Personaggi

Carlo VIII

di Ornella Mariani
Carlo VIII
Carlo VIII

Unico maschio di Carlotta di Savoia e di Luigi XI, Carlo VIII nacque ad Amboise il 30 giugno del 1470 ed ascese al trono in successione paterna il 30 agosto del 1483, governando sotto reggenza della sorella maggiore Anna di Beaujeu e del cognato Pietro di Borbone.

Condizionato da salute cagionevole e da una malformazione ai piedi: sei dita protette da singolari scarpe dette a becco d’anatra, era sgraziato, basso, brutto, balbuziente e, per il Guiciardini, ... per natura poco intelligente delle azioni umane, è trasportato da ardente cupidigia di signoreggiare... dacchè era uscito della tutela di Anna duchessa, di Borbone, sua sorella, non udiva più i consigli dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servizio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti...., con evidente allusione al Cameriere reale Stefano di Vesc e al Vescovo di Saint-Malo Guglielmo Brigonnet.

Il 6 dicembre del 1491 sposò a Château Langeais la Duchessa Anna di Bretagna, affrancandosi dalla tutela ed assumendo il diretto quanto inadeguato controllo del governo.

Sedicente titolare del trono partenopeo per un vago diritto ereditato dalla nonna paterna Maria d'Angiò, alla morte di Ferdinando I d’Aragona, egli vagheggiò l’annessione di quel Regno alla Francia consegnandosi alla Storia per le infruttuose guerre franco/italiane incoraggiate dal Duca di Milano Ludovico il Moro. La sua discesa in Italia, infatti, risolvendosi in un disastro, rivelò tutta la fragilità degli Stati peninsulari e la fine di quell’equilibrio avviato dalla Pace di Lodi del 1454. Il Sovrano, in definitiva, s’incuneò nelle vicende italiane sfruttando a proprio vantaggio tutte le contrapposizioni dinastiche, politiche, economiche e militari tra varie realtà statuali e profittò dell’ indebolimento prodotto dal Comunalismo; dalla crisi dello sviluppo capitalistico borghese e dal declino dei rapporti tra città e campagna lasciandosi, alla fine, travolgere dalla ostilità di quanti pur avevano avuto interesse a portarlo in Italia: Ludovico Sforza, che vedeva in lui lo strumento utile a colpire Ferdinando di Napoli, sostenitore di Giangaleazzo; Venezia, che aspirava alla rovina del Regno del Sud per eliminare la concorrenza nei traffici marittimi; Firenze, che sperava di emanciparsi dal regime mediceo ed in particolare dell’inetto Piero; la Chiesa, che puntava a sostituire con Giuliano della Rovere l’ingombrante Rodrigo Borgia, erede di Innocenzo VIII, Italicae pacis custodi ma comunque uomo di potere e di corruttele.

Lungi dal rivendicare i labili diritti angioini e di fatto mirando a sottrarre ai Turchi la Terra Santa; ad impadronirsi di Costantinopoli; ad espandersi nel Mediterraneo e ad aprire la Francia alle rotte orientali dei grandi traffici, il Re francese volle comunque garantire alla propria impresa la neutralità delle grandi Potenze europee: il 3 novembre del 1492 concluse un accordo con Enrico VIIl; nel successivo gennaio, col Trattato di Barcellona cedette al Re spagnolo la Cerdagna ed il Rossiglione; il 25 maggio del 1493 con l’accordo di Senlis rinunciò all’Artois e alla Franca Contea in favore di Massimiliano d’Asburgo; in primavera inoltrata inviò in Italia, infine, l’orvietano Perron de Basche per confermare a Ludovico il Moro l’imminenza della sua campagna alla quale, influenzato dall’Ambasciatore Antonio Gennaro e prevedendone le conseguenze, il Duca già cominciava a guardare con apprensione.

L’avventura italiana

Dopo giorni spesi in compromessi, il 6 agosto del 1492 il Conclave composto da ventitrè Cardinali si era pronunciato a favore dell’elezione del dissoluto Porporato spagnolo Rodrigo Borgia che aveva promesso al Cardinale Orsini i castelli di Monticello e Soriano; al Cardinale Colonna l'abbazia di Subiaco; al Cardinale di Sant'Angelo il Vescovado di Porto; al Cardinale di Parma la città di Nepi; al Cardinale di Genova la chiesa di Santa Maria in via Lata; al Cardinale Savelli la chiesa di Santa Maria Maggiore e Civitacastellana; al Cardinale Ascanio Sforza il proprio palazzo e l’ufficio di viceCancelliere, oltre a quattro muletti carichi di denaro.

L’11 successivo, assunto il nome di Alessandro VI, egli aveva cinto la tiara papale: già amante di Vannozza de' Cattanei, dalla quale aveva avuto cinque figli, era allora coinvolto in una turbolenta relazione con Giulia Farnese, moglie di Orsino Orsini.

Appena insediato, aveva assicurato ai propri parenti cariche e matrimoni di prestigio: conferì la Porpora ed il Vescovado di Monreale al nipote Giovanni; garantì al proprio primogenito Pier Luigi il titolo di Duca di Gandia, trasmesso alla morte di costui al secondogenito Giovanni; assegnò al sedicenne Cesare la Curia di Valenza; dispose le nozze della figlia dodicenne Lucrezia con Giovanni Sforza di Pesaro; programmò l’unione dell’ultimogenito Giuffrè con Sancha, figlia di Alfonso di Calabria.

In quel periodo, a causa della vanità di Piero de’ Medici, un clima di ostile diffidenza permeava gli Stati Italiani, orientati a nuove alleanze: più di chiunque altro impensierito da una calata del Re di Francia, ma smanioso di esibire la solidità dei rapporti fra le Potenze firmatarie della Pace di Bagnolo, Ludovico il Moro suggerì a Napoli, Firenze, Venezia e Milano di inviare una delegazione comune a rendere omaggio al nuovo Papa. Consigliato dal Medici, tuttavia, Re Ferdinando respinse la proposta ingenerando nel Duca la convinzione di un sodalizio segreto stretto tra Fiorentini e Napoletani per aggredire la Lombardia.
Temendo l’isolamento, il Moro tentò di contrapporre il Pontefice a costoro attraverso il fratello Cardinale Ascanio: in quei giorni, Virginio Orsini, parente di Piero de’ Medici e Capitano di Ventura a servizio degli Aragonesi, aveva appena acquistato da Franceschetto Cybo i feudi di Anguillara e di Cerveteri. Il Presule persuase Borgia ad invalidare l’acquisto, insinuando che l’operazione tendesse a garantire il transito tra l’area napoletana e la Toscana, in danno della sicurezza della Chiesa. A questo successo diplomatico, il 22 aprile del 1493 Ludovico aggiunse l’intesa convenuta prima con Roma e Venezia e poi con la Repubblica di Siena, il Duca di Ferrara ed il Marchese di Mantova.
Il patto, tuttavia, vacillava per la riluttanza della Serenissima e per la ambiguità dello stesso Papa. Mirando a procurarsi amici più fidati, allora, egli aprì relazioni con Massimiliano Re dei Romani, Reggente dell’Impero in nome del padre Federico III, chiedendogli l'investitura ducale ed offrendogli in sposa la figlia Bianca Maria. Parallelamente, attraverso i Legati Carlo Barbiano di Belgioioso ed il figlio di Roberto da Sanseverino, sollecitò Carlo VIII a marciare contro Ferdinando di Napoli: i suoi Legati si presentarono a Stefano di Vesc e Guglielmo Brigonnet con doni e promesse, mentre il Conte di Caiazzo assicurava all’impresa l’appoggio degli esuli partenopei ed in particolare del Principe Antonello di Salerno e del Principe di Bisignano.

Carlo VIII rassicurò gli Ambasciatori: impegnandosi a cedere al Duca il Principato di Taranto, confermò che avrebbe attaccato Ferdinando a patto che gli si garantisse il passaggio sul territorio, una scorta di cinquecento Armati, un prestito di duecentomila ducati e il consenso ad armare a Genova le navi utili. Da Milano, intanto, il Legato de Basche si recò a Venezia ma il 12 luglio, motivandole con l’incombenza del pericolo turco, la Repubblica gli oppose pretestuose difficoltà a schierarsi. Altrettanto evasiva fu la risposta incassata a Firenze che né voleva inimicarsi la Francia, ove operavano molti Banchi fiorentini, nè voleva tradire l’alleanza con Ferdinando. Se cauta neutralità fu, infine, annunciata dai Senesi, il Papa rivendicò l’esclusivo diritto a valutare a quale delle due Casate, fra l'Aragonese o l'Angioina, spettasse la titolarità del Regno di Napoli: essendo esso un feudo ecclesiale, la sua eventuale occupazione sarebbe stata interpretata come un’aggressione in danno della Chiesa.

Re Ferdinando, per parte sua, incaricò il Legato Camillo Pandone di ottenere da Carlo VIII il rinnovo dei trattati a suo tempo definiti con Luigi XI: qualsiasi querelle fra Napoli e la Francia avrebbe dovuto essere delegata all’arbitrato papale. L’Ambasciatore fu, però, malamente liquidato ed il Sovrano incaricò il secondogenito Federico di trattare col Primate: a margine della definizione delle nozze di Giuffré con Sancha ed in cambio dell’investitura di Anguillara e Cerveteri, Virginio Orsini avrebbe corrisposto venticinquemila ducati al Papato.

Riconciliatosi col Re di Napoli e con Giuliano della Rovere, il 20 settembre del 1493 Borgia nominò dodici nuovi Cardinali, tra cui Alessandro Farnese ed il proprio figlio diciassettenne Cesare. Nel frattempo, irritato dalla notizia del ripianamento delle tensioni tra Roma e Napoli, Ludovico il Moro inviò ancora in Francia il Conte di Belgioioso per sollecitare la calata di Carlo VIII.

Gli eventi precipitarono il 25 gennaio del 1494 quando, mentre allestiva esercito e Flotta e ne affidava rispettivamente il comando ai figli Alfonso e Federico, il Re partenopeo si spense.
Gli successe il primogenito che intensificò i preparativi bellici, cercando alleati contro la Francia e contando sul sostegno di Piero de' Medici, del Signore di Bologna Giovanni Bentivoglio, di Faenza, di Imola e di Forlì: il 18 aprile di quell’anno, egli fu formalmente investito del Regno ed incoronato alla presenza del Cardinale Legato Giovanni Borgia.

Il Papa si era espresso!

Il giovane Sovrano napoletano accordò grandi privilegi alla prole pontificia: feudi a Pier Luigi ed a Cesare Borgia e doni a Virginio Orsini, acquisendo intanto un reparto armato dal Sultano Bajazet nel quale ingenerò la convinzione che Carlo VIII intendesse occupare il Sud e trasformarlo in base logistica mirata ad estendere la propria autorità sull’Oriente.

Intanto, mentre a Marsiglia veniva allestita l’Armata navale francese, affidata alla guida del Duca d'Orléans, Antonio di Bassey reclutava corpi di Fanteria nei cantoni svizzeri e lo Scudiero di Corte Pietro d'Urfè armava una Flotta supplementare di ottanta galee e un centinaio di navi onerarie.

Non perse tempo Re Alfonso: posto il fratello Federico a capo di sessantacinque navi, lo incaricò di stazionare a Livorno per intralciare la navigazione francese verso Sud nella convinzione che, per eludere le truppe alleate dislocate lungo l’Appennino, Carlo aggredisse il Regno dal mare.

In primavera costui inviò Legati a Firenze e a Roma. Preoccupato dell’imminenza dell’invasione attraverso le vie di terra, con truppe di Ludovico il Moro, di Ercole I di Ferrara e forse anche del Marchese Gian Francesco III Gonzaga, Alfonso convocò gli alleati a Vicovaro per il 13 luglio del 1494 e vi decise le sorti dell’Italia meridionale: contingenti partenopei avrebbero presidiato i confini degli Abruzzi; Virginio Orsini avrebbe sorvegliato i dintorni di Roma per contenere Prospero e Fabrizio Colonna; Ferrandino di Calabria con GianGiacomo Trivulzio, il Conte di Pitigliano ed il Marchese di Pescara Pietro d'Avalos avrebbero raggiunto in Romagna le milizie di Riario e Bentivoglio, sbarrando il passo allo straniero ed istigando la ribellione in Lombardia. In quella assise, il Cardinale Paolo di Campofregoso propose di estendere la rivolta anche a Genova con la cacciata degli Adorni, grazie al sostegno di Ibletto dei Fieschi. Si ordinò, così, a Federico d’Aragona di prendere a bordo della Flotta i fuorusciti genovesi e puntare sulla costa di Levante.

