Personaggi

Filippo IV

di Ornella Mariani
Filippo IV il Bello
Filippo IV il Bello

Figlio di Filippo III l’Ardito e di Isabella d’Aragona, nacque a Fontainebleau nel 1268 ed a sedici anni sposò Giovanna I, Contessa di Champagne e Regina di Navarra.

Insediatosi al trono, ancorché giovanissimo, si rivelò scaltro, spregiudicato e senza scrupoli nel gestire la complessa eredità di un dissesto causato dalla intensa attività bellica: il conflitto con l’Aragona, contro la quale sostenne gli Angioini partenopei nella Guerra del Vespro e la guerra con Edoardo d’Inghilterra ed il Signore di Fiandra Guy Dampièrre, contro i quali si alleò con il Re di Scozia John Balliol.

Conciliatosi con gli Inglesi anche per la mediazione di Bonifacio VIII, dopo aver favorito le nozze della figlia Isabella con l’erede al trono d’oltreManica, Filippo IV decise di armarsi in danno dei Fiamminghi, a lui ostili fin dal 1294: invasa la regione, le impose un insostenibile e vessatorio regime fiscale e nel 1297 ne fece arrestare il Conte. Dopo alterne vicende, intervenne la tregua di Montreuil del 1299; tuttavia, nel maggio del 1302, in quelli che furono definiti i Matines de Bruges, la popolazione insorse e massacrò orrendamente la guarnigione francese di stanza. Alla sanguinosa provocazione, fondata sulla mancata e pur promessa liberazione del Dampièrre, il Capetingio oppose un’esemplare spedizione punitiva; ma, l’11 luglio successivo, la sua leggendaria Cavalleria feudale fu umiliata a Courtrai e solo due anni dopo egli poté rivalersi con la vittoria di Mons-en-Pucelle, sancita dal Trattato di Athis-sur-Orge del 1305: se la Francia incassava il controllo di Lilla, Béthune e Douai, le Fiandre ottennevano l’ambìta indipendenza.

In quegli anni, alla vacillante e fallimentare politica estera, Filippo aggiunse l’aspro contrasto maturato con la Chiesa quando il Clero aquitano si era rifiutato di sostenere le spese della guerra contro l’Inghilterra. Alle secche rimostranze della Corona, nel 1296 Bonifacio VIII aveva opposto la Bolla Clericis Laicos, affermandovi la superiorità del potere spirituale su quello temporale ed irrogando scomuniche a tutti i Laici che avessero riscosso imposte dal Corpo sacerdotale. Nel botta e risposta che ne era seguito, Filippo aveva vietato l’esportazione dell’oro dalla Francia a Roma e il Primate, riconsiderando la portata dello scontro, lo aveva attenuato pubblicando la lettera Ineffabilis amoris dulcedine.

Quella sorta di armistizio, però, aveva avuto breve durata: le tensioni erano riesplose nel 1301, per l’arresto del Vescovo di Senlis Bernard Saisset. Contro quell’atto, con la Bolla Ausculta Fili, Bonifacio aveva stigmatizzato l’operato del Re e convocato un concilio che si pronunciasse in proposito.

Il Sovrano aveva rilanciato la sfida il 10 aprile del 1302 riunendo gli Stati Generali in Notre Dame a Parigi e facendovi dare lettura solenne della indipendenza della Nazione e della Corona dal potere ecclesiale. Il 18 novembre successivo, il Papa aveva enfatizzato la scomunica con l’epistola Unam Sanctam, ribadendovi il proprio primato e suscitando la violenta levata di scudi del governo francese.

Il 7 settembre del 1303 il Cancelliere di Corte Guillaume Nogaret, venuto a Roma per opporsi alla promulgazione della ulteriore Bolla Super Petri Solio, aveva raggiunto Bonifacio in Anagni e, con la complicità di Giacomo Sciarra Colonna, lo aveva umiliato; arrestato e liberato dopo giorni di dura prigionìa che forse ne provocarono la morte.

Il 22 ottobre dello stesso anno, il soglio fu occupato da Benedetto XI che affrancò Filippo IV dalle interdizioni; ma il suo pontificato durò solo otto mesi. Forse la sua morte dipese da una indigestione, ma da più parti si levarono voci di un avvelenamento disposto dal più temuto agente della Corona francese: Guillaume de Nogaret. Non a caso, il Papato fu francesizzato attraverso manovre che portarono al soglio Clemente V, al secolo il guascone Bertrand de Goth. Assecondando le pressioni della Corona, nel 1309 costui si insediò in Avignone, a quel tempo in possesso degli Angioini di Napoli, di fatto non risiedendo in territorio francese ma in territorio di un Sovrano Vassallo della Chiesa, ormai strumento della Monarchia capetingia. Fu tale vantaggio ad indurre Filippo IV, a corto di denaro e pesantemente indebitato con l’Ordine dei Cavalieri Templari, a processarne i vertici, accusandoli di eresia, stregoneria ed altri abietti reati; confiscandogli i beni a beneficio della Monarchia e disponendo esecuzioni di massa.

Ancora nel perdurare delle concitate fasi di quella iniziativa, però, egli si spense a seguito di una caduta da cavallo, durante una battuta di caccia: era il 29 novembre del 1314.

Non lasciò rimpianti, ma la memoria di pagine fosche ed infami che ne enfatizzarono l’arrogante e crudele prepotenza, peculiare anche ad altri membri della famiglia, a partire da Carlo I d’Angiò. Pur consolidando la Corona e modernizzando lo Stato con l’introduzione di una Monarchia burocratizzata e pur continuando l’opera di concentrazione del potere regio attraverso il sostegno di Giuristi ostili al potere feudale ed ecclesiale, Filippo IV attuò scelte improvvide, impopolari e disastrose per la Nazione. La belligeranza con l’Inghilterra, con le Fiandre e con gli Aragonesi, infatti, aveva isolato la Francia e sfasciato l’economia nazionale: egli aveva creduto, una prima volta, di risolvere il problema diminuendo il tenore d’oro nelle monete, di fatto aggravandolo e guadagnandosi l’appellativo di Re Falsario; una seconda volta, urtando la suscettibilità di Bonifacio VIII con l’imposizione di tasse al Clero che, esentato dai tributi, si sosteneva col sistema delle decime e delle donazioni; una terza volta organizzando una spietata caccia al denaro della Comunità ebraica, costretta ad un disperato esodo; una quarta volta indebitandosi proprio con l’Ordine dei Cavalieri Templari, il cui debito azzerò con un vergognoso genocidio.

In definitiva, con la complicità dei Consiglieri Guillaume de Nogaret, Pierre Flotte ed Enguerrand de Marigny e con l’appoggio dei fratelli Carlo di Valois e Luigi d’Évreux, il Capetingio divenne celebre per le profonde divergenze con la Chiesa; per l’oneroso sistema tributario imposto al Clero; per le soverchierie operate in danno dei Fiamminghi; per la demolizione della teocrazia papale; per l’inaudito e discutibile trattamento riservato ad un Papa a carico del quale intentò un processo postumo, accusandolo anche di pratiche magiche e di negromanzia; per le ingerenze commesse nelle successive elezioni papali; per la politica repressiva contro i Giudei; per l’assassinio di Guichard Vescovo di Troyes, incolpato di aver stregato a morte la Regina; per l’indebolimento del Corpo Episcopale, trasformato in strumento passivo del trono, tale da definire l’esautorato Pontefice il Cappellano del Re di Francia.

Filippo IV aveva avuto sette figli: Margherita, nel 1294 fidanzata all’Infante Ferdinando di Castiglia ma morta all’età di due anni; Luigi X il Litigioso; Bianca, deceduta a quattro anni; Filippo V il Lungo; Isabella la Lupa di Francia, coniugata al Re Edoardo II d’Inghilterra; Carlo IV il Bello; Roberto, fidanzato a Costanza figlia di Federico III d’Aragona e Re di Sicilia, mancato ad undici anni.

Tutti i maschi sopravvissuti fino all’età adulta ed ascesi al trono furono detti i Re Maledetti. L’unica figlia superstite fu Isabella, Regina d’Inghilterra.

Le pagine più fosche di Filippo IV: Le scandale de la Tour de Nesle

Luigi X aveva sposato Margherita, figlia del Duca Roberto II di Borgogna; i germani Filippo V e Carlo IV avevano rispettivamente impalmato Giovanna e Bianca, figlie del Conte palatino Othon di Borgogna e della potente Mahaut d’Artois. Morta la Regina, le tre Principesse avevano introdotto a Corte un allegro regime in contrasto con l’austerità del suocero: nessuno, a partire dagli inetti mariti, le sorvegliava nè poteva sospettarle d’infedeltà. Tuttavia, nell’aprile del 1314, Isabella informò il padre della disdicevole condotta delle cognate Margherita e Bianca che, dopo tre o quattro anni di matrimonio, con la complicità di Giovanna, avevano preso per amanti due scudieri: i fratelli Gautier e Philippe d’Aunay, ogni notte incontrandoli nella Torre di Nesle. Filippo IV era dilaniato dal dubbio: soffocare le chiacchiere eliminando discretamente i due o, pur mettendo i figli alla gogna, provocare uno scandalo senza precedenti nella Storia francese?

La vicenda non consisteva di un semplice adulterio: era un affaire minaccioso per la credibilità capetingia.

Deciso a vendicare proprio l’onore della dinastia, egli ordinò una puntuale inchiesta a margine della quale, non risultando dubbi circa la colpevolezza delle nuore, decise di rendere pubblici i fatti ormai sulla bocca di tutta la Corte e di rimettere le adultere allo Jugement de Maubuisson: esse furono arrestate; rapate; abbigliate di laceri indumenti; deportate, a bordo di un carro coperto di drappi neri, nelle gelide segrete di Château-Gaillard; processate e condannate alla prigione perpetua.

Alloggiata in una tetra cella posta alla sommità della torre della fortezza e stremata dai maltrattamenti, Margherita vi si spense il 15 agosto del 1315 forse strangolata su ordine del coniuge. Bianca, sopravvissuta ad ogni sorta di umiliazione, trasferita nella normanna Gavray ed autorizzata a prendere i voti, concluse la sua esistenza nel 1326. L’incolpevole Giovanna, ancorché trattata con maggior riguardo, fu tenuta sotto sorveglianza nel castello di Dourdan. Quale membro del Consiglio reale, la sua potentissima madre presentò insistenti istanze per la sua liberazione finché le si perdonò e le si consentì di riprendere il posto accanto al marito. I due d’Aunay: sommariamente giudicati a Pontoise, furono condannati e giustiziati per il reato di lesa maestà. Il loro supplizio fu spaventoso: dopo essere stati evirati, furono scorticati da vivi; il loro sesso fu dato in pasto ai cani; furono decapitati sulla pubblica piazza ed infine i loro cadaveri furono trascinati per le strade, prima di essere appesi alle assi del patibolo.

Si trattò di provvedimenti sproporzionati, rivelanti la crudeltà ottusa e bieca del Re che visse quell’adulterio come un affronto personale e come una sorta di attentato alle Istituzioni del Regno e, più in particolare, alla onorabilità dei Capetingi: a suo avviso, un Sovrano sul cui capo avesse pesato il dubbio della reale paternità, non avrebbe avuto autorità morale; né sarebbe bastato, per prevenire danni, escludere dalla successione la piccola Giovanna, figlia di Luigi e Margherita, o risolvere le unioni di Luigi e Carlo con annullamento del vincolo e dichiarazione di illegittimità della eventuale prole.

Al tempo dello scandalo Luigi X, Filippo V e Carlo IV avevano rispettivamente venticinque, ventitrè e ventuno anni: essi morirono a ventisette, ventinove e trentatrè anni. Succeduto al padre e già vedovo, il 13 agosto del 1315 Luigi X sposò Clemenza, sorella di Carlo I d’Ungheria. La figlia di primo letto Giovanna mantenne il solo diritto ereditario sulla Navarra. Quando il 5 giugno del 1316, improvvisamente il giovane Re si spense, la moglie era incinta: la reggenza fu tenuta da Filippo V fino alla nascita del postumo Giovanni I, vissuto solo cinque giorni. Il 9 gennaio del 1317, pertanto, il Reggente fu legittimamente incoronato con la moglie Giovanna, che mise al mondo sei figli: Giovanna, sposata ad Eudes IV di Borgogna; Margherita, maritata al Conte Luigi di Fiandra; Isabella, coniugata con Ghigo di Viennois; Filippo, morto in tenerissima età; Bianca, nubile e forse suora di clausura; Luigi, mancato ad un anno. Nell’agosto del 1321 il Sovrano si ammalò e morì il 3 gennaio successivo: l’assenza di prole maschia spianò la via del trono al fratello Carlo IV, incoronato il 21 febbraio del 1322. Negata la rimessa in libertà alla moglie Bianca, il 19 maggio di quell’anno egli ottenne da Giovanni XXII l’annullamento del matrimonio ed impalmò Maria del Lussemburgo. Dall’unione nacque una bambina che non sopravvisse e, quando fu nuovamente incinta, la Regina restò vittima di un incidente di carrozza: il prematuro neonato morì qualche giorno dopo ed ella stessa non sopravvisse alle ferite riportate. Privo di discendenza, il 13 luglio del 1325 Carlo sposò con dispensa papale la cugina Giovanna d’Évreux, dalla quale ebbe Giovanna nel 1326 e Maria nel 1327. Nel febbraio del 1328 anch’egli si spense: il 1° aprile la moglie partorì la postuma Bianca. In conformità della legge salica e col consenso di Giuristi e di un’Assemblea di Nobili, il trono passò a Filippo di Valois.

La vicenda della Tour de Nesle e la maledizione di Jacques de Molay su Filippo IV e sulla sua prole ispirarono l’omonimo dramma di Alessandro Dumas.

Le pagine più fosche di Filippo IV: l’affaire des Templiers

Nel 1307 il Gran Maestro Jacques de Molay era giunto a Parigi per presiedere il Capitolo generale. Il suo arresto avviò quell’estenuante braccio di ferro fra Chiesa e Monarchia risoltosi sette anni dopo con il terrificante genocidio preannunciato dal rogo comminato al Vescovo Guichard de Troyes, per l’infondata accusa di stregoneria.

Si trattò della più feroce operazione di polizia del Medio Evo: era venerdì 13 ottobre dell’a. D. 1307.

Alle prime luci dell’alba, in tutta la Francia scattò l’operazione segretamente concordata già il 14 settembre, quando a tutti i Balivi e Siniscalchi del Regno era stato inoltrato l’ordine di catturare ogni Templare presente sul territorio nazionale e di sequestrarne i beni.

Solo il giorno prima, l’ignaro Jacques de Molay aveva salutato il Re ai funerali della cognata Catherine de Courtenay.

Organizzata in ogni dettaglio, l’imponente retata era stata preannunciata da una campagna di calunnie contro i Cavalieri che, vittime di un ignobile processo/farsa, con spirito di sacrificio si accollarono sotto tortura colpe turpi quanto false, nella vana convinzione del difensivo intervento del Papa.

Fedeli al motto Non a noi, o Signore, ma al Tuo nome dà gloria, essi erano diventati una potenza economica internazionale; ma dopo la caduta di Acri e la scomparsa dei Regni latini in Terra Santa, erano tornati in Europa.

Ultimo loro Gran Maestro, Jacques de Molay avrebbe dovuto rilanciarne il prestigio ed ampliarne la potenza in una Francia nella quale essi: forse quindicimila, avevano già costituito una sorta di potente Stato autonomo la cui immane ricchezza aveva stimolato l’avidità rapace di Filippo IV: già scomunicato nel 1303 da Bonifacio VIII, costui negò la restituzione dei capitali pur prestatigli per finanziare le sue guerre; si impadronì dei loro beni e li annientò.

La sponda per l’ignobile atto gli fu offerta dalle faziose ed infondate accuse di due Cavalieri espulsi: essi assumevano che l’Ordine eseguisse singolari e diabolici riti iniziatici; professasse idolatria e praticasse sodomia.

La vicenda era cominciata nel 1305, quando un tale Esquiu De Floryan si era presentato a Jaime II di Spagna, sostenendo di aver appreso nelle carceri di Béziers, da un ex Templare detenuto, inaudite atrocità commesse all’interno della Confraternita: sputo sulla Croce; negazione del Cristo all’atto dell’affiliazione; adorazione di un misterioso idolo. Malgrado ostile ai Templari, titolari sul suo territorio di un enorme potere economico e politico, il Re aveva preso le distanze dalla denuncia: i sudditi non gli avrebbero perdonato azioni contro quelli che erano considerati ottimi Cristiani. Aveva, però, consigliato al delatore di rivolgersi a Filippo IV di Francia, già in aperto contrasto con la Chiesa.

De Floryan incontrò Guillaume de Nogaret...

Quando il piano di annientamento dell’Ordine fu completo, tutti i Procuratori di Francia avevano ricevuto l’ordine di procedere all’arresto simultaneo dei Cavalieri, malgrado la ferma opposizione dell’arciVescovo Aycelin di Narbona, Guardasigilli e Cancelliere del Regno. Firmati dal Grande Inquisitore Guillaume d’Imbert, i decreti imponevano l’uso della tortura per estorcere l’ammissione delle colpe imputate ai detenuti. Per porre fine ai supplizi, tuttavia, molti di essi ammisero quelle colpe, compreso il Gran Maestro.

Non fu opposta resistenza: persuasi di essere vittime di un equivoco, i Templari mai più avrebbero creduto che l’adorata Chiesa si accingesse a darli in pasto ad un Re spietato e bramoso di denaro. A chi si fosse dichiarato colpevole, venivano garantiti perdono e libertà; chi avesse, invece, negato sarebbe stato posto alla ruota finché non avesse confessato, ma la ritrattazione costituiva di per sé reato! In tanti non sopravvissero agli inumani ed umilianti trattamenti, malgrado la speranza nell’intervento del Pontefice che, con significativo ritardo, solo il 27 ottobre presentò una protesta di facciata per il mancato previo consenso all’operazione: ... Con quest’ azione improvvisa tutti provano non senza ragione un oltraggioso disprezzo verso di Noi e la Chiesa di Roma ...

Filippo, allora, disponeva già di molte confessioni giurate e firmate e la Curia non perse tempo nel condividere le iniziative del governo francese: il 22 novembre sollecitò per decreto tutti i Principi cristiani alla cattura dei Cavalieri. Parte degli Storici giustifica la mostruosità del quel genocidio assumendo che il Re fosse preda, fin dalla morte della moglie, di una lacerante e paranoica crisi mistica: dal 1305 si era dato ai pellegrinaggi; alle donazioni ad Enti ecclesiastici; alla costruzione di ospedali ed alla istituzione di fondazioni religiose, contestualmente bandendo gli Ebrei dalla Francia. Altra parte sostiene, invece, che con studiato cinismo funzionale ad una accorta strategia, egli mirasse a subornare la Chiesa prima di impunemente prevaricarla.

Edoardo d’Inghilterra accusò Filippo di persecuzione mirata al possesso dei beni dell’Ordine; tuttavia, presto ritrattò: avendone sposato la figlia, si limitò al fermo di circa trecento Templari, trattandoli comunque con clemenza. In Germania, citati avanti al Tribunale episcopale di Magonza, essi furono prosciolti da ogni imputazione. Il portoghese Diniz li riunì, ospitò e protesse nel suo Castello di Castro Morim: a Santarem la Congregazione fu dichiarata innocente ma, per effetto della bolla papale, fu comunque sciolta. Anche nell’ Aragona di Jaime II trionfò la giustizia; ma in Italia la persecuzione infuriò con terribili torture fermamente condannate dal solo Primate di Ravenna Rinaldo di Concoregio.

Il Papa restò inattivo fino al 12 agosto 1308 quando, per effetto della Bolla Faciens Misericordiam, sostituì i Tribunali civili con quelli ecclesiali, così consegnando il destino dell’Ordine all’arbitrio della Corona.

A Parigi, durante gli interrogatori condotti in presenza dell’ iniquo Nogaret, Les Gens du Roi subornavano i testi favorevoli agli imputati: Jacques de Molay, Ponsard de Gisy e Aymon de Porbone dichiararono di essersi accollate le colpe ascrittegli, per solo sottrarsi alle indicibili sevizie. Il Gran Maestro, anzi, ormai consapevole della indifferenza del Pontefice alle sorti dell’Ordine, si espresse non in nome di un Re terreno o di un Primate incapace ma in nome di Dio, profeticamente ammonendo anche la Chiesa: nessuno sarebbe sfuggito al giudizio di un Tribunale superiore!

Tra febbraio e maggio del 1310 fu celebrata la seconda parte del processo e tutti i Templari ancora presenti in Francia furono chiamati a difendere i Confratelli. Giunsero in oltre cinquecento: Vernon de Santoni testimoniò di aver visto nell’Ordine solo bene e Pietro da Bologna fu designato difensore delle vittime. Già Procuratore generale dell’Ordine presso la Curia Generale, egli presentò una sorta di memoria difensiva riaffermante la lealtà e la purezza della Comunità. Fu in quei giorni che, mentre il dibattito processuale sembrava orientarsi a favore degli imputati, morì uno dei Vescovi della Giuria: lo si sostituì subito con Philippe de Marigny, Primate di Cambrai e fratello di un Ministro di Filippo IV!

La scelta fu invano contestata anche dai Docenti della Sorbona: quella designazione di fatto annunciava la sentenza. Non a caso, il primo provvedimento del nuovo Giudice fu la comminazione del rogo a cinquantaquattro Cavalieri, rei di aver revocato le loro precedenti dichiarazioni.

Così Aymeri de Villiers-le-Duc, il 13 maggio: ... Possa venir subito inghiottito anima e corpo dall’inferno se mento! […] Certo, sottoposto ai supplizi della tortura ho ammesso alcune accuse, quando sono stato interrogato alla presenza degli uomini del Re. Ieri ho visto bruciare vivi cinquantaquattro miei confratelli. Ho troppa paura di venir condannato al rogo. Non reggerei la minaccia, cederei di nuovo, dinanzi a Voi o ad altri. Vi supplico, non rivelate alla gens du Roi quello che ora vi rivelo, ché non mi si condanni al rogo ...

Il 18 successivo Pietro da Bologna sparì: aveva compreso che la macchina complottista non poteva più essere fermata. Su suggerimento di Nogaret, al Concilio di Vienne il Papa sospese l’Ordine per via amministrativa: ... Se non si può abolire l’Ordine con una condanna, bisognerà allora sopprimerlo per via amministrativa, ché il nostro amato figlio, il Re di Francia, non ne abbia scandalo ...

Alla prima seduta, il 16 ottobre del 1311, i convenuti furono pochissimi e l’unico Sovrano presente fu Filippo. Furono insediate due commissioni cui fu esibito il carteggio processuale per la rapida pronuncia. La Bolla papale di apertura dell’Assise sollecitava i Templari a raggiungere la località per esercitarvi diritto alla difesa, ma vi si recarono solo in sette ed accusarono duramente il Re di mendacio e avidità: il Papa li fece arrestare; poi invitò i Giudicanti ad esprimersi non nell’Assemblea plenaria ma singolarmente, e nella sua residenza privata; alla fine, dispose la definitiva soppressione della Confraternita ex autoritate apostolica e, il 13 aprile 1312, pubblicò la Bolla Vox in excelsis nella quale, fra l’altro, era scritto che ... In considerazione della cattiva reputazione... delle accuse... a loro carico ... della condotta perversa e irreligiosa di molti suoi membri ... dello scandalo, ormai non più sanabile ... dell’eresia a cui sono esposte la Fede e le anime, dei terribili misfatti commessi da un gran numero di membri dell’Ordine ... Noi, non contravvenendo alle regole della Cavalleria e non senza intima sofferenza, non in virtù d’una sentenza giudiziaria ma ex autoritate apostolica, sopprimiamo l’Ordine suddetto con tutte le sue istituzioni...

A questa lettera seguì la Ad providam Christi Vicarii relativa alla destinazione dei beni sequestrati. Soppresso l’Ordine, restava il processo ai massimi vertici e ai singoli imputati di eresia: il Papa ne delegò le decisioni alla Commissione riunita a Parigi e presieduta dal de Marigny. I capi d’accusa furono confermati ed i sopravvissuti alle torture furono condannati al carcere a vita. Il Precettore di Normandia Geffroy de Charnay e Jacques de Molay si pentirono d’aver ritrattato: proprio Filippo IV pronunciò la loro sentenza di morte.

Il 18 marzo del 1314 all’ora del Vespro, sull’isolotto di Pont Neuf nella Senna, alle spalle di Notre Dame ed alla presenza di una folla imponente, essi furono arsi. Si vuole che, prima di spirare, il Gran Maestro a gran voce convocasse avanti al Tribunale di Dio il Papa entro quaranta giorni ed il Re entro l’anno.

Di fatto, l’uno morì quattro settimane dopo e l’altro nell’ autunno. Nei due eventi il Popolo vide la vendetta divina. La nemesi non risparmiò neppure la Chiesa, strumento della malvagità del subdolo Capetingio che aveva prodotto un indebolimento dell’edificio religioso; un disorientamento sociale; la caduta delle alte idealità medievali; la diffidenza della Comunità dei Fedeli.

Egli aveva distrutto un’epoca. In compenso, con l’esproprio dei beni templari risanò le sgangherate finanze francesi e favorì l’arricchimento della Borghesia nazionale, cedendole la gestione di attività fin lì svolte dall’Ordine e sottraendo l’economia nazionale all’influenza esercitata anche dai Finanzieri Ebrei e dalle Banche italiane.

Le pagine più fosche di Filippo IV: l’affaire Saisset

La Bolla di fondazione dell’Università di Pamiers fu uno degli elementi propedeutici all’aggressione compiuta in Anagni in danno di Bonifacio VIII.

L’istituzione dello Studium generale locale affonda in radici di carattere politico, ovvero nell’aspra contrapposizione tra il Conte di Foix Roger-Bernard III e Bernard Saisset, Abate della collegiata di Saint-Antonin di Pamiers: rivaleggiando per la Signoria, entrambi trasformarono in caso internazionale quello che avrebbe potuto configurarsi come un banale scontro locale fra giurisdizione temporale/ecclesiale e giurisdizione laica.

Nella querelle si inserì Bonifacio VII che, per affermare in modo categorico l’autonomia giurisdizionale della Chiesa in Francia, fondò quello Studium rendendo la modesta cittadina cruciale al conflitto con la Corona.

Cominciò nel 1301, quando il Primate di Pamiers, già Abate di Saint- Antonin, fu accusato di tradimento del Re e di colpe minori che giustificarono ogni violazione dell’immunità ecclesiale. La durissima reazione del Papa sollevò quella inaudita levata di scudi cui, conscio dell’importanza della posta in gioco, egli oppose la bolla Unam sanctam.

La Signoria di Pamiers era stata equamente ripartita fra l’Abate di Saint- Antonin ed il Sovrano nel 1269, quando Saisset e Luigi IX – nonno di Filippo IV- si erano impegnati l’uno a cedere parte dei diritti feudali sulla città, l’altro a proteggere l’abbazia dalle soverchierie del Conte Roger-Bernard. La strategica scelta aveva mantenuto vigenza fino al 1285, quando Filippo III aveva ceduto i propri diritti a Roger-Bernard III. Quella cessione, ratificata da Filippo IV, aveva aperto un annoso contenzioso tra l’Abate ed il Conte, l’uno ritenendola illegittima; l’altro pretendendo di esercitare la Signoria familiare. Saisset si recò a Roma nel marzo del 1292: Niccolò IV gli riconfermò le prerogative rivendicate ed affidò la tutela dell’abbazia al Cardinale Caetani, futuro Bonifacio VIII. Il Conte denunciò l’atto come crimine di lesa maestà, ravvisandovi una aperta prevaricazione delle disposizioni del Re. Sprezzante delle motivazioni ecclesiali, il Capetingio convalidò la cessione e nel marzo del 1295 concesse a Roger Bernard piena libertà d’azione. Costui prese a perseguitare il Clero e costrinse l’Abate alla fuga. Il 24 dicembre del 1294, però, Benedetto Caetani era stato consacrato Papa! La sua reazione fu rigorosissima: scomunicato il Conte, colpì d’interdetto Pamiers; il 23 luglio del 1295 la elevò a sede vescovile; ne nominò Primate il pugnace Saisset e nel successivo dicembre vi istituì lo Studium ed una sede del Tribunale di Inquisizione, così ponendo in essere una nuova giurisdizione ecclesiale direttamente subordinata alla Curia Romana. L’azione mirava a contenere gli sconfinamenti sistematici di Filippo, che aveva invertito rotta rispetto alla politica adottata dai predecessori nei confronti della Chiesa.
L’adozione di quelle misure fu causa sotterranea dello scontro aperto con la Corona.

Fin dall’inizio del 1296 l’attenzione politica, infatti, si incentrò sulla bolla Clericis laicos del 24 febbraio e sulle implicazioni del suo contenuto circa la supremazia ecclesiale ed il veto al Clero di pagare imposte ai poteri secolari senza la previa approvazione papale. Lo scritto, valido per tutti i poteri secolari occidentali, colpiva anche il Sovrano inglese che aveva già imposto una decima senza informarne la Curia.

In sostanza, era in gioco la sovranità.

In quel periodo Francia ed Inghilterra guerreggiavano e il bisogno di denaro spingeva entrambe le Corone a recuperarne attraverso l’imposizione di nuove tasse proprio agli Ecclesiastici: Filippo aveva già ottenuto da un’Assemblea di Baroni e di Prelati a lui vicini un contributo eccezionale di un cinquantesimo di tutti i patrimoni mobili e immobili, giustificandone l’esazione come imprescindibile difesa del Regno. Quella sorta di emergenza, in qualche modo giustificando la mancanza dell’autorizzazione papale, si era spinta ad un’ordinanza di veto di esportazione di valori e di denaro delle chiese francesi fuori dal Regno. Attenuando la polemica, Bonifacio replicò con la Bolla Ineffabilis amoris del 20 settembre e con la canonizzazione di Luigi IX; ma i rapporti si incrinarono ancora nel settembre del 1301 quando, in sprezzo della giurisdizione ecclesiale, Filippo fece provocatoriamente arrestare il Vescovo Saisset.

In effetti, la questione della sovranità locale era stata risolta con un compromesso tra costui ed il Conte; ma la pretesa di Bonifacio della completa sottomissione anche della popolazione, ancora sotto interdetto, aveva rinfocolato le tensioni: il 28 novembre del 1299, egli aveva anatemizzato di nuovo la città minacciando di accusarla di eresia davanti al Tribunale dell’Inquisizione e, nel gennaio del 1301, in applicazione del provvedimento, Saisset aveva deposto tutti i Consoli locali assumendone la incompatibilità con la condizione di scomunicati. Lungi dal piegarsi, in aprile i cittadini si erano appellati all’arciVescovo di Narbona, al Papa ed al Re che, senza indugio, aveva fatto aprire un’indagine sui crimini del Presule e ne aveva ordinato il fermo. Due Legati della Corona raccolsero ben ventitré testimonianze utili a comporre una lista di dieci capi di accusa vertenti sulla diffusione di false profezie attribuite a san Luigi, che avrebbe a suo tempo annunciato la distruzione del Regno per la malvagità del nipote, e sulla organizzazione di varie cospirazioni contro il Re, definito ... de bastardis seu de spuriis oriundus ..., ovvero illegittimo figlio del padre e, pertanto, illegittimo Sovrano.

I fatti contestati, naturalmente infondati, furono suffragati sia dalle testimonianze di nemici di Saisset che da quelle di suoi amici, costretti a mentire sotto tortura.

Notizia delle cospirazioni dell’imputato fu confermata anche dal Vescovo di Toulouse Pierre de la Chapelle Taillefer!

Benché il giudizio dell’Episcopato fosse prerogativa esclusiva del Papa, il 24 ottobre del 1301 l’ex Abate fu deportato a Senlis per esservi sentito da un Consiglio regio. Alla presenza anche di Gilles Aycelin, Primate di Narbona, il Giureconsulto Pierre Flote elencò una nuova lista di ventotto accuse fra cui anche quella di eresia. Dopo averne dato lettura, costui pose Saisset proprio sotto custodia di Gilles Aycelin perché garantisse l’esecuzione della sentenza: se si fosse rifiutato di procedere, vi avrebbe provveduto il Re justitia exigente.
Il Primate si schermì assumendo dover consultare gli altri Prelati del Regno ed il Pontefice. A quel punto, alcuni Baroni del Consiglio chiesero di uccidere subito Saisset ma, a fronte delle violente proteste del Vescovo di Narbona, che lo accusò di tirannìa, Filippo accettò di impedire atti brutali a condizione che il reo restasse sotto custodia della Chiesa in veste di prigioniero: ove fosse stato posto in libertà, sarebbe stato considerato lecito assassinarlo per vendicare l’onore della Corona. La manipolazione dei fatti era evidente: Saisset veniva ufficialmente arrestato da un suo superiore ecclesiastico, sia pur su ordine regio, e tutta la procedura, al di là dal provare le reali colpe dell’ex Abate, puntava a subordinare l’Autorità ecclesiale alla Corona: conferendo alla sua Monarchia una dimensione sacrale, Filippo voleva spianare la via ad una trasfigurazione del proprio potere. L’accusa di eresia mossa a Saisset significava che in un crimine contro la fede il Re veniva a rivestire una funzione pressocchè pontificia di difesa di questa: come dire che il Regno assumeva carattere di corpo mistico dell’intera Cristianità, ad imitazione e rilancio dell’edificio teologico-giuridico elaborato dai Papi del XII secolo. Paradossalmente, il Re si sentiva pari al Capo della Curia romana: l’uno, Vicario temporale di Cristo in Francia; l’altro, Vicario spirituale sulla Terra.

Il caso Saisset, in definitiva, fu un eversivo colpo di mano cui il Papa reagì con una raffica di Bolle tra il 4 e 6 dicembre 1301: con la Secundum divina ricordava al Re l’assenza di potestà laica sui Chierici e lo esortava a liberare Saisset per non offendere la maestà divina; con la Salvator mundi sospendeva i privilegi accordati alla Corona; con la Ante promotionem nostram convocava a Roma per il 1° novembre del 1302 tutti i Vescovi, rappresentanti di Capitoli, Abati di Francia, teologi e Giuristi canonici per trattare della tutela della libertà ecclesiastica e della correzione degli eccessi; con la Ausculta fili riaffermava il suo primato super reges et regna.
La replica di Filippo giunse il 10 aprile del 1302, quando furono riuniti gli Stati Generali al cui interno Pierre Flote sostenne fermamente che il Re non ha alcun superiore sul piano temporale. Il 25 giugno 1302 in Concistoro ed alla presenza dei Legati della Corona, Bonifacio VIII espresse la sua decisione di deporre il Sovrano e, se necessario, di sollevare dall’incarico tutti i Prelati francesi che non si fossero presentati al Sinodo convocato a Roma per il successivo novembre. In effetti, vi si recò solo la metà di quell’Episcopato, né si hanno elementi certi sullo svolgimento dell’assise: forse vi si discusse il contenuto della Unam sanctam, promulgata il 18 novembre 1302. Qualche mese dopo: il 12 marzo del 1303, Guillaume de Nogaret accusò Bonifacio VIII di eresia.

Era la fase più drammatica dello scontro tra poteri.

Quanto al caso Saisset, non ebbe conclusione. L’Abate tornò presto nella propria diocesi di Pamiers e la governò fino alla morte avvenuta nel 1311, così confermando il disinteresse della giustizia regia alla sua sorte e la pretestuosità mendace delle accuse a suo tempo rivoltegli. Filippo IV aveva avuto quello che voleva: appropriarsi dei fondamenti mistici della sovranità derivandone la sconfitta della costruzione teocratica e la sacralizzazione del potere capetingio.
In questa direzione era stata elaborato il Sane ad audientiam di Nogaret: con esso, sostituito di fatto il Papa col Re e dichiarato vacante il soglio, il Capetingio si proclamava paladino della fede e, in nome della tradizionale fedeltà della sua Monarchia alla Chiesa, pretendeva dal nuovo Pontefice il giudizio postumo sull’operato del Papa eretico. Medesimo aberrante concetto pose al centro del genocidio templare: affrancandosi dei debiti contratti con l’Ordine e defraudandolo dei beni, si proponeva salvatore della Cristianità minacciata dall’eresia dei Cavalieri!

Sta di fatto che, dopo l’attentato di Anagni, i Papi non impugnarono più l’asserita Plenitudo potestatis e Filippo IV fu riconosciuto Rex christianissimus.

Bibliografia: