peonaggio, ovvero l'anticipazione da parte del Terriero di soldi a patto che i Contadini li restituissero in natura; ma i salari erano tanto minimi che il Peon, naturalmente Indio, non riusciva mai a pareggiare il proprio debito e non smetteva mai, pertanto, di lavorare gratuitamente.

In questa disgregata cornice, la fregata Novara attraccò in Messico; ma dalla violenza e dalla ingiustizia era, intanto, emersa la figura di un Indio impegnato nella consorteria liberale: Benito Juàrez che, tre anni dopo avrebbe ordinato la fucilazione dell'Asburgo.

Massimiliano

Biondo, alto, bello e gentile, l’arciDuca era nato il 6 luglio del1832 aSchönbrunn ed era fratello minore di Francesco Giuseppe.

Abitualmente chiamato Max, era un romantico sognatore dotato di spiccato talento artistico; era cattolico praticante; era assertore della Monarchia assoluta, ma non escludeva l’ipotesi di costituzione di Assemblee popolari; era corretto e giusto con i Subalterni, ma pretendeva nette le differenze tra Classi.

Dotato di particolare intelligenza; coltissimo: conosceva francese, italiano, ungherese, ceco, inglese e tedesco; estimatore di Arte, Filosofia, Storia, Letteratura, Diritto canonico e Scienze; dedito alla Pittura ed appassionato Botanico; affascinato dalla Marina militare, aveva intrapreso la carriera conseguendo presto alti gradi ed intervenendo nel rinnovamento del porto di Trieste e nella costituzione della Flotta imperiale austriaca con cui l'Ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, anni dopo, avrebbe sconfitto il collega Carlo Pellion di Persano nella battaglia di Lissa, durante la Terza Guerra di Indipendenza: nel 1853, poco più che ventenne, era Capitano di corvetta e nel 1854, appena ventiduenne, era Comandante supremo della Imperiale Marina da guerra austriaca.

Aveva sposato Carlotta, figlia del Re Leopoldo del Belgio: il loro era stato un coup de foudre malgrado, a sorpresa proprio nel giorno delle nozze, egli imbarazzasse il suocero ed il suo Parlamento sulla congruità della dote della sposa.

Dopo il matrimonio Francesco Giuseppe lo aveva nominato viceRé del Lombardo/Veneto, in sostituzione del novantenne feldMaresciallo Radetzky: la coppia aveva eletto residenza a Milano.

La tolleranza politica estratta dal fascino per le idee liberali; la politica tollerante; la frequente concessione di amnistie; l’ostilità alla repressione violenta dei moti; la costituzione sistematica di Commissioni consultive in cui impegnò pezzi dell’intellighenzia coeva: Cantù, Pasini, Jacini, gli valsero l’ostilità del Cavour e la collera del Gabinetto di Vienna ma, nel1857 l'Armata di Ferencz Gyulai, nella nuova guerra contro il Regno di Sardegna supportato, questa volta, dalla Francia di Napoleone III, fu sconfitta: l’Austria perse la Lombardia e Francesco Giuseppe non poté contrastare la successiva occupazione piemontese di Parma, Modena, Toscana, Bologna e, in seguito, di Marche e Umbria. Così accadde che, a margine della rovinosa sconfitta inflitta dai Prussiani a Königgrätz, Massimiliano fosse insistentemente invocato dal Popolo in sostituzione di Francesco Giuseppe, cui si chiedeva l’abdicazione: forse per questa ragione, costui colse al volo la possibilità di liberarsi dell’ingombrante fratello, all’atto della conquista napoleonica del Messico e dell’offerta di quella corona.

Di fatto, ridimensionata la potenza asburgica, Massimiliano e Carlotta si trasferirono a Trieste ove egli volle la costruzione del bianco edificio di Miramar, arroccato su uno scoglio a picco sul mare. In quella sede, nel 1859, fu contattato da Monarchici messicani con la proposta di diventare Imperatore di quella lontana realtà: battuti nella Guerra di Riforma, i Conservatori avevano deciso di rivolgersi alle dinastie del vecchio continente per instaurare un governo imperiale di ispirazione cattolica, in opposizione al governo di Benito Juárez e alla Costituzione del 1857.