Il 16 luglio successivo l’Armata napoletana comparve avanti a Portovenere ma, dopo sette ore di combattimento, fu costretta ad arretrare. Dopo un mese trascorso a Livorno, attaccò ancora le coste liguri portandosi a Rapallo il 4 settembre, a supporto dell’occupazione del territorio attuata da Ibletto dei Fieschi e i suoi tremila Fanti.

Alla notizia dello sbarco Anton Maria da Sanseverino, che operava a Genova al soldo del Duca di Milano, raggiunse quell’area mentre il Duca d'Orléans vi si portava con trenta navi e Mercenari reclutati da Antonio di Bassey; tuttavia, temendo di scontrarsi con i Francesi forniti di colubrine di grosso calibro, l’Aragonese si allontanò. Nella stessa giornata, sostenuti dalle Artiglierie navali, i reparti elvetico/genovesi di Sanseverino atterrarono Ibletto; misero a sacco Rapallo; ne travolsero gli abitanti, mentre Federico tornava con i superstiti a Livorno per poi scendere verso le coste del Regno. Parallelamente, Ferdinando di Calabria contava di raggiungere l’area parmense e di eccitare la rivolta locale contro il Moro: per intralciarne i propositi, costui inviò il Conte di Caiazzo e le legioni del d'Aubigny con l’ordine di attaccare, mentre il Conte di Pitigliano temporeggiava.
Fu la notizia degli insuccessi federiciani ad indurre all’arretramento fin sotto le mura di Faenza.

Negli stessi giorni, inviato a Genova il Grande Scudiero Pierre d’Urfè per organizzare ulteriori risorse, Carlo VIII lasciò Marsiglia per Lione donde, ai primi di settembre, esortato dal Cardinale Giuliano della Rovere, mosse verso l’Italia alla testa di circa quarantamila unità fra Arcieri bretoni, Balestrieri francesi, Fanti guasconi, Picchieri elvetici, Alabardieri tedeschi cui si sarebbero aggiunti volontari italiani fino a raggiungere il numero di sessantamila uomini.

Valicato il Monginevro, essi entrarono in Susa accolti da Ludovico di Saluzzo che li scortò a Torino, ove furono ricevuti da Bianca di Savoia: raccolti dodicimila ducati, i Francesi raggiunsero Casale. Il 9 settembre Carlo VIII entrò in Asti, salutato da Ludovico il Moro, dalla moglie, dai figli e da Ercole I di Ferrara. Un mese dopo, si spostò a Pavia ove incontrò il Duca Giangaleazzo, che vi risiedeva pressocché prigioniero, e la Duchessa Isabella che implorò invano pietà per il padre Alfonso di Napoli e per il fratello Ferdinando. Il Moro, poi, lo scortò a Piacenza, ove appresero dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Giangaleazzo, forse avvelenato: Ludovico, fin dal 5 settembre investito del titolo da Massimiliano d’Asburgo, tornò allora a Milano e il 21 ottobre, a ventiquattr’ore dal decesso del nipote, che aveva designato erede il figlio Francesco, si proclamò solennemente Duca.

Contando sull’appoggio del Duca di Ferrara e di Caterina Riario Sforza, Carlo VIII decise intanto di scendere in Toscana dove disponeva dell’amicizia di Lucca e Siena e dove sperava di accordarsi con l’esitante Piero de' Medici: da Parma verso la Lunigiana, passando per Fornovo e Pontremoli, si diresse verso Sarzana mentre la sua avanguardia guidata da Gilbert de Montpensier sorprendeva e liquidava una schiera di Fiorentini decisi a rinforzare quel presidio. La regione cadde nello sgomento e, incapace di sbarrare il passo ai Francesi, l’incapace Medici agli andò incontro mentre essi già assalivano anche Sarzanello.

Le richieste dettate dal Re straniero furono assai arroganti: pagamento di duecentomila fiorini e consegna di Sarzana, Pietrasanta, Ripafratta, Pisa e Livorno, da rendersi solo dopo la conquista di Napoli. Piero non seppe sottrarsi: avrebbe raccolto la somma richiesta e, dopo aver ordinato la consegna delle fortezze e delle terre richieste, accettò di stipulare a Firenze il trattato di pace a guerra cessata.
Carlo si spostò a Lucca e poi a Pisa, ove una folta Delegazione guidata da Simone Orlandi gli chiese di liberare la città dal giogo fiorentino. L’ambigua risposta fu interpretata positivamente dalla gente che, espulsa la guarnigione fiorentina di stanza, i gabellieri e gli esattori delle imposte, insediò dieci Cittadini per l’amministrazione della Repubblica.

Il 5 novembre Pier Capponi, Girolamo Savonarola, Tanai de’ Nerli, Pandolfo Rucellai e Giovanni Cavalcanti avevano già raggiunto il Re a Lucca e, non ricevuti, lo avevano seguito a Pisa ove diversi giorni dopo furono liquidati con un generico impegno a confrontarsi a Firenze: allarmato, il 9 successivo Piero de’ Medici si recò al palazzo della Signoria e, trovandone sbarrate e sorvegliate le porte, convocò il cognato Paolo Orsini ed ordinò al fratello Cardinale Giovanni di eccitare la popolazione alla rivolta. Al contrario: la folla insorse contro di lui, mentre le campane suonavano a stormo. I Medici fuggirono a Bologna e poi a Venezia mentre, autorizzato il rientro degli esuli, la Signorìa li dichiarava traditori, gli confiscava i beni e poneva una taglia sulle loro teste.

Insediato intanto un presidio a Pisa, Carlo VIII avanzò verso Firenze, preceduto dalle schiere del d'Aubigny: nella sera del 17 novembre, omaggiato dal Vescovo, dal Clero, dalla Signoria, varcò le mura a cavallo e con la lancia in resta, seguito dalle truppe. Tuttavia, pur simulando amicizia, i Fiorentini avevano precauzionalmente armato molte migliaia di uomini con l’ordine di attaccare al primo tocco di campana.

Il Valois prese dimora nel palazzo mediceo e cominciò a trattare con i Commissari locali: dopo lunghe discussioni sulla esosità della somma richiesta, dettò le sue condizioni; ma, quando il Segretario ne ebbe terminato la lettura, Pier Capponi gli tolse di mano il foglio, lo strappò e indignato, abbandonando la sala, gridò:... Ebbene! Giacchè si domandano cose tanto disoneste, voi suonerete le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane...

Colpito dalla coraggiosa reazione, fino a credere che i Fiorentini disponessero di risorse ben più consistenti di quelle stimate e che gli scontri nelle strette vie cittadine gli avrebbero impedito l’utilizzo della temuta Cavalleria, Carlo VIII attenuò la portata delle pretese: Firenze si obbligava a sostenere la sua spedizione con centoventimila ducati erogabili in tre rate: subito la prima di quarantamila, alla fine di marzo l’altra di cinquantamila, entro il 24 giugno la terza di trentamila. Per contro, egli avrebbe reso le fortezze cedutegli da Piero de’ Medici; indotto i Pisani al ritorno sotto il dominio fiorentino; affidato all’arbitrato di Giudici di comune fiducia l’assegnazione di Pietrasanta e Sarzana, reclamate da Ludovico il Moro a nome di Genova; riconosciuto ai Mercanti locali tutti i privilegi goduti in Francia e revocati allo scoppio della guerra.

Le clausole furono sottoscritte e solennemente giurate nel Duomo il 25 novembre: tre giorni dopo, i Francesi uscirono da Firenze puntando su Siena: la marcia impressionò lo spregiudicato Borgia che, pur mantenendosi amico del Re di Napoli, incaricò di negoziati prima il Cardinale Francesco Piccolomini e poi il Cardinale Ascanio Sforza; ma gli infruttuosi risultati lo indussero ad inviare nuove Ambascerie che, finalmente, il Sovrano accettò di incontrare a condizione che dal tavolo delle trattative restasse estraneo il titolare del Regno di Napoli.

Il 4 dicembre, mentre una delegazione composta da Ludovico di Tremouille e Prospero Colonna e dai Cardinali Ascanio Sforza e Federico da Sanseverino puntava su Roma, il Valois lasciò Siena per Viterbo. Contemporaneamente, reduce dalla Romagna e deciso allo scontro, Ferdinando di Calabria faceva ingresso nell’Urbe. Il suo arrivo rincuorò il Papa che, il 9 successivo, fece arrestare e deportare in Castel sant’Angelo i membri dell’Ambasceria francese; ma la sua ambiguità, proprio mentre Carlo si addentrava nel Lazio, orientò i suoi partigiani ad aprire relazioni per conto proprio e lo stesso Virginio Orsini si decise a concedere all’invasore approvvigionamenti e libero transito nei suoi feudi.

Favorito anche dai Colonna, Carlo acquartierò cinquecento Lancieri in Ostia; occupò Corneto e Civitavecchia e si sistemò a Bracciano, presso gli Orsini.
Borgia, allora, prese seriamente a temere che il sodalizio fra il Francese ed il suo acerrimo nemico Giuliano della Rovere sottendesse alla convocazione di un Concilio mirato a deporlo con l’accusa di simonìa: attanagliato dall’ansia, incaricò il Cardinale Sanseverino di riaprire rapporti diplomatici; accolse i Legati Stefano di Vesc e Giovanni dei Gannay; avuta promessa del rispetto delle immunità ecclesiali, accettò le richieste del Re esigente il solo libero passaggio verso il Regno napoletano; persuaso di avere ripianato le tensioni con costui, convinse infine Ferdinando a lasciare Roma il 25 dicembre.

Il successivo 31, preceduto dall’avanguardia elvetica e tedesca, dal formidabile esercito e dalla temuta Cavalleria, Carlo VIII entrò in Roma tra Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere, cui facevano seguito i Cardinali Colonna e Savelli e Prospero e Fabrizio Colonna. Prese alloggio a palazzo San Marco e, fino al 15 gennaio del 1495, tenne aperte le trattative col Papa, cautamente asserragliato in Castel sant'Angelo: si convenne, in quella data, un accordo definitivo rispetto al quale, in cambio del rispetto dell’autorità ecclesiale e della rinuncia alla convocazione del Concilio, Borgia avrebbe consegnato le fortezze di Civitavecchia, Terracina e Spoleto e concesso libertà di transito all'esercito invasore. A garanzia cedeva in ostaggio il figlio Cesare.
Sottoscritto l’accordo, dopo il rituale bacio del piede, a Briconnet Vescovo di Saint-Malò e a Filippo Vescovo di Mans fu concessa la porpora.

Un mese più tardi, due corpi armati marciarono sul Regno di Napoli: l’uno, guidato da Carlo, mosse da Roma il 28 gennaio del 1495; l’altro, condotto da Fabrizio Colonna, Antonello Savelli e Roberto di Lenorncourt, occupò l’Abruzzo.
Cinque giorni avanti, Alfonso aveva abdicato in favore di Ferdinando II ed era partito per la Sicilia.

La notizia incoraggiò gli Occupanti ma, appena essi ebbero lasciato Roma, Borgia infranse i trattati; si rifiutò di consegnare Spoleto ai Luogotenenti reali; sollecitò al boicottaggio dell’impresa l’Ambasciatore spagnolo Antonio Fonseca, che protestò a nome della sua Corona e minacciò una rottura tra Spagna e Francia. Né gli energici proclami nè la fuga di Cesare Borgia arginarono l’avanzata francese: a conferma della sua fermezza, il Valois assalì Montefortino e ne fece passare gli abitanti a fil di spada, riservando analogo trattamento a quelli di Monte San Giovanni, feudo del Marchese di Pescara Alfonso d'Avalos. Per sbarrargli il passo, intanto, Ferdinando si era spostatp a San Germano, con truppe demoralizzate dalle notizie di quegli eccidi e dei successi conseguiti da Fabrizio Colonna in Abruzzo: sta di fatto che quando comparvero le avanguardie del Duca di Guisa e di Giovanni di Rieug, i Napoletani arretrarono a Capua mentre Napoli era infiammata da sanguinosi tumulti. Accorso in città, il Re sedò la ribellione ma, in sua assenza, il Luogotenente Gian Giacomo Trivulzio intavolò trattative con l’invasore e il 19 febbraio gli aprì le porte di Capua.

Gli eventi precipitarono: Carlo irruppe su Aversa; Nola capitolò; la capitale si accese di nuovi disordini; le truppe partenopee si fecero sempre più esitanti.
Non restò altra opzione che la fuga: lasciata la difesa di Castel dell'Ovo al Marchese di Pescara, il 21 febbraio Ferdinando si rifugiò ad Ischia con lo zio Federico, la zia Giovanna e la nonna.
Il 22, l’antagonista entrò solennemente in città e si insediò nel castello di Porta Capuana.
Fra il 6 ed il 15 marzo capitolarono Castel Nuovo e Castel dell'Ovo: tutto il Sud era al tracollo, tranne Brindisi ove resisteva strenuamente Cesare d’Aragona, cui si tenevano fedeli anche Tropea, Bari, Gallipoli, Scilla e Reggio.

I fuorusciti omaggiarono il nuovo Re, cui guardavano con particolare attesa i sostenitori della Casa d’Angiò, ma le loro speranze andarono presto deluse poiché egli non riscattò quanti avevano patito sotto la precedente Monarchia: parimenti a Carlo I, francesizzò le varie Province e tutta l'amministrazione centrale, in danno di una già complessa situazione: l’ostile Borgia rifiutava di concedergli l'investitura; Firenze era irritata dalla omessa restituzione delle città toscane occupate, dalla riconsegna di Pisa e dalla notizia del reintegro di Piero de’ Medici nella Signoria; i Veneziani cominciavano a vedere nei Francesi, ormai padroni del Regno di Napoli e del Sud, una seria minaccia per la sicurezza di tutta la Penisola; il Re di Spagna temeva un estensione del loro potere anche alla Sicilia; Ludovico il Moro, pentito di averli invitati, aveva manifestato i suoi timori al Legato veneziano Sebastiano Badoer: non era stato investito del Principato di Taranto, non aveva avuto la pur promessa Sarzana ed era a rischio anche la stabilità anche del Ducato, appetito dal Duca d’Orléans, amico del temuto GianGiacomo Trivulzio.
La Serenissima ed il Duca, pertanto, si accordarono per la formazione di una grande coalizione in funzione antifrancese: vi aderirono l'Imperatore Massimiliano, il Re di Spagna e il Papa mentre il Duca di Ferrara privilegiò la neutralità ed i Fiorentini vollero rispettare i patti del 25 novembre, contando che prima o poi fossero onorati.

La Lega si costituì a Venezia il 31 marzo del 1495: sarebbe durata venticinque anni ed avrebbe obbligato i Confederati ad allestire un potente esercito e ad esborsare denaro sufficiente ad approntare una Flotta. Fu poi concordato in segreto che, col Re di Spagna e con l’Imperatore, per reinsediare Ferdinando sul trono napoletano, sarebbe stata attaccata la Francia. Parallelamente a questa azione, l’Armata navale veneta avrebbe assalito le coste partenopee e Ludovico il Moro avrebbe espulso da Asti il Duca d’Orléans, inibendo il passaggio di eventuali milizie di rinforzo. Il Sovrano iberico andò oltre: inviò nell’isola il celebre Capitano Consalvo di Cordova, alla testa di sessanta galee e di un folto esercito.

Malgrado ufficialmente si sostenesse che i Confederati mirassero a contrastare il Sultano Bajazet, la notizia del sodalizio allarmò Carlo VIII il quale, consapevole dalla ostilità della popolazione e della impossibilità di ricevere aiuti dalla Francia, decise di tornare in patria.

Fallito il tentativo di agganciare il Papa, che per evitare i suoi Legati lasciò Roma il 27 maggio per Orvieto e poi Perugia, lasciò il Regno dopo aver designato viceRé di Napoli Gilbert de Montpensier; affidato la Luogotenenza della Calabria al d'Aubigny; assegnato il controllo di Gaeta a Stefano di Vesc; inviato Gabriele di Montfalcon a Manfredonia, Guglielmo di Villeneuve a Trani e Giorgio di Silly a Taranto. Posti a presidio del territorio seimila uomini tra Italiani, Guasconi e Svizzeri, al comando di Giovanni Della Rovere, Prospero Colonna ed Antonio Savelli, il 20 maggio abbandonò Napoli col resto delle truppe ed il 1° giugno fu a Roma. Per blandire il Borgia, gli rese le fortezze di Civitavecchia e Terracina, ma non quella di Ostia; tre giorni più tardi, appreso che i Confederati lo aspettavano sugli Appennini, puntò su Siena raggiungendola il 13 giugno ed incontrandovi Filippo de Comines. Vi restò sei giorni; nominò Capitano della Repubblica il Signore di Ligny e vi insediò una guarnigione di trecento uomini.
Lungo il percorso verso Nord eluse Firenze: sia per non aver onorato l’impegno a riconsegnarle l’obbedienza di Pisa; sia per aver saputo che la città si era armata.

Il 20 giugno fu a Sarzana: nove giorni prima, col favore di Opicino Caccia e Manfredo Torricelli, il Duca di Orléans aveva occupato Novara impegnando le forze di Ludovico il Moro.
Con al seguito fuorusciti genovesi, tra cui il Cardinale di Campofregoso e Ibletto Fieschi, che tentarono una infruttuosa sortita su Genova assieme a Filippo di Bresse, Carlo marciò verso Pontremoli ove restò dal 23 al 28 del mese, mentre le sue Artiglierie affrontavano la dorsale appenninica sotto la guida di Jean de La Grange.

Il 3 luglio, fu a Fornovo: a due kilometri dalla località erano acquartierati i Confederati con Francesco Gonzaga e col Conte di Caiazzo. Pur potendo facilmente inibire ai Francesi il valico della Cisa, essi persero l’occasione per annientarne l’avanguardia del Maresciallo di Gies e di Gian Giacomo Trivulzio. Il Sovrano, pertanto, inviò Filippo di Comines a chiedere il passo ma, dopo un secco diniego, finalmente all'alba del giorno successivo gli Italiani lo assalirono al guado del Taro.

Il piano di battaglia disposto dal Gonzaga prevedeva che le sue truppe, divise in tre corpi, attaccassero contemporaneamente le prime linee, il centro e la retroguardia avversaria; ma gli ordini non furono rispettati; mancò la contemporaneità dell'azione; i rincalzi non giunsero per tempo; il rapido passaggio del fiume, ingrossato da una fittissima pioggia, impedì qualsivoglia attività di carica e la Cavalleria leggera di mercenari greci si limitò ad attaccare i carriaggi dei Francesi che, inoltrandosi verso le vie montane, si sottrassero agli assalti. Preoccupato, Carlo intavolò comunque negoziati col Gonzaga. Nella notte fra il 7 e l'8, tuttavia, lasciati accesi i fuochi del campo, fuggì verso Borgo San Donnino.
Il suo inseguimento cominciò solo nel pomeriggio del giorno dopo, quando le sue legioni erano già sulle rive del Trebbia: il 15 luglio esse toccarono Asti, mentre il Duca d'Orléans era a Novara.

Il 10 ottobre del 1495 il Re firmò a Vercelli la pace con Ludovico il Moro ed il successivo 27 fu a Grenoble. Ferdinando II, intanto, aveva lasciato Ischia per Messina, organizzandovi la riscossa: nel maggio di quell’anno, con Consalvo di Cordova e alcune mercenari reclutati nell’isola, era sbarcato nella fedele Reggio mentre Gaeta insorgeva contro il presidio francese ed una Armata navale veneta con Andrea Grimani occupava Monopoli.

Il 7 luglio le bandiere aragonesi salutarono il Sovrano partenopeo, apparso nelle acque di Salerno e Amalfi e poi entrato in Napoli: il viceRé Gilbert de Montpensier e la sua guarnigione di seimila uomini erano riusciti a ripiegare su Salerno, mentre Prospero e Fabrizio Colonna avevano cambiato partito. La guerra durò fino all'estate del 1496 con scontri che, in Calabria, Basilicata, Puglie e Abruzzi impegnarono le milizie veneziane col Gonzaga: gli stranieri ancora presenti nella penisola scesero a patti il 29 luglio, quando tutto il Regno di Napoli tornò in mano aragonese. Re Ferdinando II, tuttavia, si spense ventitreenne il 7 ottobre successivo.

Il lutto disorientò l’Italia ma fu compensato dalla conclusione della avventura italiana di Carlo VIII che coltivava l’idea di condurre una seconda spedizione, quando d’improvviso morì ad Amboise.
Era il 7 aprile del 1498: giocava al jeu de paume, quando battè violentemente la testa contro un architrave di pietra.
Gli successe il cugino Luigi d’Orléans come Luigi XII, ereditando una Francia sopraffatta dai debiti e dal caos amministrativo ed istituzionale.
Da Anna di Bretagna, l’ultimo membro della dinastia Valois aveva avuto quattro figli morti tutti in tenera età: il Delfino Carlo Orlando; il Delfino Carlo; il Delfino Francesco ed Anna.

Bibliografia: