Personaggi

Facino Cane

di Ornella Mariani
Facino Cane
Facino Cane

Di origine pavese, l’aristocratico Emanuele Cane si era trasferito a Casale Monferrato assumendovi la Signorìa dei castelli di Celle, Rosignano e Frassineto, poi lasciati in eredità al figlio Bonifacio, nato verso il 1360 e detto Facino.

Già nell’adolescenza, egli aveva rivelato un temperamento sanguigno coniugato ad una evidente attitudine per l'arte militare: la perfezionò alla scuola di Ottone di Brunswick, accanto al quale nel 1382 avrebbe combattuto contro Carlo di Durazzo ed in favore della Regina Giovanna di Napoli.

Conte di Biandrate; Signore di Alessandria, Pavia, Como, Valenza, Vercelli, Piacenza, Novara, Tortona, Galliate, Varese, Gavi, Cassano d'Adda, il Condottiero fu protagonista di leggendarie imprese. Cominciò la turbolenta carriera nel 1377 quando, con Lucio Sparviero, fiancheggiò Guido Chiavello nella conquista di Fabriano e quando, dopo aver partecipato alla battaglia marchigiana di Matelica, in quello stesso anno, al soldo del Marchese Secondotto di Monferratto assediò in Asti Rodolfo di Brunswick espugnando la città col supporto delle truppe viscontee.

Nell’estate del 1381 attaccò Napoli ove fu sconfitto, catturato e liberato solo previo impegno a schierarsi per Carlo di Durazzo. L’anno successivo, inseritosi nella querelle partenopea, contrastò Luigi d’Angiò e nel 1383 partecipò all’assedio di Barletta rientrando in Piemonte solo nell’autunno del 1385, in coincidenza con la partenza del Sovrano per l’Ungheria.

Nel giugno del 1386 un nuovo ingaggio: al servizio di Cortesia da Serego, il giovane Condottiero partecipò alla cruenta battaglia di Brentelle: uno scontro drammatico durante il quale, contrattaccato da Giovanni degli Ubaldini, egli fu catturato con Ostasio da Polenta, Ugolino dal Verme e Giovanni Ordelaffi. Liberato, nel successivo febbraio combattendo in Veneto contro i Carraresi, fu ancora imprigionato e deportato a Padova ove, rimesso in libertà previa pagamento di oneroso riscatto, passò alla fazione nemica: in ottobre, in Friuli coadiuvò le truppe del Patriarca di Aquileja contro gli Udinesi, devastando il territorio e recedendone solo dietro lauto compenso.
Nell’aprile del 1388, Facino pose la regione ad un tanto brutale sacco da essere licenziato dal Signore di Padova.

Tornato in Piemonte, in maggio prese parte alle rivolte del Tuchinaggio e, su mandato di Teodoro di Monferrato, catturò Ottone di Grandson. In settembre, dopo scaramucce con Amedeo di Savoia, fu richiamato dai Carraresi per i quali affrontò i Viscontei, al cui soldo passò dopo la caduta di Padova. Nella primavera del 1390, alle dipendenze di Jacopo dal Verme, l’irrequieto Condottiero fu sconfitto e arrestato da Giovanni Acuto. Ancora rimesso in libertà, l’anno successivo fu battuto da Corrado Lando nei pressi di Bergamo e in luglio, nuovamente sconfitto a Paterno, fu gravemente ferito da un verrettone.
Ristabilitosi, tornò in Piemonte al servizio del Marchese del Monferrato e si scontrò col Maresciallo di Savoia Bonifacio di Challant: fu allora che, non potendone più sopportare le scorrerie, il Principe di Savoia-Acaia esercitò vive pressioni sul Conte di Virtù Gian Galeazzo Visconti perché lo spostasse in Lombardia.

Nel 1393 licenziato da costui, Facino andò in Liguria e, assieme a Ramazzotto della Mella, contrastò i Francesi a Genova molestando il territorio fra Savona e Novi ligure, prima di trasferirsi a Torino. Due anni dopo, anche per difendere alcuni dei suoi uomini catturati lungo il Po, irruppe nel Canavese marciando con decisione su Ivrea, finchè il Visconti intervenne riassumendolo.

Riunitosi alle truppe del dal Verme a Borgoforte, Facino fronteggiò la lega antimilanese e partecipò alla battaglia di Governolo scontrandosi con Pataro Buzzaccarini: sconfitto, ripiegò sul parmense, prima di passare per Mantova ed occupare Solferino, obbligando Francesco Gonzaga ad arretrare.

Nel 1398, ancora al soldo visconteo, domò insurrezioni guelfe nell’area bergamasca e, nel gennaio dell’anno successivo, devastò Chieri, Santhià e Vercelli.
Senza pace, in febbraio con Ottobono Terzi raggiunse Pisa per sostenere la causa di Gherardo d'Appiano e nell’autunno ottenne dal Marchese del Monferrato il feudo di Borgo San Martino, prima di irrompere ancora con violenza nel biellese e nel Canavese per affrontare Rodolfo di Gruyères: dopo vari combattimenti, costui riuscì a sconfiggerlo col sostegno di Amedeo di Challant, Giovanni di Vernay, Ugo di Monforte e Galeazzo da Mantova; tuttavia, con consumata abilità Facino li soverchiò durante la marcia di rientro accettando, alla fine, di sottoscrivere una tregua.

Il conflitto riprese nel 1401, quando il Cane si acquartierò minacciosamente a Carisio e fronteggiò in marzo l’attacco di Bonifacio di Vallide. Alla fine dell’estate, reclutato da Alberico da Barbiano fra i Capitani della temutissima Compagnia di San Giorgio, allora operativa a Milano, si batté per il Duca esibendo furore bellico e ferocia tali da meritare l’appellativo il Terribile.

Per la difesa di Brescia, contrastò la lega guelfa di Francesco Novello da Carrara e in ottobre, sollecitato da dal Verme, col Barbiano e Pandolfo Malatesta, piegò i Tedeschi dell’Imperatore Roberto di Baviera, accorso in aiuto ai Fiorentini e Carraresi.
Nel novembre di quell’anno, tornato in Piemonte, riprese le scorrerie in territorio sabaudo.

L’anno successivo, dopo aver reso al Conte di Savoia una serie di piazzeforti in cambio di settemila fiorini, per i Viscontei difese San Giovanni in Persiceto ma, col Barbiano e il Malatesta, fu sconfitto da Giacomo da Carrara, Muzio Attendolo Sforza e Lancillotto Beccaria. Riaffermata, però, la propria egemonia a Casalecchio e postosi alla testa delle avanguardie con Ludovico Gabriotto Cantelli, mise in rotta Fuzzolino Tedesco e arrestò Bernardo della Serra, Ludovico Buzzaccarini e Ludovico di San Bonifacio prima di entrare in Bologna e di proseguire la guerra contro i Fiorentini. Subìta una pesante rotta, tuttavia, rientrò a Milano anche per i funerali di Gian Galeazzo Visconti, per poi spostarsi a Parma col Malatesta e Guglielmo della Scala: con essi e con Lancillotto e Castellino Beccaria, nel 1403 irruppe nelle terre pavesi, piacentine e tortonesi allungandosi al territorio vercellese; infine, ancora in Emilia, vi assunse il comando generale delle truppe poste a presidio di Bologna. Contrastate le truppe papali del Barbiano, di Carlo Malatesta e di Paolo Orsini, si acquartierò a Casalecchio; contenne l’avanzata di quest’ultimo con grande strage di nemici; assalì Uguccione Contrari.

In quel periodo, Milano era caduta nell’anarchia: nel nome e per conto della Duchessa vedova Caterina, ormai animato dalla tensione a creare una Signorìa propria Facino prese Alessandria, Novara, Tortona e Piacenza e se ne proclamò padrone, ampliando il già cospicuo patrimonio territoriale. Poi puntò su Brescia e Bergamo, ove fu avversato da Jacopo dal Verme che lo costrinse ad arretrare a Mortara. Infine, si dette ad una serie di nuove irruzioni nel pavese e tortonese, inoltrandosi fin sotto le mura di Pavia; attribuendosi il titolo di Conte di Biandrate e consolidando la sua reputazione a Novi Ligure ove, grazie al sostegno degli Spinola e dei Doria, annientò seimila mercenari francesi in marcia verso la Lombardia.
Per arginarne la dirompenza, Galeazzo Maria lo designò Governatore cittadino ma le soverchierie di Facino suscitarono tale terrore da indurre lo stesso Duca alla decisione di sopprimerlo.

Designato Governatore di Bologna in esito alla morte di Leonardo Malaspina, intanto, dopo avere ordinato l’esecuzione dei dissidenti; accampato le truppe nelle chiese; interdetto l’uso delle campane ed imposto agli abitanti il pagamento del soldo dei suoi uomini, il Capitano di Ventura tornò in Lombardia; soccorse Brescia ed attaccò Francesco Novello da Carrara. Rientrato poi a Bologna, dopo la firma del trattato di Canedio tra Bonifacio IX ed i Viscontei, incontrò il dal Verme ed il Gonzaga e, accettato di cedere le armi, lasciò la città puntando al Piemonte.

Nella regione era atteso da Tommaso Malaspina col quale marciò su Alessandria, che aveva alzato la bandiera francese con Gabriele Guasco: sfondate lungo il passaggio le resistenze di Casale Monferrato, la saccheggiò ed in tre giorni ne ottenne la resa incondizionata e l’arretramento dei Guelfi nella fortezza di Bergoglio. Catturato un gran numero di Armagnacchi, poi, decise di risparmiarli a condizione che non avrebbero più combattuto contro i Visconti. Tuttavia, quando costoro disattesero l’impegno, Facino non esitò a fargli amputare le mani e a decretare la decapitazione del pavese Pietro Corti, per avere intascato le sanzioni pecuniarie irrogate ai ribelli.
Quelle tremende azioni furono solennemente festeggiate a Milano dalla Duchessa Caterina, che gli dette in pegno le terre di Valenza, di Montecastello e di Bremide.

Nel 1404, collegatosi al Malatesta per contrastare il Signore di Padova che aveva occupato Brescia, il Cane guadò l’Adda e, impegnate le bombarde, sfiancò la resistenza locale massacrando trecento Guelfi e proseguendo per Verona, ove la sua avanzata fu condizionata dal Governatore visconteo Ugolotto Biancardo, preoccupato del possibile insorgere di atti sediziosi.

Col Malaspina, allora, si spostò a Belluno ove, dopo avere incontrato i Legati di venezia Enrico Scrovegni ed il dal Verme, fronteggiò Filippo da Pisa, Giacomo da Carrara e Francesco Novello: lo scontro fu violentissimo, ma si concluse col rinnovo della vecchia amicizia.
Sulla via del ritorno, passato per Piacenza, ove la moglie Beatrice di Tenda era impegnata in opere di assistenza, Facino si fece proclamare dai suoi uomini Signore locale a compenso delle paghe arretrate dovutegli dal Duca di Milano e, per accattivarsi il favore popolare, fece portare da Alessandria imponenti scorte di farina e frumento. Lasciata poi la città e superata la Lomellina, riprese in Piemonte la lotta contro i Guelfi insorti durante la sua assenza.
Alla morte della Duchessa Caterina, sostenne le rivendicazioni di Giovanni Maria Visconti in danno del Malatesta e di Giovanni da Vignate; ma, in marcia verso Milano, assediato ad Erba, rinunciò all’ impresa.

Anche il 1405 fu un anno movimentato: armatosi con Teodoro di Monferrato contro Francesco Barbavara, il Condottiero contrastò i filofrancesi Rizzo dal Pozzo e Domenico Trotti; negoziò un anno di tregua col Maresciallo Jean Boucicaut; ottenne dal Duca di Milano il feudo di Galliate; prese Piacenza con Francesco Visconti ed il Terzi, espellendone il Malatesta che l’aveva occupata; sottoscrisse un accordo quinquennale col Conte di Savoia ed il Principe di Savoia-Acaia; s’insignorì di Alessandria, di cui fu designato Prefetto; sostenne Teodoro di Monferrato contro il Conte di Savoia, favorendolo nell’acquisto di Vercelli; incontrò sotto Brescia Pandolfo Malatesta e concluse trattative con i Guelfi di Milano.

Nel 1406, incaricato con Giorgio del Carretto di determinare la dote della figlia del Marchese del Monferrato, destinata sposa a Filippo Maria Visconti, fu infeudato della Contea di Biandrate. Nella Pasqua di quell’anno irruppe in Piacenza e ne cacciò il presidio ducale, facendosi proclamare Signore della città prima di condurre incursioni in area bergamasca e di costringere Giovanni Maria Visconti a ricorrere all'aiuto del dal Verme e di Carlo Malatesta per arginarne lo strapotere: Governatore del Ducato, quest’ultimo emanò un decreto di veto a militare nelle sue compagnie, pena la confisca dei beni ed il bando.

Nel 1407, con Gabriele Maria, Francesco ed Antonio Visconti, Facino prese Cassano d'Adda e marciò su Milano, della quale riuscì a farsi nominare Capitano generale. Il dal Verme, allora, ormai dichiarato nemico del Duca, unitosi al Terzi, ai rinforzi del Malatesta, alle truppe del Gonzaga e ai reparti della Serenissima e del Cardinale Baldassarre Cossa, lo sfidò in battaglia a Morimondo: Cane fu messo in rotta e mille dei suoi uomini caddero in mano nemica. Successivamente, impedito dall’entrare in Pavia, interdettagli da Filippo Maria Visconti, riparò ad Alessandria ed avviò le sue truppe a Biandrate per sfidare Amedeo di Savoia: accettata la tregua, abbandonò il territorio e saccheggiò la Lomellina, respingendo i Viscontei a Bosco Marengo e facendone giustiziare i prigionieri.

Nel 1408 l’obiettivo fu ancora Milano, dalla quale si era definitivamente allontanato il dal Verme: a fronte dell’assedio di Busto Arsizio, il Duca emanò un nuovo editto contro quanti avessero militato nelle sue fila. Sprezzante della disposizione, Facino espulse da Como il Podestà Malatesta ed assunse la Signoria cittadina; tentò di occupare Vigevano; mise a sacco Novara ed infine circondò la capitale ducale. Solo l’anno successivo intavolò trattative con Giovanni Maria Visconti che lo ingannò alleandosi col Boucicaut, Governatore francese di Genova.

Furibondo per la beffa, il Cane occupò Alessandria e marciò su Pavia accampandosi sotto il castello nel quale si era asserragliato Filippo Maria. Contro di lui mossero Carlo e Pandolfo Malatesta ma, col sostegno dei Ghibellini, di Astorre Visconti e del Marchese del Monferrato, l’irriducibile Comandante affrontò il nemico a Rovegnate: dopo un furioso ma breve combattimento, le parti si accordarono contro l’incombente occupazione francese del capoluogo lombardo. Tuttavia, conquistata Melegnano, Facino assediò Milano col pretesto di recuperare un credito di cinquemila fiorini per paghe arretrate. Acquartieratosi verso porta Ticinese, ripiegò poi su Magenta con Teodoro di Monferrato, prima di aprire negoziati col Duca: infeudato di Varese e di aree minori, alla firma della pace pretese l'espulsione dei Consiglieri ducali e di tutti i Francesi; ma il ritiro dei Malatesta, lo obbligò a confrontarsi con il Boucicaut che prese Piacenza.

Il pugnace Cane, allora, volse verso Genova con il Monferrato, i Doria e gli Spinola: la città insorse e fu assassinato Ugo di Cholet, Luogotenente del Governatore: se al Marchese di Monferrato fu ceduto il governo locale, al Condottiero furono offerti tremila fiorini per lasciare il territorio. Parallelamente, Boucicaut entrava in Milano ma, informato delle circostanze verificatesi nel capoluogo ligure, si decise a liquidare una volta e per tutte l’avversario: lo scontro avvenne tra Sale e Frugarolo ed i Francesi furono sconfitti a Gavi. Solo l'intervento di Andrea Malatesta, tornato al governo ducale, consentì ai Transalpini di riacquistare il controllo di Genova.

A Vigevano, intanto, Facino accettava da Giovanni Maria Visconti il Governatorato revocato allo stesso Malatesta. Entrato solennemente in Milano, saldò le sue imprese ad iniziative sociali e politiche di grande portata: incoraggiò il commercio e riformò il corso delle monete; ma la imposizione di nuove tasse alimentò un fronte di malcontento degenerato in quella congiura cui aderì il Duca medesimo. Al mattino del 4 aprile del 1410, invitato nella residenza di Giovanni Maria, Facino scampò ad un agguato riparando rocambolescamente nella Curia. Subito dopo, alla testa dei suoi fedelissimi e protetto dal Capitano Giorgio Valperga, raggiunse il castello di Rosate e si vendicò del Visconti irrompendo su Pavia – feudo di Filippo Maria- e ponendola al sacco. Nel gennaio del 1411, prigioniero nel suo stesso palazzo, il Duca si arrese e accettò di cedergli il controllo dell’area.

Di fatto, tenendo prigionieri i due fratelli rispettivamente a Milano e a Pavia, pur non proclamandosene titolare, Facino divenne padrone assoluto della Lombardia. Carlo Malatesta ed Andrea da Baggio, entrambi estranei al fallito complotto, si adoperarono per la sua riconciliazione con i Visconti, favorendone l’elezione triennale al ruolo di Governatore. Ma l’irrequieto Condottiero non smise di imperversare sul territorio: accettata la pace anche con Giovanni Piccinino Visconti, Astorre Visconti ed il Colleoni e, pronto a trattare anche con i Francesi, cercò di recuperare Melegnano ancora controllata da Filippino, Antonio e Maffiolo di Desio, alleati al Malatesta; fece accusare di tradimento i tre fratelli; gli confiscò i beni e li mandò alla forca; poi, sostenuto da Castellino Beccaria, entrò in Pavia e la devastò orrendamente obbligando Filippo Maria a riconoscere la sua autorità.
Nel 1411, in un crescendo di attività militari, irruppe nelle terre del Conte di Savoia; con Bernabò Carcano, espulse da Cantù Giovanni Piccinino Visconti, rifugiatosi a Monza presso Astorre; contrastò il Malatesta; acquistò dai Francesi Gavi e Montaldo; attaccò lo stesso Astorre; impose al Capitano Generale del Piemonte Enrico di Colombier di restituire la val d'Ossola; fece decapitare Viviano, Gabriele e Cristoforo Guasco; si offrì ai Veneziani contro gli Ungari dell'Imperatore Sigismondo; batté il Malatesta a Quinzano.

Nel 1412 occupata Melegnano, nella quale insediò come castellani Giovanni Tornielli ed Urbano di San Luigi, solidalizzò con i Boccacci ma fu respinto dai Guelfi accorsi dalla val Brembana in aiuto di Bergamo: mentre si accingeva ad entrare nella città, un violento attacco di gotta lo aggredì. Trasportato con urgenza a Pavia, vi si spense poco dopo avere appreso dell’assassinio del Duca Galeazzo Maria, cui subentrava il germano Giovanni Maria: sul letto di morte, Facino raccomandò la moglie quarantenne al Primate di Milano Bartolomeo Capra: era il 16 maggio.

Il Cane mancava nel momento in cui il suo ruolo politico era cruciale alle sorti dell’intera regione. Astuto; brutale; ardente e fazioso ghibellino; crudele, ma anche generoso con i suoi uomini dai quali era amato e temuto, egli fu certamente il più celebre dei Capitani di Ventura del suo tempo, per coraggio, competenza militare e ricchezza.

La sua vedova sposò il ventenne Filippo Maria, cui portò in dote quattrocentomila fiorini, le truppe del coniuge, la Lombardia occidentale ed il Piemonte orientale; ma le nozze si conclusero drammaticamente: nel castello di Binasco, Beatrice di tenda fu assassinata per adulterio col presunto amante Michele Orambello, su ordine del secondo marito.

La saga braccesca s'era conclusa.

Bibliografia: