Non solo Medio Evo

Mazarino Giulio Raimondo

di Ornella Mariani
Mazarino Giulio Raimondo
Mazarino Giulio Raimondo

Giulio Raimondo Mazarino nacque a Pescina il 14 luglio del 1602 e si spense a Vincennes il 9 marzo del 1661.
Fu Cardinale, Politico e Diplomatico italiano ma servì la Francia come Principale Ministro sotto Luigi XIV, in successione a Richelieu.

Fu primogenito del nobile siciliano Pietro e dell’aristocratica umbra Ortensia Bufalini, imparentata con i Colonna e, cresciuto a Roma, vi condusse gli studi nel Collegio Romano dei Gesuiti fermandosi al ruolo di Diacono e legando la propria formazione al coetaneo Girolamo Colonna, che accompagnò a Madrid e ad Alcalà de Henares, studiandovi Diritto Canonico.
Laureatosi nel 1628 a Roma in utroque iure, Giulio fu testimone del conflitto per la successione di Mantova e del Monferrato, segmento di rilievo della Guerra dei Trent’Anni: nel dicembre del 1627, morì senza eredi il Duca Vincenzo II Gonzaga e le Grandi Potenze ne appoggiarono rispettivamente i presunti successori: la Spagna e l’Impero, il ramo dei Gonzaga-Guastalla; la Francia il ramo Gonzaga-Nevers. Pertanto, Filippo IV, Ferdinando II d’Asburgo e il Duca Carlo Emanuele I di Savoia si coalizzarono contro l’asserito diritto di Carlo I, sostenendo gli interessi di Ferrante II.
Fu allora che, incuneandosi in quel groviglio politico, Urbano VIII inviò in Valtellina truppe guidate dal giovane Capitano di Fanteria Mazarino.

A quel tempo Anna, figlia di Filippo I Colonna e sorella di Girolamo, sposò Taddeo Barberini, nipote del Papa e, nell’occasione, il fratello divenne Cardinale Primate di Albano.
Quando egli fu inviato in Monferrato, per risolvervi in via diplomatica il conflitto franco/spagnolo, chiese ed ottenne di avere l’amico Giulio come Segretario. I negoziati si rivelarono da subito difficili, poiché entrambe le parti erano decise all’uso delle armi. Tuttavia, consapevole della superiorità militare francese, Giulio la rappresentò agli Spagnoli e non trascorse molto tempo perché il Marchese di Santa-Cruz, consapevole dei reali rischi cui erano esposte le sue truppe, optasse per la mediazione.

Mazarino concluse le trattative il 6 aprile del 1631 col Trattato di Cherasco: il Duca di Savoia e l'Imperatore vi si impegnarono a riconoscere la legittimità successoria di Carlo Gonzaga e cedettero Pinerolo, elemento cruciale per l’accesso alla valle padana.
La felice conclusione della vicenda, vantaggiosissima per la Francia, impressionò tanto Luigi XIII ed il suo Primo Ministro Richelieu da invitare a Parigi il regista dell’evento diplomatico e da colmarlo di gratificanti e preziosi omaggi.
Analogo favore egli incontrò in Urbano VIII che, attraverso la sua abilità diplomatica, guadagnò l’appoggio del Cardinale francese nella occupazione sabauda di Ginevra.

Nel 1634, già a servizio del Porporato Antonio Barberini, Mazarino fu mandato ad Avignone come Legato e nel biennio successivo divenne Ambasciatore di rango della Chiesa a Parigi: era già assai inviso agli Spagnoli che, per la sua inclinazione ai Francesi, lo osteggiarono attraverso i loro referenti nella Curia: ottenuto che fosse rinviato in Avignone malgrado le pressioni di Richelieu, essi ne intralciarono l’investitura cardinalizia. La circostanza, tuttavia, non impedì al governo parigino di coltivare l’idea che Giulio potesse essere l'uomo giusto a sostituire l’anziano Statista: il vecchio Primo Ministro, pertanto, gli assegnò incarichi di estremo prestigio spianandogli la via del successo; rendendolo assai gradito alla Corte ed al Re; invitandolo a risiedere a palazzo reale; convocandolo al proprio diretto servizio nel 1639, col ruolo di Segretario personale; conferendogli la cittadinanza e, benchè neppure fosse Sacerdote, esigendone la Porpora nel 1641 ed indicandolo a Luigi XIII già come successore.

Consacrato Cardinale da Urbano VIII il 16 dicembre del 1641 pur senza disporre di alcuna diaconìa, Mazarino si astenne due volte dal diritto di partecipare al Conclave: la prima, nel 1644, per essere giunto a Roma in fatale ritardo alla elezione di Innocenzo X, sulla quale avrebbe dovuto porre il veto francese; la seconda, nel 1655, alla designazione di Alessandro VII.
Il 5 dicembre del 1642, in ogni caso, morto Richelieu, egli fu designato Primo Ministro e, quando l’anno successivo si spense anche Luigi XIII, assunse la reggenza per la minorità di Luigi XIV, fiancheggiando la Regina/madre Anna d’Austria.
La sostanziale debolezza di costei e le polemiche sulla politica del Cardinale animarono un clima di guerra civile.
E furono le Fronde: movimenti di opposizione causate dal prolungarsi della guerra con gli Asburgo, con conseguente dissesto finanziario.

Prosecutore rigoroso della politica di Richelieu, anche Giulio dovette affrontare forti tensioni sociali ed attraversò la sua più drammatica fase politica a partire dagli anni ’40 fino al 1648, quando ordinò l’arresto di alcuni esponenti del Parlamento di Parigi.
Gravava, sulla Francia di quegli anni, l’eco delle vicende spagnole ed inglesi, che rischiavano di esplodere in rivoluzione e di seminare elementi destabilizzanti anche in Francia ove, nel dicembre del 1642 la scomparsa del più tenace autoritarismo nazionale e nel maggio del 1643 quella del Sovrano avevano gettato il Paese nella crisi di una nuova reggenza: Luigi XIV era un bambino; Anna d'Austria era asburgica e spagnola; Mazarino era un modesto italiano prestato alla politica.
Queste circostanze destarono conflittualità tra i vari corpi sociali e costrinsero il Ministro, come già accaduto sotto il governo di Richelieu, al ricorso ad una politica fiscale onerosa e destinata alla impopolarità.

Un primo contrasto fra Governo e Società civile si manifestò proprio nel 1643, quando il Parlamento di Parigi che, oltre alle competenze giudiziarie e finanziarie, era deputato per tradizione a rappresentare la Nazione nei rapporti con la Monarchia, di fatto sostituendosi agli Stati Generali, contestò i provvedimenti finanziari della Corona, emanati a sostegno della guerra.
La politica accentratrice e i rimedi fiscali imposti da Mazarino e già da Richelieu sollevavano ora malcontento diffuso: l’aumento delle imposte dirette e indirette colpiva i ceti popolari e rurali e ma anche l’Aristocrazia ed alla Nobiltà di Toga, sottoposte a rigoroso controllo da parte dei nuovi Intendenti.

Lo strappo fra Stato e Società Civile creatosi in conseguenza di tali circostanze esplose nel 1648 in una più ampia ribellione: la Fronda, che coinvolse con ragioni diverse, tutte le categorie sociali. Si trattava, in qualche modo, di una reazione postuma alla politica di Richelieu, ora puntualmente perseguita da Mazarino. Di fatto, era una ribellione contro lo Stato e il suo programma fiscale che stringeva in una estrema solidarietà Nobili, Borghesi, Popolani e Contadini. Il pretesto per manifestare l'opposizione fu fornito dal rinnovamento della Paulette: una tassa che rendeva ereditarie le cariche.
Il pressante bisogno di denaro aveva, infatti, costretto Mazarino a riconfermarla, modificandola con una ritenuta su parte dello stipendio del Funzionario, così rendendola assai più onerosa.

I gruppi interessati dal provvedimento e già allarmati dal dissesto che minava il regolare pagamento della rendita e dall’inflazione delle cariche, chiesero il sostegno del Parlamento di Parigi, a sua volta inasprito dagli abusi della Monarchia nel settore della Giustizia e delle Finanze e dal sostanziale esproprio delle competenze, avocate arbitrariamente dal Governo.
In sostanza, per i Parlamentari la questione si proponeva utile elemento di opposizione all’ulteriore finanziamento della guerra; di monito alla Corona, attenta alle drammatiche vicende inglesi; di rivendicazione delle antiche prerogative e dei diritti costituzionali; di rifiuto di un assolutismo regìo che svuotava di senso e di potere l’Istituzione.

A fronte del saldo proposito dei Deputati di imporre il proprio controllo sulla spesa pubblica, la querelle si fece aspra e l'arresto di un Parlamentare fu causa di scontro aperto: le contestazioni partite da Parigi contagiarono i Parlamenti delle Province assumendo, come a Bordeaux, toni di pericoloso integralismo repubblicano.
Il nuovo aumento delle imposte, poi, coinvolgendo le masse, nell’agosto del 1648 trasformò la protesta antifiscale in una guerra civile: barricate e scontri insanguinarono la Francia finché il governo Mazarino, impedito dalla mancanza di denaro a continuare la guerra e ad organizzare repressioni, finì con l’accogliere alcune delle richieste della Fronda. Tuttavia la rivolta della Plebe, che aveva visto quadruplicare il prezzo del pane, saldata alla tensione dei Parlamenti contro il sistema accentratore della Corona, nel gennaio del 1649 trascinò la Nazione nel baratro: la notte del 5 gennaio, Mazarino, Anna d'Austria ed il figlio Luigi XIV fuggirono da Parigi.

Il rischio cui la Monarchia era esposto era enorme, se si considera che nello stesso periodo l'Inghilterra rivoluzionaria si accingeva a decapitare il suo Re.
Fortuna volle che anche le più intransigenti élites parlamentari, per quanto fermamente esigessero il reintegro nelle proprie competenze costituzionali, non intendevano mettere in discussione la sopravvivenza della Monarchia in quanto Istituzione.
Su questa certezza si costruì la conciliazione delle parti.

Nel marzo dello stesso 1649, tutti i Parlamenti recedettero dalla rivolta.
Fu l'Aristocrazia a promuovere una nuova protesta antimonarchica: nel 1650 il Duca di Enghien, ovvero il Gran Condè, la cui fama era legata alla epica battaglia di Rocroi contro la Spagna, si pose a capo della Fronde princière o Fronda dei Principi.
Era forte di prestigio ed animato da irredimibile risentimento nei confronti dell’assolutismo di Mazarino, della sua rete di Intendenti e della concezione fortemente burocratica di Mazarino Il Popolo lo fiancheggiò e la marcia dei Contadini infiammò la capitale.
La tensione giunse alle stelle: in febbraio del 1651 la insostenibilità della situazione indusse il Mazarino alla fuga in Germania donde, ben consapevole della debolezza dei nemici, divisi da rivalità interne, proseguì nell'impegno di difesa della Istituzione dalle aggressioni particolaristiche ed organizzò contro il Condé una spedizione militare affidandosi al Generale Turenne, che favorì il suo rientro nel 1652 e l’esilio del capo della Fronda aristocratica.

Va precisato, comunque, che seppure tali rivolte furono scatenate dal rilancio della Paulette, esse non possono essere liquidate come mero movimento antifiscale: le Fronde fondarono su vari elementi che, intrecciandosi, esasperarono le tensioni sociali provocate dalle nuove imposte. Certamente la guerra fu tra le cause prime dei provvedimenti fiscali del Governo. Certamente essa coincise con una sfavorevole congiuntura economica. Certamente il malessere ricadde sulle classi popolari. Certamente negli ambienti frondisti acculturati, l'ideologia costituzionalistica esibita dall'Inghilterra giocò un ruolo. Certamente la progressiva perdita di potere della Monarchia, unita alle maggiori difficoltà nell'esazione dei diritti feudali, colpì gli interessi dell’Aristocrazia di Provincia.
Ragioni diverse, dunque, avevano dato avvìo alle rivolte che, per effetto della complessa contingenza politica, si erano coagulate in una unitaria reazione contro lo Stato, senza tuttavia assumere la necessaria compattezza incrinata da antiche rivalità fra aderenti.

Fu su tale evidenza che Mazarino giocò le sue carte, uscendo vittorioso e rafforzato dalla vicenda: la riconciliazione fra la Fronda e lo Stato avvenne sulla base del reinserimento delle élites aristocratiche e parlamentari nello stesso sistema monarchico.
Dopo anni di disordini esse compresero che il loro benessere era subordinato alla stabilità politica ed a un efficiente apparato di riscossione delle imposte, in grado di consentire allo Stato il pagamento dei loro stipendi. L'abilità del Cardinale nell’orientare i negoziati garantì, dal 1653, quel ritorno all’ordine che gli consentì di proseguire nell’azione di consolidamento del governo centrale contro i particolarismi locali e di intraprendere una vigorosa politica economica anche mercantilistica.

Non meno disinvolto egli si propose in politica estera: nel perdurare della guerra franco/spagnola, fra il 1635 e il 1659, non esitò ad allearsi con Oliver Cromwell contro i Cattolici di Spagna che non avevano aderito alla Pace di Westfalia del 1648 e promise, in cambio del sostegno inglese, la base navale di Dunkerque. La città, consegnata a margine della vittoriosa Battaglia delle Dune del 1658, sarebbe stata rivenduta alla Francia da Carlo II d’Inghilterra nel 1662. La guerra agli Spagnoli proseguì, così, concludendosi con la sconfitta di costoro, costretti a negoziare la Pace dei Pirenei del 1659: un evento che lo Storico Robiquet giudica ... un’opera perfetta ed uno dei monumenti più belli che ci ha lasciato la Diplomazia francese...
Il Trattato di Westfalia, in definitiva, archiviò la Guerra dei Trent’Anni avviata nel 1618 e la Guerra degli Ottant’Anni tra la Spagna e le Province Unite. Le due intese consentirono alla Francia l’annessione dell’Alsazia, dell’Artois e del Rossiglione infrangendo la pressione degli Asburgo di Spagna e d'Austria e determinando lo sbriciolamento della Germania in numerosissimi Stati a vocazione quasi completamente autonoma.

Tuttavia, a turbare le fortuna di Mazarino intervennero due vicende: la malattia di Luigi XIV, manifestatasi ai primi di luglio del 1658 e poi risoltasi con generale sollievo e l’impennata sentimentale dello stesso Sovrano che, nel pieno delle trattative del matrimonio con la Principessa Margherita di Savoia, nella prospettiva di un'alleanza italo-francese in funzione antispagnola, durante la cerimonia di presentazione della sposa a Lione, si invaghì perdutamente di Maria Mancini, diretta nipote dello stesso Ministro.
Divenne un caso.

Tale da disordinare tutta la progettualità politica del Cardinale, che s’impegnò con ogni mezzo per dissuadere il Re a rinunciare, fino ad invocare la Ragion di Stato. La decisione portò finalmente alla pace definitiva con la Spagna: le trattative, iniziate a Lione nel novembre del 1658 con Pimentel, continuarono in segreto a Parigi nella residenza di Mazarino e, salvo una pausa nell'estate del 1659, si conclusero il 7 novembre successivo. Con i centoventiquattro articoli del Trattato dei Pirenei, cessata l’ostilità, si procedeva alla definitiva sistemazione della questione territoriale ed al rilancio dell'assolutismo monarchico.
Il punto nodale degli accordi furono le nozze di Luigi XIV con l’Infanta Maria Teresa d'Austria, figlia di Filippo IV: in virtù del contratto matrimoniale ella, che assicurava una dote di cinquecentomila scudi d’oro peraltro mai incassati dai Francesi, rinunciava ai diritti sulla tiara spagnola. Mazzarino seguì ogni fase degli accordi nella città di frontiera di Faisan, assieme al collega spagnolo don Luigi de Raro. Il rito fu officiato il 9 luglio 1660 a Saint-Jeande-Luz e la coppia entrò solennemente in Parigi il successivo 26 agosto: benchè ammalato di nefrite, il Ministro seguì il corteo gustando l’emozione del trionfo.
Aggravandosi le sue condizioni di salute, però, l'8 febbraio del 1661 si fece condurre a Vincennes ove, nel giro di un paio di settimane, la sua condizione si aggravò: dettate le ultime volontà, il 9 marzo si spense.

Con l'appoggio della Regina/madre Anna d'Austria, forse sposata in segreto, era stato arbitro e regista della politica francese, assicurando alla Francia l’egemonia europea a scapito delle pretese asburgiche, e lasciava una incommensurabile fortuna in opere d’arte, passando alla Storia sia per l’attività di mecenate, sia per l’irriducibile nepotismo: aveva favorito molti parenti e, in particolare, la prole delle sorelle Geronima Mazarino Mancini e Laura Margherita Mazarino Martinozzi.

Alla sua morte, il giovane Re Sole assunse il governo del Paese ritenendo di imprimere una significativa svolta alla Nazione; tuttavia, non fece che proseguire l’attività dei due Ministri-Cardinali, tesi a tutelare e rafforzare la Monarchia e a proporre la Francia come modello di riferimento per tutti gli Stati europei.
Al di là dell’attività ufficiale, restano dati generici sulla vita privata del personaggio che per diciotto anni guidò la Francia qualificandosi come il più capace Ministro dell’Europa del XVII secolo: prima di tutto, la sua sicilianità. Sembra ormai certo che il padre, come il cognome indica, fosse palermitano. Di fatto, la circostanza pare trovare avallo proprio dal perdurare delle guerre di Fronda, quando circolarono le mazarinades nelle quali egli veniva definito Facchino siciliano e, dal Principe di Condè, Furfante di Sicilia.
Quanto alla presunta relazione sentimentale intrattenuta con la Regina, la diceria che egli fosse addirittura padre del giovane Luigi XIV non è suffragata da alcun elemento di sostanza, ma in una di undici delle loro lettere: quella dell’11 maggio del 1651, rispondendo alla Sovrana che lo rassicurava del buon stato di salute del bambino, egli scriveva ... credo fermamente che sarà la nostra consolazione ....

In effetti, egli amò il piccolo e si dedicò con cura alla sua formazione; tuttavia fu irremovibile nel negargli la mano della nipote Maria Mancini. Privilegiò l’Infanta di Spagna in omaggio alla Ragion di Stato, volendo sancire la pace con la Monarchia iberica, o volle prevenire un matrimonio che, ove autentica la sua segreta paternità, si sarebbe risolto in un riprovevole e consapevole incesto?
Davvero fu un caso che, dopo ventitre anni di sterile convivenza coniugale, la coppia reale mettesse al mondo un Delfino, in coincidenza con una relazione sulla bocca di tutta la Corte?

Luigi XIV nacque il 5 settembre del 1638. La storia sentimentale di Anna e dell’affascinante Cardinale era cominciata nel 1634, quand’egli era Legato straordinario a Parigi e quando le voci sulla omosessualità di Luigi XIII erano pressocché un dato di fatto. Davvero lo stesso Richelieu, consapevole del reale stato dei rapporti dei Sovrani, favorì quella storia?
E’ vero che egli, che pure aveva tentato di insinuarsi nel cuore di Anna, presentandole Mazarino le avesse detto: ... Signora, l’amerete molto; assomiglia a Buckingam ... alludendo al Primo Ministro inglese col quale ella aveva intrattenuto un affare di cuore?
Forse si: Mazarino sposò segretamente la Regina.
Forse si: Luigi XIV fu suo figlio.
Forse si: la Storia, per quel che conta, farà luce.

Bibliografia: