Personaggi

Celestino V

di Ornella Mariani
Celestino V
Celestino V

Penultimo di dodici figli di una modesta famiglia di contadini, nato in Molise nel 1215 e morto il 19 maggio del 1296 a Fumone, Pietro Angeleri fu il primo Pontefice a svolgere l'attività pastorale al di fuori dei confini dello Stato della Chiesa.

Non si hanno notizie della sua infanzia ma è noto che, giovanissimo, dopo un breve soggiorno nel monastero benedettino beneventano di santa Maria in Faifoli, spinto da un'eccezionale tendenza ascetica ispirata dalla visione escatologica di Gioacchino da Fiore, ...il calavrese di spirito profetico dotato..., si ritirò in una caverna isolata sul Monte Morrone.

Dopo un triennio di solitudine ascetica, trasferitosi a Roma, vi condusse gli studi e fu ordinato sacerdote da Gregorio IX ma, nel 1241, tornò in un'altra grotta sulle stesse montagne abruzzesi, presso la chiesiola sulmonese di santa Maria di Segezzano, forse influenzato dalla consapevolezza che in quel luogo aveva dimorato l'eremita Flaviano da Fossanova.

Nel 1246, turbato dalle numerosissime visite di giovani che, richiamati dalla sua fama di santità e pronti a condividere le sue sofferenze divennero suoi discepoli, si spostò in un andito ancora più impervio ed inaccessibile della Maiella: abbandonò temporaneamente l'eremitaggio solo nel 1264 quando, consolidata la sua fama di taumaturgo, fondò la Congregazione dei Fratelli Penitenti dello Spirito Santo, altrimenti detta dei Frati di Pietro da Morrone, riconosciuta come ramo dei Benedettini; successivamente denominata dei Celestini ed in difesa della quale, temendone la soppressione, nel 1273 sfidò il rigore dell'inverno e, accompagnato dalla sola reputazione di santità, si recò a piedi al Concilio II di Lione.

Aveva settantotto anni quando, certo della imminente conclusione della sua esperienza terrena, nel giugno del 1293 annunciò al Capitolo Generale della amata Confraternita la decisione di ritornare definitivamente sul Morrone e fece scavare l'eremo di sant'Onofrio, ove trascorse tredici mesi in totale e serena preghiera: non avrebbe mai potuto prevedere, nella sua insofferente e schiva umiltà, che l'evento verificatosi nell'aprile del 1292 avrebbe sconvolto le sue spartane abitudini: il 4 di quel mese si era spento Niccolò IV, al secolo Girolamo Masci.

Dodici Porporati riuniti in Conclave: Latino Malabranca Orsini; Matteo d'Acquasparta; Gerardo Bianchi; Giovanni Boccamazza; Hugues Seguin de Billon; Jean Cholet; Benedetto Caetani; Pietro Peregrossi; Giacomo Colonna; Matteo Orsini Rosso; Napoleone Frangipani; Pietro Colonna, dopo diverse riunioni, non avevano trovato convergenza nella designazione del nuovo Papa.

L'assise s'era sciolta; una epidemia di peste aveva spento la vita del Cardinale francese Cholet ed era trascorso oltre un anno prima che il Sacro Collegio, ridotto ad undici membri, aggiornasse i lavori riunendosi a Perugia il 18 ottobre del 1293; ma era occorso ancora circa un semestre perché le travagliate trattative, aggravate dalla frattura creatasi tra i sostenitori dei Colonna; il perdurare della vacanza ed il malcontento popolare ed ecclesiastico espresso con violenti disordini e proteste, trovassero una soluzione dettata da esigenze politiche.

Alla fine di marzo del 1294, infatti, la conclusione dei negoziati tra il Re di Napoli Carlo II d'Angiò ed il Re Giacomo II d'Aragona sulla questione connessa alla occupazione spagnola della Sicilia, avvenuta all'indomani dei Vespri , fece dell'avallo pontificio un'esigenza indifferibile: il Sovrano partenopeo ed il figlio Carlo Martello si recarono a Perugia per sollecitare la nomina del nuovo Papa. Il loro indebito ingresso nella sala ove era raccolto il Conclave suscitò la dura reazione dell' Episcopato: il Cardinale Benedetto Caetani li mise alla porta, tuttavia i Porporati percepirono tutta la opportunità di concludere le operazioni elettorali.

Fu allora che il Cardinale decano Latino Malabranca propose ai colleghi la stimata figura dell'eremita Pietro da Morrone.

Contro ogni possibile resistenza, dopo ventisette mesi di vacanza papale, il 5 luglio del 1294 il Frate molisano fu designato Papa all'unanimità malgrado la palese inesperienza circa i complessi problemi della Chiesa.

Forse si trattò di una scelta di ripiego necessaria a rassicurare la Comunità dei credenti e le Monarchie europee; forse si ritenne che un Pontefice di transizione, peraltro non porporato, avrebbe consentito di valutare con più disponibilità di tempo una nuova nomina; forse si sottostimò il personaggio, ritenendolo facilmente gestibile.

Di fatto, tre Vescovi raggiunsero i Frate sulla Maiella e gli dettero notizia della sua elezione: intimidito, inizialmente egli oppose un rigido rifiuto; poi, accettò per dovere d'obbedienza.

Carlo d'Angiò lo scortò a l'Aquila tenendo le briglie del suo asino: il 29 agosto del 1294, assunto il nome di Celestino V, Pietro fu consacrato e, come primo atto ufficiale del suo mandato, emise la Bolla del Perdono o Perdonanza tesa ad elargire l'indulgenza plenaria a quanti, pentiti, si fossero recati alla Basilica aquilana di Collemaggio dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29: una sorta di anticipazione del Giubileo successivamente introdotto da Bonifacio VIII.

Fin dal principio, fu dominato da Carlo d'Angiò che nominò Maresciallo del futuro Conclave, prima di ratificare il trattato stipulato con Giacomo d'Aragona e rispetto al quale, alla morte di costui, la Sicilia sarebbe tornata agli Angioini. Poi, il 18 settembre del 1294 indisse il suo primo e unico Concistoro, designandovi tredici nuovi Cardinali: i francesi Simon de Beaulieu, Bertrand de Got, Jean Le Moine, Guillaume Ferrier, Nicolas de Nonancour, Robert de Potigny, Simon de Cluny e gli italiani Pietro d'Aquila, Tommaso d'Ocrea, Landolfo Brancaccio, Guglielmo Longhi, Francesco Ronci e Giovanni Castrocoeli. Su suggerimento del Sovrano, infine, spostò la sede della Curia da Aquila a Napoli, fissando la propria residenza in Castelnuovo e maturandovi il proposito di abbandonare l'incarico.

A quattro mesi dall'incoronazione, infatti, malgrado ogni diverso parere, data lettura di una Bolla di abdicazione avanti all'Assemblea dei Cardinali, il 13 dicembre del 1294 Celestino recitò la formula della rinuncia alla tiara e riprese il saio.

La decisione era stato subdolamente sollecitata dall'ambizioso Cardinale Benedetto Caetani, aspirante al soglio: non a caso, a dieci giorni da quelle dimissioni, sarebbe stato eletto Papa col nome di Bonifacio VIII.

Una volta insediato, temendo uno scisma da parte dell'ostile Episcopato filo-francese, egli pose sotto sorveglianza il povero predecessore che, impaurito, tentò una fuga verso la Grecia: il 16 maggio del 1295, gli sgherri del Gran Connestabile del Regno di Napoli Guillaume d'Ètendard lo catturarono presso Vieste.

Rinchiuso nella rocca ciociara di Fumone, il vecchio e sofferente Frate vi si spense nel pomeriggio del 19 maggio del 1296 dopo un anno circa di un duro regime incorniciato da quella torbida intesa che legò il nuovo Pastore al Signore di Napoli.

Pietro Angeleri fu canonizzato il 5 maggio del 1313 da Clemente V, su insistente richiesta di Filippo IV di Francia; ma le opinioni degli Storici sono ancora controverse, diversamente da quelle espresse su Bonifacio VIII: nel 1630 Lelio Marini, Abate Generale della Congregazione dei Celestini, denunciò l'assassinio di Celestino V.

Dante fu assai critico sul suo operato: nel III Canto dell'Inferno l'accusò d'aver fatto per viltade il gran rifiuto; Francesco Petrarca, al contrario, nel De Vita Solitaria (III, 27), evidenziò che la profonda spiritualità di cui era portatore non gli avrebbe mai consentito di attendere ai doveri del soglio se quei doveri, com'era a quei tempi, soverchiavano ogni rigore morale.

La Chiesa mantiene un pesante e complice silenzio sulla morte dell'umile Frate il cui sacrificio si propone duro ed inequivoco atto d'accusa nei confronti del Papa che istituì il Giubileo.

Bibliografia: