Personaggi

Arnaldo da Brescia

di Ornella Mariani
Arnaldo da Brescia
Arnaldo da Brescia

Parigi, XII secolo: trionfo delle scienze teologiche, metafisiche e filosofiche.

In quella che fu l'epoca di Pietro Abelardo e Giovanni da Salisbury; di Roscellino e Guglielmo di Champeaux; di Ugone da san Vittore e di Pietro Lombardo, da una parte gli Scolastici e i Nominalisti, dall'altra i Dialettici ed i Realisti tennero alto il tono del dibattito intellettuale.

Italia, XII secolo: trionfo delle libertà comunali ed esplosioni delle tensioni autonomistiche.

Lombardia, Veneto, Romagne e Piemonte furono teatro della rivolta contro il dispostismo di un Clero egemone, mondano e corrotto: conseguente alla lotta per le investiture, che impegnò Papato ed Impero: due organismi per loro natura ecumenici, maturò un'insopprimibile esigenza di riforma morale denunciata verso l'inizio del 1100 dal laico Tanchelmo, entrato in contrasto con i Canonici di Utrecht; dai germani Clemente ed Everardo di Soissons, che nel 1115 arringarono i contadini francesi rilanciando l'autorevolezza degli Atti degli Apostoli; da Pietro de Bruis, mandato al rogo per aver perseguito l'ideale di una Congregazione distante dalla materialità; da Enrico di Losanna che mirò, contro il Vescovo Ideberto di Lavardin, a recuperare la dignità sacerdotale; dall'ampio movimento dei Patari, che scossero le fondamenta della istituzioni ecclesiastiche lombarde.

Era la stagione delle eresie mistiche e dello Sciopero liturgico: una fase di travaglio spirituale connotata dal fermo rifiuto a ritenere validi i Sacramenti somministrati da quegli Ecclesiastici contro i quali non valsero neppure i tentativi di moralizzazione di figure come Pier Damiani, Guibert de Nogent, Bernard de Clairvaux. In quel clima arroventato si fece strada Arnaldo da Brescia: il personaggio che l'età moderna, pur in assenza di scritti, ha definito illuminato umanista e precursore di Ulrich Zwingli, alfiere dell' anticlericalismo e martire della libertà; il monaco che, con la contestazione alle gerarchie concubinarie e simoniache, fece vacillare i pilastri dell'edificio teologico; l'uomo che, con oratoria appassionata ed animo coraggioso e limpido, provò a curare le ferite sociali prodotte da una Chiesa scismatica e lacerata dalle sue stesse divisioni interne.

Di fatto, il pensiero e l'attività del Riformista furono prodromici di una nuova visione dei rapporti civili; del superamento della società feudale; dell'emancipazione della coscienza individuale; del riscatto della ragione; del ripudio di una subalternità che, muovendo dall'indagine religiosa, approdò nella sfera politica degenerando nella rivolta contro l'arroganza dell'Aristocrazia episcopale.

A differenza dei predicatori itineranti che lo avevano preceduto, Magister di Divinae Litterae, Arnaldo fu dotato di grande cultura: se il paladino dell'ortodossia Bernard de Clairvaux non poté negarne l'esistenza austera... la conversazione soavissima, l'aspetto tutto spirante pietà..., Walther Map ne testimoniò la semplicità nel cibo e nelle vesti se non quanto ve l'obbligasse la più imperiosa necessità...

Si era formato alla scuola di Pietro Abelardo, immortale nella storia della scienza quanto in quella della fede; precursore della Scolastica; profondo conoscitore della logica aristotelica, applicata anche al campo teologico; promotore di un sistema di analisi e di comunicazione fra fede ed intelletto nell'ambito delle rispettive competenze; interprete d'una smania d'affrancamento da quel vincolo di dipendenza bollato come eresia da una Chiesa mirante a sottrarsi all'istanza diffusa di rientro della fede nell'alveo evangelico delle origini.

Amato e rispettato per onestà e irreprensibilità dei costumi, Arnaldo prese a modello la vita di Cristo riconoscendo solo all'autorità civile l'uso della spada e dello scettro; esigendo dall' Episcopato l'abbandono dei beni terreni; lottando i princìpi teocratici; vagheggiando una Comunità ecclesiale forte di solo potere morale; esemplarmente sostenendo Popolo e Consoli contro la tirannide clericale; condividendo con Abelardo il confino conventuale e l'accusa di eresia e difendendolo dagli strali di Bernard de Clairvaux, che il 16 luglio del 1140 ottenne dal Papa due rescritti di condanna; subendo il bando pronunciato da Luigi VII e la chiusura del Paracleto. Tuttavia se nel 1142 il rassegnato filosofo si spense fra le mura di Cluny, dopo aver ritrattato le sue tesi, il monaco bresciano seguitò impavido la sua missione.

Vaghe e frammentarie le notizie riferite al suo impianto esistenziale: nato sul finire dell'XI secolo, vestì l'abito dei Canonici Regolari benché si dubiti che fosse stato consacrato sacerdote.

Formatosi a Parigi, verso il 1130 tornò a Brescia e si dette alla predicazione. In quel periodo, a favore del concetto di municipalità e contro la corruttela degli Ecclesiastici dediti alla simonia, all'usura e al concubinato, Arnaldo ritenne che l'unico possibile ritorno ai valori cristiani risiedesse nella loro rinuncia ai beni materiali di cui godevano. La gente plaudì a quelle tesi e contrastò l'autorità temporale pastorale eleggendo Consoli inclini alla Riforma ed urtando la suscettibilità del Vescovo Maifredo, nel cui feudo erano raccolti tre quinti dell'intero territorio bresciano: propostosi garante dei benefici di Nobili, Preti e Secolari, egli ricorse al Papa mentre la città si armava e si divideva in Aristocratici e Clero da una parte, Popolo dall' altra. Dopo i cruenti scontri avvenuti fra il 1138 ed il 1139, la vittoria arrise ai primi grazie ad Innocenzo II che, censurato l'operato del Riformista nel Concilio Lateranense II, sollevò una indignazione corale ma insufficiente a condizionare l'esilio irrogatogli. Costretto a tornare in Francia, ove partecipò alle dispute fra il suo vecchio Maestro ed il potente e temuto Bernard de Clairvaux, nel 1140, per la libera esposizione delle Sacre Scritture e per la polemica aperta contro l'avidità vescovile, Arnaldo subì la condanna anche dal Sinodo di Sens. Inizialmente trascorse con Abelardo, del quale furono messe al bando le diciannove tesi, un periodo al confino perpetuo; poi, dopo una stagione vissuta nel monastero di Santa Genoveffa di Parigi, fuggì a Zurigo.

Espulso anche dalla Svizzera, riparò in Boemia ove il Confratello e Legato pontificio Guido del Castello, in sprezzo delle diverse sollecitazioni di Bernard de Clairvaux: Arnaldo, la cui parola è miele, la cui dottrina è veleno, che di colomba ha la testa ma di scorpione ha la coda, l'uomo che Brescia vomitò, Roma aborrì, la Francia scacciò, la Germania maledisse... Bada ...usargli benevolenza è lo stesso che contraddire agli ordini del Pontefice e di Dio..., lo accolse e ne favorì la conciliazione con la Chiesa.

Finalmente nel 1145 Arnaldo poté rientrare in Italia. Confessato ed assolto da Eugenio III a Viterbo, previa penitenza di pellegrinaggio in alcuni santuari, fissò dimora in una Roma dove, sotto il Pontificato di Innocenzo II, avvalendosi della condotta ribelle dei Tivolesi, un turbolento Partito Democratico aveva restaurato in Campidoglio l'antica Repubblica; eletto un Sacro Senato e sostituito il Prefetto con un'autorità patriziale dotata di pieni poteri politici. Profittando delle robuste fortificazioni di cui erano muniti e delle tensioni fra fazioni capitoline, Tivoli aveva licenziato il Vescovo ed il Rettore e, nel 1141, rifiutando il presidio militare assegnatogli dal Papa, aveva provocato la inutile reazione armata dell' establishment romano. Tuttavia, l'anno successivo, dopo averla costretta alla resa; al giuramento di fedeltà a san Pietro e al ritorno del Rettore, il Patrizio aveva preteso anche la demolizione delle torri.

Per affermare il proprio potere decisionale, Innocenzo II si era opposto alla iniziativa così cagionando una violenta insurrezione popolare dalla quale scaturirono la riaffermazione del principio laico di Comunalità; la dura contrapposizione fra Popolo ed Ottimati; l'aggressione del Campidoglio; l'archiviazione del potere temporale della Chiesa; l'insediamento di un governo repubblicano le cui insegne furono le antiche S.P.Q.R.; l'istituzione del Senato.

Il Pontefice morì il 24 settembre del 1143.

Dopo il pontificato di Celestino II, al secolo Guido del Castello, il cui mandato si era risolto in soli cinque mesi, era stata la volta del bolognese Gerardo Caccianimico, ovvero Lucio II il cui tentativo di riaffermare la potestà temporale era stato spazzato da ulteriori violenti torbidi: la carica di Prefetto era stata abolita; era stato reinsediato il Patrizio; il numero dei Senatori era stato elevato a cinquantasei; la città era stata divisa i sedici rioni militarmente organizzati; al Papa era stato imposto di vivere con i soli proventi delle offerte e delle decime; Giordano Pierleoni, fratello dell'antiPapa Anacleto II, era stato investito della carica patriziale.

Lucio II, allora, dopo essersi appellato all'Imperatore Corrado III, verso l'inizio del 1145 tentò un colpo di mano: postosi alla testa dei suoi partigiani, aveva assaltato il Campidoglio ma, respinto dai Repubblicani, nel perdurare degli scontri che causarono la morte di molti prelati, egli stesso era stato gravemente ferito alla testa. Condotto al convento di san Gregorio al Celio, vi si era spento il 15 febbraio. Nello stesso giorno della tumulazione gli era succeduto Bernardo da Pisa, fuggito nella notte del 18 nel monastero di Farfa ove era stato consacrato col nome di Eugenio III.

Stabilitosi a Viterbo, il nuovo Papa aveva accettato la mediazione di Bernard de Clairvaux e sottoscritto un frettoloso accordo col quale concedeva al Senato l'investitura in cambio della sostituzione del Patrizio col Prefetto.

Rientrato a Roma, però, aveva potuto trattenervisi meno di un anno poiché, avendo opposto diniego alla insistente ambizione a distruggere Tivoli, era stato costretto a riparare prima a Sutri e poi ancora a Viterbo prima di recarsi in Francia per bandirvi la drammatica seconda crociata. Stando alla testimonianza di Otto von Freisingen, l'arrivo di Arnaldo a Roma coincise con quel pontificato sconvolto il 18 febbraio del 1145 dalla esaltazione dei fasti della Romanità: egli, infatti, predicò la ricostruzione del Campidoglio; la reintroduzione della dignità senatoria; la rifondazione dell'Ordine Equestre ed il riconoscimento al Pontefice della esclusiva competenza in questioni spirituali.

La sua campagna contro i vertici della Chiesa, muovendo dall'enunciazione delle dottrine del pauperismo evangelico, approdò nella vigorosa denuncia degli abusi, delle ingiustizie, della corruzione e dell'ingerenza del Clero nella potestà civile; nella richiesta di rinuncia papale dell'usurpata egemonia sulla città eterna; nella sollecitazione popolare a contrastare il governo dell'Aristocrazia religiosa.

In definitiva, con toni fortemente ascetici egli favorì la restaurazione dell'autorità tribunizia e della dignità consolare e si propose intermediario fra Senato e plebe, affermando la limitazione anche della signoria imperiale nella prospettiva d'un nuovo ordine e d'un nuovo impero guidato da un Senatore romano.

Otto von Freisingen: ... Reduce in Italia dalla Francia... per meglio trarre gli altri in inganno, vestì abito religioso, e si diede a sparlare e ad offendere... poichè egli diceva che i chierici provveduti di beni, i vescovi di regalie, i monaci di poderi, non potevano in alcun modo sperare salvazione...

Giovanni da Salisbury: ... Senza riguardi inveiva contro i cardinali, dicendo che il loro collegio, a causa della loro ambizione, avarizia, ipocrisia e a causa dei loro peccati, non era già un tempio del Signore, ma casa di mercanti e spelonca di ladri. Essi occupavano nella cristianità il posto degli scribi e dei farisei. Ed il papa non era... un uomo apostolico ed un pastore d'anime, ma un sanguinario... un torturatore delle chiese, un oppressore dell'innocenza... Egli ripeteva spesso che il papa non seguiva né la dottrina né gli apostoli, e che quindi non meritava né rispetto né obbedienza, e che...mal potevansi tollerare degli uomini i quali volevano sottoporre alla schiavitù Roma, sede dell'impero, fonte di libertà, padrona del mondo...

Predicando la dottrina pauperistica come fondamento della perfezione evangelica praticata dal Cristo ed osservando integralmente le prescrizioni apostoliche, Arnaldo teorizzò la separazione fra potere spirituale e ecclesiastico e potere politico e secolare: a suo avviso dai chierici al Primate di Roma, tutte le gerarchie avrebbero dovuto astenersi da ogni sorta di mondanità e di interferenza nei governi cittadini limitandosi alla sola giurisdizione ecclesiastica.

Proprio l'aperta adesione alla Repubblica; la coincidenza delle sue prediche con le sommosse ingaggiate contro la Chiesa dal nuovo regime; la certezza inculcata nei Romani che Dio li avesse investiti del diritto di scegliere gli Imperatori a governo del mondo, lo fecero percepire dal Papato come un grave pericolo per l'edificio religioso: lasciata la Francia, un agitatissimo Eugenio III raggiunse Brescia e, il 15 luglio del 1148, vi pubblicò un'enciclica con la quale, scomunicato l'irriducibile missionario, minacciò di revocare i beni a tutti quegli Ecclesiastici che avessero aderito alle sue tesi ereticali.

Il Senato invitò l'Imperatore a Roma, perché ridimensionasse l'asserita superiorità papale ma le cattive condizioni di salute impedirono a Corrado di scendere in Italia ed i fermenti interni alla Germania non consentirono al suo erede Federico I di impegnarsi nella questione.

Così valse un cauto compromesso fra le parti: la Repubblica restò in vigore; il numero dei Senatori fu elevato a cento e il Patrizio fu sostituito da due Consoli rispettivamente per le vicende di politica estera ed interna ed i cui poteri erano conferiti e riconosciuti dal Pontefice.

Come tutta la popolazione e gran parte del Clero minore, anche il nuovo Imperatore, insofferente all'egemonismo episcopale, plaudiva all'attività di Arnaldo e, non a caso, appena insediato aveva manifestato alla Curia romana l'intenzione di restituire splendore e dignità all'Impero conferitogli per grazia di Dio.

Le implicazioni del messaggio non sfuggirono ad Eugenio III: la subdola emancipazione dalla Chiesa era assai più pericolosa della stessa sedizione popolare romana. Pertanto, grazie ad una abilissima attività diplomatica, nel 1152 promettendogli l'incoronazione, il Papa riuscì a riportare Federico sulle posizioni ecclesiali e, nell'ottobre di quell'anno sue ambascerie lo salutarono caldeggiando l'esigenza di ricondurre all'obbedienza i Capitolini sedotti dal monaco bresciano.

Lo Staufen si impegnò a difendere l'onore e i beni della Chiesa; a non contrarre accordi di pace con i Normanni senza il previo consenso del Primate; ad impedire ai Bizantini di entrare in italia; a ricondurre Roma sotto l'autorità pastorale.

In cambio, sarebbe stato solennemente incoronato; in cambio, chiunque gli fosse stato infedele sarebbe stato colpito da scomunica; in cambio, le sue nozze con Adelaide von Vohburg sarebbero state annullate.

Tuttavia, ad onta delle intese e contro la fiera opposizione del Pastore, spentosi l'8 luglio del 1153, Federico cambiò i vertici episcopali tedeschi mentre la situazione italiana veniva ingarbugliata dalle diffuse pretese di Comunalità. In attesa del Sovrano, Anastasio IV scelse di mantenere rapporti cauti con la Repubblica Romana; ma il 3 dicembre del 1154 anch'egli mancò e gli successe Adriano IV che, certo della propria autorità, rivendicò le asserite prerogative e cacciò i Deputati del Popolo.

Roma insorse.

Nei tumulti morì un Cardinale. Atterrito, il Papa fuggì ad Orvieto.

In quel momento, il radicalismo riformista trasformò Arnaldo da Tribuno di una plebe ingestibile se non col ricorso ad una iniziativa dirompente, in pedina da usare abilmente nel gioco dei tatticismi politici: l'abile Primate anatemizzò Roma e sospese la distribuzione dei Sacramenti.

Sconvolto per la coincidenza del provvedimento con l'imminenza della Pasqua e con la conseguente perdita dei benefici economici derivanti dal transito dei pellegrini, il Popolo obbligò i Senatori a scendere a patti con la Curia romana: in gioco c'era la testa di Arnaldo da Brescia, già braccato dalla polizia pontificia e sulle cui tracce s'era posto il Diacono Oddone di san Niccolò.

Intanto, a margine della Dieta di Roncaglia ove aveva privato dei feudi i vassalli non presentatisi a rendergli omaggio, Federico I marciava verso il Lazio: risolta la questione lombarda fra lutti e rovine; cinta la corona ferrea a Pavia e tutt'altro che incline a condizionare i propri progetti per la ribellione di un monaco, egli veniva ad esigere l'incoronazione.

I Delegati del Papa lo attesero a Viterbo ove il 1° giugno del 1155 subordinarono a clausole precise la cerimonia: mantenimento del Clero nel possesso dei beni; abbattimento del governo laico di Roma; cattura di Arnaldo.

Il partito repubblicano fu pesantemente sconfitto dagli Imperiali; il monaco fu arrestato; il Prefetto Pietro di Vico, dopo un sommario processo, lo condannò a morte mediante impiccagione e rogo del cadavere. Le ceneri furono disperse nel Tevere, per evitare che divenissero oggetto di culto: l'avventura era finita nel sangue ed anche l'esperienza della sopravvissuta setta degli Arnaldisti fu coclusa il 4 novembre del 1184 dalla condanna irrogata da Lucio III nel Concilio di Verona.

Tuttavia, altre pressioni religiose emergevano con una dirompenza che avrebbe duramente impegnato la Chiesa: i Catari ed il loro dualismo invadevano la Francia. La figura di Arnaldo da Brescia, di cui s'ignora la data precisa della morte, fu rivalutata dai Giansenisti lombardi solo nel ‘700 e la cultura laica dell'800 lo indicò martire del libero pensiero ed eroe anticlericale.

Bibliografia: