Personaggi

Dušan Nemanjić Stefano Uroš IV

di Ornella Mariani
Dušan Nemanjić Stefano Uroš IV.
Dušan Nemanjić Stefano Uroš IV.

Stefano Uroš IV Dušan Nemanjić

Guerriero audace e fine Diplomatico; nato il 26 luglio del 1308 e morto il 20 dicembre del 1355; figlio di Stefano Dečanski e di Teodora di Bulgaria; esule a Costantinopoli nel 1314, dopo essere stato cacciato col genitore dal nonno Re Milutin, nel timore di un colpo di stato, visse nel monastero del Pantocrator mantenendo intensi rapporti con la Corte bizantina. Rientrato in patria, nel 1321, per il decesso dell’avo, sostenne l’ascesa paterna contro le lotte per la successione animate dallo zio Costantino, aspirante alla corona serba, e contro le pretese del cugino Vladislav, autore di un contenzioso dinastico maturato già sotto Re Dragutin.

Anche Costantinopoli, intanto, esplodeva la guerra per la tiara tra il legittimo Andronico II e il nipote Andronico III che si alleò con Michele Asen III Šišman di Bulgaria e, nel 1330, dichiarò guerra a Dečanski per aver appoggiato il rivale. Fu, tuttavia, soverchiato grazie ad un formidabile Esercito e alla mitica Cavalleria guidata da un Dušan già deciso a prendere il potere assoluto, a ingrandire la Serbia e a impadronirsi di Costantinopoli.

Per effetto della vittoria conseguita in campo a Velbužd contro Bizantini e Bulgari, egli divenne un Eroe nazionale e, poiché era opinione diffusa che il Sovrano gli avrebbe preferito nella linea successoria il fratellastro Siniša, avuto dalla seconda moglie Maria Paleologa, l'Assemblea dei Nobili non perse tempo nel deporre il vecchio Dečanski e nell’acclamare il ventiduenne Dušan.

Nell’estate del 1331 egli marciò su Zvečan; prese prigioniero il padre, assassinato alcuni giorni più tardi forse su suo stesso ordine, e fu incoronato il 21 settembre.

Parallelamente, al trono bulgaro ascendeva lo Zar Ivan Aleksandar: Stefano ne sposò la sorella Elena, a conferma del superamento della conflittualità, derivandone anche un solido sodalizio politico utile ai problemi  di frontiera.

Le terre di confine reagirono: mentre il Principe di Zeta invano insorgeva, Stagno e Sabbioncello, già sottratte dalla serbia al controllo di Ragusa, furono occupate dal Ban bosniaco Stefano II Kotromanić.

Dušan le liberò e riconobbe loro il diritto alla fortificazione, previa corresponsione di ottomila monete d'oro; d’una rendita annua di cinquecento monete; della protezione e del finanziamento della Chiesa ortodossa.

Nello stesso anno conquistò vasti territori bizantini, tra cui le macedoni Strumica e Ocrida, mirando all’annessione di Salonicco; occupando l’Albania e gran parte della Macedonia; invadendo l’Epiro e la Tessaglia. Quando, però, il locale Governatore Sergianni Paleologo fu assassinato da un Agente del Basileus Andronico III, egli rinunciò a ulteriori attacchi.

Nel 1334, gli Ungheresi varcarono la frontiera settentrionale serba: Stefano contenne l’avanzata e spostò il confine a Nord, lungo la Sava.

In quello stesso anno, a Costantinopoli la morte del Sovrano aprì una dura crisi dinastica: la reggenza del novenne Giovanni V Paleologo, legittimo erede al trono, fu rivendicata da Giovanni VI Cantacuzeno, Primo Consigliere di Palazzo. Costui, giunto in Serbia a margine della disfatta inflittagli dai Turchi nel 1329, aveva preso contatto con Dušan la cui moglie, che aveva da poco partorito, alla morte di Andronico consigliò un patto di rispetto: chiunque dei due avesse conquistato un territorio bizantino, non sarebbe stato ostacolato  dall'altro. Fu così che, nel 1343, Cantacuzeno iniziò la scalata al potere in quelle aree dell'Impero che lo avevano scelto come Sovrano, mentre Dušan avviava l’occupazione dell'Albania e della Grecia con anche l’appoggio di Venezia, di cui ebbe il privilegio della cittadinanza.

Presto, tuttavia, quel sodalizio andò in frantumi: persuaso che le conquiste serbe fossero una minaccia e deciso a sostituirsi ai Paleologi sul trono bizantino, Dušan chiese l'aiuto dei Turchi per riavere le aree usurpategli: i suoi Eserciti congiunti a quelli di Orhan I combatterono la battaglia di Stefanijane del maggio del 1344.

Fu una catastrofe ma, nel 1345, maturò la rivalsa: occupata tutta la penisola calcidica ed entrato a Serres, nella notte di Natale Stefano si proclamò Zar e autocrate dei Serbi e dei Romani e Imperatore dei Greci, mirando a creare un nuovo edificio statuale che difendesse la Cristianità ortodossa e che fosse un baluardo antiturco. Nell’occasione, consapevole che né il Papa né il Patriarca di Costantinopoli lo avrebbero consacrato, elevò l'arciVescovo Joankije di Peć al Patriarcato della Chiesa serba e, il 16 aprile dell’anno successivo, ne fu incoronato a Skopje.

Nel 1347, Cantacuzeno divenne Basileus con Giovanni V Paleologo e considerò l’Impero di Dušan una intollerabile minaccia al proprio potere: se nel 1349 i Cattolici Ragusani rifiutarono di finanziare la Chiesa ortodossa serba, nel 1350 egli ottenne dal Patriarcato di Costantinopoli la scomunica dei Serbi. Stefano aveva già preso Epiro e Tessaglia, così estendendo il proprio Regno dal Danubio a Corinto e dall’Egeo all’Adriatico e mancandogli la sola Salonicco, ancora nelle mani del rivale. Per conquistarla, nell’intento di spingersi a Costantinopoli, chiese aiuto alla Serenissima e, al diniego, aprì negoziati con Genova.

Nel 1530, il Ban bosniaco Sveti II Kotromanić occupò Cettigne, l’area del Narenta e parte della regione di Zahumlje: Dušan si mosse per recuperarle e della sua assenza profittò Cantacuzeno per irrompere sulla zona di Salonicco.

Sconfitta l’Armata bosniaca, Stefano si coalizzò con Giovanni V Paleologo nella riaccesa lotta per il trono bizantino ed ottenne la solidarietà del bulgaro Ivan Aleksandär.

Fu guerra totale: protagonisti ne furono proprio Dušan, Aleksandăr e Giovanni V contro Giovanni VI e il Sultano Orhan I.

Nello scontro di campo del 1352 non prevalse nessuno, ma certamente il sodalizio tra Cantacuzeno e Orhan I fu foriero dell’invasione turca di Gallipoli due anni dopo.

In Politica interna, Stefano non concesse autonomie e, contro il regime feudale, accentrò in sé tutti i poteri: nel 1349 fece redigere il Dušanov Zakonik, un codice giuridico unico fra gli Stati europei coevi, forte di oltre duecento articoli atti a codificare le leggi tradizionali orali ed elementi di Diritto Ecclesiale e Pubblico; aprì nuove rotte commerciali e rilanciò l’uso delle antiche vie romane dei Balcani, facendo trasportare metalli, capi di bestiame, legno, lana e pelli; con la moglie ordinò la costruzione di chiese e monasteri e fu prodigo con le Istituzioni religiose: in particolare con i Monaci dell'Athos e col Monastero greco di Hilandar.

Il 25 dicembre del 1355, morì appena quarantasettenne: forse avvelenato o forse per un attacco epilettico.

Progettava di organizzare, d’intesa col Papato, una crociata antiottomana.

La sua morte archiviò il sogno di un grande Impero serbo.

Fu sepolto nel monastero dei Santi Arcangeli a Prizren in Kosovo e nel 1927 fu traslato nella chiesa di San Marco a Belgrado.

Gli successe il figlio Stefano Uroš V detto il Debole, e l’Impero scivolò verso la decadenza e l'anarchia mentre i Turchi, che già avevano eroso grandi territori a Bisanzio, avviavano l’espansione verso l’Europa sud/orientale: sconfitti i Serbi nel settembre del 1371 sul Marica, gli presero la Macedonia così disgregando l’unità imperiale creata da Dušan.

Bibliografia