Non solo Medio Evo

Rasputin Grigorij Efimevic

di Ornella Mariani
Rasputin Grigorij Efimevic
Rasputin Grigorij Efimevic

Grigorij Efimevic Rasputin

Il 23 gennaio del 1871la Siberiafu squassata dalla caduta di un enorme meteorite: si disse poi che il funesto segno aveva annunciato l’avvento di uno degli uomini più discussi della Storia.

E’ certo che, nel successivo luglio, nel villaggio uralico di Pokrovskoe, nella Provincia di Tobol’sk, i contadini Efim Akovlevic e Anna Egorovna misero al mondo Grigorij Efimevic Rasputin, ultimo Profeta del XX secolo.

Lo chiamavano Grisha.

La Russia di quegli anni versava in una singolare complessità sociale e politica: sperequazione e disagio delle fasce di emarginazione urbana e dei ceti rurali fecero da cornice ai sintomi di quel malessere degenerato in un antagonismo di classe che produsse un massiccio esodo di massa dalle campagne alle grandi città.

I Braccianti ingrossarono le fila del Proletariato industriale, appesantendo anche l’esistenza degli Operai; isolando l’Aristocrazia e discriminando una Borghesia sviluppatasi col Capitalismo: l’intensificazione di manifestazioni popolari di protesta paralizzò la sterminata Nazione, la cui economia dipendeva sempre più dai monopoli industriali e bancari dell’Europa occidentale ed era sempre più strozzata da prestiti esteri, col risultato di un imponente indebitamento e del conseguente indebolimento della Corona di Nicola II Romanov, sposato ad Alice d’Assia e del Reno, tedesca di Darmstadt.

Non era amatala Zarina: abbracciando la fede ortodossa aveva mutato nome ed era divenuta Aleksandra, ma era entrata in una Russia antigermanica accompagnandosi a note di morte: quella del vecchio Zar Alessadro III.

Altrettanto funerea era stata la giornata della sua incoronazione, alluttata dalla notizia della morte di molte migliaia di Contadini calpestati a morte al Campo di Chodynka a Mosca, quando s’era saputo che non ci sarebbero stati per tutti doni commemorativi dell’evento: prima che la Polizia ed i Cosacchi arrivassero, quel prato s’era trasformato in un orrendo campo di battaglia e gli ospedali della città furono congestionati da feriti.

Quella tragedia fu interpretata come un presagio di rovina e, da più parti politiche, essa fu usata per evidenziare la spietatezza dell’autocrazia e la spregevole superficialità della impopolare Zarina.

La Russia, in definitiva, perdeva progressivamente il prestigio internazionale acquisito nei lustri precedenti e, tuttavia, quelle drammatiche circostanze non le impedirono di perseguire ancora la deriva imperialista e di consegnarsi, alla fine di gennaio del 1904, ad una guerra col Giappone conclusa con una disfatta e con il Trattato del 23 agosto successivo.

Malcontento popolare, consolidamento del movimento rivoluzionario e crisi irreversibile della Nobiltà fecero da sfondo alla sperimentazione parlamentare della Duma: il 1905 fu davvero un anno drammatico per i Russi e per lo Zar.

Fu l’anno che Lenin definì … la prova generale della rivoluzione del 1917….

Fu l’anno in cui Grisha entrò nella vita dello Zar.

Fu l’anno in cui le piazze furono insanguinate da tumulti che misero in dubbio il futuro dei Romanov e della Istituzione monarchica. In quel clima, Nicola II fu costretto a scegliere tra le riforme suggeritegli dal Conte Sergej Julievic Vitte o imporre una dittatura militare che avrebbe avuto bisogno del sostegno del cugino e Comandante delle Forze Armate: il granDuca Nikolaša. Costui si rifiutò minacciando addirittura di suicidarsi, piuttosto che condurre il Paese ad un bagno di sangue.

Non restò che il riformismo, che scontentò fortemente la autocrate Zarina.

All’inizio del 1906, ancorché vacillante,la Coronaaveva ancora il controllo della situazione anche per il sostegno fornitole da un congruo prestito accordato da Banche francesi ed inglesi.

In aprile, Bolscevichi e Menscevichi si riunirono a Stoccolma per il IV congresso del partito; nel luglio successivo la prima Duma fu sciolta e lo Zar, a fronte delle pressanti richieste dei Deputati contadini, attuò una dura repressione appoggiata da Tribunali militari itineranti.

Il clima si arroventò e, se le manifestazioni di protesta si attenuarono, furono posti fuori legge i vari partiti: Lenin riparò all’estero e circa tre milioni di persone, soprattutto indigenti, si ammassarono lungo le frontiere.

L’inquietante Rasputin già imperversava.

Avventuriero, visionario, erotomane, dissoluto e corrotto eretico, sedicente titolare di poteri ipnotici e taumaturgici, o un uomo di pace temuto ed invidiato per il potere ed il prestigio accordatogli?

Sguardo allucinato, magnetico ed intenso, egli esercitava il suo nefasto ed ambiguo ascendente sulla Famiglia imperiale e sulle sorti della Russia zarista o davvero, con improbabile Santità, riteneva saper attenuare la gravissima emofilia dello Zarevic Aleksej?

Frequentatore di alcove di lusso, di Monasteri e di Gabinetti politici, il nostro amico, come la Zarina lo descriveva in accorate lettere inoltrate al coniuge al Fronte, aveva trascorso nella più assoluta ignoranza infanzia ed adolescenza, lavorando nei campi col fratello Misha la cui morte gli aveva procurato una apparizione della Madonna e la guarigione da una altissima febbre.

Da quel momento Grigorij si era interessato di religione e, più in particolare, degli Starec: Monaci e Profeti itineranti molto ascoltati nelle fasce emarginate.

In quel periodo di formazione, egli aveva avuto una breve e intensa quanto impossibile relazione con Irina Kubasov, figlia di un Generale; ma a vent'anni aveva sposato Praskovia Fedorovna Dubrovina dalla quale aveva avuto un figlio maschio morto a pochi mesi.

Il lutto aveva indotto una pesante depressione dalla quale lo aveva tratto ancora la Vergineche, nell’ultima comparsa gli aveva ordinato di mettersi in viaggio: Grisha aveva lasciato la Siberia e, nel perdurare delle sue peregrinazioni, era entrato in contatto con una setta assai popolare, ma considerata illegale: i Chlisty, antagonisti e censori della Chiesa ortodossa ufficiale. A loro parere, l’uomo avrebbe potuto affrancarsi dal peccato solo cedendogli totalmente e, attraverso il conseguente pentimento, avrebbe raggiunto la catarsi.

Si trattava di una sorta di eresia che, coniugando erotismo e religiosità fondati su congiunzioni carnali anche di gruppo, sedusse quell’esaltato Contadino: divenuto Starec dopo un anno trascorso nel convento di Verchoturje, egli visitò Mosca, Kazan e Kiev, prima di tornare al borgo natìo e di costruirvi una sua chiesa.

La sua rude, incolta e primitiva semplicità esercitò grande attrazione sulla Comunità che in lui vide il Santo, il guaritore, l’esorcista.

Con anche asserite capacità di preveggenza, il Profeta siberiano si accinse alla grande avventura di San Pietroburgo, ove conobbe i più rappresentativi membri della Comunità ecclesiale.

Grazie ai Pope ortodossi, fece amicizia col Favorito dello Zar Ivan Sergeev di Kronstadt; con l’Archimandrita Teofan, Padre Spirituale della Zarina e Rettore del Seminario locale; col Primate Ermogen di Saron; col Vescovo panslavista Il’jodor di Caricyn, segmento della Loggia nazionalista e panslavista dei Veri Russi: integralisti di orientamento monarchico.

Introdotto nel salotto di Olga Lochtina, moglie di un Consigliere di Stato; di Anna Vryubova; delle granDuchesse Anastasia e Militza, figlie del Re del Montenegro; del granDuca Nikolaj Nikolaevic e della granDuchessa Anastasija Nocolaeva, conosciuta nel palazzo del Conte Ignatev, Grigorij fu accreditato al Palazzo reale dove, in qualche modo misterioso, rispondendo alla disperata richiesta di aiuto della Zarina, arrestò il flusso di sangue che stava uccidendo il piccolo emofilitico Aleksej.

Fu quanto bastò alla instabile Aleksandra ed al riservato Nicola II per farne un membro della Famiglia reale, nella il Monaco quale si trattenne per ben undici anni influenzando non solola Dinastia, ma gli stessi destini politici della Russia fino a rendere indifferibile a pezzi della più alta Nobiltà l’esigenza di di eliminarlo, in una drammatica notte invernale del 1916.

Rasputin ignorava d’essere destinato ad incarnare i mali della Nazione e la causa della sempre più incolmabile distanza frala Coronaela Gente.

Quel rozzo Villano, in definitiva, rappresentava tutto il disfacimento culturale, sociale e politico di una Russia agonizzante: quella dei Mugik devoti allo Zar ed alla sua funzione messianica e quella dei Lenin, dei Trotzkj, dei Kerenskj le cui rivalità ne cambiarono il tessuto, rendendolo un sudario necessario alla  incombente tragedia del XX secolo.

Di fatto, nessun Medico o Guaritore, aveva prima alleviato le sofferenze del piccolo erede al trono.

Dunque: Grisha era un Santo.

Da allora, guarigioni ed occultismo si susseguirono consolidandone la fama; da allora egli fu l’uomo/ombra di Aleksandra; da allora il legame fra i due fu tale da dare adito a molte interpretazioni ambigue, tanto più se inserito nella cornice della Rivoluzione; da allora non ci fu Donna o nobilDonna capace di sottrarsi al fascino di quel brutale ed ignorante Contadino della Siberia che,  conteso dall’Aristocrazia, si dette ad ogni tipo di corruzione badando a tenere, tuttavia, in presenza dei Regnanti, una condotta impeccabile e ad atteggiarsi a Tutore e Paladino dello Zarevic.

Non a caso, tutti i rapporti della Polizia segreta e dei Deputati della Duma riferiti al suo comportamento e consegnati allo Zar furono sempre ritenuti calunnie dell’Opposizione: anche le confidenze di tal Dzunkovskij, alto esponente della Gendarmeria, trovarono gelido accoglimento e provocarono un suo licenziamento congiunto all’ordine di recarsi al Fronte.

Rasputin era tanto perbene e leale alla Corona da aver rinunciato, per amore dell’infelice e debilitato erede, anche all’investitura del prestigioso Vescovado di Tobol’sk. Tuttavia, in molti erano sempre più certi che avesse travalicato i limiti e sconfinato dalla sfera familiare/imperiale a quella politica e degli Affari di Stato e della Chiesa Ufficiale: aveva fatto designare Vescovo della Diocesi siberiana di Tobolsk il Monaco Varnava, prevaricando la volontà del Sinodo e inimicandosi le alte Gerarchie ortodosse e, contro la segnalazione insistente dei suoi intrighi e delle sue dissolutezze, aveva prima ottenuto che il Vescovo Ermogen fosse spogliato del titolo ed esiliato in Lituania e poi che il Monaco Iliodor fosse rinchiuso in un convento.

La diffusa e montante ostilità nei confronti del personaggio era imbarazzante e raffreddò Lo Zar, consapevole di non potersene liberare: se davvero il figlio, affrancato forse da quella che fu forse solo una grande e cinica suggestione, si fosse aggravato e fosse morto, Aleksandra gliene avrebbe fatto colpa.

Così, pose le distanze e gli rappresentò l’opportunità di allontanarsi per un periodo: il Profeta andò in pellegrinaggio a Gerusalemme; visitòla Greciae passò per Costantinopoli ma, al suo ritorno a San Pietroburgo, l’animosità nei suoi confronti era tutt’altro che sopita. Egli era percepito ormai come una sorta di pericolo pubblico e di elemento di destabilizzazione della immagine dei Romanov e della stessa Istituzione monarchica.

Il suo destino si scrisse per effetto di quella Grande Guerra risoltasi in una immane carneficina.

Sull’Europa già soffiavano, intanto, venti di guerra: nell’agosto del 1914 la Russiasi era armata contro gli Imperi centrali di Germania ed Austria accanto alla Francia, all’Inghilterra e all’Italia.

Rasputin si era manifestato sempre più contrario all’intervento, conscio che il pedaggio più alto sarebbe stato pagato dai Mugik e dai ceti bassi.

Due anni avanti aveva convinto lo Zar a tenersi estraneo dal conflitto nei Balcani, ma in quella occasione non riuscì a farsi valere: il 28 giugno, giorno dell’assassinio dell’arciDuca Francesco Ferdinando e della moglie a Sarajevo la situazione precipitò.

Pressato dai vertici militari, dallo zio Nicolaj Nicolaevic, dalla Aristocrazia e dalla lobby industriale delle forniture belliche, Nicola II entrò in guerra e partì per il Fronte trascinando nel conflitto milioni di Contadini impreparati, male equipaggiati e peggio armati.

La Reggenza di Aleksandra finì praticamente nelle mani dello Starec che volle Ministro degli Interni l’ambizioso, venale, corrotto ed ambiguo Aleksej Chvostov; poi, professando acceso pacifismo, subornòla Zarina; ne orientò le decisioni private e di Stato; le nomine e le revoche di Ministri e Consiglieri; la costruzione e la distruzione di carriere civili, ecclesiali e militari; il sostegno ad Enti, Istituzioni e Associazioni, fino a suscitare una violenta la levata di scudi della casta militare, della Nobiltà nazionalista e dell’Opposizione liberale e fino a rendere irreversibilmente impopolari i Romanov, accusati di dar lustro ad un Impostore, campione di lussuria e misticismo fraudolento.

Fiorirono, allora, teorie complottiste e voci di tradimento e di cessione di informazioni alla nemica Germania: allusioni sempre più chiare al duo Grigorij /Aleksandra.

Portavoce delle accuse, il Deputato Vladimir Puriskevic che, in un discorso degli inizi di dicembre del 1916, affermò pubblicamente l’esigenza di porre … il paese contro i suoi nemici interni, e in particolare contro il nominato Grigorij Efimovic Rasputin, affossatore della Russia e della monarchia

Era l’inizio del declino per il Monaco siberiano che impensieriva forse anche l’Intelligence britannica, timorosa di un disimpegno militare della Russia.

Pare certo, peraltro, che tra il 1915 e il 1916 egli avesse intascato mazzette, mentre non v’è dubbio che il Primo Ministro Fyodor Trepov gli offrisse una enorme somma a condizione di immediato abbandono della città.

Grisha declinò l’offerta e ne informò la Zarina che, còlto nel suo rifiuto un solido attaccamento alle sorti della Corona, lo elevò a sincero ed unico amico della famiglia imperiale mai più prevedendo di averlo condannato: fu, infatti allora, che per liberarsi dell’ingombrante personaggio se ne decise senza indugi l’eliminazione fisica.

Dal Fronte, intanto, giungevano notizie drammatiche: nelle due sanguinose sconfitte, a Tannenberg e sui laghi Masuri, caddero centinaia di migliaia di uomini e, nella sola battaglia di Lodz, perirono cinquecentomila russi. Le città erano alla fame e il costo della vita alle stelle: scioperi e manifestazioni di proteste impegnarono Mosca.

Il granDuca Nikolaj Nikolaevic fu destituito dal Comando supremo delle forze armate, avocato dallo Zar e Rasputin fu accusato di collaborazionismo con i Tedeschi. Gli Alleati occidentali ne temevano l’insistente pretesa di ritiro della Russia e la capacità di imporre alla Zarina, a sua volta influente sul Sovrano, l’uscita dalla guerra ed una pace separata con la Germania.

Accecata dalla certezza che egli davvero potesse salvare il piccolo Aleksej, la Reggente ignorava l’imminente congiura: Grisha doveva morire perchéla Russia restasse nel conflitto e la dinastia si salvasse.

Gli esecutori furono il granDuca Dmitrj Pavlovic, Vladimir Puriskevic e Feliks Jusupov.

Per quanto informato dell’essere in atto un ramificato complotto; per quanto persuaso di quanto rischioso fosse il restare ancora nella capitale; per quanto ancora nei giorni immediatamente antecedenti all’evento, lo stesso Ministro Protopopov gli avesse consigliato di restarsene ben protetto nella propria abitazione di via Gorohovaja 64, Rasputin si consegnò agli eventi almeno una volta non prevedendone la tragicità.

E fu la notte del 16 dicembre.

Il piano era stato organizzato nei dettagli: Jusupov lo invitò nella sua splendida dimora per presentargli la bellissima moglie.

Dopo aver gustato del pregiato Madera, si sarebbero spostati nel quartiere zigano per una orgia.

Trascorsa la mezzanotte, la carrozza del Principe andò a prendere la vittima: la guidava il dottor Stanislav Lazavert, che aveva preparato il veleno da propinargli.

Per circa due ore l’ospite attese in salotto l’arrivo della Padrona di casa, ascoltando musica e degustando quel suo vino preferito.

I Cospiratori erano, intanto, in attesa al piano superiore.

Il Mugik sembrava resistere all’effetto del cianuro, pur assimilato in gran dose!

Solo ai primi sintomi di malessere, Jusupov e i suoi sodali impugnarono le pistole per finirlo: non è chiaro chi sparasse né chi colpisse, ma sconvolge che la vittima, gonfia di veleno ed attinta da un proiettile al cuore, raccogliesse le forze per fuggire dal palazzo: rincorsa, fu ripetutamente colpita al cranio con un randello, finché la morte sopravvenne.

Avvolto in una coperta, Rasputin fu legato e gettato nel canale Malaja Mojka.

La notizia si diffuse in meno di quarantotto ore: il 19 dicembre il cadavere fu ritrovato in stato di congelamento e l’autopsia non rinvenne tracce di veleno nel corpo.

La Zarinase ne disperò.

Lo Zar, ormai infastidito dall’arroganza che egli esibiva anche nei confronti dei Membri di Corte, in considerazione della certezza che fra i Congiurati ci fossero suoi Parenti, lasciò impunito il delitto: Jusupov non fu toccato e si sottrasse anche ai provvedimenti della Rivoluzione, trasferendosi a Parigi; la Duma si serrò nella granitica difesa di Puriskevic, partito col dottor Stanislav Lazovert per il Fronte; Pavlovic si recò in Persia al seguito del Generale Baratov.

La Russia ritenne che gli assassini fossero eroi e salvatori della Patria dall’ influenza della tedesca Aleksandra e del suo folle complice.

La vicenda di Gregorij Efimovic Rasputin: Avventuriero, contadino analfabeta, Monaco improbabile ed uomo dal potere pressocché assoluto, era conclusa.

Il suo corpo fu bruciato e le ceneri furono disperse nella foresta di Pargolovo.

I Regnanti, convinti di dover difendere ad ogni costo la secolare autocrazia zarista sulle rovine di un Paese decadente, furono isolati.

Sul loro sangue nacque il Partito Bolscevico.

A tre mesi dalla morte del Profeta, lo Zar ed i suoi Familiari furono arrestati e trasferiti nella siberiana Tobol’sk.

Meno di due anni più tardi, il 16 luglio del 1918, Nicola II Romanov, la moglie Aleksandra ed i cinque figli: le granDuchesse Olga, Tatjana, Maria, Anastasja e lo Aleksej furono brutalmente massacrati ad Ekaterinburg, nella casa del Mercante Ipatev, assieme alla Servitù, al Medico di Famiglia, alle Dame di compagnia ed alla Istitutrice del sofferente Zarevic da un gruppo di Rivoluzionari che ne fece a pezzi i corpi, seppellendoli nella taiga.

Il giorno successivo furono giustiziati anche la granDuchessa Elisaveta Fedorovna ed altri sei Nobili imparentati conla Dinastia.

Bibliografia