L’Asburgo declinò l’offerta ma colse l’occasione per soddisfare la propria passione per la Botanica, con una spedizione scientifica nelle foreste del Brasile.

Nella domenica del 10 aprile del 1864, la proposta fu riformulata ed accettata previa consultazione di Napoleone III che, in appoggio alla fazione conservatrice, invase il Messico al fine di stabilire un governo filo/francese vicino agli Stati Uniti d'America; ma le sue truppe furono sconfitte nella celebre Battaglia di Puebla e, solo l’anno successivo, occuparono Città del Messico; presero il potere; insediarono una Monarchia  parlamentare. Una volta nella capitale, poi, il Generale Forey fornì legalità all’occupazione instaurando una Giunta che avrebbe eletto tre soggetti cui sarebbe stata delegata l’attività esecutiva: essa, sostenuta da un’Assemblea di duecentoquindici Notabili, varò il nuovo governo disponendo che lo Stato avrebbe adottato una Monarchia moderata ed ereditaria, rappresentata da un Sovrano straniero.

José Gutiérrez aveva visto coronato il suo sogno.

Già Segretario della Delegazione di Conservatori che nel 1820 aveva offerto il trono a Carlo Luigi d'Asburgo, quando il Messico si era dichiarato indipendente dalla Spagna era un ricco Terriero cattolico, fermamente persuaso di trovare nella Monarchia la pace per il suo Paese e altrettanto deciso a difendere la Chiesa e a mantenere le differenze di Classe. Egli si sentiva parte di un progetto divino e le proprie convinzioni si erano consolidate quando l'anarchia aveva sconvolto il Messico e, ancor più nel 1855, quando Benito Juàrez: Ministro indio della Giustizia del Governo liberale presieduto dal Generale Comonfort aveva fatto approvare dal Parlamento l’abolizione dei poteri dei Tribunali ecclesiastici; aveva sottoposto il Clero alla giurisdizione dei Tribunali ordinari; aveva introdotto il matrimonio civile e il divorzio; aveva nazionalizzato le sterminate proprietà della Chiesa; aveva chiuso gran parte dei Monasteri e fissato una diaria per i Sacerdoti; aveva venduto a Privati i terreni già in possesso del Clero.

La guerra civile aveva allontanato la possibilità di riaffermare pace e giustizia in Messico ed era coincisa con la Secessione americana e col conflitto fra Unionisti e Confederati: la Costituzione approvata nel 1857 non proclamava la libertà religiosa, ma neppure affermava che l'unico culto praticabile fosse quello cattolico/romano.

La Chiesa aveva considerato questa riforma una minaccia ed aveva preso a negare l' assoluzione a quanti avessero giurato fedeltà alla nuova Carta.

Josè Gutiérrez aveva ritenuto più che mai ineludibile il ricorso ad un Principe che, di sicura fede romana, restituisse sicurezza all’insanguinato Paese: un Sovrano, in definitiva, dotato di autorevolezza tale da imporre il ripristino dell’ordine alle Forze Armate e da riscuotere il gradimento degli Stati Uniti che, fin dal 1832, con la Dottrina del Presidente Monroe, avevano espresso la opposizione a qualsiasi interferenza europea nei loro affari.

Nel frattempo, Comonfort aveva effettuato un colpo di Stato e sostituito i  Ministri liberali con una Giunta di Generali uno dei quali: Zuloaga, lo aveva costretto ad abbandonare il Messico dopo avergli fatto scarcerare Juàrez. Costui, che per effetto di quella Costituzione era stato eletto Primo Giudice della Corte Suprema, si era a sua volta autoproclamato Presidente della Repubblica e le truppe fedeli a lui e a Zuloaga avevano avviato la cosiddetta Guerra delle Riforme, durata tre anni.

Dopo il primo anno di conflitti il Generale Miramon aveva preteso le dimissioni di entrambi, insediandosi alla Presidenza; ma Juàrez, con l’aiuto degli Stati Uniti, l’aveva spuntata: le truppe liberali, al comando del Generale Ortega, erano entrate in Città del Messico il giorno di Natale del 1860; vi avevano fucilato duemila Conservatori; avevano espulso il Nunzio apostolico e il rappresentante spagnolo e dato vigenza alle nuove leggi.

Il Messico poteva ora guardare alla pace, disponendo di un solo governo legittimo retto dall’Indio; tuttavia i tre anni di guerriglia avevano causato tale crollo dell’Economia che, nel luglio del 1861, Juàrez aveva deciso di sospendere per due anni qualsiasi pagamento dei debiti nazionali verso l'Estero sia per capitali che per interessi.

Le conseguenze erano state drammatiche: la Gran Bretagna aveva riconosciuto quell’ establishment a condizione che assumesse la responsabilità finanziaria per i danni subiti dai Cittadini inglesi in seguito all'azione dei vari regimi messicani. Nel frattempo il Governo, indebitati anche con Obbligazionisti francesi e spagnoli, aveva saccheggiato l’Ambasciata d’Inghilterra mentre le truppe liberali arrembavano un treno inglese carico d'argento.

Le Potenze europee creditrici adottarono una politica d’intervento: con la Convenzione di Londra sottoscritta nell'ottobre del 1861, Gran Bretagna, Spagna e Francia, pur assumendo di non voler infrangere l’integrità territoriale dello Stato, occuparono militarmente alcune zone della costa messicana in attesa del rimborso dei crediti.

Era l'occasione che Gutiérrez aspettava: l’azione militare era legittima dal punto di vista del Diritto internazionale e facilitata dalla guerra civile degli Stati Uniti, rispetto alla quale era prevedibile un risultato favorevole al Sud, ovvero alla parte più affine alle idee dei Conservatori locali.

Nell’ottobre del 1863, egli con José Maria Hidalgo, Francisco Javier Miranda e Juan Nepomuceno Almonte ripropose la tiara messicana a Massimiliano, esibendo una documentazione dalla quale risultava che quel Popolo chiedeva di essere governato da un Principe europeo: l’esplosione della Guerra di Secessione aveva chiamato in causa Napoleone III il cui Generale Élie Frédéric Forey prese la capitale.

Un plebiscito pilotato confermò la caduta del Presidente Benito Juárez e la proclamazione dell'Impero.

L’Asburgo sembrò più che mai il candidato giusto per la instaurazione di una Monarchia moderata.

Il Secondo Impero Messicano, creato nel 1864 ed appoggiato dal locale esercito conservatore e dalle truppe imperiali francesi, ebbe come primo Sovrano Massimiliano d'Asburgo Lorena che, arciDuca d’Austria e Principe reale di Ungheria, Boemia e Croazia e già viceRé del Lombardo Veneto, entrò nel porto di Veracruz durante la ritirata di Benito Juárez e fu proclamato Imperatore del Messico il 10 aprile del 1864.

Dotato di spiccata intelligenza, fin da giovane egli aveva mostrato propensione per le idee progressiste del tempo, guadagnandosi una solida reputazione liberale.

Figlio di Francesco Carlo e di Sofia di Baviera; fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe; sposo di Carlotta del Belgio e padre degli adottati Agustìn de Iturbide y Green e di Salvador de Iturbide y de Marzàn, nipoti di Agustín de Iturbide, era nato a Vienna il 6 luglio 1832. Forse sarebbe restato protetto dall’abbraccio dei Sudditi triestini, se i risultati di quella singolare consultazione popolare, secondo la quale oltre il 70% degli Elettori si era pronunciata a favore dell'istituzione dell’Impero, non lo avessero persuaso a fidare sul sostegno popolare.

Partì con una quota di robusto romanticismo e intenzioni ben distanti dal buon senso e dalla cognizione delle condizioni reali del Paese che mirava a  governare.

Prima di lasciare definitivamente l’Europa, si recò a Roma per ricevere la benedizione di Pio IX, che si limitò a generici auguri per una missione tesa a proteggere la fede e le usanze di un Popolo cattolico. Poi chiese il consenso del fratello Imperatore che, per contro, pretese la rinuncia a qualsiasi rivendicazione sul trono austriaco; gli rifiutò appoggi per non inimicarsi gli Stati Uniti; gli consigliò di accettare la corona solo se la Gran Bretagna e la Francia avessero dato serie garanzie.

Di fatto, nella sua ingenuità e ignoranza del tessuto sociale e politico d’oltreoceano, Massimiliano accumulò errori su errori alimentando un forte fronte di ostilità anche fra i suoi alleati conservatori.

E’ certo che Napoleone III, giocando sulla sua inesperienza, coltivava il proposito di andare ben oltre una semplice dimostrazione di forza per riscuotere i propri crediti: un corpo di spedizione francese era attraccato a Vera Cruz nel gennaio del 1862, preceduto da una guarnigione spagnola e seguito da un reparto di Fucilieri inglesi, ma egli voleva il Messico, per affermare la potenza francese sul Nuovo Mondo e compensare quella emergente americana; per creare uno Stato satellite cattolico che lo riavvicinasse al Papato ed all’Elettorato cattolico francese; per riconciliarsi con gli Asburgo; per dare al proprio Popolo sbocchi utili a rimuovere memoria del suo stesso colpo di Stato e la conseguente abolizione delle libertà costituzionali.

E’ certo che un Politico esperto non avrebbe mai assunto la responsabilità della guida di una realtà sbrindellata da lustri di caos.

E’ certo che anche don Josè ritenne Massimiliano un docile fantoccio incapace di rendersi conto d’essere una pedina nel gioco spietato fra un Sovrano privo di scrupoli e un piccolo esponente della Nobiltà messicana.

Juàrez aveva tentato subito le vie diplomatiche, ma le reali intenzioni di Napoleone erano presto emerse, mentre Sir Charles Wyke e il Generale Prim tentavano una soluzione negoziale nella consapevolezza che il Messico non fosse comunque in grado di onorare i debiti e che il sequestro della Dogana di Vera Cruz l’avrebbe privato degli introiti derivanti dai dazi, pari a circa il settanta per cento di quelli statali.

Mentre i due Diplomatici accordavano comode rateazioni, Pierre Alphonse Dubois de Saligny presentò un ultimatum al Governo: pagamento di dodici milioni di dollari a titolo forfetario, a copertura del debito complessivo fino al 31 luglio 1861; riserva della Corona francese di pretendere ulteriori somme per i danni subiti oltre tale data; soddisfacimento da parte dell’establishment messicano delle richieste dei Portatori di obbligazioni della Banca svizzera di Jean Baptiste Jecker, per un totale di quindici milioni di dollari: i titoli erano stati emessi a fronte di un prestito concesso a condizioni del 20% di interessi al Generale Miramon. Quando Juàrez obiettò la cittadinanza svizzera del Banchiere, il Diplomatico francese gli oppose che era appena stato naturalizzato.

Era l’atteso coup de théatre: le condizioni imposte al Messico erano praticamente inaccettabili.

Si voleva la guerra.

I Governi spagnolo e inglese, per contro, soddisfatti nelle proprie pretese ritirarono le proprie truppe mentre Napoleone, che già aveva inviato in Messico il Generale Charles Ferdinand de Lorencez, dichiarando la Francia lesa nei propri interessi e nel proprio onore, ordinò di marciare sulla capitale subendo, contro ogni previsione, lo smacco di Puebla  il 5 maggio del 1862. L’alto Ufficiale fu richiamato in patria e sostituito dal collega Elie Forey, che il 7 giugno del 1863 entrò in Città del Messico.

Il Presidente in fuga decretò da El Paso del Nord la pena di morte per i Collaborazionisti.

Pierre Alphonse Dubois costituì una Giunta di Maggiorenti conservatori; dichiarò decaduto Juàrez; proclamò l'Impero del Messico; ne offrì la corona a Massimiliano, incaricando Gutiérrez di indurlo ad accettare.

L’Asburgo sbarcò a Veracruz il 28 maggio del 1864, incontrando fin da subito una serie di difficoltà con i Liberali di Juárez che seguitarono a combattere gli Invasori francesi.

Eletta residenza nel castello di Chapultepec, egli credette nella copertura di Napoleone III: ottomila Soldati sarebbero restati in Messico per sei anni, a spese del governo messicano che si impegnava anche a onorare le obbligazioni Jecker. Poi, pur incarnando le attese di Clericali, adottando molte delle iniziative liberali dell’amministrazione Juàrez, come primo atto politico rifiutò di restituire alla Chiesa i beni nazionalizzati a suo tempo; impose ai Parroci la somministrazione gratuita dei Sacramenti; affermò la libertà di fede; esibendo una cultura illuminista incline ai Liberali, concesse libertà di stampa; varò la riforma agraria; estese il voto alle classi contadine; offrì al rivale l'amnistia ma, a fronte del diniego, ordinò la fucilazione di tutti i suoi seguaci arrestati commettendo un grave errore tattico che ebbe il solo risultato di esacerbare gli Oppositori al suo regime, derivandone l’essere considerato dai sostenitori del precedente Governo un intruso e dai Conservatori uno Straniero. Paradossalmente, le uniche simpatie su cui egli poteva contare provenivano dagli Indios dei quali, fino ad allora, non s’era curato alcun Politico. Forse il Sovrano venuto da molto lontano era una delle deità promesse nelle loro antiche leggende, sopravvissute a tre secoli di forzate conversioni.

Il tracollo

All’Asburgo mancò il tempo per tenere la linea politica, dovendo da subito fronteggiare una guerriglia molto dura: Juàrez godeva dell’appoggio degli Stati Uniti ove, contro ogni previsione, si delineava netta la vittoria nordista. L'organizzazione della contro-guerriglia del Colonnello Dupin contribuì a solo esaltare una spirale di cruda violenza che rese impopolare in Francia una guerra priva di chiari obiettivi: Napoleone III era consapevole di vacillare e sapeva di essere esposto al rischio di uno scontro aperto con gli Stati Uniti. Le voci sempre più insistenti di un ritiro anticipato delle sue truppe indussero l'Imperatrice Carlotta a recarsi a Parigi, per supplicare Eugenia a non abbandonare Massimiliano al suo destino. Tuttavia, gli eventi precipitarono: alla fine della Guerra di Secessione, il 26 maggio del 1865, strumentalmente i Francesi ritennero troppo elevati i costi dei presidi militari di sostegno al Messico i cui Repubblicani erano riforniti di armi dagli Stati Uniti.

Malgrado circolasse sempre più insistente la richiesta dell'abdicazione, l’Asburgo tentava di arruolare Ufficiali dell'Esercito americano da contrapporre a Juàrez: tra essi, forse già convinto ad accettare, c’era il Generale George Armstrong Custer.

Nel1866, afronte dell’esasperazione della resistenza messicana e della opposizione monroeniana statunitense, Napoleone III ritirò l’esercito pretestuosamente impugnando contro l’Impero il mancato onore ai patti del suo mantenimento.

Di fatto era perfettamente consapevole che, decisi a non riconoscere il governo imperiale e a sostenere i ribelli di Juàrez, gli Americani attendevano il suo arretramento.

Disperata, Carlotta si recò anche a Vienna per esigere l’aiuto del cognato Francesco Giuseppe e poi a Roma dal Papa, ma i suoi sforzi fallirono e, a causa di un collasso, non  tornò in Messico.

Il ritiro dei Francesi fu un duro colpo per Massimiliano che, isolato e indifeso, si rifiutò di mandare allo sbaraglio i propri sostenitori e, ritiratosi nel febbraio1867 aSantiago de  Querétaro, vi sostenne un assedio durato alcune settimane mantenendo il controllo di Città del Messico, Puebla e Veracruz e rifiutando di lasciare il Paese: avendo rinunciato ad ogni diritto, in Austria non aveva più prospettive malgrado il germano gli rendesse i titoli nella convinzione che i ribelli lo potessero trattare con maggior rispetto.

Il 14 maggio del 1867 capitolò: arrestato e processato da una Corte marziale, fu condannato a morte.

La sua avventura s’era conclusa in tre anni.

Molti Sovrani d'Europa e preminenti figure come Victor Hugo e Giuseppe Garibaldi, inoltrarono petizioni perché gli fosse risparmiata la vita; ma Juárez le ignorò, ritenendo necessario stabilire che il Messico non avrebbe mai più tollerato governi imposti da Potenze straniere e il Presidente americano Andrew Johnson, ancora a conferma della teoria del Monroe, rifiutò di perorare la causa.

Alle 6.40 del 19 giugno del 1867 con i Generali Miguel Miramón e Tomás Mejía, l’arciDuca fu condotto sulla cima della collina Cerro de las Campanas ove il Plotone d’esecuzione lo aspettava allineato e armato.

Scese dignitosamente dalla carrozza, vestito di un semplice abito nero. Affidò ad un Servo il cappello e il fazzoletto, incaricandolo di consegnarli al fratello.

Non lasciò ricordi per Carlotta, poiché gli era stato detto che era morta.

A ciascuno dei sette Militari, poi, dette una moneta d’oro chiedendo di mirare al cuore e di non sfigurarlo, perché la madre potesse vederlo intero.

A tal proposito, si vuole che si appuntasse un pezzo di stoffa rossa sulla camicia bianca per indicare il punto in cui colpirlo.

Infine, in perfetto spagnolo, si rivolse ai carnefici: Io perdono tutti. Prego anche che ognuno possa perdonare me e che il mio sangue, che sta per essere versato, possa portare la pace in Mexico. Viva Mexico! Viva l’indipendenza!

Furono le ultime parole: morì all’istante, malgrado l’Ufficiale comandante gli sparasse un ulteriore colpo a bruciapelo colpendolo in un occhio, al fine di garantirsene la morte.

Fu poi il turno dei due Generali.

Più tardi, il corpo dello sfortunato Sovrano fu deposto in una cassa di legno e l’occhio fu sostituito con un elemento di vetro. Imbalsamato ed esposto in Messico, prima di essere ricondotto a Trieste con la stessa fregata su cui aveva viaggiato nel 1864, fu portato a Vienna e sepolto nella Cripta Imperiale.

Sconvolto dalla notizia, il pittore Édouard Manet dipinse ben quattro tele sulla tragica circostanza e, ritenendo che il trentaquattrenne arciDuca fosse stato usato e poi abbandonato a se stesso da Napoleone III, ritrasse il manipolo incaricato dell’esecuzione vestito della divisa francese.

Franz Liszt compose una marcia funebre inserita al n° 6 del Terzo Anno delle suite Années de Pèlerinage.

Giosuè Carducci scrisse la celebre Miramar.

Il Boletin Republicano del 20 giugno, invece, si limitò al seguente trafiletto: Alle sette del mattino di ieri l'arciduca Ferdinando Massimiliano d'Austria ha cessato di esistere.

Era mancato in solitudine: la Chiesa lo aveva abbandonato; Napoleone III lo aveva tradito; l’ Europa s’era limitata ad una indignazione di facciata.

La sua fine aveva avvantaggiato i soli Stati Uniti, affrancati da ogni eventuale intrusione straniera in un’area ricadente nella loro sfera di interessi.

Dopo un breve periodo trascorso al Castelletto nel parco del Castello Miramar di Trieste, ove apprese della morte del marito ed ove fu curata dai Medici Riedel e Jilek che ne diagnosticarono la follìa, Carlotta fu ricondotta in Belgio e vi restò sino alla fine giunta il 19 gennaio del 1927 nel Castello di Bouchout a Meise

Bibliografia