Personaggi

Heinrich III der Schwarze

di Ornella Mariani
Sarcofago sepolcrale di Heinrich III der Schwarze.
Sarcofago sepolcrale di Heinrich III der Schwarze.

Heinrich III der Schwarze

Duca di Baviera a dieci anni; Duca di Svevia e Re di Borgogna a ventuno; Rex Romanorum a ventidue e Imperatore a ventinove, noto anche come Arrigo III, nacque il 28 ottobre del 1017 e si spense il 5 ottobre del 1056.

Figlio unico di Corrado il Salico e di Gisella di Svevia, aveva trascorso la propria infanzia e giovinezza in Baviera, ove era stato educato dai Vescovi Brunone di Augusta e Engilberto di Frisinga.

Già nel 1026 designato alla successione, il 14 aprile del 1028 fu consacrato Sovrano in Aquisgrana dal Primate Pellegrino di Colonia e nel 4 giugno del 1039, morto il padre, ascese al trono senza contrasti, distinguendosi presto per la politica energica e decisa: consolidata l’autorità regia, costrinse Vratislao di Boemia alla sottomissione; impose il vassallaggio a Pietro d'Ungheria e, alla morte del cugino Corrado II, ne assunse la reggenza della Carinzia.

Nel 1036 sposò Gunilde di Danimarca, figlia di Knud il Grande ma, quando a soli due anni dalle nozze ella fu stroncata dalla malaria dopo aver messo al mondo la piccola Beatrice, Enrico impalmò Agnese di Poitou che gli dette sei figli ed attraverso la quale maturò stretti contatti col Monachesimo clunyacense non rinunciando, tuttavia, a partecipare a varie imprese militari e politico/ diplomatiche: nel 1032, Enrico fu in Borgogna; nel1033 inBoemia; nel1038, inItalia assieme al genitore; nel1040 inPolonia, ove aveva costretto Re Boreslav, con l’aiuto del Principe russo Jaroslav, a riconoscersi Vassallo dell’Impero e a liberare Cracovia, Posen e Gnesen, indebitamente occupate; nel1941 inUngheria ove, contro il dilagante paganesimo e in difesa del Cristianesimo instaurato dal santo Re Stefano, aveva sostenuto l’incoronazione di Pietro il Veneziano dopo la morte dello zio Stefano Arpad ed ove, nel1044, amargine di tre campagne armate, entrò nella capitale Stuhlweissenburg liquidando sulle sponde della Raab l’altro pretendente al trono: Samuel Aba, catturato e giustiziato; ancora nel1044 inLorena ove, morto il Duca Gozelone, rivendicò diritti sulla regione, negando la successione all’erede e contrastandolo quando costui aveva sodalizzato con Baldovino di Fiandra; nel1054 aPraga, ove fu mediatore di pace fra Vratislao di Boemia e Casimiro I di Polonia.

Nel perdurare di tali avvenimenti, allargò i confini della Marca orientale che estese alla Leitha ed alla Morava; realizzò la massima espansione imperiale verso Est ed introdusse in Germania la Tregua Dei.

In proposito, la vicenda che più lo impegnò fu quella italiana ed in particolare legata alle relazioni con la Curia romana: nel 1046, infatti, il Sovrano scese in Italia per dirimere la gravissima crisi attanagliante la Chiesa, lacerata dalla presenza di ben tre Papi eletti dalle più potenti consorterie capitoline: Gregorio VI, Silvestro III e Benedetto IX, nel gennaio del 1045 cacciato da Roma da una rivolta popolare.

Il 10 aprile successivo il transfuga, però, rientrò e riassunse la carica assumendo di non essere stato deposto da un Concilio e, ad un mese dalla reinsediamento, pose in vendita la tiara al migliore offerente: Gregorio VI.

Intenzionato a porre fine alla scandalosa situazione, il 20 dicembre di quell’ anno, Enrico incaricò costui di convocare il Corpo episcopale a Sutri ove, a debita distanza dagli intrighi e dalle tensioni romane, in un’assise comunque non ecumenica, avrebbe archiviato la spinosa condizione scismatica.

Varcò le Alpi, alla testa di un formidabile esercito, assieme ad un foltissimo contingente di Principi secolari ed ecclesiastici, tutti suoi Vassalli.

Perseguiva un solo obiettivo: essere legittimato al soglio imperiale e, in quella veste, restaurare l’ordine in una Roma teatro di scontri fra fazioni partigiane dei tre sedicenti titolari al soglio pietrino, rispettivamente residenti in San Pietro, in San Giovanni e in Santa Maria Maggiore.

Fatta sosta a Pavia, Enrico riunì i Vescovi italiani assicurando loro la propria disponibilità alle riforme; censurò duramente la simonia e, a conclusione dei  lavori, emanò un editto che prevedeva l’anatema e la destituzione in danno di chi l’avesse ancora praticata.

Poi proseguì per Roma.

Al secolo Giovanni Graziani, arciPrete di san Giovanni a Porta Latina, Gregorio lo ricevette con tutti gli onori a Piacenza e, confermato il Concilio a Sutri, vi  ammise l’acquisto della tiara da Benedetto IX che, incassate mille libbre d’argento, si era ritirato in un castello dell’agro romano.

I potenti Crescenzi, però, avevano nel frattempo investito del medesimo sacro titolo il Vescovo di Sabina Giovanni de Crescenzi, col nome di Silvestro III: tale circostanza aveva indotto il Dimissionario a rientrare nell’Urbe e a rivendicare ancora una volta le proprie prerogative.

I tre contendenti si presentarono regolarmente al Sinodo ed Enrico ne liquidò le pretese: Silvestro, giudicato usurpatore e privato della dignità sacerdotale, fu confinato in un monastero, per poi essere restituito alla Cattedra di Sabina. Gregorio abdicò ammettendo …. l'enorme errore che attraverso l'impurità simoniaca ha condizionato e viziato la mia elezione… . Benedetto IX fu dichiarato decaduto per avere venduto la corona.

In definitiva, l’Imperatore li depose tutti e, nei giorni successivi, riunì ancora l’Episcopato a Roma per formalizzare la vacanza della sede pontificia.

Il 24 dicembre, dopo avere offerto l’incarico ad Adalberto Vescovo di Brema che lo rifiutò, ripiegò sul proprio Confessore ed amico Suidgero, già Primate di Bamberga.

L’alto Prelato tedesco non volle comunque rinunciare al proprio ruolo episcopale sia per l’intenso legame intrattenuto con la propria Diocesi, definita Sponsa dulcissima, sia per la cospicua fonte di reddito da essa tratta ed utile, assieme alle sovvenzioni imperiali, alla costruzione di monasteri.

Suidgero fu consacrato Papa il giorno di Natale, col nome di Clemente II.

Nella stessa data, anche Enrico e la moglie Agnese cinsero il diadema imperiale e il Pontefice appena insediato gli conferì il titolo di Patricius Romanorum e il Principatus in electione papae, ovvero il diritto di designare per primo il candidato alla carica pietrina.

Nella nuova autorevole veste, poi, il Sovrano stroncò gli ultimi focolai di ribellione dei Tuscolani, sostenitori dell’irriducibile Benedetto, mentre il neo/eletto avviava la Riforma e convocava a Roma, per i primi giorni del 1047, un’assise nella quale confermò pene rigorosissime contro i Simoniaci, con la conseguenza che, a fronte dell’alto numero di Sacerdoti e Vescovi sub judice per quel delitto, li surrogò con Clero tedesco gradito al trono.

Nel febbraio successivo, Enrico decise di recarsi nel Mezzogiorno peninsulare per rivendicare i propri diritti sui Ducati già longobardi e trovare un’intesa con i Normanni.

Fatta tappa a Montecassino per salutare l’Abate Richerio, storicamente fedele alla Dinastia salica, proseguì la propria marcia sostando a Capua, ove tenne Dieta per ridimensionare la crescente potenza di Guaimaro di Salerno, cui fece obbligo di restituire a Pandolfo il Principato locale.

Nel perdurare della permanenza sul territorio, prese al seguito il Notaio Anselmo di Besate, Autore del trattato di retorica purtroppo perduto De materia artis e della Rhetorimachia; riconobbe ai Normanni, oltre al possesso della Contea di Aversa, anche le recenti conquiste fatte nella Puglia; umiliò i Beneventani, colpevoli di avere ingiuriato sua suocera Agnese d’Angiò quando, reduce da un pellegrinaggio in San Michele del Gargano, ella era passata per la città imperiale.

Benevento lo sfidò, sbarrandogli l’accesso: per questo ulteriore affronto, egli ne devastò ed incendiò le periferie e la cinse d’assedio; ma notizia di insurrezioni animate in Lorena dal Duca Goffredo e di fermenti in atto anche in Polonia, Borgogna e Sassonia lo indussero a levare le tende ed a puntare verso Nord a marce forzate.

Prima di partire, tuttavia, ottenuta dal Papa la scomunica della città ribelle, la sottopose al controllo normanno.

A fine settembre del 1047, Clemente II si spostò in Italia centrale per liquidare, con le truppe lasciategli dall’Imperatore, gli ultimi residui di appoggio a Benedetto IX ma, il 9 ottobre successivo, nel monastero pesarese di San Tommaso, si spense all’improvviso, forse avvelenato proprio dal rivale che, sostenuto dal Marchese Bonifacio di Toscana, si riappropriò della tiara ecclesiale per la terza volta, mentre i Romani si appellavano ancora al giudizio imperiale.

Esercitando le proprie prerogative, Enrico inviò in Italia Legati che espulsero l’usurpatore e designò alla successione pietrina il bavaro Poppone, Primate di Bressanone.

Simulando, poi, di ignorare che il Nobile toscano avesse appoggiato le pretese del Papa già deposto, gli ordinò di recarsi a Roma in scorta al nuovo Primate.

Bonifacio incassò, badando a non sfidare oltre l’autorità imperiale.

Il nuovo Pontefice si insediò il 17 luglio del 1048 col nome di Damaso II, ma fu un pontificato breve: a tre settimane dalla consacrazione, anch’egli morì misteriosamente.

I Romani sollecitarono una nuova nomina: il designato Vescovo Brunone di Toul accettò a condizione che l’elezione avvenisse a Roma.

Entrò, infatti, nell’Urbe il 2 febbraio del 1049 vestendo il saio di penitente e, accolto con grande entusiasmo dalla Popolazione, fu consacrato il successivo 12 col nome di Leone IX.

Nell’aprile, egli scomunicò Benedetto e, in accoglimento alle accorate suppliche della sua Popolazione, revocò l’anatema a suo tempo lanciato sulla città di Benevento, ribelle all’autorità dell’Impero.

Dopo un pellegrinaggio al Gargano, poi, si recò in Germania ponendovi le premesse del Trattato di  Worms del dicembre 1050: Enrico riconosceva la sovranità ecclesiale proprio sull’irriducibile Centro sannita, in cambio della rinuncia papale a tutti i diritti su Fulda e Bamberga concessi da Enrico II con un privilegio del 1020. Tuttavia un nuovo evento, turbò l’apparente clima di pace e costrinse il Sovrano a tornare in Italia: la offensiva condotta di Beatrice di Toscana che, vedova del Marchese Bonifacio assassinato il 16 maggio del 1052, senza il previo assenso imperiale, era passata a nuove nozze con il Duca Goffredo di Lorena, implacabile nemico del trono.

L’autorità di Enrico era stata offesa e sfidata!

Con foltissimo seguito armato, egli mosse dalla Germania nel 1055, pressato anche da Leone IX, sempre più angustiato dall’ espansionismo normanno nell’enclave sannitica; ma il suo viaggio ebbe il solo senso di rivalsa nei confronti dell’indocile Vassallo divenuto, per effetto del matrimonio, il più influente personaggio politico dell’Italia settentrionale.

Col pretesto di un Concilio teso a varare la riforma della Chiesa, lo convocò; ma il Duca fuggì in Lorena e, contando sulla di lei parentela con l’Imperatore, lasciò alla consorte la responsabilità di dirimere il contrasto.

A Roncaglia, Enrico invitò i Grandi dell'impero e a Firenze presenziò il Sinodo programmato, confermandovi i decreti di Leone IX contro la simonia e il matrimonio del Clero. Poi si accinse a punire Beatrice, non solo per essersi risposata senza il proprio assenso ma, soprattutto, per aver delegato al coniuge il governo della Regione.

Dopo avere inviato Legati e mediatori di pace sistematicamente respinti, portando seco la figlioletta Matilde, Beatrice mosse incontro al Sovrano ma furono entrambe arrestate e prese in ostaggio.

Quanto alle ansie circa lo strapotere dei Normanni, le aspettative della Curia romana restarono disattese: il Sovrano si limitò all’invio di una Delegazione che trattasse con essi un sodalizio, bastandogli ottenerne l'omaggio all'autorità dell'Impero.

Il 19 aprile del 1054, anche Leone IX si spense.

La Corona appoggiò l’elezione del tedesco Gebeardo dei Conti di Dollnstein-Hirschberg, Vescovo di Eichstätt che, solo il 16 aprile dell’anno successivo, assunse la tiara e il nome di Vittore II.

La lunga vacanza era stata determinata dalla insistenza con la quale molte Ambascerie si erano presentate a Magonza e avevano sollecitato il Enrico ad una scelta diversa e dagli indugi dello stesso Primate, che accettò previo impegno imperiale alla tutela e difesa dei territori ecclesiali.

Enrico promise.

In realtà, coltivava solo il fermo proposito di demolire il potere della famiglia di Goffredo di Lorena il cui fratello Cardinale si era rifugiato a Montecassino, presso l'Abate Richerio.

Pertanto, in autunno, in dispregio della parola data, affidò al Papa l'amministrazione temporanea dei propri feudi; lo investì del Ducato di Spoleto e della Marca di Camerino e lo nominò Vicario del Regno italico muovendo rapidamente verso la Germania ove, nel perdurare della sua assenza, Guelfo di Carinzia e il Vescovo Gebardo di Ratisbona si erano posti a capo di una ramificata congiura tesa ad ucciderlo e a insediare al trono il Duca Corrado di Baviera.

La partenza dell’Imperatore deluse il Papa che, sentendosi isolato, cercò l’appoggio di Goffredo di Lorena.

La sola notizia dell’imminente ritorno di Enrico in Germania, intanto, liquidò ogni velleità dei Cospiratori: fu Guelfo di Baviera, in punto di morte, a denunciarli.

Enrico li punì, ma la tensione restò alta sul territorio malgrado egli rimettesse in libertà e perdonasse i Ribelli, restituendo al Duca di Lorena la cospicua eredità del Marchese Bonifacio; consentendo a Beatrice di tornare in Toscana; dando in sposa la figlia Giuditta a Salomone, erede di Andrea d'Ungheria; fidanzando, per consolidare il potere dinastico in Italia, il proprio seienne Enrico con Berta, figlia del Marchese di Susa; invitando il Papa a discutere le difficoltà della penisola per ripianarle.

Vittore giunse in Germania ai primi del settembre del 1056 e fece sosta nella sassone Goslar, ove era in atto una ulteriore rivolta.

Non ci fu tempo: intorno alla fine del mese, mentre si trovava a Botthfeld, il Sovrano si ammalò.

Riuniti sul letto di morte il Pontefice, il Patriarca d'Aquileia e i Grandi del Regno, egli dettò le ultime volontà ordinando anche la restituzione ai legittimi Proprietari di quanto confiscatogli e fece formalizzare ai Presenti la successione del figlio Enrico IV, che affidò alle cure del Primate romano.

Il sogno imperiale di una Pace ecumenica svanì con lui: a soli trentanove anni, il 5 ottobre del 1056 nel castello di Botfeld, Enrico III si spense e fu sepolto nel Duomo di Spira.

Aveva esercitato una notevole influenza sulla Chiesa, orientando le elezioni di ben quattro Papi tedeschi: Clemente II, Damaso II, Leone IX, Vittore II; aveva deposto e nominato Vescovi imputando i provvedimenti a ragioni di interesse temporale e politico; aveva sostanzialmente dominato e subordinato la Curia romana, manifestando indifferenza al pur montante tentativo di emancipazione della Chiesa dall’autorità imperiale.

Gregorovius avrebbe scritto che con lui si concludeva l’epoca dei potenti Imperatori di stirpe franca, che avevano innalzato la Germania al culmine della sua potenza universale.

Gli successe il figlio omonimo e gli sopravvissero la figlia Giuditta Maria, sposa prima del Re Salomone d’Ungheria e poi di Wladyslaw di Polonia; la figlia Matilda, moglie del Duca di Svevia Rodolfo von Rheinfelden; la figlia Adelaide, Abbadessa prima di Gandersheim e poi di Quedlinburg; la figlia Gisella; il figlio Corrado Duca di Baviera.

Bibliografia