Personaggi

Enrico IV di Franconia

di Ornella Mariani
ENRICO IV di Franconia (1050-1106) invade l'Italia. Miniatura tratta dalle
ENRICO IV di Franconia (1050-1106) invade l'Italia. Miniatura tratta dalle

Il nodo da sciogliere era nel decidere chi avesse titolo a conferire il possesso di una Dignità, ovvero di nominare Vescovi e Abati.

Il Papa o l’Imperatore?

Il termine Investitura, nel Diritto feudale, indicò l’affidamento di un feudo al Vassallo Laico ma anche Vescovo o Abate, attraverso una cerimonia simbolica che rese l’Alto Clero parte integrante dell’edificio politico.

L’immissione nella carica e nei possessi avveniva mediante la consegna del Pastorale, a cui nell’XI secolo si aggiunse l’anello: il Vassallo si inginocchiava, poneva le mani in quelle del suo Signore e gli giurava fedeltà; poi le Parti si garantivano Consilium et Auxilium, nella reciprocità dei Diritti e del Doveri.

Ecclesiastici o Secolari che fossero, i Vassalli costituirono la casta della Nobiltà feudale dalla quale derivò il Feudalesimo, il cui etimo originava dal latino Feudum, a sua volta mutuato dal germanico Faihi, col quale si indicava qualsiasi proprietà a partire da quella terriera.

Presto, però, poiché il potere era dato dal numero delle fortezze a disposizione, Grandi Vassalli, Duchi, Conti e Baroni presero a lottarsi fra loro e a lottare anche il Re per ottenere l’ereditarietà dei feudi.

Le investiture del Clero risposero a criteri più temporali che religiosi, producendo concessioni esitate dalla corruzione dei Funzionari imperiali, in una fase in cui la Chiesa era destabilizzata da una diffusa immoralità conseguente al tracollo dell’Impero carolino: se Roma era teatro di disordini e violenze fra Famiglie in lotta per la nomina del Primate, l’Italia intera era preda dell’anarchia.

Fu l’iniziale intesa tra Giovanni XII e Ottone I di Sassonia a segnare la svolta, quando l’Uno non ebbe percezione alcuna della statura e dello spessore dell’Altro, deciso a moralizzare i costumi del Clero.

Sotto la direzione dei Vescovi direttamente designati, egli risollevò le sorti dell’Impero, nel perdurare del diffondersi dello spirito rigorosamente riformista maturato attorno alla congregazione monastica di Cluny, che fece della estirpazione della simonia un inderogabile postulato.

Il problema riguardò più direttamente il disordine della Penisola della quale il Sovrano si occupò mirando a restituirle decoro, in forza della asserita titolarità di una missione riunificatrice ispirata dalla fede religiosa e, come tale, tesa a superare i Nazionalismi.

Egli perseguì, in definitiva, l’idea della sovranità universale superando la specificità localistica in una convinzione messianica apertamente in contrasto con il ruolo rivendicato dalla Chiesa e tesa a costruire un tessuto unitario anche all’interno delle diversità, col concorso dei Vescovi/Conti deputati a prevenire, in virtù dello specifico mandato, rischi di smembramento della Istituzione politica.

In questo ambito, se successivamente le investiture divennero il pretesto impugnato dai Papi per acquisire potere e ricchezza, la ragione cruciale ad Enrico III per lottare la secolarizzazione della Chiesa e per pretendere la designazione dei Primati romani risiedette nel tentativo di restituire credito ad un Clero dissoluto e mondano; di prevenire situazioni scismatiche; di rinnovare fiducia alla Comunità disorientata dalla immoralità dei sacri palazzi. Per contro, la Riforma ecclesiale in atto puntava a sottrarre la Curia romana dalle interferenze dell’Impero e a rivendicare l’indipendenza dell’Episcopato e la superiorità del suo ufficio.

Ildebrando di Soana cavalcò il pretesto e nel Sinodo di Quaresima del 1075, sotto minaccia di scomunica, dichiarò illegittimo qualsiasi conferimento di Ufficio ecclesiale da parte dei Funzionari Imperiali.

L’intimazione fu interpretata come un atto di sfida che, usurpando alla Corona diritti acquisiti, spostava il dibattito dall’ambito asseritamente teologico all’ambito morale e poi privato, poiché sottopose Enrico IV di Franconia ad un ignobile linciaggio fondato anche sulla sua presunta promiscuità sessuale e seminò il caos nell’intero territorio dell’Impero.

La contrapposizione esplose virulenta tra il 1077 e il 1122 ed ebbe come teatro degli eventi l’Appennino reggiano.

Ovvero Canossa.

Si vuole che il Sovrano, il cui governo fu caratterizzato dal tentativo di rafforzare l’autorità imperiale, nell’improbabile equilibrio fra la fedeltà dei Nobili da una parte e l’appoggio del Pontefice dall’altra, trascorresse tre giorni da Penitente, fuori dalle mura del castello della potente cugina Matilde, che vi ospitava l’Abate di Cluny ed il Papa cui venivano chiesti il perdono e la revoca della scomunica.

Il casus belli era stato creato dall’Imperatore, nel coprire la vacante Diocesi di Milano: la nomina di un Primate a lui gradito fu la miccia per quel violentissimo conflitto noto come Lotta per le Investiture.

Chi era, in realtà, il controverso Enrico IV, terzo Sovrano della Dinastia salica e protagonista della più drammatica stagione di lotta fra due Poteri entrambi ecumenici per loro stessa natura?

Condannato alla damnatio memoriae e al dolore della solitudine e della incomprensione dei Contemporanei, che ne apprezzarono solo postume le doti di acuto Statista; di sensibile Mecenate; di Cultore della Giustizia, connotò il proprio mandato di lotte senza tregua alla irrefrenabile smania egemone dei Papi.

Si può ricostruirne la dirompente personalità attraverso l’accorato stralcio della lettera scritta il 7 agosto del 1106 al Re di Francia, un anno prima di spegnersi.

da Liegi vi scrivo. Spinto dalla fiducia che mi ispirano i vincoli familiari da cui siamo congiunti, e quelli della nostra antica amicizia. E vi supplico in nome di questi santi legami, di non abbandonare nel suo angoscioso dolore un parente e un amico. E anche se tali vincoli non esistessero, sarebbe interesse nostro e di tutti i Re vendicare le ingiurie che ho ricevuto e il disprezzo di cui mi hanno colmato, per cancellare dalla faccia della terra un così dannoso esempio di malvagità, d’infamia e di tradimento...

Enrico era nato a Goslar l’11 novembre del 1050 da Enrico III il Nero e da Agnese di Poitiers ed aveva ereditato un lacerante conflitto in atto dal 1046 quando, su richiesta dell’ Aristocrazia capitolina, il padre era sceso in Italia per dirimervi l’aspra contesa esplosa per la successione al soglio pietrino fra Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI.

La Chiesa disponeva di ben tre Papi ed offriva uno scandalo senza precedenti alla Comunità: convocato un sinodo a Sutri ed uno a Roma, autorevolmente il Sovrano le aveva deposti tutti e, con l’appoggio clunyacense, aveva fatto eleggere il Vescovo Suidgero di Bamberga, col nome di Clemente II.

Subito dopo, superati gli intrighi delle consorterie romane e affermato il diritto d’intervento nelle elezioni del Pontefice, si era fatto consacrare ed aveva esercitato larga influenza sulla Chiesa, fino ad imporre la consacrazione di ben quattro Prelati tedeschi: Clemente II, Damaso II, Leone IX, Vittore II.

Di fatto, aggiogando un Clero simoniaco e concubinario, aveva riaffermato un principio di enorme portata storica e politica.

Forte di potenza e prestigio, egli aveva appena ricevuto l’omaggio dei Normanni della Campania, quando aveva dovuto rientrare a marce forzate in Germania per l’insurrezione dei Duchi di Baviera e di Carinzia e del Primate di Ratisbona: per mantenere l’acquisito primato nella Penisola e ripararlo dalla proditoria condotta dell’irriducibile guelfo Goffredo il Barbuto, ne aveva preso in ostaggio la moglie Beatrice di Canossa, già vedova di Bonifacio di Toscana, e la figliastra Matilde.

La morte, tuttavia, lo aveva colto appena trentanovenne, nel pieno dell’attività di consolidamento dinastico, il 5 ottobre del 1055.

La sua precoce scomparsa privava i Sudditi di un Sovrano giusto, ligio ai doveri e dotato di un notevole patrimonio umano, fondato sull’amore per il prossimo; sul perdono delle offese e sull’adempimento della missione, in conformità alle prescrizioni cristiane: contrastare le velleità del Papato e riportarlo nell’orbita imperiale era un’esigenza strettamente politica ed estranea alla sua profonda religiosità, già provata dai prodromi della rottura della Curia romana con la Chiesa Greca.

Del suo decesso e della conseguente debolezza della Reggenza, avevano profittato i Grandi Feudatari tedeschi e Niccolò II che, con la complicità di Ildebrando di Soana, dopo avere stipulato nel 1059 aMelfi un sodalizio anche militare con i Normanni d’Hauteville, vi celebrò a fine agosto un Concilio nel quale revocò la vigenza del Privilegium Othonis, respingendo l’interferenza imperiale nelle nomine ecclesiali; avocando a sé il diritto d’investitura poiché la concessione delle cariche religiose spettava al solo Vicario di Dio; conferendo alla disputa una inusitata dirompenza antimperialista.

Le risultanze di quel Concilio costituivano un punto fermo: la Chiesa non avrebbe tollerato ulteriori ingerenze; l’Imperatore, i Sovrani, i Grandi Feudatari venivano definitivamente provati del potere di attribuire benefici ecclesiali; l’elezione del Papa, fin lì regolata da acclamazione del Popolo e del Basso Clero capitolino, era delegata ai Cardinali.

Quelle prescrizioni non raggiunsero il già deceduto Enrico III il Nero; tuttavia, era stato consumato un intollerabile affronto alla maestà imperiale: in una, il colpo di mano di Niccolò aveva esaltato il trionfo della Teocrazia.

Le conseguenze, politiche e sociali, avrebbero impegnato due secoli.

In Germania, nel perdurare della minorità del seienne Enrico IV, la sprovveduta Imperatrice/ vedova Agnese aveva, intanto, assegnato il Ducato di Baviera al sassone Ottone di Nordheim e il Ducato di Carinzia a Bertoldo di Zähringen e il Ducato di Svevia al genero Rodolfo di Rheinfelden, mai più prevedendone l’ardita reazione del 1062: proprio costui, con i Vescovi Annone di Colonia e Adalberto di Brema, le sottrasse la tutela del piccolo erede e la obbligò al ritiro nel convento piemontese di Fruttuaria.

Il Regno precipitò in un vuoto di potere in cui si inserirono interessi religiosi e turbolenze dei Sassoni, mentre la forte pressione moralizzatrice clunyacense rendeva la Chiesa potente ed autonoma come mai prima.

Cresciuto in un clima di sistematici disordini, il Sovrano fu intronizzato quindicenne nel 1065 e dette immediata prova di temperamento: nell’anno successivo, alla Dieta di Tribur, come primo atto politico espulse dal Consiglio della Corona il Primate di Brema e, ancorché giovanissimo, ben consapevole d’avere ereditato una situazione assai complessa, adottò rigorose iniziative militari contro gli Slavi pagani guidati da Cruto fino alle porte di Amburgo. Nello stesso anno, ancora a Tribur, sposò Berta, la figlia del Conte Ottone di Savoia promessagli da bambina in funzione di una strategica e solida alleanza; tuttavia, il carattere impetuoso e le irrequiete trasgressioni lo indussero, già dopo un anno, a propositi divorzili avanzati in un Concilio tenuto a Magonza: in quella sede, le decisioni volsero tutte in favore della Regina, nel frattempo confinata nell’abbazia di Lorscheim.

Il camaldolese Pier Damiani, con ispirata eloquenza, ne perorò la causa fino ad insinuare che l’ulteriore ostilità coniugale avrebbe condizionato negativamente l’incoronazione spettante ad Anselmo da Baggio, nel 1061 consacrato Papa col nome di Alessandro II.

Nella convinzione che, mirando a soverchiare i poteri laici ed a creare una gerarchia ecclesiale svincolata dall’influenza tedesca, il Primate romano davvero utilizzasse la sua vicenda privata come strumento di aggressione, il Re si risolse a richiamare la moglie a Corte e si dedicò con acuta determinazione alla liquidazione delle opposizioni ed all’ampliamento dei confini nazionali.

In questo contesto, guidò un poderoso attacco contro gli irrequieti Vassalli bavari e contro i Sassoni in Turingia, col duplice risultato della totale sottomissione di quelle due regioni nelle quali si erano verificate molte usurpazioni ai danni della Corona, soprattutto ad opera del monaco Ildebrando di Soana, reputato un agitatore politico teso ad ulteriormente emancipare la Chiesa dall’Impero.

Le tensioni antigermaniche alimentate dal Pontefice presto finirono con l’influenzare le attività della Corona, attraverso il rilancio delle deliberazioni del Concilio Lateranense del 1059, poi rinnovate nei Concili Romani del 1074 e del 1075: in esse, a margine delle sanzioni da irrogarsi a Simoniaci e Concubini, si inibiva agli Ecclesiastici di ricevere dai Laici ed a questi stessi di concedere investiture di chiese e conventi.

Si trattava di una sostanziale delegittimazione di quella linea politica che, tracciata da Ottone I e confermata da Enrico III, aveva messo in ginocchio il Papato; del recupero di una serie di privilegi perduti; di una sorta di riscatto della più esasperata ierocrazia e dell’affermazione del principio di inappellabilità dei giudizi, fino alla precisazione del Primato ecclesiale con gravissimi pregiudizi in danno della Monarchia: sottraendole il diritto di sovranità sui Vassalli religiosi, la si espropriava di circa una metà dei beni e si incrinava il saldo vincolo di unità nazionale, con ampie ripercussioni anche sul Regno d’Italia poiché l’autorità di un Re privo del potere d’investitura sarebbe stata pressoché azzerata.

Le circostanze, fra alterne vicende, si appesantirono il 29 giugno del 1073, quando la tiara papale fu cinta proprio Ildebrando di Soana, col nome di Gregorio VII.

Mirando ad affrancare il Clero dalla soggezione all’Impero, egli pretendeva di realizzare l’ideale agostiniano di una Comunità nella quale ogni evento fosse subordinato alla propria esclusiva ed assoluta funzione di Capo di un immenso edificio politico e militare, tale da aggiogare anche i Musulmani d’Oriente.

Con lucida lungimiranza, aveva già trasformato in alleati i Normanni del Sud italiano, progettando di respingere dalla Penisola ogni implicazione germanica ed aspirando ad assumerne la guida.

Insofferente ad ogni tipo di soverchieria; sprezzante delle risultanze conciliari e delle prescrizioni riformiste avviate dalla Curia centrale; deciso a conservare le tradizioni familiari e politiche, dopo aver deposto e battuto ad Homburg il Duca di Baviera Ottone di Nordheim, Enrico IV seguitò ad intervenire sulla vita episcopale dell’Impero nominando Vescovi; opponendosi alle disposizioni papali; denunciandone l’illegittimità.

Di conseguenza, nel quadro dell’ampia resistenza espressa alla sua Politica, nel 1075 Gregorio lo minacciò di scomunica ed anatemizzò un gruppo di Cortigiani di Palazzo, malgrado nel 1074 il Sovrano avesse fatto atto di penitenza a Norimberga e, alla presenza dei Legati papali, avesse prestato giuramento di obbedienza e di appoggio della Riforma della Chiesa.

In effetti, il Papa non aveva tollerato la sua popolarità e il suo potere, esaltato dalla vittoria conseguita sui Sassoni ad Hohenburg.

La contrapposizione s’inasprì nella notte di Natale dello stesso anno quando, fingendosi alleato della Marchesa di Canossa e dello stesso Primate, con la probabile complicità del Vescovo Guiberto di Ravenna, Enrico lo fece rapire; spogliare delle vesti e arrestare da Cencio Frangipane proprio mentre egli officiava, avanti all’altare del Presepe di Santa Maria Maggiore.

Il giorno successivo il Popolo insorse e liberò il Prigioniero che riprese le funzioni liturgiche natalizie; ma l’affronto subito era intollerabile, anche se a Gregorio era chiaro che esso era un segnale di forte ostilità al Dictatus Papae emanato in un Concilio svoltosi fra il 26 e il 28 del precedente febbraio: attraverso ventisette proposizioni, infatti, vi si convalidavano i decreti emessi da Niccolò nel 1059; vi si archiviava l’assetto politico/religioso fino ad allora vigente; vi si assumeva l’istituzione di un ordinamento di cui la Chiesa fosse fulcro.

Si trattava, in definitiva, di un atto di rottura di quel fragile equilibrio fra Potestas e Auctoritas che, pur fra alterne vicende, aveva retto fin dal tempo dei Merovingi.

Quod solus Romanus pontifex iure dicatur universalis…. Quod ille solus possit deponere espiscopus vel reconciliare … Quod solus possit uti imperialibus insigniis… Quod hoc unicum est nomen in mundo… Quod a nemine ipse iudicare debeat… Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest absolvere

La circostanza che il Papa, e solo il Papa potesse esibire le insegne imperiali; che avocasse a sé il potere assoluto; che si arrogasse il diritto di Approbatione, ovvero di ratifica della elezione a Re dei Romani; che rivendicasse il diritto di deporre gli Imperatori e sciogliere i Sudditi dal vincolo di fedeltà prestato, in virtù di una santità dedotta dalla funzione e non dai meriti personali; che esercitasse una esasperata apologia teocratico/messianica: ...Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno secondo i meriti, gli imperii, i reami, i principati, i ducati, le contee... sappiano oggi i re e i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità... aveva prodotto la plateale e brutale manifestazione di forza di Enrico, non disposto ad accettare una provocazione inusitata: non era più l’Imperatore ad approvare la nomina del Papa, ma il Papa a conferire e a revocare potere all’Imperatore.

Convocato un contro/Sinodo tedesco per il 24 gennaio del1076 aWorms, accolse lo stato d’accusa sotto il quale Alto Clero e Principi secolari posero Gregorio VII per sacrilegio e ne proclamarono la decadenza per la irregolarità della nomina: egli era stato eletto per acclamazione popolare e non in conformità delle prescrizioni canoniche alle quali pretendeva di richiamarsi e che, dal 1059, inibivano ogni intrusione laica nella successione pontificia. Nella successiva Dieta celebrata a Piacenza, poi, il Primate di Utrecht lo scomunicò.

La replica della Curia Romana fu altrettanto aspra: Enrico fu interdetto dai Sacramenti; gli fu ingiunto di presentarsi penitente ad Augusta, il 2 febbraio del1077, in occasione della festa della Purificazione di Maria; l’intero Episcopato da lui investito fu anatemizzato; i Sudditi furono esentati dall’obbligo alla fedeltà.

Il clima si surriscaldò, anche in conseguenza delle tensioni attizzate dal Legato Vescovo Altman di Passavia e, onde evitare degenerazioni del conflitto, nell’ottobre dello stesso 1076, i Principi riuniti a Tribur decisero di eleggere un nuovo Re di Germania.

Acquartierato ad Oppenheim, Enrico non visse l’umiliazione della decadenza solo per il mancato accordo sulla scelta del contraltare.

Si tentò, allora, di negoziare una tregua fra le Parti e gli fu concesso un anno per pentirsi: da una esauriente giustificazione del proprio operato e dalla ufficiale e sincera contrizione, sarebbe scaturita la revoca di quel drammatico provvedimento che il Primate, invitato ad Augusta, intendeva ratificare di lì a qualche mese.

Se, elapso il periodo indicato, egli non fosse tornato all’obbedienza, il trono sarebbe stato considerato vacante.

Le decisioni non risultarono gradite a Corte.

La situazione era estremamente critica: privo di qualsivoglia intenzione di sottoporsi ad un giudizio pubblico, rilanciando la sfida e contando sulla ostilità manifestata al rivale dall’ Episcopato lombardo, l’Imperatore si risolse a scendere in Italia allo scopo di impedirgli anche già di solo raggiungere la frontiera, malgrado in lui si insinuasse il dubbio che l’acuirsi della tensione trasformasse l’Aggressore in vittima, esponendo il Regno a pericolose conseguenze interne.

Gli era indifferibile assicurarsi l’assoluzione prima della scadenza dei termini. Pertanto, un’Ambasceria imperiale raggiunse il Papa a Roma; ma ogni tentativo negoziale fu respinto. Festeggiato il Natale nella borgognona Besançon, assieme alla moglie, al figlio e ad un folto seguito, Enrico affrontò il rigore delle Alpi ed a marce forzate entrò in Italia per recuperare tempo utile a condizionare i movimenti e le attività di Gregorio. Una volta a Pavia, con la complicità del Vescovo di Torino e la solidarietà dell’Alto Clero lombardo ostile alla Chiesa, per scompigliare i propositi del Rivale acquartierò l’esercito sotto le possenti mura di Canossa.

Era il 20 gennaio del 1077.

Gli era noto che Gregorio, fin dall’inizio di dicembre s’era messo in viaggio; che, scortato da truppe matildine e deciso a raggiungere Augusta, aveva invano atteso l’arrivo a Mantova di una scorta germanica; che era determinato a definitivamente liquidare la querelle; che intendeva porre la tiara imperiale sul capo di un Amico del Papato; che era stato informato della bellicosità dell’Episcopato milanese refrattario al suo rigido riformismo; che, allarmato dalla presenza degli Imperiali in forze, aveva cautamente ripiegato a Canossa ponendosi sotto protezione della potente Marchesa Matilde; che avrebbe investito dell’onere della mediazione Ugo di Cluny e la invisa e intrigante Nobildonna, rispettivamente padrino battesimale e cugina.

Accortamente, Enrico trasformò costoro in inconsapevoli strumenti della propria manovra: si sarebbe pentito ed essi stessi, testimoniandone la contrizione, avrebbero sollecitato il perdono.

Il Papa non avrebbe potuto negarlo: i suoi obblighi pastorali avrebbero dovuto, a fronte di un gesto pubblico di così grande portata, scavalcare ogni interesse politico e rivalsa personale.

Nel frattempo, tenne calde le schiere: un monito ad uno scontro dagli indubbi esiti!

Non sfugge che, se quel pentimento fosse stato sincero, egli avrebbe potuto manifestarlo già in Augusta adeguandosi alle prescrizioni papali.

Proporlo in Italia, invece, tendeva ad un triplice scopo: consolidare il potere regio, opponendosi nei fatti ad ogni imposizione ecclesiale; esercitare il diritto della Corona a dettare le regole del prosieguo del confronto; contrapporre all’alleanza costituitasi ad Ulm ed a Tribur, tra l’Alta Feudalità germanica e i Partigiani del Primate, la granitica fazione che a Worms lo aveva già deposto dal soglio.

Si trattava di una complessa azione d’impatto, la cui ratifica tendeva ad anticipare qualsiasi iniziativa il Tribunale di Augusta progettasse di assumere, in quell’ormai imminente 2 febbraio.

Il Sovrano incontrò gli Arbitri di pace a Montezane.

Solo dopo concrete garanzie, decise di indossare il saio di Penitente; ma, in quell’inverno tra il 1076 ed il 1077, che fu il più rigido del secolo, occorsero tre giorni e tre notti di interminabile attesa perché egli fosse ammesso al cospetto dell’Avversario.

L’assoluzione fu concessa sulla base del previo impegno a non riprendere le insegne reali, fin quando non fosse stato pronunciato formale e pubblico giudizio assolutorio; ad accettare di ricorrere all’arbitrato ecclesiale nei conflitti fra Vassalli; a garantire al Sacerdote Romano il libero transito in Germania, senza rischi.

Enrico accettò.

In quello storico 28 gennaio del 1077, aveva ottenuto quanto più gli stava a cuore: prevenire la ratifica della dichiarazione di decadenza dalle prerogative e sventare i propositi di Gregorio, il cui viaggio in Germania non aveva più senso.

Non considerò la capziosità dell’indulgenza: nei fatti, essa era stata concessa all’Uomo e non al Re cui restava, invece, l’obbligo di presentarsi comunque al giudizio conciliare.

Quando la situazione gli fu chiara, se ne infuriò: non gli pesava l’aver dovuto vestirsi di simulata umiltà, quanto l’aver subìto l’onta dell’enfasi conferita dal Papa all’evento, chiamandone a testimone non un Principe ma una Donna.

Una donna di cui egli odiava la bigotta e strumentale ipocrisia e di cui detestava l’aperto servilismo ai Potentati ecclesiali!

Ed infatti, eloquenti furono i commenti del Vescovo Rangerio di Lucca a margine del pranzo di pace: ...sta silenzioso il re, gli occhi fissi, pensando: ha in odio il cibo, e chino a mensa trattien l’artiglio. Gregorio il vede e già si pente, e lo ammonisce di comportarsi sapientemente. Ma tane han volpi e nidi d’uccelli E l’uom di Cristo non ha riposo in alcun luogo!...

Quale ruolo assunse, in tutta la vicenda, l’abile e ambigua Marchesa?

Cruciale.

Troppo acuta per non percepire la portata del comportamento del cugino/ Imperatore ella, che aveva trasformato la tradizione laica familiare in un pilastro del Guelfismo italiano, aveva persuaso il Papa dell’opportunità politica a concedere l’indulgenza ad un Peccatore ravveduto, la cui sincerità era garantita proprio dalla saldezza della sua parentela.

E qual era il suo tornaconto?

Eludere l’inasprimento della tensione imperiale, circa la proprietà dei suoi beni.

Tuttavia, la revoca della condanna non implicava una sincera conciliazione mancando la reale volontà delle Parti a ripianare la questione in gioco: le Investiture.

E se, comunque, Enrico considerò nulla la sentenza di deposizione emessa, il Pontefice tenne fede ai propri reconditi propositi.

L’eco degli eventi di Canossa sollevò in Germania un ventaglio di agitazioni, il cui capofila fu lo svevo Rodolfo di Rheinfelden: assumendo a pretesto le giustificazioni mancate ad Augusta; sostenendo che l’umiliazione inflittagli avesse sbrindellato e compromesso irreversibilmente l’autorevolezza dell’Imperatore; mirando egli stesso ad emanciparsi e a cingere la tiara, si rese Autore di un colpo di Stato facendosi designare Re di Germania il 15 marzo del 1077 da un gruppo di Principi Elettori sassoni, bavari e carinzi, riuniti a Forchheim e capeggiati dal Primate Sigfrido di Magonza.

Il successivo 26 fu incoronato nel Duomo di Magonza, previo impegno a restare sottomesso al Papa e a rilasciare una lunga serie di concessioni alla Chiesa: prima fra tutte, la rinuncia al diritto d’Investitura ed al carattere elettorale della Monarchia, contro il diritto di ereditarietà del potere conferito al Grande Elettorato laico.

Figlio del Conte Kuno di Rheinfelden, nel 1057 profittando della minorità di Enrico IV, ne aveva rapito la sorella Matilda di Franconia sposandola due anni più tardi ed ottenendo l’infeudazione del Ducato di Svevia e l’amministrazione del Regno di Borgogna; ma la Sposa era morta poco dopo ed egli era passato a nuove nozze con Adelaide, figlia di Oddone I di Savoia.

Per diversi anni era stato fedele alleato del Sovrano, di cui era cognato sia per parte della prima che della seconda moglie: fu al suo fianco nelle guerre in Turingia e Sassonia e gli fornì un rilevante contributo per la vittoria nella prima battaglia di Langensalza; ma, a seguito del conflitto col Papa e della scomunica irrogata, egli tramò con varia Aristocrazia germanica per spodestarlo e continuò ad opporglisi anche dopo il perdono di Canossa, appigliandosi alla revoca del provvedimento spirituale, ma non della già decretata dichiarazione di decadenza.

Le vane denunce e proteste contro l’Usurpatore, del quale si sollecitava l’anatema, provocarono una dura levata di scudi da parte del Popolo che, fedele al suo Re, si sollevò: Rodolfo fu costretto alla fuga in Sassonia e, non potendo più rientrare in Svevia, cedette il Ducato al figlio Bertold fissando la propria Corte a Würzburg.

Nel frattempo, dopo aver tenuto una linea di fredda neutralità, Gregorio scagliò sul legittimo Sovrano un secondo interdetto, pretestuosamente censurandone la disobbedienza, l’orgoglio e la doppiezza per non essersi appellato al suo arbitrato e ne sancì la definitiva decadenza sciogliendo i Sudditi dal vincolo di fedeltà.

Consapevole di essere il bersaglio preferito del suo odio, Enrico convocò nello stesso anno una Dieta ad Ulm; espropriò il cognato del Ducato di Svevia che infeudò a Federico I Duca di Hohenstaufen e, il 7 agosto del 1079, col sostegno dei Sassoni, lo affrontò in campo aperto a Mellrichstadt.

L’incerto esito della battaglia indusse Rodolfo alla ritirata e, quando maturò in lui la convinzione di non godere più del pieno appoggio papale, cedette gran parte dei possedimenti reali e molti beni della Chiesa ai Nobili che ancora lo sostenevano, riuscendo a sconfiggere l’Avversario a Flacheim il 27 gennaio del 1080.

Il fausto esito dello scontro indusse la Curia romana, il 7 marzo successivo, a riconoscerne la legittimità reale e ad irrogare ancora una scomunica ad Enrico IV che, incaricato Federico I di Hohenstaufen di stroncare le velleità usurpatrici di Hermann di Lussemburgo, col pieno sostegno del Popolo e dell’Alto Clero germanico convocato a Bamberga e a Bressanone, si fece carico della contrapposizione ormai irreversibile, eccependo la illegittimità dell’operato papale.

L’assise ebbe come Relatore Ugone Candido, che accusò Gregorio di essere un assassino ed un eretico e ne ottenne la espulsione dalla cattedra di Pietro.

Il 26 giugno del 1080, il falso monaco fu sostituito dal Primate Guiberto di Ravenna, ovvero Clemente III.

Il 14 ottobre successivo, Enrico affrontò ancora l’AntiRe, prima nello scontro di Elster; poi nella Battaglia di Hohenmölsen.

Rodolfo vi perse la mano destra e riportò ferite mortali all’addome: smise di vivere a Merseburg la sera del 15.

Nel frattempo Gregorio aveva incontrato a Ceprano il Duca normanno Roberto d’Hauteville e il 29 giugno gli aveva revocato l’anatema e restituito il titolo e i beni, definitivamente rinunciando agli ex territori bizantini dell’Italia meridionale in cambio di un’alleanza sicura contro l’Impero, in vista di una riacutizzazione del conflitto.

Ed infatti, nel 1081, il Papa era stato abbandonato da un folto gruppo di Cardinali: il suo potere era in forte calo ed Enrico era pronto all’affondo.

L’Esercito imperiale scese in Italia scortando un Sovrano deciso a far valere le proprie prerogative, le proprie ragioni ed i propri diritti: entrato in Pavia, egli cinse la corona ferrea; assegnò una serie di benefici e privilegi alle città alleate; marciò contro l’invisa Matilde, Alleata ed ispiratrice della politica antimperiale della Chiesa; la dichiarò rea di lesa maestà, con conseguente decadenza da tutte le funzioni pubbliche; le confiscò i beni; in febbraio puntò su Roma per esservi solennemente incoronato; sodalizzò con Alessio Comneno contro i d’Hauteville.

Pur di riscattare l’affronto subito a Canossa, avrebbe consentito ai Bizantini di condizionare l’egemonia siculo/normanna nel Mediterraneo e posto fuori gioco Gregorio, nel frattempo arroccato in Castel Sant’Angelo; tuttavia, dovette attendere ben due anni prima di potere varcare solennemente le mura romane.

Era il 21 aprile del 1083.

Nell’Urbe trascorse tutto l’autunno ma, una volta che ne fu ripartito, il Papa deposto convocò un Sinodo e lo concluse irrogandogli una nuova scomunica.

Il provvedimento non scosse Enrico, impegnato dai torbidi di una Germania lacerata dal Riformismo del Cardinale Ottone da Ostia, propugnatore di una serie di decreti circa il primato della Chiesa: per arginarne l’attività sediziosa, proclamò la Pace di Dio in tutto il territorio imperiale ed in armi avanzò in Sassonia, fino a Magdeburgo, ottenendo che la manifestazione di forza intimidisse ed allineasse quell’Episcopato rispettoso della sua sovrana autorità, ma ostile alla legittimazione di Clemente III, al secolo Guiberto Giberti.

Poi, tornò a Roma.

Il 21 marzo del 1084 pose sotto assedio Gregorio e il 24 successivo insediò l’antiPapa, dal quale fu investito della tiara imperiale in San Pietro il successivo 31.

Gli appelli dell’irriducibile vecchio Pontefice furono accolti da Roberto il Guiscardo che, abbandonato l’assedio di Durazzo, marciò su Roma; la sottopose ad un orrendo sacco; mise in fuga Clemente III; sottrasse l’inviso Gregorio al linciaggio popolare e lo trasferì a Salerno ove, il 25 maggio del 1085 si spense esule, dopo aver firmato una lettera pastorale di esortazione alla crociata contro Enrico IV di Franconia.

Quel vantaggio anagrafico, che lo rendeva più adulto del Nemico di ben cinque lustri e che era confortato da una formidabile esperienza giuridica e teologica, gli era stato fatale.

Aveva avanzato su vari Regni la pretesa della sovranità ecclesiale ed era riuscito, sulla base dell’uso immemore, a guadagnare il possesso di Sardegna e Corsica; ma aveva visto frustrato il reclamo della proprietà della Spagna e dell’Ungheria e il tentativo di mantenere la Danimarca come feudo, nell’asserito diritto a far coincidere Sacerdotium et Imperium. Aveva cercato senza successo di portare la Chiesa armena in comunione con Roma e provato a ripianare le relazioni con le Chiese ortodosse orientali, vagheggiando il superamento dello Scisma con i Bizantini attraverso una grande crociata che riconquistasse il Santo Sepolcro.

Il suo scontro epocale con l’Imperatore fu, nella virulenza, pari a quelli aperti con Filippo I di Francia, che minacciò di scomunica e di deposizione nel 1074, e con Guglielmo I d’Inghilterra che, rifiutatosi di riconoscersi Vassallo della Chiesa, vietò al Clero inglese di mantenere rapporti con la Curia romana e non rinunciò mai alla designazione di Vescovi e Abati.

In definitiva, la battaglia di Gregorio VII per la istituzione dell’egemonia ecclesiale si risolse in una enorme sconfitta personale, ma le sue conseguenze scrissero le prime pagine del declino dell’Impero, poiché la querelle si trascinò fino agli Hohenstaufen che uscirono travolti dallo scontro mortale.

Gli successe, per un breve pontificato prima Vittore III e poi, l’8 marzo del 1088, Urbano II che, entrato in Roma solo in novembre e sotto scorta normanna, irrogò una nuova scomunica ad Enrico e al suo Antipapa, definito una bestia spuntata dalla terra per muovere guerra ai santi di Dio e dette vita ad una articolata e granitica coalizione antitedesca, cui aderirono Prassede di Kiev, sposata in seconde nozze all’Imperatore; i Comuni di Milano, Cremona, Lodi e Piacenza; Matilde di Canossa; il normanno Ruggero d’Hauteville.

Da pochi mesi vedovo di Berta, Enrico aveva appena ceduto la Svevia e la mano di sua figlia Agnese al fedele Duca Federico di Hohenstaufen, quando la precaria stabilità dell’Impero fu turbata da un altro sgradevole evento: l’attempata Marchesa aveva preso per marito il sedicenne Guelfo di Baviera, ampliando pericolosamente patrimonio e potere.

Era maturata la necessità di un’altra spedizione punitiva in Italia, in un Imperatore del tutto ignaro delle nuove nubi addensatesi al suo orizzonte familiare: aizzato proprio dalla Prima Donna d’Italia, il primogenito Corrado si ribellò alla sua autorità.

Dell’inevitabile conflitto fu teatro ancora Canossa, nel settembre del 1092.

L’infausto esito della campagna orientò alla defezione molte città lombarde: il Principe ribelle, proclamato Re d’Italia con la benedizione della Curia di Roma, andò a Monza e, una volta consacrato, proseguì per Cremona ove prestò giuramento di obbedienza ad Urbano II che, dopo essersi trasferito in Francia; dopo aver scomunicato il Vescovo di Cambrai per avere accettato l’investitura laica del Sovrano; dopo avere infiammato gli animi contro i Musulmani nel Concilio di Clermont del 25 novembre del 1095, era tornato in Italia sotto scorta delle truppe clavisegnate di Ugo I il Grande, di Roberto II di Fiandra, di Eustache di Boulogne. Giunto a Roma; messo in fuga l’Antipapa; anatemizzato Filippo I di Francia per le note vicende matrimoniali, appoggiò l’azione militare condotta contro i Mori di Spagna da Alfonso IV di Castiglia.

Enrico, invece, nel tentativo di salvare il salvabile, riunì d’urgenza una Dieta di Corte ponendo all’ordine del giorno la deposizione del figlio; la promulgazione di una tregua generale; la designazione successoria del suo omonimo secondogenito, cui fece obbligo di giurare che non avrebbe mai imitato il pessimo esempio del fratello.

Quella manciata di anni incandescenti si concluse con l’ascesa di Pasquale II al soglio pontificio, il 9 agosto del 1099.

L’Imperatore teneva con fatica il controllo della situazione, quando ricevette notizia della rinnovata scomunica. Di più: il nuovo Primate di Roma organizzò la levata di scudi anche del giovane Enrico V, vincendone improbabili rimorsi e resistenze: lottare uno Scomunicato, ancorché padre, lungi dal proporsi peccato, era un’azione cristiana e meritoria.

Sulla scia del fratello Corrado, pertanto, anch’egli scese in campo e, dopo lunghe e alterne e confuse vicende nel 1104, ormai affrancato dall’onere dell’obbedienza e della fedeltà, invitò il Genitore, piagato nello spirito e prostrato da ogni sorta di frustrazione affettiva, ad un incontro di riconciliazione a Coblenza.

Enrico IV vi si recò disarmato e munito di tutte le speranze di riprendere il suo ruolo e con esso la devozione del figlio.

Si trattò, invece, di un agguato in piena regola: sotto la minaccia delle armi ed alla presenza della sua esigua scorta, egli fu costretto all’abdicazione; arrestato e deportato nel castello di Böckelheim, ove gli fu imposto di dichiarare di avere ingiustamente perseguitato Gregorio e di averlo illegalmente surrogato con Clemente: colpe ed ammissioni di responsabilità in aperto contrasto con i fatti.

Con le sue legittime ragioni.

Con la Storia.

La circostanza suscitò nei Sudditi viva indignazione e pietà per il vecchio Sovrano, tali da indurre i Lealisti ad una generale mobilitazione.

Nel 1106, agguerriti Eserciti erano pronti e determinati a pareggiare i conti all’erede degenere ed al suo alleato Pasquale II.

Alla vigilia dello scontro, rocambolescamente evaso e rifugiatosi presso l’amico Otberto Vescovo di Liegi il 7 luglio di quell’anno, però, Enrico si spense di crepacuore congelando tutte le speranze di cacciare l’Usurpatore.

Aveva solo cinquantasei anni: ne aveva speso la più parte lottando per mantenere unito ed indipendente quel trono e quell’Impero aggredito dai progetti espansionistici di una Chiesa avida, subdola e responsabile anche del tradimento della famiglia, nella cui lealtà egli aveva sempre creduto.

Gli fu negato anche il diritto di sepoltura in terra consacrata.

Solo cinque anni più tardi, previa revoca della scomunica, la sua salma fu traslata nel Duomo di Spira.

Quanto a Pasquale II che, con Innocenzo III; Onorio III; Gregorio IX; Celestino IV e Innocenzo IV, contrastò la politica imperiale a vantaggio delle asserite prerogative di una Chiesa sistematicamente scismatica, qualche precisazione: alcune Fonti assumono che fosse un Simoniaco; che  avesse venduto la carica di Priore quando era Abate di San Lorenzo; che si ritenesse depositario del diritto a modificare e/o ribaltare le decisioni dei Predecessori; che reiterasse il veto laico di investitura nel Concilio di Troyes del 23 maggio del 1107; che ne imponesse ad Enrico V la rinuncia scritta … col giuramento che mai più si intrometterà nelle Investiture. E lascerà libere, con i loro patrimoni derivanti dalle offerte dei fedeli e i loro possessi, quelle chiese che manifestamente non erano di pertinenza del Regno. E scioglierà i popoli dai giuramenti che sono stati fatti contro i vescovi. Restituirà e concederà i patrimoni e i possessi di s. Pietro come fu fatto da Carlo, Ludovico, Enrico e dagli altri imperatori, e aiuterà a tenerli secondo le proprie possibilità

Ed infatti: il 12 febbraio, accolto in San Pietro, Enrico V fu posto di fronte all’ambiguo privilegio papale nel quale si deplorava, fra l’altro, che i … Ministri dell’altare … fossero divenuti Ministri della corte, poiché hanno ricevuto dai re le città, i ducati, le marche, la monetazione, le curtes e le altre cose pertinenti al Regno… e si riassumeva la questione delle investiture secondo l’interpretazione romana.

In definitiva, il Papa aveva creato un invalicabile spartiacque ed ottenuto il riconoscimento formale della fondatezza delle posizioni romane che avevano alimentato quarant’anni di contrasti; delle rivendicazioni territoriali della Chiesa; della propria posizione di suprema Autorità.

La lotta continuò.

Se Urbano II ne rinnovò i termini nel divieto di nomina ribadito e ratificato al Concilio di Clermont del novembre del 1095, ove gridò Deus le vult prima di allestire la prima grande Crociata, Pasquale II concluse con Enrico V il fragile Patto di Sutri del febbraio 1111, per effetto del quale la Chiesa avrebbe restituito feudi e privilegi ricevuti da Carlo Magno in poi a patto che l’Imperatore avesse rinunciato alla prerogativa investitoria.

Sta di fatto che, con un’azione spregiudicata, nel successivo aprile il Sovrano ordinò l’arresto di segmenti di Episcopato e del Papa medesimo che, tornato in libertà, rilanciò i decreti di Gregorio e di Urbano.

Il nodo delle nomine riguardò anche Francia ed Inghilterra: nell’Una, governata da un Filippo I in aspro conflitto con Gregorio VII, dopo la distinzione artificiosa fra designazione spirituale e temporale teorizzata dal Vescovo Ivo di Chartres, si finì col rinunciare al conferimento dell’anello e del Pastorale, conservando alla Corona il diritto d’approvazione delle elezioni e il conferimento dei beni temporali; nell’Altra, Anselmo d’Aosta fu in dura contrapposizione col Trono ma, dopo avergli negato il privilegio di nomina e il giuramento feudale, adottò una soluzione rispetto alla quale il Re rinunciava ad esso e conservava il solo impegno feudale del Clero, prima della consacrazione.

Il Concordato di Worms¹ del 23 settembre del 1122, convenuto fra Callisto II ed Enrico V sottrasse al Potere politico l’infeudazione dei Vescovi e degli Abati con la consegna dei simboli ritenuti strettamente ecclesiali e ne consentì il compimento col solo scettro.

L‘istituto dell’investitura venne decadendo col graduale declino della Società feudale: Chiesa ed Impero ne uscirono parimenti indeboliti, alimentando gli scontri successivi di ripicche e pretesti, sicché ogni elezione papale si trasformò in una lotta condizionata dalle pressioni delle Grandi Monarchie: erano comparsi altri metodi di competizione e di potere.

Sistemi che provocarono la rovina della Chiesa ed enormi sofferenze all’intera Europa.

La fase cruciale della lotta per le designazioni si concluse, dunque, nel1122 a Worms che, nei fatti, riconsegnò alla Chiesa il diritto alle nomine ecclesiastiche relegando il Sovrano in un ruolo folkloristico di sola forma.

Questa la Storia.

Enrico ebbe prole dal solo matrimonio con Berta:

Adelaide (1070- 1079);

Enrico (1° agosto 1071 – 2 agosto 1071);

Agnese (agosto 1072 – 24 settembre 1143), sposa di Federico I di Hohenstaufen e poi del Marchese Leopoldo III d’Austria;

Corrado, (1074- 1101), Duca di Lorena, correggente del Sacro Romano Impero e marito di Costanza di Sicilia, figlia del Gran Conte Ruggero I;

Enrico V (1086- 1125) Re dei Romani, Imperatore e coniuge di Matilda, figlia di Enrico I  d’Inghilterra.

Nota

Il Concordato di Worms O Pactum Calixtinum, fu la soluzione condivisa circa l’annosa questione delle Investiture dei Vescovi, convenuta a Worms il 23 settembre del 1122 fra Enrico V di Franconia e Callisto II. In seguito all’impegno del Cardinale Lamberto Scannabecchi ed alle risultanze della Dieta di Würzburg del 1121, il concordato fissò precise regole in materia archiviando la fase storica di scontri che, per trent’anni, avevano contrapposto Gregorio VII ed Enrico IV: l’Imperatore rinunciava all’esercizio della prerogativa di investire i Vescovi dell’anello e del Pastorale, simboli del potere spirituale, riconoscendola solo al Papa e consentendo che in tutto l’Impero l’elezione vescovile fosse celebrata secondo i canoni e che la conseguente consacrazione fosse libera. Il Pontefice, per contro, concedeva al Sovrano nella sola Germania il diritto di partecipare alle designazioni episcopali, purché compiute senza simonia né violenza e di investire i Designati dei loro diritti laici, ovvero feudali. Inoltre, sempre e solo in suolo germanico, l’Investitura feudale precedeva quella episcopale, mentre in Italia e in Borgogna le fasi erano invertite. Tale difformità di norme ebbe come conseguenza che, se in Germania gli eventuali contrasti insorti tra l’Episcopato e la Corona venivano risolti attraverso la mediazione dei Vescovi metropoliti, nelle due diverse aree il rapporto tra l’Episcopato e Chiesa consentiva ai Papi l’intervento diretto significando che, ove vigeva il regime di governo imperiale si votava prima l’Imperatore e viceversa nei luoghi a vigenza di regime ecclesiale. Conseguenza del concordato di Worms fu la convocazione di un Concilio ecumenico.

Bibliografia

N. Grimaldi: La contessa Matilde e la sua stirpe feudale

C. Grimberg: Storia universale

G. Scherr: Duemila anni di vita tedesca