Non solo Medio Evo

Sobieski Jan

di Ornella Mariani
Sobieski Jan.
Sobieski Jan.

Jan Sobieski

Cenni storici

Detta anche Repubblica delle due Nazioni, la Confederazione polacco-lituana, durata dal 1569 al 1795, nacque dall'unione politica del Regno di Polonia col Granducato di Lituania: una Monarchia esclusivamente rappresentativa: divisa in tre Province e quarantadue Voivodati, nei quali si parlava polacco, latino e ruteno, fondò la propria amministrazione su un continuo sistema di spartizioni territoriali disposte da più famiglie di censo, ereditariamente titolari di autonomia politica e militare rispetto alla Corona.

L’atto di costituzione: Unione di Lublino, che ebbe vigenza fino alla divisione della Polonia nel 1795 e che raccolse Polonia, Lituania, Bielorussia, parte dell’Ucraina e della Lettonia e alcuni territori occidentali russi, fu dettato dall’esigenza di prevenire il rischio di estinzione della comune dinastia regnante: gli Jagelloni; dalla minaccia dell'espansione moscovita sulla Lituania e dalla tensione ad assicurare alla Nobiltà lituana privilegi analoghi a quelli goduti dalla Nobiltà polacca.

L’edificio statuale, in definitiva, fu solo l’estensione della struttura già creata nel 1386 per contrastare l'espansionismo dei Cavalieri Teutonici sul Baltico meridionale e sopportò guerre proprio contro l'Ordine, contro la Russia, contro l’Impero ottomano e contro l'invasione svedese. Il suo sistema politico passò alla Storia col nome di Libertà Dorata e fu connotato dalla limitazione del potere del Re attraverso le leggi e il potere legislativo del Parlamento, sottoposto al controllo della Szlachta: si trattò di una sorta di anticipazione del moderno concetto di Monarchia costituzionale e di Federazione nella quale il peso degli Stati era uguale anche se, di fatto, la Corona polacca era dominante per intensità demografica e benessere economico.

Malgrado l’influenza della Chiesa, la Confederazione praticò estrema tolleranza religiosa per effetto delle clausole dell’Unione di Brest: le regioni orientali aderivano alla confessione uniata con dogmi cattolici e riconoscimento dell'autorità papale, ma con il mantenimento del rito bizantino.

Se il primo secolo di vita confederale fu aureo per le varie guerre vittoriose, il secondo fu segnato da sconfitte militari e dal ritorno dei Contadini alla condizione di Servi della Gleba a causa della progressiva paralisi della Camera dei Deputati polacca; della graduale avocazione del potere da parte della Magnateria, che monopolizzò tutte le alte cariche statali, militari e amministrative; della guerra interna del 1700 sotto Augusto III: essa produsse tale instabilità da rendere la Nazione assai vulnerabile rispetto alla confinante Russia di Caterina II, che riuscì addirittura a controllare e a orientare il Parlamento.

Di più: della fragilità istituzionale e dell’irrisolvibile problema cosacco, degenerato in un’enorme rivolta nel 1648, profittarono anche gli Stati di confine: Prussia, Svezia, Impero ottomano e Khanato di Crimea, mentre la Confederazione scivolava in una sanguinosa spirale di conflitti.

A metà di quella esperienza federativa, durata circa due secoli, occupò la scena politica Jan Sobieski.

Sobieski

A Varsavia si vendono ancora sigarette di marca Sobieski, ma è singolare che gli sia stata intitolata anche una costellazione: lo Scudo di Sobieski voluto dall’Astronomo Johannes Hevelius gli è stato dedicato in onore alla vittoria di Vienna, con la quale egli contenne definitivamente la pressione espansionistica degli Ottomani, decisi a impadronirsi delle regioni baltiche e a frantumare l’Europa.

Era l’11 settembre del 1683.

Detto Leone di Lehistan e figlio del Palatino Jakub di Rutenia e di Zofia Teofilla Danilowicz, Jan nacque ad Olesko il 17 agosto del 1629 e si spense il 17 giugno del 1696, dopo aver governato ventidue anni la Confederazione polacco/lituana.

Eccellente Generale, coltissimo Umanista e Mecenate, autore del rilancio dello Stato che rese modello di splendore culturale e sociale, aveva maturato una solida esperienza formativa nell’Università jagellonica e nei numerosi viaggi effettuati col fratello Marèk in tutta l’Europa occidentale.

Combatté per Giovanni II Casimiro di Polonia contro i Cosacchi, i Tartari, i Moscoviti e gli Svedesi e a trentasei anni sposò la nobildonna francese Marie Casimire Louise de la Grange d’Arquien, detta Marysienka, già vedova di Jan Sobiepan Zamovski: le nozze, contratte il 14 luglio del 1665, tornarono utili al partito francofilo per sostenere la candidatura al trono di Francesco Luigi di Borbone. La sposa era cresciuta in Polonia ove era giunta all’età di cinque anni, al seguito della Regina Maria Luisa Gonzaga Nevers: fu incoronata nella cattedrale di Cracovia il 2 febbraio del 1676, quando Jan era Re da quattro anni e, come Sovrana di Polonia, appoggiò il progetto di un sodalizio franco/polacco ottenendo significativi benefici da Luigi XIV.

Quando Jan si spense e gli successe il filo/austriaco Federico Augusto di Sassonia, ella si trasferì con i quattordici figli a Roma, ove tenne Corte fino al 1714 spegnendosi a Blois il 1° gennaio del 1716.

La carriera militare di Jan era stata costellata di successi: quale Grande Etmano della Corona, aveva stroncato nella Battaglia di Podhaice del 1667 l’Etemano della Riva Destra ucraina Petro Doroshenko, alleatosi col Sultano Mehmed IV e con i Tartari di Crimea; poi era rifulso d’eroismo ancora nella Battaglia di Hotin e, infine, aveva esibito enorme talento sotto Re Michele Korybut Wisniowiecki, nella Battaglia di Chocim nel 1673.

Incoronato nel 1674, firmò la Pace di Zurawno del 1676, con essa ottenendo la restituzione di due terzi dell’Ucraina e di tutti i Prigionieri polacchi deportati in Turchia.

Nello stesso anno, intervenne a sostegno dell’Imperatore Leopoldo I contro i Turchi, riconquistandogli l’Ungheria: alla testa di una spericolata Cavalleria, annientò l’esercito comandato da Kara Mustafa entrando di diritto nel novero dei più leggendari Condottieri e Sovrani europei: Innocenzo XI gli donò lo Stocco Pontificio, ovvero quella spada riservata dalla Chiesa ai Paladini della Fede.

Nel perdurare del mandato, alleandosi con l’Impero, col Papa e con la Repubblica di Venezia, Jan guerreggiò a lungo per difendere dalla pressione russa e ottomana i confini del Regno, comprensivo della Lituania, Bielorussia e Ucraina; ma, nel 1686, dovette rinunciare a favore dei Russi a Kiev e alle aree ucraine al di là del Dnepr.

Alla sua morte il Paese fu sventrato dagli Stati contigui, fino a essere governato da Re/fantocci insediati da Russi, Prussiani e Austriaci che, per tre volte, si spartirono il territorio, in sprezzo dei diritti della prole reale: Jakub, Principe ereditario e sposo della Contessa Edvige del Palatinato-Neuburg; Aleksander Benedykt; Konstanty Vladyslaw; Jan erano sopravvissuti a dieci fra fratelli e sorelle precocemente mancati.

La Guerra

Nel 1670 la situazione in Ucraina era tesissima.

Contro i diritti del filo/polacco Adil Giray, nel Khanato di Crimea s’era insediato Selim I Girav che, alleatosi con l'Atamano Petro e sconfitto da Jan Sobieski, si rivolse al Sultano e avviò la Terza Guerra polacco/ottomana: il nuovo conflitto chiamò in causa le Potenze cristiane europee, per debellare definitivamente la minaccia turca sul continente.

Nel 1672 un Esercito guidato da Mehmed IV e dal Gran Vizir Fazil Ahmed Köprülü irruppe in Ucraina e occupò la piazzaforte di Kam'janec'-Podil's'kyj.

Le truppe confederate di Michele Korybut furono decimate nella Battaglia di Krasnbròd e la Corona fu costretta al Trattato di Buchach: una umiliante capitolazione.

Nel 1673 Sobieski si rivalse, battendo i Turchi nello scontro di Hotin; conquistando l’intera Moldavia e guadagnandosi il titolo di Sovrano ed erede al trono, quando il Re fosse morto.

Nel 1675 contenendone l’invasione, sconfisse ancora i Nemici nella Battaglia di Zurawno, imponendo al Sultano l’omonimo trattato che revocava tutte le disposizioni di quello precedente; dopo alcuni anni di tregua, però, ancorchè ancora provato dalla cocente disfatta, costui riaprì il conflitto con gli Asburgo e assediò Vienna.

Fu ancora Jan, alla testa delle legioni cristiane, a prevalere su Mehmed IV e, appoggiato da Carlo V di Lorena, a inseguire e schiacciare Kara Mustafa nella Battaglia di Pàrkàny. Fu allora che l’Imperatore Leopoldo I, supportato da Innocenzo XI, aderì con Austria, Polonia, Moscovia e Venezia alla Lega Santa per liquidare le velleità turche sull’Europa.

Gli scontri principali furono sostenuti dagli Austriaci nelle Battaglie di Mohàcs del 1687 e di Zenta del 1697.

Nel 1686 e nel 1691, Sobieski condusse offensive in Moldavia, mentre i suoi Luogotenenti contrastavano i Tartari nelle terre confederate: nella Battaglia di Podhajce del 1698, i Polacco/Lituani comandati dall’Hetman Feliks Kazimiers Potocki, annientarono l'Armata ottomana e, per effetto della Pace di Carlowitz imposta nel1699 a Mustafa II, la Confederazione riannesse la Podolia.

Si trattò dell'ultimo grande trionfo politico della Repubblica delle Due Nazioni, ormai avviata alla spartizione maturata nel XVIII secolo.

La Battaglia di Vienna

Ebbe luogo l’11 e 12 settembre del 1683 e pose fine a due mesi di assedio turco.

Fu combattuta dall’Esercito polacco/austro/tedesco guidato da Sobieski e dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha.

Fu l’evento cruciale delle Guerre austro/turche, cessate col Trattato di Karlowitz.

L’assedio di Vienna fu avviato il 14 luglio da centoquarantamila Turchi.

L’Imperatore Leopoldo I si era rifugiato a Passavia donde, sostenuto da Innocenzo XI, dirigeva le fila diplomatiche necessarie a tenere coese un esercito promiscuo: trentamila Polacchi, meno di ventimila fra Austriaci e Italiani comandati da Carlo V di Lorena ed Eugenio di Savoia; diciannovemila Franconi, Svevi e Bavari condotti da Giorgio Federico di Waldeck; novemila Sassoni affidati a Giovanni Giorgio III di Sassonia: la metà delle risorse nemiche che, pur ignare delle insidie del territorio; pur numericamente e militarmente inferiori e pur indebolite dalla dissenteria e dalle marce forzate dell’autunno precedente in Crimea, Valacchia, Mesopotamia e Armenia, si avventarono su Vienna; tuttavia, il Conte Ernst Rüdiger von Starhemberg rifiutò di arrendersi e si asserraglio con i superstiti nella città, mentre la Corte si dava alla fuga e mentre drappelli tartari saccheggiavano le periferie e incendiavano i villaggi limitrofi producendo caos e panico.

Kara Mustafa Pasha fece scavare profonde trincee, dal suo campo alle mura cittadine, limitando il numero di Batterie viennesi in grado di colpire i suoi in avvicinamento e poi fece minare le mura con cariche esplosive: se l’Artiglieria ottomana era inadeguata, i suoi Ingegneri erano abilissimi nella guerra di mina e contromina e nello scavo di linee d’approccio. Le difese posteriori al palazzo imperiale e al bastione Bug cedettero; il rivellino antistante fu distrutto; le due fortificazioni lungo il torrente Wien furono danneggiate: i Turchi erano pronti all’affondo finale; ma la difesa asburgica fu aggressiva e compatta.

In quella fase, gli Aggressori ignoravano che Leopoldo I aveva trovato solide alleanze e, in particolare, quella di Sobieski e della sua formidabile Cavalleria di Ussari Alati, già in movimento.

Kara Mustafa era tranquillo: considerata la più grande Potenza continentale del tempo, la Francia di Luigi XIV gli era segretamente alleata nella speranza di un crollo austriaco.

La circostanza impensieriva gli Stati tedeschi alleati dell’Impero, che avrebbe potuto subire lo sfondamento delle frontiere da Ovest.

La rigorosa posizione papale contribuì a sventare quel pericolo: il Capetingio inviò una squadra navale contro Algeri, a conferma della propria intransigenza religiosa.

Il destino dei Viennesi sembrava scritto: persuasi dell’imminenza della capitolazione, i Turchi oscillavano nel dubbio se saccheggiare la città definita Mela d’Oro, o trascorrervi l’inverno, o conquistarla annettendo l’intera Austria orientale all’Impero ottomano.

Mentre Carlo di Lorena attuava manovre d’appoggio alla capitale, sabotando l’arrivo dei rifornimenti nemici, le truppe austriache misero in rotta gli Ungheresi di Imre Thököly.

Fu allora che Kara Mustafa ebbe percezione della non facile impresa e, pertanto, intensificando le manovre, ordinò la distruzione delle mura e l’assalto finale rinunciando ad inseguire il Duca di Lorena; fu allora che, a fronte della consapevolezza della tragedia imminente e della determinazione degli Assediati a battersi anche con combattimenti strada per strada e corpo a corpo, egli commise un grave errore già evidenziato dai suoi Generali e dai Giannizzeri: non aver fortificato le colline a Nord e il campo con bastioni di terra e legna e aver privilegiato, invece, la costruzione di trincee d’approccio; fu allora il caos!.

Da una parte, l’arrivo dei rincalzi austriaci di cui si ignorava la reale entità, allarmò i Turchi; dall’altra, privi di informazioni, i Viennesi erano rassegnati alla prevedibile catastrofe: lo stesso Carlo di Lorena, in attesa di Sobieski e dei suoi sodali tedeschi, era incerto sulla strategia e sulla tempistica da adottare e era in contrasto con tutto lo Stato Maggiore.

Jan Sobieski varcò il Danubio il 6 settembre attraverso un ponte di barche costruito a Tulln e fu immediatamente investito del comando generale della formidabile Armata.

La sua reputazione intimidì il Khan di Crimea che, spaccando il fronte turco, non lo attaccò sulle colline a Nord di Vienna.

Analogo atteggiamento tenne anche il Generale Ibrahim di Buda che, fin dal primo momento contrario al conflitto con l’Austria, si sarebbe limitato alla sola campagna di conquista di piazzeforti di confine.

Anche il Principato di Valacchia, infine, cavalcando vari pretesti, si ritirò dalla guerra.

Gli Eserciti della Lega Santa si riunirono l’11 settembre sul Kahlenberg e nelle prime ore del 12 ascoltarono la Messa propiziatoria celebrata da Marco d’Aviano e servita proprio da Sobieski, nel ruolo di Chierico.

Le ostilità furono avviate poco dopo dai Turchi che Carlo di Lorena fronteggiò, in attesa della Cavalleria polacca.

Fu quanto bastò, perché Mustafa rinunciasse a ingaggiare una battaglia le cui sorti già volgevano a favore del fronte occidentale.

Nello scontro furioso, lasciando indifeso il lato Nord, egli schierò la coalizione ponendo i Giannizzeri lungo le mura; sguarnendo le retrovie e perdendo tutte le occasioni di rivalsa sulle falle nell’attacco cristiano, mal condotto per la eterogeneità delle truppe, divise da diversità linguistiche, ma comunque imponente anche già prima di aver esibito il suo proprio all’occhiello: la Cavalleria polacca, che scese a passo di carica dalla collina nel pomeriggio.

L’affondo condotto dai tremila Ussari sfondò ogni possibile resistenza turca: gli Assediati uscirono dalle mura, assalendo il Nemico in rotta.

Sobiescki si era avvalso della collaborazione segreta dell’Agente Franciszek Jerzy Kukczycki: col pretesto di un commercio di caffè, costui condusse di fatto una attività di utile spionaggio, riferendo ogni movimento delle truppe turche.

Dopo la vittoria, Jan lo premiò con una scritta sul suo stemma di famiglia: Salus Vienna tua.

Le perdite ottomane furono considerevoli: quindicimila vittime, a fronte dei soli duemila caduti Occidentali.

La Cavalleria polacca entrò nel campo nemico per prima e rifiutò di dividere il bottino con i Tedeschi.

Il Re di Sassonia e il Principe di Baviera rinunciarono all’inseguimento dei Turchi in ritirata: erano offesi dal trattamento riservato ai Prigionieri protestanti e dall’accoglienza gelida con la quale era stato salutato il loro esercito, in grande maggioranza luterano.

Kara Mustafa pagò un altissimo pedaggio alle proprie sviste: il 25 dicembre fu assassinato a Belgrado, su ordine del Sultano Mehmet IV che si accingeva alla resa.

Ibrahim di Buda era stato già impiccato.

La battaglia stroncò la pressione espansionistica turca in Europa e rappresentò l’inizio della espulsione anche dai Balcani: gli Austriaci occuparono l’Ungheria e la Transilvania e nel 1699 si firmò il Trattato di Karlowitz.

Sobieski fu riconosciuto eroe della liberazione di Vienna e, in suo onore, fu eretta una chiesa sul Kahlenberg.

Bibliografia