Personaggi

Alberico da Barbiano

di Ornella Mariani
Alberico da Barbiano.
Alberico da Barbiano.

Alberico da Barbiano

E’ ancora controverso il giudizio sul Personaggio la cui fama fu avvantaggiata dall’avere costituito la prima Compagnia di Ventura italiana.

Detto Il Grande, egli fu fra i più noti Condottieri del XIV secolo e certamente il più dotato di capacità strategiche e il meno incline alla brutalità violenta che contrassegnò quell’ epoca.

Nato a Barbiano di Cotignola verso il 1344 e morto a Castello di Pieve del Vescovo il 26 aprile del 1409, era figlio del Conte di Cunio, di Barbiano, di Lugo e di Zaginara Alidosio I.

Già in adolescenza mostrò quel carattere ardito ed orgoglioso che lo indusse presto a lasciare gli studi e a, a soli sedici anni, a prender parte al conflitto familiare con i Visconti per il controllo di Zagonara, poi risolto dal Rettore ecclesiale romagnolo Daniele del Carretto.

Formatosi alla scuola di Jhon Hawkwood durante la Guerra degli Otto Santi e chiamato dal Marchese del Monferrato, nel 1361 si unì alla Compagnia bianca di Albert Sterz e, al soldo del Cardinale Roberto di Ginevra, nel febbraio del 1377, partecipò alla strage di Faenza e di Cesena.

Il rimorso per quell’eccidio, però, lo indusse ad abbandonare il gruppo; a formare una propria milizia, che chiamò Compagnia santa o Compagnia di San Giorgio, e ad accettare l’ingaggio di Bernabò Visconti.

Cominciò così la turbolenta vicenda del Capitano di Ventura che, dissociatosi dai metodi sanguinari dei coevi, fu dotato di lealtà, generosità, rispetto delle sofferenze altrui, saldo sentimento patrio.

Prima di accettare la condotta del 1378 e di sostenere il Duca lombardo, contro la coalizione scaligero/carrarese, egli impose fra i propri Uomini un fortissimo spirito di coesione, cruciale alla formazione di una prestigiosa Aristocrazia guerriera.

Non è un caso che egli istruisse Condottieri come Jacopo dal Verme; Facino Cane; Ottobuono Terzi; Braccio da Montone e Giacomo Attendolo.

Ammodernate le tecniche militari della Cavalleria, impegnata in cariche offensive fondate su attacchi rapidi e violenti, Alberico modificò le armature, adottando la ventaglia e il collare a protezione del collo del Cavaliere; aggiunse all’elmo la visiera; trasformò le barde dei cavalli in autentiche coperte d’acciaio a copertura delle zampe fino al ginocchio, munendone il muso con spuntoni letali nelle attività frontali.

Il 21 aprile del 1379 fu reclutato da Urbano VI, che aveva da poco emanato la Bolla contro Giovanna Regina di Napoli, partigiana di Clemente VII.

Recatosi a Roma e ricevuto dal Primate il vessillo benedetto, Alberico affrontò i Bretoni e i Guasconi comandati dal nemico Bernardo della Sala, imponendosi all’attenzione dell’ intera Penisola per effetto della epica Battaglia di Marino del 30 aprile del 1379: sollecitato da Caterina da Siena e sostenuto da Mostarda da Forlì, egli annientò in sole cinque ore i Mercenari di Giovanni di Maléstroit e Luigi di Montjoie, determinati ad insediare l’antiPapa.

Dopo lo scontro, inquadrato nel contesto della guerra seguita allo Scisma d’Occidente, costui ed il corpo episcopale ribelle fuggirono ad Avignone, mentre il castello nel quale erano rifugiati veniva espugnato dal Capitano pontificio Giacomo Orsini.

Nella sera del 2 luglio successivo, il Condottiero entrò trionfante in Roma ove il legittimo Papa, ricevendolo in umiltà a piedi nudi, prima di investirlo della carica senatoria lo nominò Cavaliere di Cristo e gli donò in San Pietro un gonfalone bianco segnato da una croce rossa arrecante il motto dorato LI-IT-AB-EXT, ovvero Italia ab exteris liberata.

Dopo la solenne accoglienza, conclusa con una processione mossa da Santa Maria in Trastevere, il Pontefice manifestò il proposito di pareggiare i conti alla Sovrana partenopea ed al coniuge Ottone di Brunswik: offerto il trono di Napoli Carlo di Durazzo, acquartierato a Treviso con truppe di temutissimi Ungari, incaricò Alberico di scortarlo attraverso la Toscana e l'Umbria: se lungo il percorso venivano contrastate con successo azioni di John Hawkwood, sprezzante dei desiderata del Papa, l’irriducibile Giovanna indicava alla propria successione il Conte d'Angiò

Carlo di Durazzo, intanto, fu incoronato a Roma.

Nel frattempo, in un 1380 denso di eventi, conquistate varie piazzeforti laziali, Alberico raggiunse la Toscana su invito dei Fuoriusciti di Firenze che, invece, gli oppose la Compagnia di Konrad Wirtinger von Landau.

Il 1° aprile, la formidabile San Giorgio fu battuta a Malmantile, in località Gonfolina: il Capitano fu costretto a ripiegare su Lucca e ad arretrare in Maremma.

Parallelamente, il nuovo Sovrano partenopeo marciava contro la Regina ribelle.

Nel perdurare della campagna armata, Alberico sconfisse il vecchio Maestro John Hawkwood; annientò, il 18 giugno del 1381, i Tedeschi del Brunswick e, entrato in Roma l’11 settembre quale referente della Corona partenopea, il 26 agosto successivo fu grandiosamente accolto in Napoli.

Giovanna, assediata a Castelnuovo, si arrese il 20 agosto: arrestata, fu trasferita dapprima in Abruzzo e poi deportata a Muro lucano, ove sarebbe stata assassinata il 27 luglio del  1382.

Nel novembre ancora del 1381, fiancheggiato dalla Compagnia dell’Uncino del marchigiano Villanuzzo di Roccafranca e da folti gruppi di Bretoni e Ungari e sedata la rivolta di Arezzo, posta a sacco, Alberico entrò in Romagna per condizionare l’avanzata di Luigi d’Angiò deciso, col supporto sabaudo, a soccorrere la Sovrana prigioniera.

Dopo un vano tentativo di fermarlo a Forlì e a Cesena, le truppe albericiane dovettero arretrare nel territorio del Regno, mentre l’Angioino, acquartieratosi a Maddaloni il 30 ottobre, si spostava prima in Molise e poi in Puglia infine spingendosi a Taranto, ove fu stroncato dalla peste.

Il conflitto era risolto!

Grato per la fedeltà manifestata, Carlo di Durazzo nominò Alberico Maximus Conestabilis Regni Siciliae. Tuttavia, malgrado i trionfi ed il prestigio conseguiti, cruciale alla vicenda umana e militare gli furono gli anni successivi: nel 1385, profittando della morte del vecchio Alidosio I, i Bolognesi di Giacomo Boccadiferro occuparono Barbiano mentre, a margine della durissima rottura col Sovrano napoletano, Urbano VI veniva assediato in Nocera.

Autorizzato a raggiungere il fratello Giovanni in Romagna, ove si opponeva agli Occupanti, in piena estate Alberico fu richiamato e, nel settembre, si imbarcò con Re Carlo a Manfredonia per partecipare alla campagna d’Ungheria contro Luigi d’Angiò.

Accadde, però, che il Re fosse assassinato il 3 giugno del 1386 e che la sua vedova, Margherita, assunta la reggenza per il minore erede Ladislao, riparasse a Gaeta.

Era il 13 luglio del 1387: il Capitano scese in campo in difesa dei diritti di costoro, minacciati da Urbano VI che, da Nocera, lo anatemizzò estendendo l’interdetto anche su Napoli e riuscendo poi a fuggire solo grazie al provvido aiuto di Raimondello Orsini.

La cattura di Francesco Butillo, nipote del Papa, accentuò le ostilità e spianò la via  ufficialmente alla guerra fra Durazzeschi ed Angioini.

Nell’inverno del 1389, ospiti della Corte insediata a Gaeta, Otto von Brunswick e John Hawkwood progettarono la vana riconquista di Napoli, muovendosi nel successivo aprile.

Parallelamente il Gran Connestabile assumeva la Signoria di Trani e Giovinazzo e il ruolo di viceReggente della Calabria ove conseguì rilevanti successi di campo contro i Nemici.

Nel 1392, pertanto, la Corte decise di intensificare l’azione bellica e Ladislao si pose a capo delle truppe accanto al Brunswick, per invadere Puglia e Abruzzo.

I risultati furono drammatici: il Quartier Generale durazzesco di Ascoli fu assaltato a sorpresa il 24 aprile e Alberico ed il suo sodale tedesco furono presi prigionieri: si riscattarono previo impegno a non imbracciare la armi per i successivi dieci anni.

La pace fu formalizzata dal nuovo Primate Bonifacio IX, che consacrò Re Ladislao.

Alberico, allora, mosse verso la Lombardia, chiamato da Giangaleazzo Visconti che, versati trentamila scudi per i suoi servigi fino a tutto il gennaio del 1403, aveva ingaggiato anche Jacopo dal Verme: nel 1397, fiancheggiato dal fedele germano Giovanni e con Jacopo, egli irruppe in Firenze sotto le insegne milanesi e ne annientò l’alleato Francesco  Gonzaga a Borgoforte.

Era, intanto, già morto John Hawkwood, cui era subentrato il guascone Bernardo di Serres.

Col parmense Ottobuono Terzi, con i perugini Ceccolino e Biordo Michelotti, con i romani Paolo Orsini e Paolo Savelli, Alberico si portò sotto le mura fiorentine ma, a sorpresa, l’Orsini e i Michelotti e lo stesso Giovanni da Barbiano, allettati dalle offerte della repubblica, passarono al servizio dei Bolognesi e, anche a causa dell’assenza del dal Verme, i Viscontei furono sconfitti a Governolo.

Con estrema difficoltà, Alberico si inoltrò verso Mantova ove il 26 maggio del 1398 si convenne una tregua decennale.

Nel settembre del 1399, suo fratello fu impiccato a margine delle aspre contese bolognesi: l’esecuzione era stata chiesta del Signore di Imola Astorre Manfredi.

Deciso a vendicarlo, assieme al dal Verme, a Pandolfo e Carlo Malatesta e a Pino Ordelaffi, Alberico assediò Faenza mentre i Carraresi e Bernardo di Serres, si posero ancora al soldo di Bologna, avviando un lungo e incerto conflitto. Nel mezzo della campagna armata, però, i Viscontei rientrarono in Lombardia per fronteggiare Roberto di Baviera piombato su Brescia, attraverso il Brennero: nell’autunno del 1401 egli fu messo in rotta ed obbligato ad arretrare, consentendo al Barbiano, ad Jacopo dal Verme e a Facino Cane di tornare su Bologna e di sconfiggervi la coalizione nemica comandata da Muzio Attendolo, nella drammatica battaglia di Casalecchio del 26 giugno del 1402: Bernardo di Serres e i Carraresi furono catturati, mentre il Bentivoglio veniva assassinato.

Firenze era ormai isolata, quando il 3 settembre successivo, stroncato dalla peste, il Duca si spense nel palazzo di Melegnano spianando la via alla successione del primogenito Gian Maria, sotto la reggenza della madre Caterina e di un Consiglio formato da diciassette personalità locali, tra cui lo stesso Alberico che, invece, ottenuto a compenso della conquista di Bologna molti territori dell’area e disgustato dagli intrighi della Corte viscontea, abbandonò la Corte e decise di muovere autonoma guerra ai Fiorentini.

Nel febbraio del 1403, fu persuaso da Giovanni Bentivoglio a rinunciare alle rivalse in danno del territorio faentino: quando, però, apprese che costui era segretamente solidale col Manfredi, responsabile dell’impiccagione di Giovanni, marciò contro entrambi costringendoli alla resa nel 1404 e cedendo Faenza per venticinquemila fiorini al Cardinale Legato bolognese Baldassarre Cossa.

Nel 1405 attaccò un carico di grano diretto a Bologna e acquistato proprio da costui: l’atto provocò la scomunica e la revoca papale della toga senatoria.

Alberico avrebbe certamente reagito,  se non fosse stato di nuovo allettato dalle promesse di Ladislao di Napoli, pronto ad una spedizione armata umbro/toscana.

Tornato a servire il Regno partenopeo e conclusa una alleanza con Antonio da Montefeltro, definito Intimus Regiae Maiestatis il Condottiero nel febbraio del 1406, come Consigliere della Corona partecipò alla campagna contro Taranto e, il 26 aprile del 1409,  occupata Perugia, si dispose all’attesa del suo Re quando, a Castello di Pieve del Vescovo, una infezione renale lo stroncò.

Aveva avuto due mogli, ma solo la seconda: Beatrice Polenta, lo aveva reso padre di quattro figli: Ludovico, Manfredo, Lippa e Giovanna cui lasciò l’orgoglio di una prestigiosa casata ed una prospera posizione economica.

Bibliografia: