Personaggi

Anastasio I

di Ornella Mariani
 Semisse di Anastasio I
Semisse di Anastasio I

Anastasio I nacque a Durres verso il 430 e morì a Costantinopoli il 9 luglio del 518, dopo aver cinto la tiara imperiale per ventisette anni.
Figlio di madre manichea e nipote dell’ariano Clearco, era alto; di aspetto assai gradevole e privo di barba; ma la sua singolare caratteristica risiedeva in quell’eterocromia che gli valse l’appellativo di Dicorus, ovvero due pupille.

Nel 491 egli era uno dei tre Decurioni dei Silentiarii, ovvero un Ufficiale di Palazzo con una solida reputazione anche culturale, consolidata dalla grande competenza in materia religiosa, fino ad essere considerato candidato alla cattedra episcopale di Antiochia, nel 488, alla morte di Pietro Fullo. Tra il 489 ed il 491, tuttavia, entrò in aspro contrasto con Eufemio Patriarca di Costantinopoli per avere avviato in quella sede l’insegnamento delle proprie convinzioni monofisistiche mutuate da Eutiche: la cronaca del suo esilio in Egitto, disposto da Zenone, è considerata storicamente inattendibile ma, davvero, pare che egli naufragasse e visitasse così la Provincia, conoscendovi il Vescovo Giovanni Tabennesiota.

Morto l’Imperatore Zenone Isaurico, proprio nel 491 Anastasio fu elevato al trono per le pressioni esercitate in suo favore sulla Corte e sull’esercito dalla Imperatrice vedova Elia Ariadne, figlia di Leone I e di Elia Verina.
Forte del titolo di Augusta; vestita di clamide ed accompagnata dal Magister, dal Kastrésios e dal Questore, ella presenziò alla cerimonia di consacrazione svoltasi nell’ippodromo di Costantinopoli l’11 aprile del 491, avanti al feretro dell’Imperatore deceduto, come testimoniò Pietro Patrizio, Storico e già Ministro di Giustiniano: la notte successiva alla morte di Zenone, la Corte, il Senato e l’arciVescovo Eufemio si riunirono nel portico avanti al triklinos e, alla presenza del Popolo e dell’esercito alloggiati nello stama, lo acclamarono secondo il cerimoniale tradizionale.

Prima dell’investitura l’Eletto, che il 20 maggio successivo sposò la Sovrana, aveva accettato di sottoscrivere una dichiarazione di ortodossia. Impegnatosi a rispettare le risoluzioni del Concilio di Calcedonia e degli Isaurici, che lo obbligarono a cinque anni di lotte, fronteggiò le incursioni slave dal 493, bulgare dal 499 e persiane dal 502. Approvò, inoltre, il dominio italiano di Teodorico e poi di Clodoveo che riconobbero la sua alta sovranità. Riformò, infine, l’amministrazione finanziaria del Regno abolendo il Chrysargyron fra il 498 ed il 501. Negli ultimi anni di governo fu apertamente incline ai Monofisiti, causando violenze e sommosse popolari e, più in particolare, l’insurrezione del Generale Vitaliano, soverchiato solo nel 514 ma di nuovo ribelle nel 518.
Il mandato di Anastasio, in definitiva, fu caratterizzato da guerre esterne ed interne al Regno e da dure conflittualità confessionili, malgrado il favore popolare espresso nei confronti di una rilevante attenuazione del sistema fiscale e dalla energica gestione dell’amministrazione imperiale: di fatto, alla sua morte, nelle casse statali c’erano ben ventitré milioni di nomismata, ovvero il corrispettivo della triplicazione del bilancio annuale.

La questione confessionile fu il tema cruciale di quegli anni: il territorio controllato da Teodorico constava della intera penisola, delle isole, della Dalmazia, della Baviera, di gran parte della Rezia, del Norico, della Pannonia, della Provenza e, quale Reggente del minore Amalarico, della Spagna visigotica. Se con i Cattolici di queste aree l’intesa fu stabile, forti furono invece i suoi contrasti con gli Ortodossi bizantini: la contrapposizione era dovuta al rischio che Anastasio ed i Monofisiti, nella querelle con la realtà confessionile romana, provocassero una guerra di religione.
In sostanza, l’Imperatore tendeva ad accuratamente evitare una querelle teologica incomprensibile all’ariano Teodorico e trovare una soluzione che attenuasse le distanze fra Oriente ed Occidente e prevenisse ulteriori sommosse e lotte tra chiese.

La questione religiosa, peraltro dominata da evidenti interessi politici , verteva sulla natura del Cristo: il Monosifismo del clero filoimperiale ne negava la natura umana, riconoscendogli quella sola divina con cavillose argomentazioni, contro la categoricità del dogma trinitario-cristologico importato in Occidente da Agostino.
Il nodo, trascinatosi fra alterne vicende fino a tutto il 1529, stava nella duplicità delle due formule ortodosse dell'unica Persona e delle due Nature. Esse furono causa dei gravissimi torbidi esplosi a Costantinopoli il 6 Novembre, quando gli insorti massacrarono i Monofisiti; abbatterono le statue di Anastasio; tentarono di insediare al soglio imperiale Areobindo, coniugato a Giuliana della casa teodosiana, mentre i tumulti contagiavano anche l’Arabia squassata dalle rappresaglie degli Ortodossi d’Etiopia.
La sostituzione disposta da Anastasio, dei tre Patriarchi Macedonio di Costantinopoli, Elia di Gerusalemme e Flaviano di Antiochia con omologhi monofisiti e la sua sempre più aperta persecuzione del Clero fedele al Concilio di Calcedonia, indignò la Pubblica Opinione.
Alla fine del 514 egli avviò un dialogo epistolare con Papa Ormisda nel tentativo di ricomporre la frattura fra Costantinopoli e Roma, ma due anni di corrispondenza non bastarono ad accorciare le distanze fra le parti.

Il Primate romano inviò anche la formula di una regula fidei che fosse sottoscritta dall’Episcopato orientale disposto a non interrompere le relazioni con la realtà ecclesiale capitolina.
Quel documento, contenente peraltro la condanna di Nestorio e di Eretici come Acacio, non ebbe riscontro immediato: due anni più tardi, un discreto numero di Vescovi bizantini aderì al Credo calcedone, compresi quelli di Scizia, Illiria, Dardania ed Epiro.
L’adesione, nota come formula Hormisdae o libellus professionis fidei Hormisdae, riconosceva le lettere dogmatiche di Leone Magno e le risoluzioni di Calcedonia ed anatemizzava i Patriarchi monofisiti Nestorio, Eutiche, Dioscoro e i loro seguaci.
In esito a tale circostanza, l’11 luglio del 517 Anastasio annunciò ad Ormisda l’abbandono dei negoziati e riprese ad opprimere gli aderenti alla fede romana.
Lo scisma sarebbe stato ricomposto da Giustino I, con l’abrogazione dell’Henotikon.
Le fondamenta dell’Impero furono poi scosse dalla Guerre Isaurica e dalla Guerra Persiana. L’una svoltasi fra il 492 ed il 496, fu causata dai partigiani di Longino, fratello di Zenone, esiliato in Tebaide assieme agli Isaurici della capitale; l’altra, combattuta fra il 502 ed il 506, fu segnata dalla occupazione persiana di Teodosiopoli e Amida, recuperate da un trattato che le parti, parimenti sfiancate, sottoscrissero riportando la situazione allo status quo ante.
La prima si risolse con la vittoria di Cotieo che, nel 493, sedò le spinte insurrezionali ma non attenuò il clima sotterraneo di guerriglia né condizionò le azioni condotte contro la Corona per anni, nella clandestinità delle montagne. La seconda, a sorveglianza di Nisibis, produsse la costruzione della formidabile fortezza di Dara supportata, quando l’area balcanica fu devastata dagli Slavi e dai Bulgari, da una poderosa cinta muraria estesa dal Propontide al Mar Nero su ordine di Anastasio, per la più efficace protezione di Costantinopoli.

Ancorché convinto Monofisita, egli attuò una politica religiosa assai moderata mantenendo i principi concilianti dell'Henotikon di Zenone.
Fu solo a causa dell’integralismo ortodosso e delle insurrezioni popolari che, nel 512, impose la sua linea confessionile rendendosi impopolare nelle Province. Esplose, pertanto, nel 513, la rivolta dell’ambizioso Comes Foederatorum Vitaliano che, alla testa di molte decine di migliaia di uomini, assalì orrendamente la Tracia marciando sulla capitale: l’Imperatore ne contenne la furia con un esercito guidato da Ipazio; ma l’insufficienza di costui si risolse in una accusa di alto tradimento e il comando delle truppe fu ceduto a Cirillo che fu, tuttavia, sconfitto e catturato dal ribelle, a sua volta tradito dai suoi stessi contingenti.
Deciso al colpo di Stato, allora, Vitaliano marciò su Costantinopoli ma, acquartierato a Sycae, scese a patti con la Corona e rilasciò l’eccellente ostaggio in cambio di un rilevante tributo in oro e del titolo di Magister militum per Thracias. Tuttavia, nel 516, col conforto degli Unni insorse ancora e l’Armata navale bizantina condotta da Marino il Siriano ne annientò le pretese a Bytharia.
In materia finanziaria la politica anastasiana fu prudente e Giovanni Lido ne lodò la generosa lungimiranza. Tuttavia, il coltissimo Imperatore entrò in polemica con Papa Simmaco, eletto dal Concistoro romano contro la designazione dell’Episcopato bizantino pronunciatosi a favore di Lorenzo, nella convinzione che costui rilanciasse l’editto di fede di Zenone.

Il 9 luglio del 518 Anastasio si spense e fu sepolto con la moglie nella chiesa dei Santi Apostoli.
Gli successe Giustino, Capo della sua guardia.

Bibliografia: