Personaggi

Federico I di Hohenstaufen

di Ornella Mariani
Federico I di Hohenstaufen
Federico I di Hohenstaufen

Il duomo di Colonia ha come nome ufficiale Chiesa dei Santi Pietro e Maria, ovvero Hohe Domkirche St. Peter und Maria, con le sue grandiose torri cuspidate ed altre centocinquantasette metri.

La sua costruzione, che impegnò ben seicento anni di lavori, iniziò nel 1248, quando il Primate Corrado di Hochstaden posò la prima pietra mirata a realizzare il progetto di Mastro Gerardus e deputata ad ospitare, fra i vari capolavori artistici, la suggestiva Arca dei Re Magi alloggiata dietro l'altare maggiore e, secondo la leggenda, custode delle ossa dei tre Sovrani.

Si tratta di una straordinaria testimonianza dell'arte orafa del XII secolo: il sarcofago è interamente coperto da argento dorato e centinaia di pietre preziose.

Si vuole che, nel 343, Sant’Eustorgio si recasse a Costantinopoli per ricevervi l’Investitura a Vescovo di Milano e ne tornasse con questa imponente e preziosa reliquia donatagli dall’imperatore ed esigente il traino di quattro buoi.

Una volta a Milano, essi non vollero camminare ancora ed il Primate ne dedusse l’indicazione a collocarle nella locale cattedrale.

Così, la basilica milanese del Santo sorge in quel punto ed un capitello ne testimonia la Storia.

Alloggiati in una apposita cappella, i sacri elementi vi restarono fino al 1162 quando, messa a sacco la città, Federico I ne fece bottino e li donò all’ Arcivescovo di Colonia Rainaldo di Dassel.

Era il primo atto col quale il controverso Imperatore separava la propria religione dalla propria profonda religiosità, mentre la Chiesa coniava per la sua Dinastia la definizione Genus Persecutorum.

Che fosse o meno una Genia di Persecutori, resta ancora avvolta da un’aura romantica la vicenda sua e dei discendenti, accomunati da un unico drammatico destino prodotto da sanguigna e ambiziosa passionalità. La stessa con la quale, nella prospettiva di un Impero che avesse caratteri ecumenicità, egli aveva voluto dalla bellissima seconda moglie Beatrice di Borgogna undici figli, dei quali pianificò nozze di prestigio, destinandoli ad unioni in linea con la grandiosità delle sue ambizioni. Tuttavia, la tragedia gravò su quella nobile stirpe, poiché tutta la prole maschia morì dopo di lui, in singolare e rapida successione: il Duca Federico di Svevia stroncato dalla peste nel 1191, durante l'assedio di Acri; Corrado di Rothenburg nel 1196, nel corso di una spedizione militare nell'Alto Reno; il trentaduenne Enrico VI forse avvelenato a Messina, mentre era impegnato a rendere ereditaria la dignità imperiale; il trentenne Ottone di Borgogna a Besançon nel 1200; Filippo assassinato a Bamberga nel 1208.

In definitiva, fra il 10 giugno del 1190 ed il 21 giugno del 1208 l’edificio familiare staufico crollò, trascinando nella deriva la lungimirante visione dell’ Impero.

Altrettanto rapidamente furono liquidati i nipoti ed i pronipoti, da Federico II ai  suoi sette eredi, fino all’ultimo rampollo Corrado V, a conferma del  fallimento politico e dinastico degli Hohenstaufen.

Alto; avvenente; dotto; avido di gloria e non di ricchezze; forte nel corpo e nello spirito; appassionato Mecenate; valoroso Combattente; impetuoso e coraggioso Condottiero; fine Statista, malgrado il temperamento sanguigno; implacabile con i Nemici e generoso con gli Amici; riflessivo, lucido e tenace, pur con tutte le turbolenze del suo governo Federico I si consegnò alla Storia come simbolo di fede e di pace; come incarnazione dell'ideale cavalleresco dell'epoca e come uno dei più grandi Sovrani tedeschi, tenendo sempre vivo in sé il più alto concetto dell'autorità conferitagli dai Principi tedeschi e dei doveri ad essa connessi: reputava primo obbligo del Suddito l'obbedienza, ma primo dovere del Re la Giustizia, in una corretta manifestazione di imparzialità ispirata a Carlomagno.

Il suo enorme limite, tuttavia, stette nella incapacità a cogliere il mutamento del modello italiano post/ottoniano e nel conseguente tentativo di realizzare un Impero a modello di quello universale romano cui rimediò, alla fine del mandato, partecipando alla crociata: un'iniziativa che gli consentì di cancellare anche l'umiliante scacco subìto a Legnano, ove la resistenza lombarda mutò il corso degli assetti politici italiani, con ripercussioni tanto ampie da segnare anche i secoli successivi.

Quando comparve sulla scena politica tedesca, nel perdurare del mandato di Corrado III, le sue doti erano già note: nel corso della seconda campagna santa, partita da Metz e tragicamente conclusa sul Bosforo a causa dell'ambiguità del Basileus d'Oriente Emanuele Comneno, egli s'era assai distinto ed era già stato deputato dal destino a restituire il Sacro Romano Impero al suo splendore.

Nel 1152, infatti, ben consapevole che la Germania era gravemente lacerata da lotte fra Feudatari e squassata da sussulti politici e contrapposizioni religiose; che la Corona ne era indebolita sul piano politico ed istituzionale; che una Reggenza per il figlio di otto anni non avrebbe retto l’onda d’urto di una guerra civile; che la stabilità dello Stato esigeva un uomo di spessore, sul letto di morte l’Imperatore Corrado III indicò alla successione il nipote Federico I di Hohenstaufen, anche in omaggio alla norma introdotta già da Corrado I, secondo la quale nel rinnovato edificio politico i Principi Grandi Elettori designassero l'erede al di fuori della trasmissione parentale.

Il Designato aveva trenta anni; disponeva di un’ampia esperienza militare e aveva l’enorme vantaggio di esser figlio di padre ghibellino e di madre guelfa: incarnando le speranze di una definitiva conciliazione fra le parti, egli srotolò la propria vicenda politica le cui remote radici affondavano in un borgo del Wurttemberg, fra il Giura svevo e le sponde del fiume Neckar, sede della gloriosa stirpe degli Staufen o Staufer, fondata verso il 1094 da Federico, Signore del Büren.

Il prestigioso passato della Famiglia aveva avvalorato la suggestiva convinzione popolare tedesca che solo la Regia Stirps dei Waiblingen, sintesi del nobile sangue carolingio e salico, potesse esprimere autorevoli titolari al seggio imperiale. Essi erano, tuttavia, impegnati da cinque lustri in una sanguinosa faida con i Welffen ed avevano coinvolto ampie aree del territorio: da una parte, la Baviera e la Sassonia, allineate col Papato; dall'altra la Franconia e la Svevia, partigiane dell’Impero.

Federico avrebbe pacificato la Germania, portando in sé la cultura ghibellina paterna e la tradizione guelfa materna.

L’eredità raccolta richiedeva energico impegno: gli fu subito chiaro che Wein, weib e würfel (n. d. A.: vino, donne e gioco), il motto tedesco di quei secoli ammantati da superstizione e da apocalittiche visioni dell'esistenza; da brutali faide fra Nobili; dalla imponente sperequazione sociale; dalla decadenza morale del Clero, non sarebbe stato sufficiente ad esorcizzare la rovina materiale e spirituale di cui il suo Paese e l'intera Europa erano preda.

Consolidato l’enorme patrimonio attraverso lasciti e donazioni di Notabili desiderosi di garantirsi un posto in paradiso nell'imminenza della non intervenuta fine del mondo, la Chiesa aveva infatti smarrito ogni credibilità: il suo ruolo era offuscato dalla scandalosa condotta dei suoi Rappresentanti; dalla presenza di concubine nei Sacri Palazzi; dai figli illegittimamente concepiti da Papi nepotisti, mondani ed avidi di ricchezza conseguendone, da parte della Comunità cristiana, un sostanziale discernimento fra religione e fede ed una separazione di competenze, valori e confini spirituali scantonanti nelle eresie maturate fra il XI ed il XII secolo, vuote di contenuto ideologico, ma pregne di accorati richiami al Vangelo.

Non di rado, tuttavia, gli stessi alfieri della moralizzazione: Abelardo, Arnaldo da Brescia, Bernardo di Chiaravalle, pur lottando la corruttela degli ambienti ecclesiali, finirono col difenderne la condotta e gli interessi fornendo alla Curia Romana, minacciata nella sua potenza dalla dirompenza imperiale, il pretesto per spostare il terreno di scontro sugli aspetti politici legati alle Investiture.

In quell'arroventato clima, pur se animate dalla tensione espansionistica più che dall'ardore evangelico cui pretendevano di ispirarsi, le Crociate si posero come strategia funzionale all’unità delle Parti sfiancate e come elemento di riscatto mirato alla pacificazione d'una Europa frantumata in Marche, Principati, Ducati, Contee, Feudi e Comuni sui quali i Papi esercitavano il proprio peso impugnando con determinazione l'arma del Verbo.

Contro tanto diffuso malessere sociale, pertanto, a diciassette giorni dalla morte di Corrado III, i Principi Grandi Elettori Tedeschi riuniti a Francoforte il 4 marzo del 1152 ne ratificarono le volontà chiamando lo Staufen al trono; investendolo del titolo di Re; incoronandolo in Aquisgrana il 9 marzo successivo presso la tomba di Carlo Magno: quella elezione, pertanto, nel nesso di continuità carolina, sembrò foriera di un’era di pace e spianò la via ad una nutrita serie di provvedimenti mirati a restituire ordine all’Impero.

Fu Ottone di Frisinga a conferire all’accordo convenuto con i Guelfi un epocale significato storico, ascrivendo analogo valore, nel 1153, all’intesa raggiunta a Costanza con Eugenio III.

Innanzitutto, Federico si riavvicinò al guelfo cugino Enrico il Leone; lo infeudò della Sassonia e gli concesse la dignità ducale della Baviera, che tolse ai potenti Babenberg in cambio della Marca austriaca; poi investì Welff VI della Toscana, di Spoleto e dei territori matildini; inoltre consolidò il proprio dominio in Franconia, riservandola a se stesso; infine, sposando Beatrice di Borgogna, affermò il proprio prestigio anche in quell’area, estendendolo a tutta la Germania meridionale.

Fatti valere i diritti e le prerogative della Feudalità laica, si avvalse delle risultanze del Concordato di Worms occupandosi della nomina dei Vescovi, così conferendo alla Chiesa germanica un carattere nazionale che la rendesse incline alla Monarchia.

Su queste basi pensò di rafforzare la posizione imperiale anche in Italia, ispirando la propria attività a Costantino, a Giustiniano, a Carlo Magno e ad Ottone I, dei quali si ritenne erede.

Così, il Regno trovò in lui la risposta alle attese di Popolo, Clero ed Aristocrazia attraverso un carisma ed un’energia pari a quelli esibiti da Enrico l'Uccellatore.

Appena insediato, nella prima Dieta celebrata nel maggio del 1152 a Merseburg, pose fine alle guerre dinastiche della Danimarca infeudandola al Re Sweyn III; assegnando Principati a Knud e Waldemar; facendo valere la propria sovranità sulla Boemia. Poi, promise al vecchio nemico Berthold of Zahringen di appoggiarlo nella rivendicazione della Borgogna. Infine, scrisse al Papa un impegno a difendere ...la Chiesa cattolica nella sua dignità e nei suoi privilegi....,  nel fermo proposito di assumere una egemonia da realizzarsi con anche ...l'aiuto di Dio..., precisando il ruolo delle due sole potenze deputate a governare il mondo: ... l'autorità sacra dei Pontefici ed il potere dei Re....

Il testo, nel quale Federico non faceva alcun riferimento alla sua pur imminente discesa in Italia, inquietò Eugenio III che, incassato il colpo, inviò le proprie congratulazioni a Würzburg, nella assise imperiale di ottobre, ma anche una accorata richiesta di aiuto: da una parte occorreva ricondurre all’obbedienza Roma, contaminata dall’eresia di Arnaldo da Brescia, dall’altra e con cautela, ridimensionare il minaccioso Imperialismo imperiale, in contrasto con i  principi teocratici e con le aspirazioni autonomistiche dei Comuni del Regno d’Italia che, ormai da più tempo, esercitavano sovranità locali come l’elezione dei Magistrati, l’amministrazione delle imposte e il diritto di guerra.

Analoga condotta era tenuta dai Normanni di Sicilia, considerati dallo Staufen degli Usurpatori, e dall’Impero d’Oriente che guardava alle evoluzioni politiche europee, ravvisando nel movimento crociato un tentativo di occupazione delle sue aree.

In quel clima avvelenato da sospetti diffusi, la priorità riguardava comunque l’Italia ove si accentuava il frazionamento dei poteri contro la graduale stabilizzazione di tutte le realtà nazionali europee, tese a darsi un assetto politico e territoriale propedeutico alla formazione degli Stati Nazionali.

La penisola, unica via di accesso e di scambio europeo con i porti del mar Nero, dell'Egitto, della Siria e dell'Asia Minore, viveva una favorevole congiuntura economica: la decadenza della politica araba, in aggiunta ai fermenti economici scaturiti dalle Crociate, aveva consentito alle Città Marinare di sfruttare le nuove condizioni commerciali, mentre le città interne intensificavano il commercio di transito.

Proficui traffici di seta, lana e metalli avevano incrementato capitali e sviluppato l'Artigianato, montando il volume dell'industria e della produzione terriera, derivandone un incisivo potere monetario delle città di Firenze, Siena, Pisa, Venezia e Milano ed una significativa crescita delle regioni meridionali amministrate da una Monarchia accentratrice, protesa verso l'Africa e l'Epiro. Alla circolazione del denaro, peraltro, aveva fatto seguito l'insorgenza di nuovi Ceti sociali; di nuovi rapporti giuridici; di conflitti fra le città ed il contado; di lotte delle città coi Vescovi; di rivalità egemoniche delle città fra loro; di duri contrasti, infine, fra fazioni interne alle stesse città nei territori a Nord di San Pietro, ovvero giuridicamente nel Regno d'Italia ove sempre più debole si faceva l'Autorità imperiale.

Proprio il Regno d'Italia, parte cruciale al Sacro Romano Impero, era venuto in definitiva trasformandosi in campo di esazione di tributi; in via per l'Oriente e, infine, in terreno di scontro dei Papi, sottesi ad affermare i diritti della Potestà civile universale.

La frantumazione sociale e politica della Penisola, motivata dall'assenza di omogeneità etnica e di sentimento nazionale, indusse Federico, incapace di ammorbidire le proprie pretese, a ritenere di poter ricorrere all'uso della forza per affermare il proprio ruolo.

Sullo sfondo delle aspre frizioni col Papato, però, altri complessi nodi condizionarono le ambizioni di Federico I: la Monarchia tedesca, diversamente da quella siciliana, era itinerante; disponeva d'una amministrazione centrale inadeguata e d'una legislazione tanto aggrovigliata e confusa, nella mescolanza di consuetudini romane e germaniche, da risultare soccombente rispetto alle ambizioni autonomistiche di Milano e dei Comuni Lombardi.

Nel corso dei trentatré anni in cui ebbe netta in sé la certezza della Traslatio Imperii, egli scese sei volte in Italia, per ripristinarvi l'ordine e sedare le ribellioni, finché a Legnano, il 29 maggio del 1176, la coalizione delle città libere italiane, col sostegno del Papa e dell'Imperatore di Costantinopoli, umiliò le sue velleità ed i suoi Eserciti.

Egli aveva ignorato che alle spalle della sua ascesa al trono, un importante evento aveva mutato il volto dell'Europa: un movimento riformistico, sorto nel X secolo nell'abbazia di Cluny e ramificatosi in Italia e Germania, si era battuto con impegno per ricondurre la Chiesa agli antichi ideali ed affrancarla dalla simonia e dalla diffusa pratica del concubinato.

Nel 1056, poi, in coincidenza con la morte di Enrico III il Nero, che aveva esteso l'autorità germanica su Borgogna, Ungheria, Polonia ed Italia e che aveva posto fine all'età ferrea del Papato, era maturato il contrasto fra esso e l’Impero: i Pontefici si erano sganciati dalla soggezione agli Imperatori e, attraverso Niccolò II, autore di un rigido Neoriformismo, nel 1059 erano maturate posizioni spiccatamente teocratiche, ratificate dal Terzo Concilio lateranense: elezione autonoma del Primate ed egemonia assoluta e potere universale della Chiesa, con diritto di giudicare e deporre i Sovrani. Princìpi poi riconfermati da Gregorio VII, il quale avviò il furioso conflitto fra Potenze col Sinodo del 1074, rilanciando il programma di riforme di Niccolò ed eccitando il Popolo contro il Clero concubinario e col Sinodo del 1075 dichiarando decaduto l'Imperatore Enrico IV.

La lotta era continuata implacabile con i Successori Urbano II e Pasquale II, il quale concluse con l'Imperatore Enrico V il trattato di Sutri del 1111: la Chiesa avrebbe restituito tutti i feudi e i privilegi ottenuti da Carlo Magno in poi e l'Impero avrebbe rinunciato al diritto d'Investitura.

L'accordo fu poi revocato dalla durissima opposizione di gran parte dei Dignitari ecclesiastici ed anche il nodale Concilio di Worms del 1122, più che una pace si rivelò una tregua al cui interno agli Imperatori veniva riconosciuto il controllo della sfera temporale ed ai Papi la competenza sulle vicende spirituali, cui erano ancorate le crociate.

Si era trattato di un tentativo di affrancarsi dalla debolezza causata dal Grande Scisma del 1054 e di porre, attraverso un'ascensione politico/ecclesiastica, il Papato alla testa della Cristianità armata.

Al concilio di Worms, aveva fatto seguito un trentennio di tregua enfatizzato dall'alleanza di Lotario II col Papato, contro i Normanni di Sicilia. Poi, nel 1143, la costituzione del Comune di Roma, contro Innocenzo II ed i suoi successori, rese i Papi spesso transfughi e per tre secoli sottrasse alla Chiesa il controllo completo della città.

In questa prima fase di conflitti sociali, Federico I per due volte sfidò duramente la Curia Romana: sostenendo il Papa scismatico Vittore IV contro il legittimo Alessandro III; puntando all'asse siculo/tedesco, attraverso le nozze del figlio Enrico VI con la normanna Costanza d'Hauteville.

Così, il suo mandato fu caratterizzato da insistenti turbolenze: le preclusioni manifestate nella Dieta di Roncaglia, circa la nomina dei Consoli cittadini; il rifiuto di apertura a qualsiasi rivendicazione comunale; lo scontro aperto con la Chiesa e l'appoggio incautamente fornito all'antiPapa Vittore IV; la profonda avversione e diffidenza per i Bizantini, maturate durante la giovanile esperienza di Crociato; l'insanabile e rinnovata rivalità col cugino guelfo Enrico il Leone, sostenuto da vari strati sociali della Germania, furono l'humus della sua complessiva disfatta.

Nel giro di sette anni, la sua sconfitta militare si sarebbe trasformata in fallimento anche politico: costretto a riconoscere la legittimità della Lega Lombarda; ad accettare l'elezione autonoma dei Magistrati nei Comuni; a concedere una serie di privilegi e libertà limitanti il suo potere al solo d'Investitura, egli dovette prendere coscienza che a Costanza era venuta affermandosi la presenza di Ceti nuovi, ingovernabili col ricorso alle armi: Borghesia e Popolo, in grado di piegare la sua volontà e di opporsi con determinazione alle sue prescrizioni, fino a rimpiazzare il Regno d'Italia con la realtà comunale, autonoma in termini politici, amministrativi ed economici.

I suoi propositi espansionistici, tuttavia, non vennero ridotti dalle proporzioni pur ampie di tali eventi: Federico avrebbe accettato il verdetto delle controparti e sostituito la politica della forza con quella della duttilità, badando a tenere coese le alleanze italiane col Marchese di Monferrato, in Piemonte; col Patriarca di Aquileia, in Veneto; con la Grande Feudalità, in Toscana ed a Spoleto.

In definitiva: consapevole fin da subito che la forza centrifuga delle diverse tradizioni interne all'Impero non avrebbe consentito l'esercizio di un metodo uniforme di governo; animato da temperamento geniale, ma ruvido ed ostinato; perseguendo un'idea di Stato ispirata al diritto romano e giustinianeo, Federico fissò come obiettivo politico il conseguimento dell’incoronazione imperiale per estendere autorevolezza sull'intera Cristianità; per pacificare la Germania; per riaffermare l'autorità germanica in Italia, ma entrò in rotta di collisione con la Chiesa, la cui visione cesaropapista era stata solo parzialmente ridimensionata dal concordato di Worms: prima per l'uso del termine Beneficium; poi per la formula del Sacratissimum Imperium: persuasa della condizione di feudalità dell'Impero, la Curia capitolina riteneva che l'Imperatore le fosse Vassallo.

Al contrario, applicato al proprio ruolo lo jus latino equivalente al concetto di derivazione del potere direttamente da Dio, egli intese rivendicare la sacralità delle proprie funzioni definendosi Christus Domini.

In questa prospettiva, quale prosecutore della legislazione imperiale romana, fece inserire nel Codice giustinianeo e nelle Sacrae Leges una Lex Sacra a favore dello Studium di Bologna e, proprio in funzione delle leggi romane e per la volontà elettiva espressa dai Principi, confortato dalla convinzione della propria assoluta supremazia quale esito di divina autorità, respinse fin da subito ogni ipotesi di subordinazione ai Papi.

Sulla base di tanto e del diritto alla titolarità del retaggio costantiniano, elaborò la propria strategia politico/militare, puntando al conseguimento di quattro obiettivi: dominare la Germania; piegare la ribellione dei Comuni italiani, soprattutto nella turbolenta Lombardia; conquistare il Regno normanno di Puglia e Sicilia; imporre ai Comuni Italiani l'esazione di tributi, regalie ed approvvigionamenti, in un colpo fondendo la legislazione antica con quella ottoniana.

Adottata una politica di larghe intese con la casa guelfa, tese al rafforzamento del proprio potere in Svevia e Franconia, contando sui forti legami e sulle lucide mediazioni della moglie su quel territorio.

Fornito di alleanze sicure anche in Germania meridionale, prese presto ad ignorare le prescrizioni di Worms, entrando nel merito delle nomine dei Vescovi tedeschi e di fatto dando vita ad una Chiesa nazionale germanica e, in omaggio all'ambizioso proposito di restaurare l'antica potenza imperiale, si avvalse della consulenza di Giureconsulti di Bologna dai quali attinse le norme romane utili all'instaurazione del governo assoluto e, meglio, alla certezza d'essere egli stesso forza di legge su tutti i Principi d'Europa.

Fatta valere la propria autorità in Polonia, Ungheria, Danimarca e Boemia; definiti con sprezzo i Sovrani d'Inghilterra e Francia Re delle Province e, come tali, a lui in subordine; adottato un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti dell'Imperatore d'Oriente e dei Normanni di Sicilia, considerati degli Abusivi in forza della convinzione che anche il Sud appartenesse all'antico Regnum Italicum, attese alle vicende italiane.

Il suo spavaldo atteggiamento urtò la Chiesa, esaltata dalla Teocrazia di Gregorio VII; indispose la Corte sicula; irrigidì l'Imperatore d'Oriente; allertò i Comuni d'Italia, appropriatisi di prerogative imperiali e, di conseguenza, nel tempo, la complessiva freddezza delle Parti politiche internazionali spogliò di grandiosità i suoi progetti.

Alla fine, di fatto, egli non riuscì a piegare i Principi Europei; non tenne testa ai Normanni; non fu in grado di condizionare la Chiesa; non ebbe sufficiente forza per contrastare i Comuni nei quali, favorendo un ampio fronte di coalizione, consolidò una irriducibile sete d'indipendenza e suscitò una incontenibile smania antitedesca.

Nella primavera del 1153, comunque, a Costanza il Sovrano dette corpo alle promesse stipulando un accordo fra Chiesa e Corona: in esso, obbligandosi a difendere l'onore, i diritti e i possessi ecclesiali, egli si impegnava a non riconciliarsi con i Normanni senza il previo assenso papale; a respingere i tentativi di invasione bizantina dell’Italia; a sottomettere Roma all'autorità del Papa che, per contro, gli avrebbe conferito la corona imperiale e avrebbe scomunicato chiunque gli si fosse ribellato.

In realtà, gli premeva ottenere l’annullamento del matrimonio sterile contratto nel 1147 con Adelaide di Vöhburg e sostituire con elementi di sicura fedeltà, pezzi ingombranti dell’Episcopato tedesco.

In quei giorni, fu raggiunto dai lodigiani Albernardo Alamano e Mastro Omobuono, che lo scongiurarono di liberare la città dalla tirannica oppressione di Milano. Commosso, inviò immediatamente in Italia il Fiduciario Sicherio con un decreto in cui si intimava ai Consoli milanesi di restituire a Lodi privilegi e libertà; ma, quando il Legato dette lettura di quelle prescrizioni, la reazione del Gran Consiglio fu durissima: il Popolo insorse; l’Ambasciatore riuscì a stento a salvarsi dal linciaggio; il documento fu sprezzantemente strappato.

Si trattò di una tacita dichiarazione di quella guerra formalizzatasi a Roncaglia nel 1158, quando con la emanazione della Constitutio de regalibus ed i fondamenti giuridici elaborati da Giureconsulti dell’Università di Bologna, il Barbarossa ristabilì i diritti usurpati dai Comuni alla tiara italiana, intrinseca a quella germanica.

Milano si rese capofila di quella ribellione che, nel 1163, dopo la nascita della Lega Lombarda, appoggiata dai Veronesi e dai Veneziani, produsse la storica e drammatica disfatta di Legnano del 1176.

Il granitico fronte di ostilità antitedesco aveva coalizzato i Comuni, la Chiesa, i vari Principi della stessa Germania, il Basileus bizantino e il Re normanno di Sicilia.

Fu solo nel 1177 a Venezia, che il conflitto cessò e la tregua fu ratificata dalla Pace di Costanza del 1183.

Cominciò nella Dieta di Costanza del marzo del 1153, quando Federico ospitò anche i Legati di Eugenio III, avendo come obiettivo il consolidamento dei propri diritti in materia di elezione dell’Episcopato tedesco e l’amicizia della Chiesa in cambio dell’incoronazione imperiale.

L'8 luglio successivo, sfidandone l’autorità, i Milanesi lacerarono le prescrizioni.

Parallelamente, si spense Eugenio III cui, quattro giorni dopo, successe Anastasio IV, al secolo Corrado della Suburra.

Anziano e mite, consapevole d’essere un Papa di transizione, egli attese che il Sovrano placasse le tensioni romane, ma mancò il 3 dicembre del 1154, spianando la via all’inglese Nicolò Breakspear: l’energico Adriano IV, ovvero l’uomo dal quale si attendeva il riscatto della Chiesa.

In quella fase primeggiava a Roma il monaco ribelle Arnaldo da Brescia, capo ed ispiratore d'una sollevazione popolare di tipo repubblicano.

Fermenti e tensioni civili, dopo la morte di Eugenio III e dopo il breve pontificato di Anastasio IV, avevano insanguinato la città e il clima di ribellione e rivolte esasperate da Arnaldo poneva in pericolo tutte le Istituzioni religiose, con gravi pregiudizi sociali e politici.

La situazione si aggravò quando il nuovo Papa cacciò i Deputati del Popolo, esigenti la cessione dei diritti sovrani: la reazione popolare provocò torbidi degenerati nel massacro di un Cardinale e nella sua stessa fuga ad Orvieto, donde anatemizzò l’intera città.

La circostanza che il provvedimento colpisse Roma nel corso della Settimana Santa, sconvolse i Capitolini che imposero ai Senatori di scendere a patti col Primate e di assicurargli l’espulsione immediata di Arnaldo da Brescia e dei suoi seguaci, in cambio della celebrazione dell’ufficio pasquale.

L’Eretico riparò in Val Norcia mentre l’arrivo di Federico I era imminente.

Nell'ottobre del 1154, con i Principi di Germania e Borgogna, col Conte palatino Otto di Wittelsbach e col cugino Enrico di Brunswick, egli valicò il Brennero e, dopo un breve soggiorno a Verona, a fine novembre fece quartiere a Roncaglia.

Consapevole delle difficoltà di restaurare l'autorità imperiale messa in crisi dalla provocatoria condotta dei Milanesi, che minacciavano di sottomettere l'intera Lombardia, convocò una Dieta: vi proclamò un Editto di pace, ma non trascurò di emanare draconiane sanzioni contro chiunque avesse sfidato la sua autorità. A fronte, poi, delle lagnanze denunciate dai Signori di feudo e dai Comuni minori contro la spavalderia di Milano, emise un decreto di revoca di tutte le usurpazioni dei diritti imperiali compiute dal tempo di Enrico IV in poi; fissò con fermezza il divieto di alienazione dei feudi senza il suo previo assenso;  espropriò i beni ai Vassalli assenti; incassò i doni della Nobiltà italiana ed in particolare dei Delegati genovesi Cafaro e Ugo.

Aveva già in animo di servirsi della Flotta ligure per la spedizione contro il Re di Sicilia e. altrettanto gradita per le medesime ragioni, gli fu la visita degli Ambasciatori di Pisa.

Ricevuti omaggi e tributi, Federico accolse le lagnanze del Marchese Guglielmo del Monferrato contro le città di Chieri ed Asti.

Contro quest'ultima, anzi, parlò anche il Vescovo Anselmo che ne era stato espulso. I Consoli di Lodi, Como e Pavia, invece, denunciarono l’oppressione dei Milanesi difesi da Oberto dell'Orto e Gherardo Negro.

Non sfuggì al Sovrano che il ribelle Comune lombardo, il cui unico ed implacabile nemico era Pavia, godeva di un gran numero di piazzeforti e castelli; di formidabili Milizie; del sostegno di Crema, Brescia, Piacenza, Asti e Tortona, oltre Como e Lodi che ne subivano il giogo.

Decise di schierarsi con i Deboli, dei quali si sarebbe liberato quando avesse domato i Forti.

Nel frattempo adottò una conciliante linea di prudenza, proponendosi Arbitro fra le Parti in scontro; ordinando la immediata sospensione delle ostilità; imponendo la liberazione dei prigionieri di Pavia e trattenendo come ostaggi quelli di Milano, che consentì all’Esercito tedesco diretto a Novara il transito nei suoi territori.

Temendo il rinnovarsi dei saccheggi, la Popolazione delle contrade era fuggita con tutto quel di cui disponeva: privo di vettovaglie, Federico accusò i Consoli di aver intenzionalmente guidato le truppe in lande desolate.

Il Comune di Milano fece sapere di avere già punito la condotta degli Accompagnatori e inviarono in segno di amicizia quattromila marche, a condizione di conferma della Signoria milanese su Como e Lodi.

La proposta fu ritenuta oltraggiosa e corruttiva: dopo averla respinta, il Sovrano devastò i territori comunali; distrusse il ponte sul Ticino e inviò a Lodi un Cappellano cui, timorosi di rappresaglie, i Lodigiani negarono il giuramento di fedeltà.

I Milanesi, allora, furono citati avanti al Tribunale e, non comparsi, subirono altri scempi: fra lutti e rovine, Federico celebrò il Natale del 1154 e, ad inizio del 1155, guadato il Ticino, traversò le aree amiche di Vercelli e Torino; distrusse Cairo; avanzò su Asti, occupandola e consegnandola al Marchese del Monferrato; incendiò Chieri; infine, travolse Tortona: prima di fare uso della forza chiese agli Abitanti di abbandonare la coalizione leghista e sostenere Pavia ma, allo sdegnoso rifiuto, pose sotto assedio la città.

Era il 13 febbraio.

Milano intervenne a sostegno degli Alleati con una Legione guidata da Ugo Visconti, Giovanni Ranieri, Albertino e Roncia Casati, Ruggiero da Santa Maria e Obizzo Malaspina: insieme marciarono contro i Tedeschi.

Deciso a prendere per fame i Tortonesi, il Re divise l’Esercito in tre segmenti e, dopo aver posto i Pavesi ad Est e il Duca di Sassonia ad Ovest, si posizionò a Sud facendo scavare trincee negli spazi fra le Parti.

Dopo un mese, ormai indignato dalla oltranzista resistenza degli Assediati, ma consapevole di non poter macchiare la propria reputazione con un abbandono del campo, fece avvelenare le acque con zolfo e cadaveri: il venerdì santo ottenne richiesta di tregua dal Clero implorante pietà.

Irremovibile nel pretendere la resa trattata dall’Abate Bruno di Chiaravalle di Bagnolo, fece incendiare la città; ma i Tortonesi superstiti presero a riedificarla appena egli se ne allontanò per recarsi a Roma, dopo una trionfale accoglienza pavese ove, nella chiesa di San Michele, con enorme solennità, cinse la corona italiana.

Gli era propizia, adesso, l'occasione per intervenire sui fermenti capitolini e rilanciare ad Adriano IV il patto di solidarietà già convenuto con Eugenio III. Se il Pontefice lo avesse consacrato Imperatore, egli lo avrebbe protetto dalle tensioni del Comune; dai nuovi progetti insurrezionali di Arnaldo e dal potente e pericoloso Guglielmo I di Sicilia.

Suo proposito era di prendere Piacenza, lungo la marcia; ma la città, forte delle milizie milanesi di Porta Comacina e Porta Nuova, era tanto ben difesa che egli decise di proseguire per Bologna ove consultò i più affermati Giureconsulti esperti in Diritto romano: con puntuali argomentazioni giuridiche, essi sostennero le sue richieste circa la pretesa di Fodro e di Regalie e, in nome dell' antico principio imperiale latino, confermarono quod principi placuit, legis habet vigores.

Nei giorni successivi, superati gli Appennini, attraversò la Toscana ed incontrò i Pisani cui chiese di approntare la campagna contro i Normanni.

Il 1° giugno del 1155, a Viterbo fu ricevuto da tre Legati Cardinali: il Papa lo avrebbe investito dell’incarico imperiale, a condizione che egli giurasse di mantenere la Chiesa nel possesso di tutti i beni; di abbattere a Roma il governo repubblicano e di catturare e consegnare il transfuga Arnaldo da Brescia.

Federico incontrò Adriano IV a Sutri, l'8 giugno.

L’incontro rischiò di incrinare le relazioni diplomatiche fra Germania e Papato, poiché davanti al padiglione reale, il Primate restò in sella, in attesa che lo Staufen andasse a reggergli la staffa.

Al fermo rifiuto, smontò da solo e andò a sedersi: solo allora, il Sovrano gli si avvicinò; si chinò a baciargli i piedi e, quando si accinse a baciargli anche il viso, Adriano lo respinse platealmente per avergli negato quell’omaggio iniziale cui nessun Principe si era mai sottratto prima.

L'incidente diplomatico provocò una rissa fra Cardinali e Vassalli del Regno; la tensione dominò anche i giorni successivi e fu ripianata solo quando il Consiglio di Corte persuase il Re che tenere la staffa al Papa non costituiva una umiliazione della sua dignità, poiché l’ossequio non era rivolto alla persona fisica di Adriano ma all'Apostolo Pietro, del quale costui era Vicario.

Federico, allora, compì il gesto e ne ricevette il bacio di pace, sancito dalla sentenza di morte pronunciata in danno di Arnaldo da Brescia.

Partiti insieme alla volta di Roma, si imbatterono nei Legati del Senato romano, decisi a parlare privatamente al Sovrano: la Popolazione capitolina avrebbe conferito la corona imperiale, solo a condizione di intenzioni pacifiche poiché Roma, affrancata dal giogo papale, aspirava alla libertà e all'antica Signoria del mondo sotto la guida del novello e glorioso Augusto cui si chiedeva di giurare il mantenimento delle leggi dei Predecessori e della Repubblica e di erogare cinquemila libbre d'argento a favore degli Ufficiali deputati ad incoronarlo in Campidoglio.

Ottone di Frisinga riferì lo sdegno del Sovrano che, respinta ogni profferta, concorse a fare di Arnaldo, catturato e giustiziato, la prima vittima.

Mille Cavalieri all'alba del 18 giugno del 1155 occuparono l’Urbe e, nella stessa giornata, da Monte Mario, con il Papa; con il Corpo episcopale e con la scorta,  Federico fece ingresso nella Città eterna e nella basilica di San Pietro, ove ricevette la spada, lo scettro e la tiara imperiale.

Alla frettolosa cerimonia assistettero solo il Clero e le milizie tedesche.

L'incoronazione, effettuata contro la volontà popolare, fu percepita come un intollerabile affronto per i Romani che, accorsi al Campidoglio, la dichiararono illegittima e si armarono: l’Imperatore aveva già fatto ritorno al proprio Quartier Generale e il Papa si era già rifugiato in San Pietro quando gli ultimi Tedeschi presenti in città furono massacrati.

La vendetta fu implacabile: egli marciò su Roma ed ingaggiò un così furioso combattimento da indurre i Ribelli ad arretrare con numerose perdite.

Il giorno successivo, levò le tende e si spostò prima ad Albano e poi a Tivoli, dove il Papa celebrò la festa degli Apostoli Pietro e Paolo e dette l'assoluzione ai Soldati che tanta morte avevano seminato, al solo scopo di proteggere i diritti del loro Sovrano per il quale era giunta anche l’ora di condurre una spedizione contro i Normanni del Sud; Ruggero II era morto da un anno ed il figlio, già scomunicato, aveva delegato la gestione del governo all’ambizioso, astuto Ammiraglio Maione di Bari, contro il cui strapotere le Genti pugliesi avevano invocato l’intervento imperiale. Malgrado la situazione fosse del tutto favorevole, il Mezzogiorno non fu occupato per il contagio di dissenteria sviluppatosi tra le fila dell’Esercito tedesco:  il 27 luglio del 1155, distrutta e saccheggiata Spoleto che si era negata alla corresponsione dei tributi e arrestato il Conte locale Guido Guerra, l’Imperatore pubblicò un'ulteriore sentenza contro Milano; ma una rivolta dei Feudatari tedeschi lo spinse a marce forzate verso la Germania.

Lungo il percorso verso Nord, fece sosta ad Ancona, ove una Delegazione del Basileus Emanuele Comneno sollecitava una campagna antinormanna: egli la rinviò a data da fissare e licenziò le truppe proseguendo, con modesta scorta, verso Verona. Per insidiarne il passaggio, gli Abitanti della città gettarono sull'Adige un ponte assai debole e destinato al crollo che avvenne solo dopo il transito del convoglio.

Quando i Veronesi si posero all’inseguimento, alle Chiuse ebbero la peggio: in cinquecento furono impiccati, molti altri ebbero mozzati naso e labbra.

Prima di lasciare l'Italia, nel novembre, Milano fu oggetto di un ulteriore   provvedimento di bando dall'Impero, sottoscritto da oltre duecento Vescovi e Signori tedeschi e dai Consoli di Pavia e Novara, e della revoca del diritto di conio e di ogni altra regalia; ma, esibito sprezzo per le prescrizioni, i Milanesi seguitarono a difendere Tortona dagli assalti pavesi e a ricostruire il ponte sul Ticino.

Lasciando l'Italia, Federico portava seco un ampio ventaglio di Alleati sicuri: Pavia, Cremona e varie altre città in competizione con Milano.

Lo Svevo ignorava che, tradendo gli impegni contratti, Adriano era già sceso a patti con i Normanni e aveva già concesso a Guglielmo I di Sicilia l'Investitura del Regno, comprese Capua e Napoli; ma l’incontro germanico/bizantino di Ancona aveva assunto implicazioni di ampia portata: Roberto di Bassavilla si era impadronito della Puglia Marittima; Roberto di Capua aveva recuperato il proprio Principato; Riccardo d’Aquila aveva occupato Suessa e Teano e Andrea di Rupecanina si era impadronito di Alife. In definitiva, in settembre, la costa da Taranto ad Ancona era sotto controllo dell’Impero d’Oriente. Sicché, visti i successi e sollecitato dagli Insorti a recarsi nel Regno per riceverne l’omaggio, ritenendo ormai fuori gioco Re Guglielmo, il Primate romano vi si recò scortato da imponenti truppe mercenarie facendo sosta in ottobre a San Germano; incassando il giuramento dei Signori della Campania; proseguendo per Benevento e incontrandovi i Legati orientali con l’offerta del Basileus di una grande coalizione antimperiale e antinormanna.

A primavera del 1156, la scena mutò ancora: Guglielmo passò lo stretto e recuperò il controllo del Regno, riducendo all’obbedienza le Province ribelli a partire da Bari i cui fomentatori raggiunsero l’enclave sannita e si posero sotto la protezione papale; Riccardo di Capua fu catturato e arrestato e lo stesso Primate, tradendo la fiducia degli Alleati, firmò il Trattato di pace col Re normanno, cui conferì la consueta triplice Investitura del Regno di Sicilia con Legatia Apostolica, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua nominandolo anche Signore di Salerno, Amalfi, Napoli e degli Abruzzi ed estendendo le nomine al figlio cinquenne Ruggero.

La conciliazione col Sovrano del Sud spianò al Papa anche la via della riconciliazione con i Romani, che avevano in odio Federico di Hohenstaufen.

Si trattò, tuttavia, di falsa pace in entrambi i casi, poiché in esse affondavano i germi di una nuova guerra la cui esplosione fu imputabile proprio al doppiogiochismo di Adriano IV: se le scaramucce veronesi avevano acceso una miccia per nuove tensioni in Lombardia, la sola notizia che egli avesse tradito i patti con l’Impero facendo lega con i Normanni e con Roma, scatenò un nuovo conflitto.

Era maturato nell’Imperatore il convincimento di un ritorno in Italia.

I Milanesi, infatti, non erano limitati a sfidarne l’autorità con la ricostruzione di Tortona ma, alleatisi con i Bresciani, avevano osato punire le città a lui alleate cominciando da Pavia, che aveva allertato a Vigevano un contingente guidato da Guglielmo del Monferrato e Obizzo Malaspina.

Aprì le ostilità il Conte Guido di Biandrate, guadando il Ticino ed assediando i Pavesi che, arroccati nella stessa Vigevano, furono costretti alla resa per fame.

Milano fece sentire il taglio delle sue armi anche a Cremona e a Lodi, indifferenti agli appelli del suo Vescovo Uberto: la cittadina fu incendiata e i Lodigiani superstiti si posero sotto la protezione dei Cremonesi.

L’implacabile Barbarossa era preda della collera anche perché, alle oltraggiose iniziative lombarde, si aggiungevano notizie dei successi conseguiti da Guglielmo di Sicilia contro le Baronie ribelli della Puglia e dell’Investitura assegnatagli a Benevento dal Papa, fuori dall’assenso imperiale.

In proposito, i patti di Roma erano chiari: alcuno dei due contraenti poteva convenire una pace con un comune Nemico, senza il previo consenso reciproco.

I Normanni erano il comune Nemico.

Il Primate aveva tradito le intese.

E il peggio doveva ancora venire.

Nell’ottobre del 1157, Federico era a Besançon per prendere  possesso dell'alta Borgogna, portatagli in dote da Beatrice, unica figlia ed unica erede del Conte Rinaldo III. Ella era stata imprigionata dallo zio Guglielmo, che a quella cospicua eredità mirava. L’Imperatore se ne era eletto paladino, liberandola e sposandola nel giugno del 1156, a Würzburg. Si era trattato di una solida unione affettiva e non solo di un contratto politico, poiché dal primo giorno ella fu parte sostanziale della sua vita privata e pubblica, politica e sociale e, con la numerosa prole messa al mondo, fu presente anche nelle campagne militari.

Nel perdurare del soggiorno borgognone, egli ricevette la visita del Legato Cardinale Rolando Bendinelli, Cancelliere della Curia romana, mai immaginando la futura consacrazione papale e la lotta senza tregua che, per vent’anni, li avrebbe contrapposti.

A nome del Pontefice, il Porporato chiedeva la rimessa in libertà dell' Arcivescovo Esquilio di Luni, arrestato da Cavalieri tedeschi, e consegnava una lettera con la quale Adriano IV, fra le altre cose, gli rinfacciava d’... avergli concesso la corona imperiale e di essersi mostrato con lui arrendevole in ogni suo desiderio, ed aggiungeva che non si pentiva dei favori accordatigli, ma desiderava anzi di potergli concedere maggiori benefici, se ci fosse stato sulla terra un beneficium maggiore della dignità imperiale… sottintendendo che l'Impero era un semplice feudo della Chiesa.

La collera travolse Federico, in particolare quando, al termine della lettura,  il  Legato chiese Da chi dunque il Principe tiene l'Impero? Da chi se non dal Papa?

I Grandi del Regno reagirono solidali: il Conte palatino Ottone di Baviera gli si scagliò contro con la spada e lo avrebbe decollato, se proprio il Sovrano non lo avesse trattenuto.

Bendinelli fu immediatamente espulso dalla Germania.

L’Imperatore trasmise a tutte le città dell’Impero l’ordine di non accogliere Legati della Curia, precisando di avere ricevuto il regno e l'Impero soltanto da Dio per mezzo dell'elezione dei suoi Principi e concludendo minacciosamente … Chi ardisse sostenere che noi abbiamo ricevuto la corona imperiale quale feudo del Papa mente e contraddice alla dottrina di Dio e di San Pietro

Poi si preparò a quella seconda spedizione italiana che aveva già annunciato nella Dieta di Fulda nel marzo del 1157; convocò un’assise ad Ulma per la Pentecoste del 1158 e mandò a Verona il Cancelliere Rainaldo di Sassel e il Conte Ottone di Wittelsbach per allertare i Principi ed i Comuni amici.

A Cremona, a Ravenna, a Rimini, ad Ancona l'accoglienza riservatagli scoraggiò ed impaurì Adriano IV, che si affrettò ad inoltrare una seconda missiva per chiarire l’equivocato contenuto della precedente: con il termine beneficium non voleva intendere feudo, ma bene fattohoc enim de bono et factum est editum et dictum beneficium apud nos non feudum sed bonum factum.

Con accorta diplomazia, Federico simulò di credergli e gli replicò niente desidero al mondo di più che la pace con la Chiesa e l'amicizia con il suo capo.

Tuttavia continuò la campagna d’armamento.

Nella Pentecoste del 1158 ad Ulma si raccolsero oltre cinquantamila uomini, comandati dai Grandi dell'Impero: Laici ed Ecclesiastici. Tra essi, Vladislao II di Boemia; i Duchi d'Austria, Zaringa, Carinzia, Baviera; i Primati di Magonza, Treviri, Colonia, Costanza, Spira, Worms, Eichstàdt, Praga, Verdun e Würzburg.

Traversarono le Alpi da quattro punti diversi: Enrico d'Austria e il Duca di Carinzia, con gli Ungari, percorsero la via di Canale, della Marca veronese e del Friuli; Bertoldo di Zaringa, con i Borgognoni e i Lorenesi, tagliò per il San Bernardo; Franconi e Svevi passarono da Chiavenna e Como; Federico, alla testa dei suoi Svevi, fece la via del Brennero.

Incontrò le prime ostilità a Brescia, dove l'Avanguardia composta da Boemi fu assalita e respinta; ma superata Verona, egli assediò la città ribelle finché i Bresciani si arresero; pagarono una cospicua somma e consegnarono sessanta ostaggi, estratti fra i più autorevoli Cittadini.

Varcate le mura e riunito l’intero Esercito, il Sovrano emanò un editto sulla disciplina militare e convocò le Baronie in Parlamento, perché fosse noto che … Non la brama di dominio ci muove alla guerra, ma l'ostinazione dei ribelli. Milano vi ha tolto dalle case paterne, vi ha strappato alle mogli e ai figli e con la sua audace irriverenza ha attirato sopra di voi questo flagello. Che la città emica non creda che noi siamo passivi, né ci consideri degeneri solo perché vogliamo conservare ciò che i nostri antenati, Carlomagno e Ottone, aggiunsero ai diritti dell'Impero

Poi citò i Milanesi a comparire davanti al suo Tribunale, ma gli Oratori comunali non riuscirono a dissuaderlo: egli voleva fiaccare quel Comune che costituita il peggior esempio per le altre città lombarde e, implacabile, rinnovò il bando e ordinò la marcia su Milano.

Sul ponte di Cassano sull'Adda Vladislao di Boemia e il Duca di Dalmazia e le truppe tedesche si posizionarono: assaliti ai lati da questa schiera e di fronte dalle truppe federiciane, incapaci di far fronte ad un duplice attacco i Milanesi arretrarono su Milano.

Con qualche perdita, Barbarossa guadò il fiume; espugnò il castello di Trezzo e puntò su Castirago, dove vestiti a lutto i Lodigiani lo scongiurarono di rendergli la patria: egli li confortò e proseguì per Monte Ghezzone: a quattro miglia dalla vecchia Lodi, segnò i confini della nuova città da edificarsi e la infeudò ai Consoli locali Ranfo Morena, Lotario degli Alboni e Arcibaldo di Sommariva.

Parallelamente, chiamate dal bando imperiale, giungevano Milizie dei Conti e Marchesi di tutta la Lombardia e truppe da Pavia, Cremona, Como, Bergamo, Verona, Mantova, Parma, Piacenza, Asti, Novara, Vercelli, Ivrea, Alba, Genova, Modena, Reggio, Bologna, Ferrara, Padova, Treviso, Aquileia, Cesena, Imola, Forlì, Rimini, Ancona, Fano e alcune città della Toscana.

L'assalto iniziò per iniziativa del giovane Vassallo tedesco Echeberto che, desideroso di gloria, senza chiederne il permesso, con un manipolo di sodali assalì una porta di Milano.  Fu liquidato dopo una breve mischia con un colpo di lancia, mentre i suoi uomini venivano annientati.

La notizia giunse al Sovrano, che progettò la vendetta: una volta sotto le mura cittadine, divise l'Esercito e pose un Principe avanti a ciascuna porta, posizionandosi presso la casa dei Templari mentre Vladislao di Boemia serrava le fila a San Dionigi e l'Arcivescovo di Colonia si schierava a San Celso.

Bastò una manciata di giorni.

Il 7 settembre del 1158 Milano si arrese e nel giorno successivo ai Vinti fu imposta la sfilata fra due barriere di alabarde, picche e lance tenute in piedi e incrociate dai Tedeschi.

Il corteo era aperto dall'Arcivescovo, seguito dal Clero con le croci, dai Consoli e dai Magistrati, scalzi e in abiti da lutto, dal Popolo con la corda al collo.

I prigionieri furono liberati quel giorno stesso e sulla torre del duomo fu piantato lo stendardo imperiale, ad esaltare a fine delle libertà comunali e il ritorno della città sotto il giogo imperiale.

Dopo aver fatto solenne ingresso in Milano, Federico si recò a Monza e, infine, sciolse l'Esercito e licenziò i Principi.

Quando egli stesso lasciò la città, per attenuare l’umiliazione inflittagli baciò i più autorevoli Milanesi, congedandosi con parole ferme …nessuno dimentichi che mi si piega più con l'obbedienza che non con la violenza. Confido che da oggi in poi questa città, rimanendo sempre sulla retta via, provi non già la severità e la potenza, ma la grazia e la mitezza del suo Principe.

Lasciata la Lombardia, l’11 novembre del 1158 tenne Dieta ancora a Roncaglia, ove convennero i Grandi Laici ed Ecclesiastici italiani, i Consoli dei Comuni e quattro famosi Giuristi dello Studio bolognese: Bulgaro, Martino Gossia, Giacomo Ugolino e Ugo di Porta Ravegnana. Con il loro contributo emanò la Constitutio de regalibus e la Constitutio pacis, con le quali fissò il diritto di  regalie, di fodrum, (n. d. A.: approvvigionamento in natura di quanto necessario alle truppe imperiali in movimento) di costituzione di Ducati, Contee e Marche e di nomina dei Consoli cittadini; proibì le guerre fra città e la costituzione di Leghe; regolò le competenze nell'amministrazione della Giustizia, i termini di conio della moneta, di riscossione dei pedaggi e tasse portuali e l’esazione dei gettiti delle Miniere, delle Dogane, delle Imposte e dei Dazi.

A garanzia del rispetto delle prescrizioni, insediò ovunque un Podestà, titolare del potere amministrativo e giudiziario, scaturendone la dura reazione di Milano e Crema che espulsero Cancellieri e Governatori di sua nomina; di Genova che intensificò la costruzione delle fortificazioni e della stessa Milano, nella quale d’ordine del Sovrano s’erano recati Rainaldo di Dassel ed Ottone di Wittelsbach per abolire i Consoli. Ai due Nobili, mentre il Popolo si sollevava, presentarono risentite proteste Martino Malopera, Azzo Baltrasio e Castellino Ermenolfo, accusando l’Imperatore di aver tradito i patti del 7 settembre con i quali si lasciava ai Milanesi la istituzione consolare.

Parallelamente il Pontificato Romano, che pure aveva incoraggiato la rivolta lombarda, inasprì le tensioni accusando lo Staufen di voler imporre le proprie prerogative sui Vescovi e sulle terre pontificie, fino a rivendicare diritti anche su Roma.

La pericolosissima crisi irrigidì i rapporti fra le Cancellerie ma, all'acme del contrasto, il Papa morì: era il primo settembre del 1159.

Federico, intanto, chiese conto di quella aggressione agli Ambasciatori, ma i Milanesi ignorarono il suo invito e gli fecero sapere di non essere impegnati con chi si era reso spergiuro.

Inevitabilmente, il conflitto si riaccese.

Consapevole di non disporre di forze adeguate a ricondurre all'obbedienza la irriducibile città, il Sovrano scrisse alla moglie Beatrice e al Duca di Baviera di inviargli truppe e, nell’attesa, prese tempo per aprire a Marengo, su istanza del Vescovo di Piacenza, un'inchiesta riferita alla condotta dei Milanesi in danno dei quali rinnovò il bando.

Appena la guerra fu dichiarata, i Lombardi assalirono, espugnarono e saccheggiarono Trezzo.

Incoraggiati da quel successo, con i Bresciani attaccarono Lodi e Cremona.

Barbarossa ricevette i rinforzi.

Varcate le Alpi, le prime truppe tedesche si congiunsero a quelle del Marchese Guelfo di Toscana; ma il Sovrano non era pronto a battersi con una Milano agguerrita e spavalda.

Fu Cremona a rompere gli indugi, offrendogli undicimila marchi perché  distruggesse Crema.

Egli accettò ed ordinò ai Cremonesi di precederlo: il 7 luglio del 1159 essi giunsero sotto le mura di Crema, ma la trovarono difesa da quattrocento Fanti comandati dal Console Manfredi Dugnano.

Iniziò l’assedio, mentre Federico veniva raggiunto dalla Imperatrice e da Enrico il Leone: i Tedeschi si acquartierarono ad oriente di Crema, di fronte alla porta del Serio; i Cremonesi erano in vista della porta di Ripalta; il Duca Corrado e il Conte Ottone si posizionarono sulla porta Umbriana e il giovane Duca Federico prese posto su porta di Ravengo.

L’area fu, in sostanza, circondata ed inibita da ogni sorta di comunicazione; ma i Cremaschi resistevano, grazie a macchine preparate dall’Architetto Marchisio.

La condotta eroica della Popolazione indispose Federico, che ricorse ad atti sanguinari fino al massacro, peraltro reciproco, dei Prigionieri.

Impediti dal soccorrere Crema, i Milanesi assalirono Manerbio per distrarre l'Imperatore, ma l’iniziativa fallì ed essi puntarono all’alleanza con Piacenza, già bandita dall’Impero, e aprirono negoziati col Papa, già colpevole dell’accordo concluso con i Normanni.

Fu in quella fase che, corrompendo Marchisio, l’Imperatore ne apprese tutti i mezzi di difesa dei Cremaschi dei quali ottenne finalmente la capitolazione, mediata dal Patriarca Pellegrino di Aquileia e del Duca di Baviera:  liberi i Cremaschi, liberi i Milanesi, liberi i Bresciani!

Era il 25 gennaio del 1160 quando, usciti gli Abitanti, Crema fu selvaggiamente devastata.

Sarebbe toccato ora il pareggio dei conti con Milano.

Al soglio pietrino, intanto, il 7 settembre precedente, era asceso Alessandro III, ovvero quel Rolando Bendinelli che nel ruolo di Cardinale Legato era stato espulso dalla Germania a suo tempo.

La sua designazione era in aperto contrasto con la proposta di Minoranza favorevole ad un parente dell’Imperatore: il Cardinale Ottaviano dei Crescenzi, a sua volta eletto col nome di Vittore IV.

Era Scisma!

Fuggito da Roma, Alessandro III fu consacrato a Ninfa, città di frontiera sul confine col Regno di Sicilia: da quella sede scomunicò l’Imperatore e l’antiPapa mentre Milano risultava vittoriosa in due scontri con i Tedeschi, obbligando Barbarossa a riparare Pavia ove convocò un Concilio poiché la più parte dell’ Episcopato curialista si era opposta all’elezione di Vittore IV.

In sede assembleare, Federico confermò la propria volontà in proposito, ma Luigi VII di Francia ed Enrico II d’Inghilterra riconobbero la legittimità del Papa contestato.

Maturò in questo clima la spedizione punitiva su Milano, cui furono interdette tutte le uscite impedendole di ricevere derrate alimentari e rincalzi.

Al termine di un anno di assedio, all’Imperatore fu chiaro che, se avesse desistito, avrebbe perduto credito e prestigio: era ora di infliggere il colpo mortale agli irriducibili Nemici.

I rinforzi gli giunsero dall'Ungheria e da tutte le realtà filotedesche.

Privi di scampo, i Milanesi chiesero negoziati di resa il primo marzo del 1162.

L’Imperatore li negò: voleva la capitolazione totale e completa.

Le porte cittadine si aprirono e l’odio lombardo fece i Tedeschi oggetto di un bagno di sangue.

La vendetta fu tempestiva e spietata: le milizie di Cremona, Pavia, Lodi, Como, Novara si scatenarono e Milano bruciò per giorni e giorni; i Superstiti furono deportati e schiavizzati; il Podestà imperiale fu reintegrato.

Era l’apogeo della potenza teutonica e davvero non sembrava ci fossero forze capaci di opporsi al Barbarossa: dalla Danimarca, financo Valdemaro il Grande si presentò a rendergli omaggio.

Alessandro III aveva, intanto, abbandonato Roma rifugiandosi presso la Corte di Luigi VII ed assicurandosi, col sinodo di Tolosa, la solidarietà dei Sovrani d'Occidente e dell'Imperatore d'Oriente.

L’Italia assorbì il duro monito.

Per il Sovrano era giunta l’ora di invadere anche il Sud e ricostituire la grandiosità imperiale fino alla Sicilia.

Dalla Francia, il Papa sollecitò la costituzione di leghe e appoggiò la coalizione fra Verona, Vicenza, Treviso e Padova, impegnando anche le Corti europee fino ad ottenere la loro solidarietà e quella dell’Impero bizantino e fino a creare fermenti nella stessa Germania.

Raccolti gli applausi, il 9 giugno del 1162 lo Svevo promise ai Genovesi, in cambio dell’aiuto della loro Flotta per l’invasione del Sud, che a vittoria conseguita, li avrebbe investiti della costa da Monaco a Porto Venere, di Siracusa e di duecento cinquanta feudi minori in Val di Noto. Poi, insediati in Lombardia i Rappresentanti imperiali, traversò le Alpi per tornare nella patria in rivolta, passando per la Borgogna.

Prima di mettersi in marcia, sciolse i governi comunali; insediò Funzionari di sicura fedeltà; incassò le regalie, salutò la capitolazione di Brescia; ammonì Genova e Pisa, in lotta per il controllo della Sardegna.

Una volta in Germania, guardò al Nord/Est europeo: rilanciando il progetto di Enrico l'Uccellatore, intendeva ampliare le frontiere.

Realizzò il primo affondo con la conquista delle terre dei Vendi, situate fra l'Elba e l'Oder e sulle quali regnava il Margravio Alberto l'Orso, aspirante ad arricchirsi a spese degli Slavi e poi fu la volta dell'Holstein, del Mecklemburgo e della Pomerania, in un'azione di germanizzazione che non conobbe tregua e che fu efficacemente condotta da Enrico il Leone.

Parallelamente il Papa tenne Concilio a Tours, incassandovi la solidarietà di gran parte del Clero francese ed inglese ed incoraggiandovi la ribellione della Lega lombarda e della Lega veronese, nell’intento di isolare Federico ed espellerlo dal circuito politico internazionale.

Ancora dalla Borgogna, Federico tentò di sottrarre ad Alessandro III il sostegno di Luigi VII, in cambio dell’aiuto contro l’avversario inglese Enrico II.

Informati di tale ipotesi, la Corte londinese temporeggiò e fu proprio lo Svevo a  far cessare i contrasti e a favorire l’intesa fra i Sovrani rivali: Luigi VII si recò addirittura a Saint- Jean- de Losne, per incontrare il 29 agosto 1162 il probabile Alleato; in seguito, in una Dieta dei due Regni, esaminarono le ragioni dei due Papi e decisero di chiamarli a confronto e  di riconoscere la legittimità di quello che si fosse presentato.

Alessandro non comparve: sostenne, anzi, che non conveniva alla maestà di un pontefice regolarmente eletto sottoporsi al giudizio di un concilio convocato da chi apertamente favoriva l'antipapa; intervenne invece Vittore IV che dall’ Imperatore ottenne il riconoscimento già attribuitogli al Concilio di Pavia. Tuttavia, dopo due giorni di serrato dibattito, l’Episcopato franco si rifiutò di accogliere le sue motivazioni e lo sdegnato Barbarossa abbandonò l’assise.

La riunione fu vantaggiosa per Alessandro, cui la legittimazione fu fornita non solo da Luigi, ma anche dal Re d'Inghilterra: a Tours, entrambi rimossero le ostilità che li dividevano, ressero la staffa al Pontefice e conclusero un patto di solidarietà, conseguendone il sostanziale isolamento di Federico che aveva contro la Francia, l'Inghilterra, il Papato, i Normanni, i Bizantini, i Veneziani e la Lombardia, pronta ad insorgere ancora.

Incoraggiato dal favore delle due Monarchie, proprio a Tours il Primate convocò un Concilio per il giugno del 1163: vi parteciparono diciassette Cardinali, centoventiquattro Vescovi, quattrocento Abati venuti dalla Francia, dalla Spagna, dall'Inghilterra, dalla Scozia e dall'Irlanda e un gran numero di Chierici minori e Laici; vi si discussero elementi di disciplina ecclesiale ma, soprattutto, vi si enfatizzò l'anatema lanciato a Vittore IV e l'invito rivolto al Barbarossa, cui  sarebbe stato irrogato lo stesso provvedimento se non ne avesse abbandonato la causa.

Fu allora: Federico di Hohenstaufen scrisse i destini che portarono alla rovina l’intera Casata e perse quella egemonia esercitata già dagli Ottoni su tutta l'Europa. Peraltro, al declino concorse anche lo strapotere esercitato dai suoi Luogotenenti nel Nord Italia: Barbavaria, a Piacenza; Bellanuce a Ferrara, Grumbach a Bergamo e Brescia; Ezio a Parma, Pagano a Como, Clunin e Verde a Milano, responsabili di gravissime vessazioni in danno del Popolo.

In definitiva, il germe della rivolta maturava più deciso che mai.

Federico scese per la terza volta in Italia nell'ottobre del 1162, disarmato e scortato da un folto seguito di Principi e Vescovi.

A Lodi, ove lo raggiunse Vittore IV, convocò una Dieta cui parteciparono i Legati di Pisa e Genova. Con essi stabilì che il 1° maggio dell'anno successivo le due Repubbliche avrebbero messo a disposizione le rispettive Flotte per l'impresa di Sicilia.

A Pavia, a fronte delle doglianze riferite alla riedificazione di Tortona, il 24 novembre ne concesse la distruzione come monito ai Lombardi.

Il 3 dicembre, si spostò a Monza e all'inizio del 1164 visitò la Romagna, scendendo fino a Fano, ove trascorse il mese di febbraio ed ove ricevette i Legati genovesi per fissare la data della spedizione antinormanna.

Decisa una Dieta a Parma per il 22 marzo, vi concluse i lavori con un nulla di fatto, trattando invece la questione della Sardegna al cui possesso aspiravano la Chiesa e le stesse Genova e Pisa, già titolari di fiorenti punti commerciali e competitive nella politica interna dell’isola divisa nelle quattro Giudicature di Gallura, Logudoru, Arborea e Cagliari.

In quel periodo, il Principe locale Baresone era stato defraudato del ruolo di Giudice e, per rientrane in possesso, si era rivolto a Genova perché ne perorasse la causa con l'Imperatore: in quella assise, pertanto, mandò come Legato il Vescovo di San Giulio e due autorevoli Cittadini liguri.

Per far valere i diritti imperiali anche sull’isola, il Sovrano ne nominò Re quel Nobile, in cambio di quattromila marchi che per costui pagò Genova, tenendolo in ostaggio finché non avesse estinto il debito.

A fine di marzo, lasciata Parma, Federico si recò a Pavia ove una lunga malattia lo costrinse all’ulteriore rinvio della spedizione siciliana già rallentata da altre  ragioni: la morte di Vittore, il 20 aprile; il consolidamento dello Scisma attraverso la consacrazione, da parte dell’Episcopato filoimperiale dell’ Antipapa Pasquale III, al secolo Guido da Cremona, irriducibile nemico di Alessandro III; il diffondersi del malcontento verso i Tedeschi in tutto il Centro/ Nord italiano; la svolta di Venezia, soprattutto.

Pur schierandosi, a seconda dei propri interessi, ora con i Bizantini, ora con i Normanni e pur avendo, sotto il Doge Domenico Morosini, stretto un trattato col Barbarossa, la Repubblica ne temeva l’espansionismo da quando egli aveva accordato ai Genovesi, dopo la distruzione di Milano, piena libertà di traffico nei possedimenti veneti.

La rottura delle relazioni diplomatiche fu sancita dalla iniziativa del Patriarca di Grado nel prendere partito per Alessandro III e, di conseguenza, nel convenire la pace con i Normanni di Sicilia portando la Repubblica al sodalizio con Verona, Vicenza e Padova.

L’Imperatore cercò di scongiurare il pericolo espresso dalla nuova coalizione, concedendo alle città di dubbia fede e limitrofe alla Marca veronese, privilegi impensabili: Treviso, Mantova e Ferrara ebbero confermate nel maggio del 1164 le franchigie comunali, assieme a Pavia cui fu addirittura consentito che i Consoli, liberamente eletti, fossero parificati per dignità a Marchesi e Conti.

Il malessere, tuttavia, lungi dall’attenuarsi, montò e, risentite, Bologna e Piacenza scacciarono i Podestà imperiali.

Occorreva il ricorso alla forza.

Mirando a radunare un formidabile esercito e tornare in Italia per affermarvi indiscussa la propria autorità, nell'autunno del 1164 Federico rientrò in Germania, con la piena consapevolezza della gravità della situazione: il pericolo non era solo il fermento in atto in Lombardia, ma  il complessivo atteggiamento degli altri Stati, decisi ad intralciare il suo preteso controllo di gran parte dell’ Europa.

Era in atto un ampio e granitico fronte di opposizione alla sua strategia: ne era capofila Alessandro III, che guadagnò a sé il favore delle Cattedre di Salisburgo e Treviri e l’amicizia del Primate di Magonza Corrado di Wittelsbach.

Incassata la solidarietà di Enrico II d'Inghilterra, nella Pasqua del 1165 il Sovrano inviò a Rouen l'Arcivescovo di Colonia, che concluse i preliminari di fidanzamento fra la Principessa Matilda, primogenita del Re inglese, e il Duca di Sassonia e di Baviera e fra la sorella di costei ed Enrico VI, erede al trono imperiale. Tuttavia, la Corona d’oltreManica espresse un fermo diniego all’appoggio della causa dell'Antipapa, malgrado il giuramento per suo conto fatto dai suoi Legati alla Dieta di Würzburg: egli, anzi, sconfessò i Legati;  annullò quel vincolo e ritirò l’alleanza appena stipulata con la Germania.

In quella assise conciliare celebrata nella Pentecoste del 1165, erano convenuti centoquaranta Prelati tedeschi fedeli a Pasquale II ed avevano deciso che i Principi temporali e spirituali presenti prestassero lo stesso giuramento di fedeltà entro una certa data.

Contemporaneamente, Alessandro III aveva recuperato credito presso i Nemici dello Staufen e il suo amico Cardinale di San Giovanni e Paolo persuase i Capitolini a prendere partito per lui; espulse da San Pietro i partigiani dello Scismatico; ricondusse all’obbedienza la Sabina; convocò una grande Assemblea di Laici ed Ecclesiastici e invitò il legittimo Papa a lasciare la Francia e a rientrare nella capitale della Cristianità.

Il Pontefice giunse ad Ostia il 22 novembre 1165: fu ricevuto dai Magistrati, dal Clero, dalle Milizie romane e da una moltitudine di Fedeli che lo scortarono fino al palazzo del Laterano.

Fatto canonizzare Carlo Magno per restituire smalto all’Impero, intanto, Federico curò la organizzazione delle truppe e, nell’ottobre del 1166 alla testa di un formidabile Esercito mosse dalla Germania, assieme all’Imperatrice e al Primate Rainaldo di Colonia

Passò per la Valcamonica e, a Lodi, tenne una Dieta generale tentando, senza successo, di riavvicinare le indispensabili Pisa e Genova in lotta per il possesso della Sardegna e raccolse le doglianze riferite alla intollerabile pressione esercitata dalla avidità dei Procuratori imperiali.

Dopo l’assise, nella primavera del 1167 scese verso Sud irrompendo su Imola, Faenza, Forlì; devastandone i territori; sfasciandone la resistenza; spingendosi  in Ancona, che gli sbarrò l’ingresso.

La cinse immediatamente d’assedio, mentre parte dell’Esercito proseguiva per Roma sotto la guida del Primate magontino Cristiano Buch.

Parallelamente, a sorpresa, scoccava la scintilla della rivolta nella filo/imperiale Cremona.

Poi fu la volta di Verona, Padova, Vicenza, Mantova, Bergamo e Brescia che, l'8 marzo di quel funesto1167 si allearono e contattarono i Milanesi, oppressi dal Vicario imperiale Dietz.

L’unione fece la forza: il 4 aprile i Legati delle città in fermento si dettero convegno di lì a tre giorni con anche Ferrara.

I ribelli convennero il 7 successivo nel monastero di San Giacomo di Pontida, tra Bergamo e Lecco, e all’unanimità decisero di affrancarsi dal giogo tedesco.

L’ampia coalizione assunse il nome di Lega Lombarda.

I suoi aderenti si obbligavano con giuramento sul Vangelo a rivendicare i diritti comunali del tempo di Enrico IV; ad armarsi contro ogni ulteriore vessazione; a mantenere fedeltà all'Imperatore, ma non obbedienza, finché egli non avesse riconosciuto gli asseriti diritti; a sostenersi vicendevolmente; a non accettare trattative di pace separata se non previo consenso generale; a pretendere la restituzione delle terre usurpate; a riedificare Milano col contributo di tutti.

Il 12 maggio il primo esercito leghista si presentò sotto le mura di Lodi che accettò di schierarsi, assieme a Piacenza e Parma.

Federico ebbe cognizione delle circostanze, nel perdurare dell’assedio di Ancona: era persuaso che dopo una felice marcia su Roma, gli sarebbe stato facile avere ragione della ribellione contro la quale, per suo conto, agivano ancora Como e Pavia.

Inviò, pertanto, una legione nel Lazio a supporto del Primate Rainaldo di Colonia che, il 18 maggio, sostenuto dall’Armata navale pisana, prese Civitavecchia e si spostò a Tusculo su richiesta della Popolazione locale.

Il Senato capitolino se ne adontò e, malgrado la disapprovazione papale, mandò truppe a punire il voltafaccia tuscolano, mentre anche i Tedeschi di Cristiano di Magonza venivano attaccati a Monte Porzio: la durissima battaglia si concluse con la disfatta romana, spianando la via all'Imperatore ancora impegnato dalla oltranzista resistenza anconetana.

Gli pervennero, in quella fase, richieste di aiuto delle Baronie pugliesi, contro le quali la Reggente Margherita di Sicilia aveva impegnato il Conte di Gravina.

Fu allora che lo Staufen aprì negoziati con Ancona; accettò una congrua offerta di denaro; prese degli ostaggi a garanzia e mosse verso il Mezzogiorno.

Esigue sono le notizie riferite a questa spedizione priva di rilievo; è noto, invece, che egli raggiungesse Roma e la sottoponesse ad assedio già il 24 luglio.

Per otto giorni la Popolazione respinse ogni affondo, arrendendosi solo nell' ultimo giorno del mese, a fronte dell’incendio appiccato alla chiesa di Santa Maria in Terni e nel timore che le fiamme coinvolgessero la contigua basilica di San Pietro nella quale, ancora il giorno successivo, Federico ricevette per la seconda volta dall’Antipapa Pasquale III la tiara imperiale.

Alessandro III era riparato presso i Frangipane quando, a sorpresa, apprese che lo Staufen aveva proposto ai Romani di risolvere lo Scisma con la deposizione di entrambi i Papi e di eleggerne un Terzo.

Fuggì, allora, travestito da pellegrino, prima a Terracina e poi a Benevento.

La sua fuga e la comparsa della Flotta pisana indussero Senato e Popolo ad impegnare Legati che raccogliessero le condizioni di pace: l’Imperatore fu misurato nel dettare le proprie pretese, consistenti nel giuramento di fedeltà a lui e a Pasquale III; nella consegna di quattrocento ostaggi; nell’insediamento di un nuovo Senato di sua nomina.

In agosto del 1167, ad un passo dal successo, tuttavia, la scena mutò: la peste decimò le truppe imperiali.

I partigiani di Alessandro gridarono al miracolo e rispolverarono la Bibbia: … e il Signore mandò un angelo, il quale distrusse ogni valente uomo ed ogni capo e capitano che era nel campo del re degli Assiri; laonde egli se ne tornò svergognato al suo paese

Morirono anche gli Arcivescovi di Colonia, di Ratisbona, di Praga, di Verdun, di Spira, di Liegi; Guelfo VII, i Conti di Nassau, di Stultzbach, di Lippe, di Altomonte, di Tubinga e il Cronista Acerbo Morena.

Distrutto, Barbarossa lasciò Roma e mosse verso il Nord con le salme da riportare in patria: sugli Appennini, i Pontremolesi aizzati dai Lombardi gli sbarrarono il passo, imponendogli cambio di direzione: fu il Marchese Obizzo Malaspina a scortarlo al sicuro dei propri territori.

Verso la metà del settembre, gli sfiniti Sopravvissuti entrarono in Pavia ove fu convocata una Dieta: vi si presentarono i Legati delle sole Como, Vercelli e Novara; il Marchese del Monferrato; il Conte Biandrate e i Signori del Seprio, della Martesana e di Belforte.

Senza indugi, tutte le città in fermento furono messe al bando, escluse Lodi e Cremona, costrette con la forza ad aderire alla Lega lombarda.

Poi furono aperte le ostilità ma, con l’Esercito ridotto, Federico fu costretto ad arretrare dalle aree periferiche di Milano e a ripiegare su Pavia, programmando di trascorrervi un inverno nel quale si susseguirono una serie di eventi, laterali ad insignificanti scaramucce: si insediò il nuovo Primate milanese, Galdino de' Valvassori di Sala, Legato apostolico di Alessandro III; si intensificò l’attività sovversiva del Cardinale Ildebrando Crasso, attivo nelle aree padane inferiori; i Rappresentanti di Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena, Bologna si riunirono il 1° dicembre del 1167 e rinnovarono il giuramento di solidarietà, designarono Magistrati cittadini, armarono ventimila uomini già puntando all’ adesione anche di Reggio Emilia. In breve, guadagnarono il consenso anche di Obizzo Malaspina, Novara, Vercelli, Como ed Asti, lasciando al Sovrano come unico sostegno Guglielmo di Monferrato e Pavia, che egli stimò prudente abbandonare prima della fine della brutta stagione.

Privo di seguito, eludendo la Lombardia, si trasferì nel Monferrato per raggiungere la Borgogna, ma gli fu negato l’attraversamento di Susa da Umberto III di Savoia che, alla fine, acconsentì solo per le enormi pressioni del Marchese piemontese.

Nel mezzo del 1168, umiliato, guadagnò le Alpi sotto mentite spoglie.

Mentre egli coltivava propositi di vendetta attraverso una formidabile riscossa e guerreggiava in Germania col Feudatario Hèktor Babonzo di Turingia, per il controllo di Essen, l’Italia era in festa.

Il 20 settembre di quello stesso anno, si spense l’antipapa Pasquale III e gli  successe il benedettino Callisto III, al secolo Giovanni di Struma.

Preoccupandosi della propria successione, intanto, Federico convocò Dieta a Bamberga e designò erede il figlio Enrico VI: aveva urgenza di lavare l’onta italiana.

Già un mese dopo il rientro in terra tedesca, intanto, i Leghisti posero le fondamenta di una nuova città che impedisse le comunicazioni tra i territori di Pavia e il Monferrato e riscattasse la memoria di Tortona.

La alloggiarono in pianura, dove la Bormida sbocca nel Tanaro, in un’area di proprietà dei Marchesi del Bosco e, in omaggio ad Alessandro III, la chiamarono Alessandria.

Il 20 aprile del 1168 le Milizie di Milano, Cremona e Piacenza ne presero possesso ed il Papa vi istituì un Vescovado.

Nella primavera del 1169, consapevole dell’isolamento politico, Federico aprì negoziati che si risolsero in un nulla di fatto. Li rilanciò nel marzo del 1170, a Veroli, dove inviò il Vescovo Everardo di Bamberga.

Il Pontefice precisò che la pace sarebbe stata conseguita solo a condizione di un atto di pubblica umiltà: l’Imperatore avrebbe dovuto riconoscere gratitudine alla Chiesa, che lo aveva innalzato alla dignità imperiale.

Altrettanto deludenti furono le trattative intavolate con Guglielmo II di Sicilia: il solo risultato stette nel prevenire il rischio che anche le città dell'Italia centrale subissero il contagio della ribellione e aderissero alla Lega Lombarda, ormai infiltratasi in Romagna.

Fermenti agitavano anche il fronte bizantino: mirando alla corona italiana corona, il Basileus Emanuele Comneno aveva offerto denari ai Milanesi; si era recato in Ancona; aveva organizzato le nozze di una sua nipote con Ottone Frangipane; aveva aperto relazioni con la Repubblica di Genova.

In quella fase, peraltro, si erano esacerbati anche i dissapori tra Federico ed Enrico il Leone, per il possesso di alcuni territori: in Sassonia erano state rese ai Vescovi tutte le aree espropriategli dall’irriducibile Duca; la Vestfalia era stata assegnata al Primate di  Colonia Filippo di Heinsberg; il Ducato di Sassonia era stato ceduto a Bernardo di Anhalt; la Bavier e la Stiria erano state assegnate ad Ottokar di Boemia; il Ducato di Baviera era stato infeudato ad Ottone I di Wittelsbach.

Nel 1171, per disturbare gli accordi, inviò in Liguria l'Arcivescovo Cristiano di Magonza con anche il ruolo di Paciaro nella Toscana, che vedeva contrapposte Pisa e Firenze. La pur accorta attività del Primate, tuttavia, non riscosse successo: il nodo, nel groviglio di alleanze alterne, era sempre il dominio della Sardegna e quando i Pisani compresero che Cristiano intendeva privilegiare i Genovesi, per ritorsione si allearono con Comneno.

Il Vescovo magontino si recò, allora, a Pisa e vi indisse una Dieta dei Feudatari imperiali e dei Consoli delle città della Toscana, della Romagna, delle Marche e dell'Umbria per tentare di riconciliare Pisa e Genova; ma il progetto fallì ed egli, a margine di una ulteriore Assemblea di Feudatari a Siena, bandì la città ribelle; le revocò il diritto di zecca; le sottrasse le regalie.

Tutt’altro che intimidita, confortata dai Fiorentini Pisa armò un Esercito e lo mandò contro il presidio tedesco di San Miniato.

L’azione si risolse in un insuccesso che valse il bando alla stessa Firenze.

Nell’estate dell’anno successivo, Cristiano tornò a Pisa e la sciolse dal bando; convocò un’assise a San Genesio, ove i Legati pisani e fiorentini si rifiutarono anche di discutere ogni sua proposta; li fece arrestare; con truppe di Lucca, Siena e Pistoia e del Conte Guido Guerra assediò Firenze ma, poco dopo, lo revocò per la defezione dei Lucchesi, presi dalla difesa del loro territorio aggredito dai Pisani.

Nella impossibilità di pacificare la Toscana, il Primate tentò una sortita su Tusculo per rapire il Papa ma, fallita l’iniziativa, alla testa di un folto Esercito di Tedeschi, Toscani e Romagnoli assalì Ancona, colpevole di essersi alleata con Costantinopoli e coinvolse nell’attività bellica la Repubblica di Venezia: pur ancora aderente alla Lega Lombarda, essa sostenne il Vicario imperiale nell’ assedio della città marchigiana.

Stretti dal mare dall’Armata veneta e da terra dalle legioni tedesche, gli Anconetani respinsero con straordinario valore gli attacchi per mesi e mesi, prima di chiedere l’aiuto del ferrarese Guglielmo Marcheselli e della Contessa Aldruda di Bertinoro che, raccolto un Esercito in Lombardia e in Romagna, la soccorsero.

Annientato, Cristiano di Magonza si dette alla fuga.

Federico, intanto, mancava da sei anni dall’Italia: li aveva investiti consolidando la propria posizione in Germania; riaffermando in Sassonia l'autorità di Enrico il Leone; riconciliando i Sovrani di Francia e d'Inghilterra; impegnandosi a partecipare con loro ad una crociata; facendo incoronare il figlio Enrico VI Re dei Romani, mai smettendo di recuperare il proprio credito in Italia.

Era logorato dalla collera e dal desiderio di vendetta.

Con tali sentimenti, nel 1174 si accinse a tornare nella Penisola.

Nel maggio del 1174 annunciò l’imminenza della campagna in una Dieta a Ratisbona, ma curò di non fare riferimenti a Roma e al Papa limitandosi ad esporre la sola esigenza di ricondurre in orbita imperiale le ribelli città lombarde.

Anche i Grandi accolsero con freddezza il programma ed in pochi aderirono: il potente Enrico il Leone restò in Germania.

In settembre, alla testa di soli ottomila uomini, assieme al fratello Corrado; al Re Ladislao di Boemia; ad Ottone di Wittelsbach; ai Primati di Colonia e Treviri, traversò la Borgogna e, per vendicarsi dell’oltraggio subito sei anni avanti, passò per Susa radendola al suolo senza pietà; occupando Torino; prendendo Asti dopo otto giorni d'assedio; imponendo a Como, Pavia e al Marchese di Monferrato l’abbandono della coalizione leghista.

Inorgoglito dai successi, proseguì fino ad una sconosciuta città, non menzionata in alcuna mappa ma alloggiata alla confluenza della Bormida e del Tanaro e destinata al ruolo di sentinella della pianura lombarda.

Le sue torri e il suo nome rappresentavano una inaudita sfida all’autorità ed alla credibilità dell’Impero!

Alessandria, simbolo della ribellione!

Ogni tentativo di assaltarla andò fallito, con spreco di numerose vite, e l’ostinazione nel volerne avere ragione e riscattare l’onta della provocazione fu l’inizio della rovina.

Trascorse l’inverno acquartierato sotto quelle mura.

Dopo sei mesi, fu costretto a chiedere rinforzi e a fine marzo del 1175 fece scavare gallerie che gli consentissero di prenderla a sorpresa: da quei corridoi, guidati dal Podestà Rodolfo Concesa,  gli Abitanti uscirono attaccando il campo imperiale e distruggendolo.

Per Barbarossa fu una oltraggio: egli stesso cercò scampo con la fuga a Voghera, assieme ad un manipolo di sopravvissuti.

Una volta al sicuro aprì negoziati di pace con la Lega, per dar tempo ai rincalzi tedeschi di raggiungerlo.

I preliminari di pace furono definiti il 18 aprile a Montebello e vi si stabilì che la soluzione della querelle tra Comuni e Impero sarebbe stata delegata a sei Arbitri, scelti in numero pari dalle Parti. Se essi non avessero raggiunto accordo, gli atti sarebbero stati rimessi al giudizio dei Consoli.

La Lega pose condizioni nette: l’inamovibilità di Alessandria come centro urbano; la riconciliazione fra Papa e Imperatore con conseguente riconoscimento della dignità di Alessandro III; un’amnistia generale e la restituzione delle proprietà e dei privilegi revocati ai Comuni, ai Vescovi e agli Aderenti alla coalizione; la conferma delle sentenze consolari; il diritto di elezione cittadina dei Magistrati; il consenso alle fortificazioni e alla costituzione di Leghe. In definitiva, Federico avrebbe dovuto ritenersi pago dei tributi fissati al tempo di Enrico IV e mantenere lo Jus consuetudinario locale accettando, in casi di dubbia legittimità, il giuramento dei Consoli da deputarsi all’amministrazione della Giustizia.

Si trattava di una sostanziale vanificazione delle intese convenute a Roncaglia e di mantenere aperte due questioni cruciali: l’una, riferita all’esistenza di Alessandria; l’altra, riferita alla posizione del Papa.

Circa la prima, l’Imperatore esigeva la distruzione della città nuova; circa la seconda, pur desiderando ricomporre lo Scisma, egli non accettava il confronto con quel Papa.

Lo Svevo si ritirò a Pavia; la Lega licenziò le Milizie; i Giudici si riunirono: per il Sovrano, il Primate Filippo di Colonia, Guglielmo da Pozzasca e un ignoto Pavese; per i Confederati, Alberto da Gambara, Gezone da Verona e Gherardo di Pesta. Le Parti si tennero rigide sulle proprie posizioni; l’accordo non si concluse e Federico tentò invano di separare il Pontefice dalla coalizione nemica: i Legati papali posero il veto a già solo discutere il ruolo di Alessandro.

Per l’orgoglioso Barbarossa fu una nuova umiliazione.

Non restava che il ricorso alle armi, in considerazione dell’imminente arrivo degli attesi rinforzi e del miglioramento della situazione generale: Cristiano di Magonza era riuscito ad espugnare il castello di San Cassiano e Pisa e Lucca erano tornate alla fazione ghibellina.

E fu tradimento.

A primavera del 1176, trovando presidiate dai veronesi le chiuse dell’Adige, quattromila disorganizzati e sciatti Mercenari ripiegarono sul lato comasco.

Grande Assente: l’insostituibile Enrico il leone, la cui defezione era stata dettata dalla vendetta. Egli non aveva tollerato che, alla morte di Guelfo di Toscana, il Sovrano ne avesse incamerato i feudi, cui riteneva d’aver diritto.

Barbarossa attaccò comunque: congiuntosi ai Pavesi e alle truppe del Marchese di Monferrato, mosse da Pavia mentre Milano con Lodi, Novara, Vercelli, Piacenza, Brescia, Verona e Treviso schierò dodicimila uomini dislocandoli nella piana tra l'Olona e il Ticino. In retrovia marciava il Carroccio, scortato da trecento Giovani pronti all’estremo sacrificio, ma lo scontro era nelle capacità di campo dei novecento uomini della Compagnia della morte.

Era il 29 maggio del 1176.

Un manipolo di Lombardi attaccò frontalmente la prima linea tedesca ma, incalzato e travolto, arretrò. Lo scontro reale si spostò nella pianura di Legnano, ove l’Esercito della coalizione era diviso in cinque Corpi per assorbire e sostenere l'impatto staufico; l’ala destra, tuttavia, dopo strenua resistenza, fu annientata e il Carroccio fu circondato dagli Imperiali.

Quando sembrò che la sorte della battaglia fosse definitivamente favorevole ai Tedeschi, un urlo corale si alzò dalla disperazione dei Confederati: Sant’ Ambrogio! Sant’Ambrogio!

La Compagnia della morte raddoppiò allo stremo gli sforzi, a supporto dei Trecento in difficoltà e gli Imperiali, ora assaliti da ogni lato, finirono con lo scompaginarsi: il disordine delle file vanificò la formidabile iniziale azione d’urto.

Al centro della mischia, Barbarossa vide l’Alfiere strappare lo stendardo imperiale: la sconfitta fu drammatica.

Egli prese la fuga ed i Lombardi ne recuperarono lo scudo, la lancia, il cavallo, il vessillo, il forziere prima di inseguire per otto miglia i Nemici in rotta.

Molti perirono nelle acque del Ticino; i Superstiti ripararono a Pavia, ove circolava già voce della morte del Sovrano.

L’Imperatrice vestì il lutto.

L’onta subita sai Milanesi con la distruzione della città era stata vendicata.

A parte il grandioso tesoro, lo Staufen aveva perduto credito, rispetto, onore e maestà.

Egli giunse qualche notte più tardi a Pavia: era ancora persuaso di poter riprendere e vincere la guerra, ma il Clero e i Principi di Germania lo convinsero a recedere dal proposito e a seguire vie diplomatiche.

E tuttavia, persuaso che separare il Pontefice dalla Lega avrebbe minato la forza dei Collegati, egli inviò ad Anagni Legati che trattassero la pace con Alessandro III, soddisfattissimo del riconoscimento; del conseguimento dei vantaggi politici; del recupero delle regalie possedute dal tempo di Innocenzo II e dei beni della Contessa Matilde, nella ragione e misura ottenuti dal tempo dell' Imperatore Lotario; della rinuncia federiciana alla sovranità su Roma.

Anagni, in definitiva, senza tener da conto del parere della Lega e del Re di Sicilia, archiviò le contese Corona/Chiesa e, com’era prevedibile, si gridò allo scandalo ed al tradimento del Papa, la cui ambiguità produsse gli effetti auspicati: Cremona e Tortona abbandonarono la coalizione e si riconciliarono con  Federico, infliggendo un colpo mortale a Milano.

La pace fu conclusa il 12 dicembre del 1176.

Alessandro III con cinque Cardinali, con l'Arcivescovo di Salerno e col Conte Ruggero d'Andria, fissò le trattative riguardanti il Regno di Sicilia e prese il mare sulla Flotta normanna, per raggiungere Venezia, premendogli rendere noto al mondo il proprio trionfo: la vittoria conseguita contro il potente Imperatore tedesco era segno della volontà di Dio.

Il 17 marzo del 1177 fu nella Repubblica di San Marco, accolto festosamente dal Doge, dai Patriarchi di Grado e di Aquileia, dal Popolo.

Federico gli inviò Wichman di Brandeburgo e Corrado di Worms, per pregarlo di cambiare luogo dell’incontro, ma anche da Ferrara ove erano riuniti, i Rappresentanti della Lega accettarono di recarsi nella città lagunare: vi convennero il Vescovo Ubaldo d'Ostia, Manfredi di Palestrina, Guglielmo di Porto, Giovanni di Santa Anastasia, Teodevino di San Vitale, Giacinto di Santa Maria in Cosmedin, i Primati Gualla di Bergamo, Anselmo di Como, Milone di Torino, Guglielmo d'Asti, Gherardo di Pesta, Gezano di Verona e Alberto di Gambara.

Referenti imperiali furono il Cancelliere Goffredo di Hoffenstein, il Protonotaro Gertusino e gli Arcivescovi di Treviri, Magonza, Magdeburgo e Worms.

Mediatori: il Doge, il Vescovo di Clermont e l’Abate di Bonnival, rispettivamente per i Re di Francia e Inghilterra.

Apertosi il Congresso, accortamente il Pontefice precisò nella chiesa di San Giorgio, di essersi rifiutato di accogliere senza l’assenso leghista la pace richiesta da Barbarossa e di essersi recato fino a Venezia proprio perché la di lui sottomissione fosse condivisa e pubblica.

Nella discussione, emersero enormi difficoltà di accordo: i Legati imperiali volevano conservare la vigenza delle deliberazioni di Roncaglia; i Lombardi pretendevano il rispetto dei patti proposti a Montebello.

Alessandro III accettò la pace per sé, rinunciando per quindici anni all'usufrutto dei beni matildini e propose una tregua di sei anni tra i Confederati e la Corona imperiale e di quindici tra essa e il Regno di Sicilia.

Lo Staufen tentò di opporsi a queste ipotesi aizzando il Popolo veneziano, esigente il suo ingresso in città contro il parere dei Lombardi che, contro l’accoglienza di uno Scomunicato, minacciarono di abbandonare l’assise.

Provvidenziale fu l’intervento dei Delegati di Sicilia: se il Doge non avesse fatto entrare l’Imperatore a Venezia, essi si sarebbero allontanati e vendicati.

Finalmente la soluzione: il 23 luglio, sei galere venete andarono a Chioggia a ricevere Federico e lo condussero a San Niccolò al Lido. Dopo varie e complesse trattative, il giorno avanti il Patriarca di Aquileia si era recato dal Sovrano e alla presenza del Collegio episcopale, nella chiesa omonima, lo aveva affrancato della scomunica e aveva fatto abiurare lo Scisma al Clero al suo seguito.

L’atto, celebrato fuori dei confini, salvava le apparenze!

Il 24 successivo, con grande solennità, l’Imperatore entrò in Piazza San Marco per incontrarvi i Legati siciliani, i Rappresentanti della Lega e il Papa, in attesa sulla soglia della Basilica.

I due rivali che s’erano dati battaglia per diciotto anni, ciascuno avocando a sé l’ordalia, si videro per la prima volta da vicino.

Fu un momento di enorme impatto emotivo: vedendo venirgli incontro l'anziana e ieratica figura dell’anziano Primate con le braccia aperte, pronto ad accoglierlo come un figliol prodigo, Federico proruppe in lacrime e, sopraffatto dall’emozione, buttò via il prezioso mantello e s'inginocchiò.

Anche Alessandro, commosso, lo sollevò da terra e l'abbracciò.

Insieme poi entrarono per la Messa e la benedizione in San Marco, ove fu riconfermato il titolo imperiale allo Staufen e il titolo reale al figlio ed erede Enrico VI, ma non la supremazia su Roma.

Nel congedarsi, Federico gli tenne umilmente la staffa e gli prese la briglia: il Papa lo dispensò dallo scortarlo fino al sito d’imbarco.

Ritenendosi Vincitore della partita, egli non ebbe vaghezza della realtà: il vero titolare del trionfo era stato l’accorto Barbarossa.

Riconciliatosi con la Chiesa, il Sovrano aveva riguadagnato a sé il favore della più gran parte dell’Italia settentrionale, con la quale avrebbe pareggiato i conti alla Lega e non aveva concluso una pace, ma solo un armistizio con i Normanni di Sicilia, contro i quale avrebbe avuto tutto il tempo di organizzarsi per vedere realizzato il vecchio programma di dominio imperiale ecumenico.

Federico lasciò Venezia il 18 settembre del 1177, puntando all’Italia centrale.

Alessandro III vi soggiornò per un mese: il 16 ottobre partì per Anagni, mentre a Viterbo l'antipapa Callisto rifiutava di rinunciare alla tiara pietrina.

Non era stata pace, dunque, ma un accorto tatticismo teso al temporeggiare: le tensioni e le ragioni di conflitto erano tutte vive.

Le voci delle pretese temporali del Papa e degli asseriti diritti comunali, infatti, si levarono presto.

Nella residenza anagnina, Alessandro III attese che Cristiano di Magonza lo scortasse a Roma, secondo accordi imperiali; ma l’ostilità del Senato capitolino era ben viva poiché, non volendo rinunciare alle franchigie detenute da quarant’anni, parteggiava ancora per l’Antipapa cui, da Assisi, Federico intimò di dimettersi irrobustendo il contingente del Primate tedesco; accordandosi con Alessandro sull’assedio di Roma; prestandogli il giuramento feudale e restituendogli San Pietro e tutte le regalie.

Il legittimo Vicario di Cristo entrò nella città il 12 marzo del 1178, mentre il rivale arretrava a Montalbano ed i Viterbesi accettavano di sottomettersi.

Callisto non ebbe altre opzioni: il 29 agosto a Tusculo rese omaggio e, perdonato, fu inviato alla Cattedra di Benevento.

La pace era comunque ancora lontana: dopo la contrizione di Callisto, infatti, si riaccese lo Scisma con l'elezione dell’Antipapa Innocenzo III, poi arrestato e deportato all’abbazia di Cava mentre nuove turbolenze antimperiali si verificavano in Romagna; mentre una Flotta bizantina entrava nelle acque di Ancona; mentre Corrado del Monferrato ed Emanuele Comneno tramavano contro Cristiano di Magonza, arrestato e deportato nelle carceri bizantine.

A scongiurare una nuova guerra furono l’impegno di Federico a vendicarsi di Enrico il Leone cui imputò la disfatta di Legnano; la morte del Basileus di Bisanzio il 24 settembre del 1180; il rilascio del Primate detenuto, previa corresponsione di dodicimila pezzi d'oro.

Alessandro III si spense il 30 agosto del 1181 a Civita Castellana: i rapporti con i Romani si erano di nuovo guastati e le sue spoglie furono oltraggiate.

Aveva trascorso diciotto dei ventidue anni di Pontificato fra Scisma ed esilio.

Gli successe, eletto a Velletri il 6 settembre 1181, Ubaldo Allucingoli, col nome di Lucio III.

Egli entrò fin da subito in conflitto con la Popolazione romana e fu energicamente difeso dal Primate di Magonza, che si spense il 25 agosto del 1183.

Due mesi prima della sua morte, la tregua convenuta a Venezia tra i Comuni lombardi e l’Imperatore era divenuta pace definitiva, poi ratificata a Piacenza e a Costanza.

All’inizio dei trattati si discusse dei termini convenuti a Montebello e dell' arbitrato cremonese del 1174, quando era riconosciuta dal Sovrano la costituzione consolare e la libertà dei Comuni lombardi che ad essa si richiamavano. Restavano però elementi da ripianare: i Lombardi volevano concedere all'autorità sovrana dell’Imperatore un carattere esclusivamente formale, ove egli lo pretendeva sostanziale.

A loro avviso, una sola volta e sotto ogni nuovo Sovrano, i loro Consoli avrebbero sollecitato il conferimento dei diritti esercitati in nome dell' Impero e vederli accolti per tutta l'estensione della rispettiva Diocesi; esigevano, inoltre, la revoca di tutti i decreti emanati in danno dei Comuni e la garanzia di non adozione di iniziative ritorsive a carico di Alessandria.

La discussione si svolse a Norimberga, nel gennaio/febbraio del 1183: nessuna delle Parti era disposta a recedere dalle posizioni espresse.

Alla fine la soluzione fu trovata nel contratto speciale intervenuto fra l’Imperatore e la controversa città: il 14 marzo del 1183 Alessandria rese atto di sottomissione incondizionata all’Impero e fu graziata e investita dei diritti e delle libertà già riconosciuti agli altri Centri, a condizione di mutare il nome in Cesarea.

Raggiunta l’intesa, fra marzo e aprile del 1183, i Rettori della Lega convenuti per i negoziati nella chiesa piacentina di Santa Brigida, dove i termini del patto furono concordati, giurarono di osservarlo e si trasferirono a Costanza per la convalida: gli accordi assunsero il nome di Pace di Costanza e si composero di trentatré articoli, più una premessa e una conclusione.

Federico e il figlio Enrico concedevano alle città, ai luoghi e alle persone della Lega le regalie e le consuetudini godute ab antiquo entro le mura:  i boschi, i pascoli, i ponti, le acque, i mulini, l'Esercito, le munizioni, la giurisdizione civile e criminale. L’Imperatore confermava le concessioni fatte dai Predecessori prima della guerra ai Vescovi, alle chiese, alle città mentre erano annullati tutti i privilegi e le concessioni rese durante il conflitto con i Comuni.

I Consoli si obbligavano al giuramento di fedeltà al Sovrano, che investiva i Vassalli secondo rito e che perdonava i danni e le ingiurie ricevute dalla Lega; consentiva alle città di fortificarsi, di mantenere le alleanze e di contrarne delle nuove; annullava i trattati stipulati per timore; restituiva i beni espropriati ai membri della Lega; scusava Obizzo Malaspina.

I Componenti la coalizione all’impegno di lealtà, da rinnovarsi ogni dieci anni, aggiungevano il mantenimento dei diritti e dei possessi dell’Imperatore in Lombardia e la disponibilità ad aiutarlo nel recupero di quelli perduti garantendo, quando egli avesse attraversato le terre lombarde, la fornitura di  viveri; la sorveglianza dell’efficienza di ponti e vie; la tutela da eventuali offese anche ai suoi Alleati e imperiali e la restituzione delle proprietà sottratte.

Lo Svevo accettava formalmente riconciliazione con Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, ma non con Imola, Feltre, Belluno e realtà contigue.

A Ferrara, invece, autem gratiam nostram reddimus et praescriptam concessionem facimus seu permissionem, si infra duos menses post reditum Lombardorum a Curia nostra de pace praescripta cum eis concordes fuerint.

La pace di Costanza fu confermata il 25 giugno del 1183.

La giurarono e sottoscrissero il Gran Ciambellano Rodolfo, quindici Principi dell'Impero e i Comuni di Pavia, Cremona, Como, Tortona, Asti, Alba, Genova e Alessandria Alleati dello Staufen e sessantatré Rappresentanti della Lega, prima di essere investiti dell’incarico consolare.

In definitiva, a Costanza si ridimensionarono i patti di Roncaglia ma, comunque, si riconobbero a Federico I di Hohenstaufen le doti di acuto Statista e di generoso Sovrano, teso a conquistare il favore dei Sudditi senza il ricorso alla durezza delle armi.

Nella Pentecoste del 1184, ancora a Costanza cominciarono solenni festeggiamenti durati settimane e vivacizzati dai Minnhesanger.

Nel settembre del 1184, l’Imperatore tornò per la sesta volta in Italia.

Disarmato.

I Lombardi lo accolsero con calore ed egli fu munifico: concessi nuovi privilegi nella Marca veronese, permise a Milano di riedificare Crema, cedendole per un modestissimo compenso di trecento marchi annui tutte le regalie cui aveva diritto in quella Diocesi e concluse un sodalizio offensivo e difensivo; ma il suo costante pensiero era rivolto al Regno di Sicilia, sul quale aspirava ad estendere il dominio.

Quella conquista lo avrebbe arricchito dell’intera Italia e di una considerevole fetta costiera del Nord Africa, consentendogli di estendere l’Impero dalla Germania alla Borgogna, dall'Italia ai domini bizantini, dalle isole mediterranee al Regno latino di Terrasanta rendendolo pari, per grandezza e potenza, all’ antico edificio romano.

Non era facile: se sotto Guglielmo I poteva avvantaggiarsi delle discordie e delle ribellioni delle Baronie, ora aveva di fronte un Re capace, energico e molto amato: Guglielmo il Buono, amico dei Comuni lombardi di cui era stato anche Alleato e, soprattutto, amico della Chiesa cui, nel conflitto contro l’Impero, aveva fornito solido sostegno.

La tregua stipulata a Venezia tra l'Impero, il Papato e Sicilia, peraltro, era ancora valida e non c’era una ragione che giustificasse un atto di rottura.

Forse poteva acquisire quell’ambita area a sé ed agli eredi con la Diplomazia: in quell’ottica già praticata con successo da Ottone I, prese a coltivare l’amicizia di Guglielmo che aveva sposato Giovanna, figlia del Re d'Inghilterra.

La coppia era priva di prole e, poiché il Conte Tancredi di Lecce, figlio naturale del primogenito di Ruggero I, era escluso dalla successione; sicché, presunta erede al trono siciliano era la ultratrentenne Costanza, figlia postuma di Ruggero II.

Federico ne chiese la mano per il proprio figlio ed erede diciottenne Enrico e, malgrado la resistenza delle Baronie locali, ostili a nozze che avrebbero visto assiso al trono del Sud italiano un Tedesco, dopo aver guadagnato alla sua causa il potente Vescovo di Palermo Gualtieri di Palearia, riuscì a combinare il fidanzamento ufficializzandolo il 29 ottobre del 1184 ad Augusta.

Egli si trovava, allora, in Italia anche per affrontare alcune questioni col Papa, che incontrò a Verona ai primi di novembre: benché Lucio III negasse la grazia chiesta per alcuni Vescovi scismatici e fosse rigido sulla attribuzione dei beni matildini, lo Staufen si mostrò conciliante.

Confermò, pertanto, il bando contro gli eretici i Catari e accettò di condurre una spedizione in Terrasanta sperando che, in virtù di tanta cortesia, il Primate accettasse il connubio programmato e consacrasse Enrico al soglio imperiale.

Cautamente il Pontefice delegò la vicenda al giudizio di un Concilio da tenersi a Lione, ma non trascurò di aggiungere che l'esistenza contemporanea di due imperatori era incompatibile con la vera natura dell'Impero.

In realtà, i suoi timori erano fondati: l’incoronazione di Enrico, mentre il padre era ancora in vita, gli avrebbe riconosciuto l’assunzione delle tiare di Germania, Borgogna e Sicilia, consentendo agli Hohenstaufen di porsi a capo di una Monarchia mondiale ed ereditaria, al cui potere cui anche la Chiesa avrebbe dovuto inclinarsi.

Incassato il diniego Barbarossa lasciò Verona ma, per quanto furioso ed offeso, mantenne le relazioni con la Curia di Roma contando che il Pontefice, prima o poi, cambiasse condotta.

La speranza sfumò quando, proprio a Verona il 25 novembre del 1185, Lucio III si spense.

Nella stessa giornata fu consacrato al soglio pietrino il Primate milanese Umberto Crivelli, col nome di Urbano III: inflessibile e temibile avversario dell’ Impero.

I rapporti mutarono: fu evidente, infatti, che alcuna ragione lo avrebbe indotto ad approvare il matrimonio di Enrico e della normanna Costanza d’Hauteville.

I giochi erano tuttavia fatti: per lo Staufen l'evento nuziale si trasformò in un trionfo di genio e lungimiranza politica.

La Principessa avrebbe assicurato al trono tedesco la dote della ambìta e preziosa corona siciliana.

L'isola, diventando il più forte punto d'appoggio per l'egemonismo imperiale, avrebbe consentito alle aquile staufiche di solcare indomite il Mediterraneo e di stringere in una ineludibile tenaglia geografica il Papato, da ogni parte dei suoi confini.

In questa prospettiva, egli scelse Milano come sede di celebrazione: attraverso le fastose nozze, intendeva amplificare il significato della conseguita intesa con i Lombardi; riaffermare il proprio credito in Italia; mandare alla Curia Romana un forte segnale di potenza; saldarsi in parentela con gli invisi ed irriducibili Hauteville, contro i quali la minaccia dell'uso delle armi si era mostrata insufficiente; porre un'ipoteca ereditaria sul prestigioso territorio meridionale, cerniera dei grandi movimenti economici e commerciali con l'Oriente.

Quella unione, in definitiva, perseguiva un piano di ripristino ed espansione delle prerogative imperiali: prima fra tutte, l'affermazione di un principio di autorità in grado di condizionare le ribellioni delle varie città del Nord italiano, pacificate a prezzo di difficili e sofferti negoziati, e capace di imporre alla Curia di Roma il rispetto degli Hohenstaufen.

Anche il Re di Sicilia aveva accortamente valutato i vantaggi conseguenti a quel singolare apparentamento familiare: l'avere concesso a Costanza, forse suora virginiana, di tornare alla vita civile e previa dispensa papale di assumere le responsabilità politiche della successione, in totale sprezzo delle fazioni antitedesche presenti nell'isola, era una felice occasione per sganciare il suo Regno dallo storico vassallaggio alla Chiesa.

In questa ottica, fin dall'estate del 1185 nella Dieta di Troia, Guglielmo aveva ottenuto che Tancredi di Lecce, Ruggero di Andria e Matteo d'Ajello giurassero di riconoscere il diritto ereditario della Principessa, ove egli fosse morto senza eredi diretti.

Al Pontefice non sarebbe restato che incassare il colpo per non aprire un duplice e difficile fronte di lotta: da una parte contro Federico, le cui potenza era ormai incontenibile; dall'altra contro Guglielmo, il cui territorio già dal 1186 era divenuto teatro di sanguinosi scontri per la reazione proprio di quelle ampie fazioni ostili ad un Sovrano tedesco e apertamente in contrasto con quel matrimonio. Assorbita la sconfitta, la Curia romana avrebbe trovato più proficuo fomentare la ribellione isolana e, allarmata dal pericolo espresso dal vincolo fra le potenti casate di Hohenstaufen ed Hauteville e dalla sostanziale minaccia di un unico Stato forte, a Nord e a Sud del patrimonio pontificio, avrebbe guidato i fermenti indipendentisti siculi ostili alla titolarità di Costanza, in direzione di una successione elettiva non ereditaria.

Sprezzante del dissenso papale, il 27 gennaio del 1186 nella suggestiva cornice della chiesa di sant'Ambrogio di Milano, con accorta regìa Federico I diresse lo spettacolare lusso della cerimonia nuziale, incorniciata da una massiccia partecipazione popolare, e rivelò tutta la sfrenata ed atavica ambizione a porre sotto il giogo germanico le popolazioni meridionali.

La Sposa era stata scortata da Re Guglielmo fino a Salerno.

A Rieti, era stata poi accolta da un delegato di Enrico, trattenuto ancora a Spira dai funerali di sua madre.

La coppia, incontratasi de visu per la prima volta a Foligno, mosse alla volta di Pavia, ove festeggiò il Natale.

Non contò la mancanza di amore: separati da una considerevole differenza di età, egli era appena ventenne ed essa trentunenne, e comunque formati a culture diverse, essi avevano solo indirettamente concorso alla stipula di un saldo patto politico convenuto fra l'Imperatore tedesco ed il Sovrano di Sicilia.

Il Patriarca Goffredo d'Aquileia, assistito nella celebrazione dal Vescovo Ainardo di Vienne, pose la corona longobarda sul capo di Costanza che, al braccio del coniuge, sfilò lungo le vie cittadine, preceduta da centocinquanta muli carichi della dote: oro, gioielli, stoffe, arredi e quant'altro evidenziasse la radice semi/orientale della prestigiosa tiara sicula.

La reazione del Papa non si fece attendere: sospeso a divinis e scomunicato l'Officiante, che a suo parere aveva scantonato dalle proprie competenze territoriali esaltando la tracotanza sveva, estraendola dal Diritto Romano egli avocò a sé la prerogativa di intervenire nella nomina dei Re e aizzò le città lombarde ad una nuova ribellione, ottenendo la sola solidarietà di Cremona che Federico punì spietatamente, ordinando al figlio Enrico VI di marciare su Roma.

In omaggio alle prescrizioni paterne, il giovane Re mise a sacco vari territori ecclesiali.

Puntuale, il Papa si accinse a scomunicare gli Hohenstaufen, ma gliene mancò il tempo: il 20 ottobre del 1187, si spense a Ferrara, diciotto giorni dopo che il Sultano aveva annientato i Cristiani ai Corni di Hattin e occupato Tiberiade, Nazareth, Accona, Ascalona e Gerusalemme e proprio mentre, indifferente ai torbidi che squassavano anche la Sicilia, lo Staufen godeva del suo grandioso successo personale e politico.

Quella manifestazione di potenza che erano state le nozze più prestigiose del Medio Evo avrebbe presto toccato il suo più alto momento, con la sua adesione alla nuova crociata.

La liberazione dei luoghi santi dagli Infedeli, lo avrebbe riscattato dalle precedenti sconfitte e vestito di quella immagine di Paladino della Cristianità destinata a consegnarlo alla Storia come Sovrano di pace e di giustizia.

La notizia della caduta del Santo Sepolcro in mano nemica sconvolse l’Europa.

L'impellenza della ulteriore campagna in Terra Santa affondava radici in ragioni politiche assai complesse: l'intensificarsi delle ostilità fra Feudatari locali; la decadenza del Regno di Gerusalemme, motivata dalle frequenti incursioni dei Sultani di Aleppo e Damasco; i contrasti tra Ordini Cavallereschi, accentuavano la precaria stabilità del territorio.

Fra il 1174 ed il 1193, l'ufficiale del Sultanato di Damasco Yussuf Ibn Ayyub, di origine curda, occupato l'Egitto e rovesciata la Dinastia dei Fatimiti, aveva unito sotto di sé tutti i territori della Siria e Mesopotamia e cacciato i Cristiani da Gerusalemme. I Cristiani lo avevano sfidato nel 1177 e la sua feroce e brutale reazione si era consumata il 4 luglio del 1187 col tremendo massacro dei Corni di Hattin, alle porte di Tiberiade, ove era stato tratto prigioniero anche il Re Guido di Lusignano.

L'episodio era stato stigmatizzato dal Pontefice con la Bolla Audita Tremendi, promulgata a Ferrara il 29 ottobre successivo.

La Cristianità era in ginocchio.

Lungi dal valutare la errata condotta politica dei suoi fedeli in Terra d'Oriente, Clemente III ritenne giusto il ricorso alle armi e rivolse il suo accorato appello a tutti i Sovrani d'Occidente.

Fu pace: il Papato si riavvicinò all’Impero; Genova e Pisa accantonarono le questioni aperte e riorganizzarono le rispettive Flotte; i Veneziani siglarono una tregua con gli Ungari, per il controllo di Zara; i Re di Francia ed Inghilterra superarono le annose tensioni; Guglielmo II di Sicilia si preparò alla spedizione ecumenica quanto promiscua.

Il 27 marzo del 1188 a Magonza, con plateale slancio, l’Imperatore Federico I accolse l'invito; prese dalle mani del Legato Pontificio la Croce; allestì il più imponente contingente militare che fosse mai partito per l'Oriente; vestì i panni di Crociato e si qualificò Alfiere della pace, riuscendo a ripianare i contrasti di  Riccardo d'Inghilterra e di Filippo Augusto II di Francia, nello sforzo e nell' impegno comune ad una grande manifestazione della potenza militare occidentale.

Prima di affidare la Reggenza ad Enrico VI, egli ricevette a Norimberga un' Ambasceria bizantina composta da Giovanni Dukas e Costantino Cantacuzeno, per concordare il percorso nei territori del Basileus Isacco Angelo. Poi, nel maggio del 1189 partì da Ratisbona in compagnia del figlio omonimo, già Duca di Svevia e di centomila uomini, puntando sull'Ungheria ove travolse l'opposizione del Saladino.

Una volta a Belgrado, strinse rapporti con Stefano Nemanya, Principe di Serbia, ed allacciò relazioni amichevoli con i capi della rivolta bulgara: Vlach, Pietro, Asen e Ivan.

Occupata la tracia Didymotichon, ne fece la base logistica dell'attività militare e poi si trasferì ad Adrianopoli, ove trascorse l'inverno.

Nel suo passaggio verso l'Asia, spalleggiato dall'Armata siciliana capeggiata dall' Ammiraglio Margarito di Bari, sconfisse anche il Sultano di Iconio e si unì ai contingenti crociati sbarcati in Siria, ripercorrendo le tappe che erano già state di Alessandro Magno.

Il 27 aprile del 1190 fu a Laodicea ed il 17 maggio entrò trionfante in Konya.

Avrebbe schiacciato i Turchi se, durante il guado del fiume Calicadno, nella sterminata piana di Selucia, il 10 giugno non fosse annegato esponendo il suo successore ad implicazioni ereditarie assai complesse.

Il cuore e le viscere del Sovrano che, per trentotto anni aveva fatto parlare di sé l’Europa; aveva risollevato il prestigio imperiale, spesso al di là dei propri interessi personali; aveva atterrito l’Italia; aveva dominato la Germania; aveva sfidato la Chiesa; aveva frustrato le Autonomie locali; aveva emulato le gesta di Alessandro il Macedone e aveva aspirato a ridare vita ai fasti dell’Impero romano, furono sepolti a Tarso.

La morte, incontrata nel corso della campagna di riconquista dei luoghi santi lo inserì nel ciclo delle leggende tedesche dei grandi Eroi, come Padre della Patria; come Restauratore della Giustizia; come Protettore di Arte e di Cultura; come Simbolo di pace.

Non è un caso che, a ben ottocentoventisei anni dalla morte, il suo ricordo sia ancora vivo.

Un monotono stormo di corvi domina la cima del monte Kyffhäuser, in Turingia: fra i secolari faggi che sorvegliano la pianura, si staglia l’imponente monumento alloggiato sulle rovine del Reichsburg Kyffhausen, una delle più grandi fortezze medievali germaniche.

Si vuole che l’Imperatore, troppe volte identificato col dio paleocristano Odino, ne abiti il ventre; che non sia mai stato travolto dalle acque insidiose del Calicadno; che sieda, protetto da quelle rocce scure, assorto in impenetrabili pensieri, deciso a sfidare la luce del giorno quando i corvi smetteranno di volare.

Allora egli scioglierà in volo le mai dome aquile sveve e restituirà la Germania alla sua grandezza offuscata da quell’offensiva in Unione Sovietica che, nel deliro del 1941, chiamarono Operazione Barbarossa e che fu la premessa del disonore tedesco, sul cui altare furono immolati milioni di Innocenti.

Quei luoghi della memoria che inducono anche al Römerhaus di Francoforte, lo sollecitano ad allestire una nuova Crociata europea, giusta a riscattare la attuale pavidità dell’Occidente e a lenire quel dramma luttuoso abbattutosi sulla Casata sveva e richiamato da Friedrich von Raumer: Federico I, Enrico VI, Federico II furono rispettivamente un Principe illuminato che avrebbe voluto governare Italia e Germania come uno stato tranquillo e bene ordinato, un Sovrano che avrebbe sostituito alla pura fermezza la spietata coerenza dell’intelletto e un Imperatore che, nella sua opposizione ai Papi,  potremmo dire che divenne protestante: quell’ultimo Grande Hohenstaufen, la cui tragica vicenda lo rende ancora oggi emblema della sostanziale ingiustizia della Storia, nella maestosa solitudine di Sovrano tradito!

La nostalgia popolare, spesso preda della deriva della suggestione, difende la propria orfanità aggrappandosi ai fantasmi di un Passato che non torna e che ha scritto pagine di sangue, col sangue, nel sangue, chiamandole Storia.

Erano altri tempi quelli dell’Europa medievale; dell’Europa riformista, di cui anche Lutero, pur biasimando la superbia degli Svevi, li raccontò come miseramente oppressi e calpestati dal Papato; dell’Europa illuminista; dell’ Europa romantica di quando, ancora, sopravviveva quel senso della Nazionalità concepito come vincolo di uguaglianza e rispetto di una libertà comune e condivisa.

Di quella Europa, Federico I resta mythomoteur saldandosi a quel bisogno cruciale alla identità sedimentata intorno alla memoria di un territorio, come indicano lo Storiografo catalano Ramon de Abadal y de Vinyals; l’etnosimbolista americano John Alexander Armstrong e, ancora, l’Antropologo inglese Anthony D. Smith.

Fu davvero Pater et Rex Europae, Federico I Imperatore?

L’8 gennaio del 1166, constatando quanto radicato fosse nell’immaginario collettivo il mito di Carlo Magno, egli ne volle la canonizzazione dall’antiPapa Pasquale III; ma il Concilio lateranense III del marzo del 1179 annullò quell’atto e, ad oggi, il culto viene celebrato nella sola Diocesi di Aquisgrana.

Resta il suo modulo politico, opinabile quanto si voglia ma mutuato dalla strategia fissata a quel lontano Natale dell’800, quando un Sovrano franco rese definitiva la separazione religiosa e civile fra Oriente e Occidente; promosse una relazione di subalternità con l’Italia; offrì spunto alla lotta fra Papato ed Impero per la supremazia sul mondo cristiano, la cui radice affondò nel diverso modo in cui i due più alti rappresentanti del Potere concepirono l’autorità: solo con la sua morte, in definitiva, quella convinzione messianica del ruolo imperiale si appannò a vantaggio dei sedicenti Vicari di Dio e Istitutori del Sacro Romano Impero.

Certamente Francesi e Tedeschi, nel contendersene la cittadinanza: gli Uni esaltandone la memoria come Protagonista di eroiche gesta dettate dalla fede; gli Altri rappresentandolo come Legislatore e Statista, non hanno mai considerato che egli non fu francese né tedesco, ma semplicemente Germanico.

Certamente ebbe il merito di aver fondato un'idea d'Impero che, sopravvissuta allo stesso suo Impero, ispirò tutti i Sacri romani Imperatori succedutigli.

Certamente trattò la Chiesa da Suddita, entrando nel merito delle nomine papali; esigendone il giuramento di fedeltà; designando Vescovi; sorvegliando la disciplina ecclesiale e il rispetto della Dottrina, attraverso un Legato che, risiedendo a Roma, proteggesse il Clero ed esercitasse per conto della Corona tutti gli atti di sovranità.

Certamente fondò lo Stato sul Clero e sull’Aristocrazia terriera, assecondandone interessi ed ambizioni senza mai derogare dalla propria Autorità.

Certamente radicò nel sangue le radici cristiane dell’Europa

Certamente spianò la via alla formazione degli Stati Nazionali e della coscienza identitaria dei Popoli.

Certamente trasformò l’Europa feudale in un formidabile edificio avente al vertice l’Imperatore ed ai lati un’immensa Periferia, sorvegliata da una catena di Poteri poi minacciati dal Papato e dai Grandi Feudatari.

Certamente la sua morte accentuò il travaglio di una stagione che, connotata da fasi di anarchia e lotte per la successione, fece da retroterra ad un nuovo impianto sociale nel quale Signorie e Principati concorsero alla formazione dello Stato Moderno, avviato dal Capitolare di Quiérzy e dalla Constitutio de Feudis.

Certamente nei secoli successivi gli si ascrisse da più parti l’essere stato propugnatore ed iniziatore di un processo politico ed economico riconducibile all’attuale concetto di unificazione europea.

Così da Carlo Magno ad Ottone I e a Federico I e, infine, a Federico II, il legame Germania/Italia si srotolò: in una incancellabile esperienza politica, economica, sociale, artistica, al cui termine la Penisola implose, vocandosi all’isolamento autonomo delle Periferie ancora oggi incapaci di ritrovarsi unite in una identità nazionale, per la secolare ipoteca religiosa di cui conobbe mai gli effetti costruttivi della Riforma, ma solo le più nefaste implicazioni e conseguenze della Controriforma.

Bibliografia: