Personaggi

Boccanegra Simone

di Ornella Mariani
Simone Boccanegra.
Simone Boccanegra.

Simone Boccanegra

Questa straordinaria città divorante il mondo è la più grande avventura umana del XVI secolo. Genova sembra la città dei miracoli .( Fernand Braudel)

La sua Istituzione repubblicana ebbe durata di almeno otto secoli, pur nelle sue cinque diverse espressioni: una Repubblica dei Consoli, a conduzione diarchica: Consoli dello Stato e Consoli dei Placiti, rispettivamente con funzioni politico/militare e giudiziaria; una Repubblica dei Podestà; una Repubblica dei Capitani del Popolo; una Repubblica dei Dogi perpetui; una Repubblica dei Dogi biennali. Fra il  27 dicembre del 1435 ed il 28 marzo del 1436 governarono, invece, i Capitani di Libertà.

La prima fase fu sostanzialmente democratica; la seconda e la terza restaurarono il rapporto di autorità; la quarta si proclamò Popolare, ma degenerò nell’oligarchia; infine la quinta fu istituzionalmente aristocratica.

Il territorio comprese la quasi totalità della Liguria, della Corsica, dell’isola di Capraia e dell’ Oltregiogo piemontese, ovvero le aree montuose fra la Provincia di Alessandria e Savona ma, per circa cinquecento anni, molti furono i possedimenti nel Mediterraneo e nel mar Nero distinti in terre di Privati, basi commerciali, colonie, dipendenze della Repubblica e del Banco di San Giorgio: a tale sviluppo territoriale concorsero le Crociate, premessa al Colonialismo. Coraggiosi e decisi, infatti, i Genovesi parteciparono alle spedizioni in Terrasanta con impeto animato da fervore mistico ma, soprattutto, da sete di conquista.

A guidarli verso le fortune conseguite nei mercati orientali nel 1099, fu l’Ammiraglio Guglielmo Embriaco, il cui contributo alla presa di Gerusalemme fu rilevante: non a caso Re Baldovino volle incisa sull'architrave della Chiesa del Santo Sepolcro la scritta a caratteri d'oro Praepotens Genuensium præsidium.

La circostanza valse a Genova il riconoscimento dello stato di Libero Comune, anche rispetto alle pretese dell'Imperatore Federico I di Hohenstaufen che scese a patti con la città nel 1166, onde averne aiuto contro i Normanni. Esaltanti furono, poi, le imprese genovesi contro i Mori di Spagna e di Barberia, concluse nel 1231 con le fauste battaglie di Almeria e Majorca; la presa, dopo la vittoria su Pisa nel 1284 alla Meloria, della Corsica e del Logudoro sardo; il controllo, a pochi anni dalla Battaglia di Curzola e dalle lotte con Venezia, in quel conflitto detto Guerra di Chioggia, delle rotte del mar Nero e dell’Egeo, in conseguenza del Trattato di Ninfeo stipulato col Basileus Michele VIII Paleologo, in ragione di un intervento che lo reinsediasse ed affrancasse dall’esilio causato dalla IV quarta Crociata, condotta dai Veneziani nel 1204 per porre un’ipoteca sui commerci dell’Impero bizantino.

Il Comune ligure ne ottenne enormi privilegi, oltre al monopolio degli Stretti, utili al controllo delle attività proprio nel mar Nero, detto lago genovese.

Le opere realizzate su quelle coste dalla Dominante, come la Repubblica era allora definita, furono numerosissime e la sua presenza si spinse fino a lambire Iraq ed Iran, mentre solidi erano gli avamposti di Famagosta e di Cipro e gli interessi coltivati nel Quartiere di Galata ad Istanbul, nei possedimenti di Trebisonda, Sebastopoli, Teodosia, Belgorod, nella cornice dei traffici con Lesvos, Chios, Creta e del monopolio dell’allume a Rodi, a Smirne, a Efeso e a Focea. Ma, se la concorrenza di Pisa e Venezia e la rivalsa musulmana posero fine al prestigio della Repubblica, dei suoi domini mediorientali e delle sue prospere colonie, a partire dal cruciale porto francese di Aigues- Mortes, di proprietà di Guglielmo Boccanegra, nonno del più celebre Simone ed amico di Luigi IX, fino alle isole spagnole sottratte agli Arabi, fu il lungo secolo di congiure, lotte interne e dominazioni straniere ad indebolire la Repubblica mentre la spallata definitiva, malgrado l’impegno del Banco di San Giorgio, cui venivano affidati i domini d'oltremare, e malgrado molte colonie sopravvivessero sotto la guida di Consorzi familiari detti Maone, fu data dalla conquista turca di Costantinopoli.

Allora fu la svolta della politica filospagnola di Andrea Doria: cambiando l'assetto geopolitico nel Mediterraneo, le attività della Repubblica si spostarono nell’Occidente: nell’ antico Mare Nostrum e in Europa: Marsiglia, Barcellona, Siviglia, mai appannando memoria delle imprese epocali eseguite per conto anche di altri Sovrani: l’avventura degli sfortunati fratelli Vivaldi nel 1291; il viaggio coevo di Lanzerotto Malocello nelle Canarie; la scoperta delle isole di Capoverde da parte di Antonio da Noli; il transito del Sahara di Antonio Malfante, fino alla mitica traversata di Cristoforo Colombo. E tuttavia, fino al 1339, anno della elezione dogale di Simone Boccanegra, la Superba visse una lunga stagione di instabilità causata dalle contrapposizioni fra famiglie aristocratiche locali: si passò, pertanto, a fasi alterne, dalla Compagnia comunale ai Consolati, dai governi dei Podestà stranieri a quelli dogali, comunque sotto i protettorati milanesi e francesi, malgrado la città restasse uno dei più fiorenti centri commerciali ed economici europei.

Dalla metà del XIV secolo, la figura del Doge a Genova fu nodale al potere costituito: il primo di essi, eletto con carica perpetua, fu Simone Boccanegra.

Boccanegra

Dopo la rivolta popolare che liquidò l’ultima Diarchia ghibellina di Raffaele Doria e Galeotto Spinola, ad imitazione del Dogato perpetuo veneziano vigente già da circa sei secoli, nel 1339 nacque il Dogato perpetuo genovese con Simone Boccanegra: prima Abate del Popolo e poi Doge.

Detto Simonino o Simoncino, egli era figlio di Ginevra Saraceni e del ricco Commerciante Lanfranco. Mai investito prima di incarichi pubblici, si era tenuto estraneo alla instabilità sociale politica degli anni che avevano preceduto il suo insediamento ed ai conflitti interni alle consorterie locali: dopo una lunga Signoria dei Guelfi e di Roberto d’Angiò, nel 1335 i Ghibellini avevano preso il potere ed eletto due Capitani del Popolo che, condizionati dalla opposizione e dalla pressione catalana sul mare, finirono col perdere credito e consenso, per essersi arrogati il diritto di eleggere l’Abate del Popolo, tradizionalmente designato dal Popolo medesimo. Pertanto, quando il 23 settembre del 1339 si celebrarono nuove elezioni, fu indicato Simone che rifiutò l’incarico assumendo a pretesto la propria estrazione plebea e, di conseguenza, la impossibilità ad accedere al ruolo.

A fronte della rinuncia, stimolata forse anche da suoi Partigiani, la folla lo acclamò Doge a vita: egli accettò e la nomina, ratificata dal Parlamento nel giorno successivo, storicizzò la vittoria del partito ghibellino.

L’introduzione del Dogato, richiamandosi all'Istituzione veneziana, sanciva di fatto la trasformazione del regime comunale in Signoria, trasferendo i poteri detenuti fino ad allora dai Capitani del Popolo al Doge, fiancheggiato da un Consiglio di quindici Anziani, mentre l'amministrazione della giustizia restava affidata ad un Podestà straniero. Tre Abati popolari, infine, rappresentavano gli interessi degli abitanti delle tre valli genovesi.

In quella fase, Genova viveva una pesante crisi finanziaria: le gabelle erano quasi tutte ipotecate in favore dei Creditori, i commerci erano condizionati dalle incursioni corsare e i territori della Repubblica erano in mano ai Ribelli. Boccanegra non si lasciò intimidire: assunto il comando delle Forze militari e delle fortezze riuscì, nel giro di una manciata di mesi, a sottomettere i Feudatari ostili e recuperò il dominio delle due Riviere e dell' Oltregiogo; escluse i Guelfi dalle cariche pubbliche; negò ai Nobili l'accesso al ruolo dogale e contrastò i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi, mentre nuove Famiglie patrizie emergevano: gli Adorno, i Guarco, i Fregoso, i Montaldo costituendo la classe dominante dei Cappellazzi, ancora più violenta ed avida di quante si erano fin lì contese il dominio locale. Tuttavia, la tendenza ad accentrare il potere e l’inclinazione aperta al lusso espressa da un prezioso mantello e cappello color porpora e la condotta nepotista, rivelata dalla assegnazione di incarichi prestigiosi ai Parenti, presto gli alienarono il consenso e provocarono le prime congiure, sedate con fermo rigore.

In quel clima avvelenato da intrighi e con le casse dello Stato prosciugate, infatti, egli rischiò di restare in carica poco più di due mesi poiché, come testimoniò Michelangelo Dolcino: …si corse il rischio di dover scegliere un altro Doge decisamente presto. Appena il 19 dicembre 1339 un abitante di Voltri, arrestato, confessò di aver ricevuto da un nobile l'incarico di uccidere Simone, dietro promessa di una congrua somma: il giorno seguente la sua testa si separava dal busto. Il 5 settembre 1340, poi, veniva scoperta una vera e propria congiura. Un macellaio di Soziglia, un commerciante di granaglie, vari nobili e anche popolari furono arrestati dietro fondati sospetti: poco dopo si aggiunsero a questi due nobili ghibellini, i quali finirono per confessare - magari con irresistibili sistemi - che per loro cura la città avrebbe dovuto sollevarsi. Anche questi due cedettero il capo al boia, e con essi il macellaio e il commerciante; a buon conto il Doge si costituì una speciale guardia del corpo di centrotre cavalieri pisani

Così, prese a circolare sotto la protezione di ben centotrenta Cavalieri pisani, mandando fallito anche il tentativo di colpo di Stato condotto nel 1341 dal Marchese di Finale Giorgio del Carretto, arrestato e rinchiuso nel carcere della Malapaga.

Fu allora che, per far fronte alle frequenti scorrerie dei Nobili che, espulsi  dalle loro terre, con attività piratesche disturbavano i commerci soprattutto con la Provenza, donde arrivava il frumento necessario a tamponare la carestia del 1340, Boccanegra armò una Flotta: chiesto l’aiuto di Pisa, con la quale il 24 giugno 1341 allungò di cinque lustri i trattati di pace, avviò relazioni amichevoli con quasi tutti gli altri Stati della Penisola; rafforzò i legami con la Chiesa: una volta eletto, aveva già inviato una Ambasceria ufficiale ad Avignone presso Benedetto XII; accolse la richiesta d’impegno avanzata da Clemente VI, per una crociata antiturca; inviò ad Alfonso XI di Castiglia, in guerra con il sultano del Marocco Abū l-Ḥasan,  ancora nel 1341, venti galee al comando del fratello Egidio, che nel marzo del 1342  inflisse una cocente sconfitta ai nemici presi dall’assedio di Algeciras.

Il suo reale merito, però, stette nel consolidamento della potenza coloniale genovese, in particolare in Oriente: sempre nel 1341, chiese un prestito per sostenere le spese utili alla difesa delle sedi di Crimea, minacciate dai Turchi; concluse un accordo assai favorevole con Anna di Savoia, vedova del Basileus Andronico III e Reggente per il figlio Giovanni V; a partire dal 1342, si unì alle forze veneziane per contrastare i Tartari di Gianibek, Imperatore del Kipčak, che aveva assalito i Commercianti liguri e veneti di Tana e nel 1344 assediò Caffa, il più importante insediamento genovese sul Mar Nero: annientati, gli Invasori chiesero la pace; partecipò alla Lega con Venezia e Clemente VI, contro Omarbeg, temuto Emiro di Aydin, cui l’Armata crociata guidata dal genovese Martino Zaccaria sottrasse Smirne. A conclusione di queste attività e in favore delle colonie sul Mar Nero, il Doge volle il Liber Gazariae: leggi a tutela del commercio e della navigazione ma, malgrado il successo della sua politica, proprio nel 1344 il suo astro tramontò: l’Aristocrazia, che non aveva mai smesso di ostacolarlo, lo accusò di assolutismo e di sperpero del denaro pubblico poiché, per le spese di guerra e per il fasto del quale circondò la propria Corte, egli aveva imposto onerose tasse e, oltre ad uno stipendio annuo superiore a cinquemila lire di Genovini, percepiva altre somme per la manutenzione dei due palazzi a sua disposizione, per le spese di rappresentanza e per il mantenimento dei suoi falconi, di un leopardo e di altri animali.

Il tentativo di trovare un accordo con i Nobili fuorusciti andò fallito: il 23 dicembre del 1344 Boccanegra convocò il Popolo a parlamento sulla Piazza San Lorenzo e, dopo aver vantato i propri meriti, restituì le insegne e si trasferì a Pisa.

Ancora Michelangelo Dolcino:… solennemente depose le insegne dogali. Già il giorno seguente - la vigilia di Natale - s'imbarcava alla volta di Pisa. Là il fratello Nicolò era Capitano del Popolo, e pisana era la madre, Ginevra dei Conti di Rezenasco. Una moltitudine muta assistè alla partenza

E’ verosimile che dal volontario esilio continuasse a seguire le vicende politiche di Genova, nella quale si avvicendarono al Dogato Giovanni di Murta e Giovanni di Valente, che consegnò la Repubblica ai Visconti: nel 1353, quando la città fu bloccata per mare dai Veneziani e dagli Aragonesi e per terra dai Fuorusciti sostenuti da Giovanni Visconti, Boccanegra si fece avanti: secondo il Cronista milanese Pietro Azario avrebbe offerto all' arciVescovo, tramite l’amico Giovanni Mondella, il proprio appoggio in cambio di cospicue somme di danaro. I Cronisti liguri, per contro, riferiscono che solo nel 1356 i successori del Primate, consapevoli dell’ostilità ligure nei loro riguardi, inviarono a Genova il Boccanegra nell'estremo tentativo di riconquistare il consenso cittadino; ma che, una volta in Genova, egli si unisse ai Popolari e contribuisse ad incoraggiare la rivolta antiviscontea espellendo il presidio milanese il 14 novembre.

Il giorno successivo Simone fu acclamato Doge, per la seconda volta e connotò anche il secondo Dogato di condotta antiaristocratica escludendo i Nobili dalle cariche pubbliche e dal comando delle navi da guerra e da commercio. Di più: il ridurre all’obbedienza le città della costa occidentale fedeli ai Visconti ed ostili al nuovo governo accentuò l’antagonismo: solo l’8 giugno del 1358 Boccanegra sottoscrisse il trattato di pace con i signori di Milano su richiesta di  Carlo IV del quale, in cambio dell'appoggio alla politica italiana imperiale, divenne Vicario e Ammiraglio dell'Impero. Il 22 agosto successivo, poi, firmò l'accordo per combattere le Compagnie di ventura ma, nel  1360, si schierò col Papa contro i Visconti nella questione di Bologna.

La condotta antimilanese era dettata non solo da ragioni politiche, ma anche da risentimenti personali: il Doge aveva dato sposa la propria figlia Maddalena a Luchinetto Visconti, figlio di Luchino e di Isabella Fieschi, costretto a fuggire dalla Lombardia con la madre per l'ostilità di Galeazzo e Barnabò che non ne riconoscevano le pretese sull'eredità paterna, nonostante egli fosse sostenuto dalla Chiesa. Proprio al genero e al fratello Bartolomeo, Boccanegra affidò nel 1362 il comando delle forze genovesi inviate nell' Oltregiogo per unirsi alla Capitano di ventura Alberto Sterz, assoldato dai rivali dei Visconti. La spedizione fu fallimentare: devastato il Tortonese, le truppe tornarono a Genova senza aver tentato la conquista di Milano e senza aver liberato i territori occupati.

Maggior consenso riscosse la politica verso la Corsica dove, grazie al Doge, i Genovesi avviarono una graduale penetrazione sostituendosi ai Pisani ed agli Aragonesi: nel 1358, dopo aver organizzato una ribellione antifeudale, i Corsi gli chiesero aiuto contro lo strapotere aristocratico. Egli investì il proprio fratello Giovanni del Governatorato isolano; permise la istituzione di una amministrazione comunale sottoposta alla sovranità genovese; per ripianare i contrasti insorti con Pietro IV d'Aragona proprio per l’occupazione dell’isola, ricorse all’arbitrato del Marchese del Monferrato che, nel marzo del 1360, favorì l’archiviazione della contesa; attenuò la rivalità commerciale con Venezia, facendo lega contro i Turchi finché la morte intervenne sul progetto gradito al Papa e all' Imperatore d'Oriente e sul malessere popolare: il secondo Dogato si era rivelato più oneroso del precedente, per le tasse necessarie a far fronte alle varie campagne e, non solo la Nobiltà, ma anche il Popolo gli era ostile.

Temendo di cadere vittima di complotti, Boccanegra si dette a rigorose repressioni ed allontanò il Consigliere personale Leonardo Montalto, sospettandolo di congiura.

Di fatto, fra l’ottobre ed il novembre del 1362 furono organizzate due cospirazioni.

Di fatto Boccanegra morì improvvisamente il 14 marzo 1363, dopo aver partecipato, il giorno avanti, a un banchetto in onore del Re cipriota Pietro di Lusignano, in casa di  Pietro Marocello la cui famiglia poi contese il controllo del Dogato ai Fregoso.

Di fatto si vuole che in quella occasione fosse stato avvelenato.

La sua tragica fine e la sua vicenda umana e politica ispirarono la tragedia di Michele Giuseppe Canale e un’opera di Giuseppe Verdi.

Bibliografia