Personaggi

Manfredi e Corrado IV

di Ornella Mariani
Manfredi
Manfredi

Un'aura romantica da otto secoli veste Manfredi Lancia, grazie alla suggestione del delicato e struggente ritratto propostoci da Dante:

«...biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un dè cigli un colpo aveva diviso.
Quand'ì mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, el disse “or vedi”
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.
Poi sorridendo disse: ”io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
...
Poscia ch'io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben detta questa faccia,
l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in cò del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e muove il vento
di fuor dal Regno, quasi lungo il verde,
dov'ei le trasmutò a lume spento...»

E, ancora:

« ...S'el s'adunasse ancor tutta la gente
che già in su la fortunata terra
di Puglia fu del suo sangue dolente
per li troiani e per la lunga guerra
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livio scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo...»

( La Divina Commedia, Purg. III, 109 e segg. Inf. XXVIII)

Manfredi Lancia, o Manfredi di Sicilia o, Manfredi di Svevia, figlio dell'Imperatore Federico II di Hohenstaufen e di Bianca Lancia, aveva diciotto anni quando assistette all'agonia ed alla morte del padre: un evento che, mutando il destino della storia del Mezzogiorno italiano, fu salutato da Papa Innocenzo IV con le parole di fuoco dell'enciclica Laetentur Coeli: ... Esultino i cieli! Si rallegri la terra, perché con la morte del vostro persecutore sembra, per l'ineffabile misericordia di Dio, che si siano mutati in dolci zeffiri e in fresche rugiade i fulmini e le procelle che sono stati lungamente sospesi sulle vostre teste. Tornate dunque subito nel grembo della Santa Chiesa, vostra madre, dove soltanto in questa potete trovare riposo, pace, libertà...

Finalmente il Papa poteva attuare il progetto di espellere dall'Italia l'invisa e temuta casata sveva e restaurarvi la propria incontrastata autorità.

Accorato e struggente, invece, fu il messaggio indirizzato da Manfredi al fratellastro Corrado IV, Re di Germania: ... si è spento il sole del mondo che brillava sulle genti, si è spento il sole della giustizia, si è spento l'amore per la pace... ... ma anche se quell'astro è tramontato, i suoi ordinamenti gli assicurano continuità e nuova vita in Voi... Nessuno crede che il Padre sia assente perché si spera che nel Figlio viva...

Sulle sue giovani spalle gravava il compito di difendere il Regno, gli interessi ed il nome di quella che era stata la più potente dinastia del Medio Evo.

Frastornata, l'Italia ghibellina pianse lacrime amare per la condizione di orfanità politica verso la quale il Pontefice, dall'interno del suo lussuoso baldacchino di seta rossa, esibiva il suo gelido sprezzo incontrando la deputazione guelfa di Genova; annodando relazioni con le città lombarde pronte a rivisitare i rapporti con la Chiesa; ricevendo gli onori delle popolazioni umbre; fissando la sua sede in Anagni, ove si sarebbe trattenuto fino all'inizio dell'autunno del 1253; preparando il suo piano di rivalsa e di recupero del Mezzogiorno peninsulare ed insulare.

Corrado IV, nel capodanno del 1252 aveva varcato le Alpi e, dopo una sosta in Veneto, si era portato a Pola ove era atteso da sedici unità della flotta siciliana che lo avrebbero scortato fino a Siponto: lo attendeva Manfredi, Luogotenente del Regno, restato nella regione per garantire l'obbedienza dei sudditi di Foggia, Andria, Barletta, Avellino, Aversa e Nola ove, fomentate da frati mendicanti, erano esplose accese rivolte antisveve. Egli stesso, dopo aver trasferito in Sicilia il quindicenne Enrico Carlo Ottone con l'incarico di Vicerè, aveva incaricato il Margravio Bertoldo di Hohenburg di riportare l'ordine in molti dei centri in fermento, ma Capua e Napoli resistevano tenacemente.

Accolto come legittimo sovrano da tutta la Puglia, Corrado avallò le decisioni del fratello e con lui proseguì la campagna militare: insieme ebbero ragione del Conte d'Aquino che capeggiava la ribellione di Nocera, Sessa Aurunca e San Germano. Insieme, nell'ottobre del 1253 ottennero la capitolazione del capoluogo partenopeo che, assediato dal lato di terra e dal mare, dopo dieci mesi di resistenza cadde per fame.

Fissata la corte in Barletta e chiusa l'università napoletana, nel perdurare delle attività militari, Corrado si dette al ripianamento dei rapporti con il Papa inviandogli un'ambasceria che gli comunicasse la propria disponibilità a giurargli fedeltà, in cambio della incoronazione imperiale e del riconoscimento delle prerogative sul Regno di Sicilia.

Innocenzo IV liquidò la proposta: in conseguenza delle decisioni adottate all'interno del Concilio di Lione, gli Svevi erano decaduti da ogni diritto.

I negoziati furono ripresi nel 1254, ma neppure i buoni uffici del Conte Tommaso di Savoia sortirono risultati positivi: il Primate romano accusava lo Staufen di avere imposto agli ecclesiastici, a sprezzo dell' interdetto, la celebrazione degli Uffici; di aver diffuso fra i partigiani staufici dell'Italia settentrionale dottrine eretiche; di essersi appropriato dei beni della Chiesa e di vari Ordini religiosi; di essere colpevole di tante iniquità, da non poter accampare il titolo alla corona di Sicilia destinata ad un nobile straniero che egli stesso avrebbe individuato, pur senza esito, prima nella persona di Riccardo di Cornovaglia, fratello di Enrico III d'Inghilterra; poi in Edmondo, figlio del medesimo Sovrano. Tuttavia, malgrado ogni esibizione di forza, il potere di Innocenzo era molto fragile: Roma negli ultimi nove anni aveva vissuto libera dall'ipoteca papale e la sua borghesia, nell'agosto del 1252 aveva eletto alla carica di senatore il giurista bolognese Brancaleone degli Andalò, Conte di Casalecchio, ghibellino e molto amico di Ezzelino da Romano e di Oberto Pallavicino: egli non solo aveva energicamente riportato l'ordine nella città, ma nell'ottobre del 1253 aveva obbligato il Papa a rientrarvi, costringendolo a riaprire le trattative con lo Staufen.

La replica della Curia era consistita di un arrogante messaggio, mirante a colpire l'intero arco degli alleati imperiali: l'estensione del provvedimento di scomunica già irrogato a Corrado, anche al cognato Ezzelino da Romano.

Nel clima di aperta belligeranza però, una nuova tragedia si abbatté sugli Svevi: il 21 maggio del 1254, mentre si trovava a Lavello presso Melfi, il Sovrano tedesco si spense lasciando la complessa eredità al figlio Corradino, la cui tutela era stata affidata comunque al Pontefice.

La sua inattesa fine aprì numerose crepe nella stabilità dell'Impero e del Regno agitato dalle pressioni guelfe. E forse anche in seno alla famiglia e fra fratelli medesimi, s'era aperto un fronte di rivalità, di invidie e di contrapposizioni: Corrado aveva trascorso fin da bambino la sua vita in Germania ed era considerato a tutti gli effetti un tedesco; Manfredi, che aveva vissuto accanto al padre condividendone le passioni, era un figlio del Sud.

Di fatto, contro ogni disposizione testamentaria paterna e defraudando i diritti e le sue pur legittime attese, a sorpresa, prima di morire, l'Imperatore aveva indicato reggente e balio del Regno il Margravio Bertoldo di Hohenburg. Manfredi, già dotato di senso dello Stato e di responsabilità politica, non impugnò le scelte del germano ma fece, anzi, parte della delegazione che si recò presso Innocenzo per la ratifica delle clausole testamentarie, comprese le prerogative ereditarie di Corradino.

Anche questo incontro fu infruttuoso: il Papa sarebbe stato anche propenso ad accettare l'erede come Sovrano feudale, ma esigeva l'immediata consegna del Regno di Sicilia che diversamente avrebbe invaso. Nel frattempo, irrogava la scomunica a Manfredi.

L'Hohenburg, anche nella consapevolezza di essere inviso ai sudditi, dai quali era considerato un usurpatore, cedette a Manfredi il governo non trascurando di insidiarlo; di tradirlo; di spingersi fino a trattenere le entrate erariali necessarie a fronteggiare i clavisegnati, già pronti all'aggressione del Sud. Infatti, San Germano, stazione di confine, cadde nelle mani di Innocenzo; le Baronie si disposero a sollecite trattative con la Chiesa; lo stesso Hohenburg si mostrò pronto a cambiare sponda politica.

Manfredi, dotato di forze numericamente inferiori, era in difficoltà: il nipote era nella lontana Germania ed egli aveva l'onere morale di salvarne i diritti pesantemente minacciati. Decise, pertanto, di cedere alle pressioni papali e nel trattato di pace sottoscritto il 27 novembre del 1254, di accettare l'occupazione pontificia del Mezzogiorno con riserva delle prerogative di Corradino e proprie. In cambio, ottenne l'assoluzione dalla scomunica; l'investitura del Principato di Taranto e di feudi minori; la nomina a Vicario della Chiesa nella parte peninsulare del Regno.

Naturalmente si trattò di intesa di forma: nella sostanza, infatti, Innocenzo aveva già esteso la sua egemonia sull'intero Mezzogiorno esibendo atteggiamenti da Sovrano fin da quando si era dato a girare nelle province campane: Montecassino, Teano, San Germano, Capua e Napoli, sulle quali già esercitava controllo politico ed economico. Il suo comportamento non affrancava Manfredi dai rischi: egli era cosciente della propria impotenza amplificata dalla presenza, nella corte papale, degli acerrimi ed irriducibili nemici degli Svevi: i protagonisti della congiura di Capaccio e, con essi, avventurieri a vario titolo, come tal Borrello d'Anglone. Costui, peraltro, forte della protezione fornitagli dalla Curia di Roma, aveva impunemente occupato la Contea Alesina e le proteste inoltrate al Pontefice in sosta a Capua erano state sprezzantemente disattese.

Deluso, Manfredi progettava di rientrare in Puglia quando un evento imprevedibile era intervenuto ad accentuare l'ostilità fra le parti: sotto Teano, Borrello ed i suoi sgherri gli avevano teso un agguato.

Nella mischia, ferito da un soldato saraceno, l'aggressore si dette alla fuga. Ma la concitazione che ne seguì accreditò la tesi che proprio Manfredi fosse stato assassinato: era quanto bastava perché un gruppo di popolani inseguisse il Borrello e per vendetta lo linciasse. Malgrado ai fatti avessero assistito diversi guelfi, quella uccisione fu invece addebitata al Sovrano che invano protestò la sua innocenza presso il Pontefice: contro di lui era stato già spiccato un ordine di arresto per omicidio. Rifugiatosi in Acerra; inseguito e ricercato, Manfredi decise di riparare a Lucera, anche su suggerimento dello zio Galvano Lancia.

Marino e Corrado Capece protessero la sua drammatica ritirata fra i monti dell'Irpinia: Mercogliano, Atripalda, Guardia dei Lombardi, Bisaccia e Venosa, fino a Lucera, raggiunta nella notte del primo novembre, mentre già lo attanagliava l'ansia che le frontiere della Capitanata subissero incursioni e rappresaglie dei clavisegnati.

Ottenuto il giuramento di fedeltà dei sudditi, arruolò altre truppe e il due dicembre sfidò in battaglia il traditore Oddone di Hohenburg, fratello di Bertoldo: lo sconfisse a Foggia, costringendolo ad arretrare verso Canosa. Ma alto fu il pedaggio pagato per il favorevole esito dello scontro: il suo giovane fratello Federico di Antiochia, capo delle schiere saracene, perse la vita. In compenso, il Cardinale Guglielmo di Sant'Eustachio, la cui guarnigione si era già insediata a Troia pronta ad aggredire Lucera, si ritirò infliggendo alle velleità egemoniche di Innocenzo un duro colpo, certamente concausa della morte che lo stroncò il 7 dicembre del 1254 a Napoli, ove le sue ambizioni cesaropapiste erano state demolite.

L'odio non ancora attenuato gli lasciò redigere un feroce testamento spirituale: ...estirpate nome, corpo, seme ed eredi del babilonese ...

Al trono pontificio gli successe Alessandro IV, al secolo Reginaldo di Ostia, della famiglia dei Conti di Segni, mentre il figlio di Bianca Lancia si dava al consolidamento dell'opera restauratrice della monarchia, sostenuto da sudditi che egli rincuorò stimolando l'orgoglio dell'appartenenza: ...alle benemerenze dei normanni si aggiungono quelle di casa Sveva, e sol deplorando la morte degli uomini validi appartenenti alla famiglia del grande Federico, la bontà di Dio mi riserva, qual rappresentante di quella stirpe di apportare i maggiori benefizii a queste città, sia di qua che di là del Faro... la successione dei Papi, sempre rapida e varia, non può arrecare a questo Regno né felicità né prosperità...

Il 9 febbraio del 1255 Manfredi respinse con rigorosa fermezza l'ultimatum col quale il nuovo Pontefice, esigendo l'espulsione dei Saraceni dal Regno, pose in marcia contro Foggia i Clavigeri al comando del Cardinale Ottaviano degli Ubaldini.

Ormai la sua potenza era in crescita e l'entusiasmo popolare supportò le sue iniziative militari, malgrado il 25 marzo fosse colpito da una seconda scomunica: entro l'estate successiva, domati tutti i focolai di ribellione e ripreso saldamente il controllo della più parte Regno, Manfredi marciò su Napoli esigendone l'obbedienza. Nella primavera del 1256, sottomesso tutto il Sud peninsulare, finalmente traversò lo stretto: le speranze siciliane lo attendevano riconoscendo in lui l'incarnazione non solo delle indimenticabili tradizioni della casa sveva, ma anche della coscienza nazionale dell'isola.

Il ghibellinismo italiano, forte dei successi conseguiti in Puglia, aveva preso a rinvigorire e a Roma Brancaleone, che per il suo duro governo era stato arrestato nel novembre del 1255 e liberato nel settembre dell'anno successivo in cambio di ostaggi romani detenuti dai Bolognesi, era tornato in carica dopo l'esperienza amministrativa del guelfo Emanuele de Madio, linciato dal Popolo insorto.

Brancaleone restaurò la democrazia e si alleò con Manfredi mandando al supplizio gli esponenti della famiglia degli Annibaleschi e costringendo il Papa alla fuga a Viterbo. Di più: quando Alessandro lo scomunicò, fu sufficiente che egli minacciasse di mettere a sacco Anagni perché il provvedimento fosse revocato. Ma proprio mentre assediava Corneto, si ammalò e morì.

Nel frattempo, essendosi sparsa voce che Corradino fosse morto, quale unico erede degli Svevi l'11 agosto del 1258 Manfredi fu incoronato Re di Sicilia alla presenza di Romano Capodiferro: quel coraggioso Arcivescovo beneventano custode del tesoro della Corona; fieramente ghibellino; consigliere politico e sugellatore dell'antico detto normanno: Dieu et mon droit.

La corte di Palermo fu ben presto restituita alla sua prestigiosa tradizione, riproponendosi focolaio di civiltà e cultura. Quanto alla legislazione, all'amministrazione ed all'assetto economico del Paese, Manfredi proseguì l'attività di riforma tracciata dal padre.

Entro un anno avrebbe conseguito la stabilizzazione della monarchia.

Anche il 1260 fu un anno storico: vi si attese l'imminenza dell'Apocalisse preannunciata dalla setta dei Flagellanti, sulla base di calcoli e previsioni dettati dall'ignoranza e dalla superstizione.

Influenzati dalla lettura dei testi di San Paolo, (I Cor., IX, 27; Col., I, 24) nell'Italia segata in due dalle contrapposizioni guelfe e ghibelline, costoro divennero un vero elemento di sovversione sociale utile agli interessi papali. Li guidava Raniero Fasani che, muovendo da Perugia, si dette a percorrere le piazze italiane flagellandosi; cantando laudi penitenziali e fornendo pretesto all'irriducibile zelo antisvevo della Curia Romana: la collera di Dio era stata in gran parte scatenata proprio dalla presenza del figlio del babilonese. Ma il linciaggio cui Manfredi fu esposto finì con l'esaltarne il ruolo di riferimento dei partigiani italiani: il 4 settembre di quello stesso anno Siena, che aveva legato le proprie fortune al fronte staufico accettando la sovranità del Re di Sicilia, ricevette alcuni corpi di cavalleria tedesca determinanti per l'esito della guerra aperta con la rivale Firenze. Nella storica battaglia campale di Montaperti, il trionfo ghibellino fu enfatizzato dalla carismatica e suggestiva figura di Manente degli Uberti, detto Farinata. Da quel momento, Manfredi era diventato a tutti gli effetti il degno successore di Federico II: un elemento sufficiente perché dalla Curia Romana fosse successivamente disposta un'altra scomunica, notificatagli il 29 marzo del 1263.

Per i sudditi, indifferenti alle strumentali elucubrazioni papali, contava che l'illuminata e saggia attività di governo seguitasse a produrre prosperità e benessere: amato all'interno e stimato all'esterno del Regno, il Sovrano impegnò la sua azione in una serie di opere pubbliche ed in proficui piani di politica economica, attraverso nuovi trattati commerciali con Venezia, Genova e l'Egitto; rilanciò il porto di Siponto, abbandonato per l'insalubrità di quel territorio; fondò, limitrofo ad esso, la città di Manfredonia; restituì prestigio alle università di Salerno e Napoli; riportò la corte siciliana ai fasti federiciani attraverso la presenza di scienziati, artisti, poeti e cantori internazionali.

Proprio l'Alighieri, in seguito, avrebbe scritto che ... tutto quello che c'è in giro, scritto prima di noi, sembra tutto provenire dalla scuola siciliana...

Il 29 agosto del 1261, anche Alessandro IV morì.

Gli otto membri del collegio cardinalizio elessero alla successione il francese Jacques Pantaléon, nato a Troyes nella Champagne nel 1220; già Patriarca di Gerusalemme; coltissimo ma di temperamento protervo e prevaricatore.

Assunto il nome di Urbano IV, nel corso del suo triennale mandato, bandì una crociata contro Manfredi; nominò capo dei contingenti clavigeri Ruggero di Sanseverino, acerrimo oppositore degli Svevi; tentò di contrastare le nozze fra Pietro d'Aragona e Costanza, intervenendo pesantemente su Re Giacomo, padre dello sposo; sparse notizia dell'imminente castigo di Dio, amplificato dall'attività mistico/isterica dei Flagellanti; rinnovata, infine, la scomunica contro Manfredi, il 6 aprile del 1262 lo invitò a comparirgli davanti per giustificare la condotta della sua lasciva Corte, nel frattempo guardando a Carlo d'Angiò come contraltare e ritenendolo pedina utile ai suoi interessi egemonici sul Mezzogiorno italiano.

Incaricò delle trattative il Vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli.

Costui, con grande talento diplomatico, ottenuta la rinuncia da parte di Edmondo d'Inghilterra sui diritti a suo tempo attribuitigli da Alessandro IV, indusse l'Angioino a sottoscrivere un accordo col quale, in cambio dell'investitura a sovrano di Sicilia, si impegnava a cedere Benevento ed un tributo annuo di diecimila once d'oro. E poiché nel frattempo i guelfi di Roma lo avevano eletto Senatore cittadino, Carlo giurò anche di deporre la potestà senatoria appena fosse stato infeudato.

I negoziati fra il Papato e l'Angiò erano noti a Manfredi. Egli sapeva che Carlo, ancorché ambizioso, infido, cinico, ipocrita e bigotto, coagulava attorno a sé tutta la comunità guelfa italiana. Soprattutto temeva che, forte del consistente appoggio e della legittimazione episcopale, egli potesse determinare anche in ambito ghibellino cedimenti e defezioni.

Per anticiparne le mosse, pensò di prendere Roma ed Orvieto, sede della Corte pontificia. A tale scopo occupò tutte le vie di accesso all'Urbe: inviò nella Marca anconetana il Conte Giordano Lancia; nel Ducato di Spoleto Percivalle Doria; ad Ostia Tebaldo Annibaldi ed affidò la sorveglianza della città, preclusa dalla terra e dal mare, al fuoriuscito Pietro de Vico, capo della ribellione locale.

L'impresa si risolse in una sostanziale disfatta: se in territorio di Ancona due Capitani delle milizie pontificie, il Conte D'Anguillara ed il Vescovo di Verona, furono sconfitti e fatti prigionieri; se il Papa, atterrito e precipitosamente fuggito, nel settembre del 1264 riuscì con la sua scorta a trovare riparo in Perugia, donde fece partire una urgente richiesta di aiuto all'Angioino, d'altra parte il fedelissimo Doria annegò nel guado della Nera e il De Vico, contro ogni previsione, fu battuto dalle forze guelfe alle porte di Roma.

Il 3 ottobre, la morte sorprese Urbano IV: mancava poco che le hoste francesi lo raggiungessero e la ingarbugliata situazione politica italiana si era fatta assai precaria: a Torino si era formata una Lega di Comuni filoangioini capeggiata dal Marchese del Monferrato Guglielmo VII Lungaspada; a Ferrara il potere era nelle mani della famiglia degli Este e, morto Azzo VII gli era succeduto Obizzo, che aveva avviato un ampio progetto di espansionismo, conquistando Modena, Reggio, Rovigo e parte del Padovano; a Roma, il trono della Curia era vuoto. Solo il 5 febbraio del 1265, il conclave elesse il Cardinale Guido Foulquois Le Gros, col nome di Clemente IV: un valente giurista arrivato al sacerdozio dopo un'esperienza coniugale; una creatura di Urbano IV, dotata di particolare animosità antisveva; un Papa che non riuscì mai ad entrare a Roma e che svolse il suo mandato a Viterbo, ove si spense a soli tre anni dalla nomina.

Manfredi si preparò alla difesa da un nuovo e potente attacco dei guelfi galvanizzati dal Pontefice francese: assoldò mercenari a rinforzo dei Saraceni; ordinò ai vassalli del Regno di disporsi alla guerra; approvvigionò le fortezze di confine; fece sbarrare le imboccature del Tevere e, per condizionare lo sbarco angioino sulle coste laziali, organizzò presidi navali nelle acque fino alla Sardegna.

Carlo d'Angiò intanto organizzava la sua spedizione con l'ampio sostegno del clero francese che, a favore della sua causa, accettò anche di rinunciare alla decima sui beni ecclesiastici.

Nella primavera del 1265 un esercito di cinquemila cavalieri, quindicimila fanti e diecimila balestrieri si radunò sulle rive del Rodano: l'Angiò, che aveva già ricevuto dal Pontefice una bolla con la quale mentre gli si confermava l'investitura del Regno di Sicilia si esercitavano pressioni perché stringesse i tempi della partenza, aveva promesso di essere a Roma entro la Pentecoste. Ma non aveva navi sufficienti per trasbordare l'esercito nel Lazio per la via del mare e temeva le insidie della flotta nemica.

Incaricato del comando delle truppe il Connestabile de Traisignies, perché le guidasse attraverso le Alpi egli, assieme alla moglie, nell'aprile del 1265 s'imbarcò a Marsiglia con una scorta selezionata di mille cavalieri distribuiti in venti galee.

Giunto nel Lazio e si trattenne nel convento di San Paolo fuori le Mura, fino all'arrivo dei suoi eserciti e, il ventiquattro maggio, vigilia della Pentecoste, fece il suo ingresso trionfale a Roma, accolto dal Clero osannante e dal Popolo minuto che lo salutavano Re di Sicilia. Pochi giorni più tardi, nel tempio d'Aracoeli sul Campidoglio, indossò la toga senatoriale e si impegnò al rispetto di una serie di clausole: corrispondere, dopo la conquista del Sud, cinquantamila marchi alla Curia Romana, cui avrebbe assegnato anche un tributo annuo di ottomila once d'oro; guidare il Regno siciliano in qualità di vassallo della Chiesa per sé e i suoi legittimi eredi; cederlo alle figlie femmine, in assenza di eredi maschi; non aspirare alla carica imperiale, al Regno di Germania e d'Italia e alla Signoria della Toscana o della Lombardia; rinunciare al Regno di Sicilia, ove l'eventuale erede femmina avesse sposato l'Imperatore; accettare la corona dell'Impero solo previa rinuncia del Regno in favore dei suoi discendenti; non occupare alcun territorio della Chiesa cui avrebbe, invece, restituito quelli occupati dagli Svevi; conservare la funzione di senatore solo fino alla conclusione della campagna di conquista; riconoscere le immunità ecclesiastiche e revocare le costituzioni contrarie alla libertà della Chiesa; concedere ai sudditi del Regno i privilegi del tempo di Guglielmo II.

Nel perdurare della sua presenza a Roma, si concludevano in Francia le operazioni di trasferimento delle truppe: verso la fine dell'estate del 1265, de Traisignies varcò le Alpi e traversò il Monferrato.

Lungi dal piegare il capo, la resistenza ghibellina era in agguato: il veronese Martino della Scala aveva il pieno controllo del territorio; Brescia, Cremona, Piacenza e Pavia erano supportate da truppe tedesche dei Marchesi Pallavicino e Lancia; Buoso di Novara sorvegliava la fascia ad Ovest del Po ed il passaggio dell'Oglio.

I frastornati Francesi non sapevano quale strada imboccare, quando Martino della Torre li guidò fino a Palazzuolo donde avrebbero potuto guadare il fiume, se Buoso non li avesse disturbati.

Il Marchese Obizzo d'Este ed il Conte di San Bonifacio, a rincalzo dei Guelfi, avviarono una rapida manovra di accerchiamento impedendo a Buoso di Novara di condizionare l'attraversamento delle acque. Parallelamente, a Capriolo veniva sconfitto il Pallavicino mentre il nemico, attraverso Ferrara, guadagnava l'entrata nell'Italia centrale.

I Francesi raggiunsero Roma nei primi giorni del 1266.

La guerra fra il Papa e Manfredi era ormai irreversibilmente aperta. La posta in gioco era l'appetibile Regno di Sicilia: una esigenza di conquista ulteriormente legittimata anche da Tommaso d'Aquino che, ne I Prìncipi, aveva affermato e teorizzato la dipendenza di costoro alla sola autorità temporale del Papa.

Fu l'anno più drammatico della storia italiana, dalla morte di Federico II in poi.

Carlo d'Angiò venne nominato Vicario di Toscana.

I ghibellini furono espulsi dalla regione.

Ma i rapporti dell'Angioino col Papato si incrinarono: egli non aveva danaro sufficiente per pagare le sue truppe mercenarie e Clemente IV, che gli aveva già erogato quanto necessario a mantenere i contingenti provenienti da Marsiglia, insistentemente sollecitato si schermì ... pretendi tu forse che io faccia miracoli e cambi la terra e i sassi in oro...?

Il suo duro linguaggio era dovuto al risentimento per la condotta delle truppe che, nel corso dell' attraversamento della penisola, si erano date a scorrerie e saccheggi anche dei beni ecclesiastici e, una volta a Roma, non avevano cessato di commettere inaudite violenze.

Tuttavia, malgrado le divergenze personali, il progetto di cancellare dal contesto politico italiano Manfredi di Sicilia restava prioritario. Sicché, fra alterne vicende, cinque Cardinali furono incaricati d'incoronare Carlo e la moglie Beatrice.

Il 6 gennaio del 1266, l'Angiò fu infeudato Re di Sicilia nella basilica lateranense dove, alla presenza di Magistrati, Episcopato e Baronie franco/provenzali, prestò nelle mani del Vescovo di Albano il giuramento di vassallaggio alla Chiesa e dell'osservanza assoluta dei patti.

Pochi giorni più tardi, ebbe inizio la sua marcia verso il Mezzogiorno.

Manfredi era a Benevento: ne aveva fatto sede del suo quartiere generale; vi aveva convocato i Baroni, i feudatari e i rappresentanti delle città demaniali; vi aveva disposto il riarmo dei vassalli; vi aveva dato ordine di rafforzamento dei confini con opere di difesa e truppe formate da Saraceni, Lombardi e Tedeschi; vi aveva conferito la sorveglianza del ponte di Ceprano al cognato Riccardo di Caserta; vi aveva conferito a Giordano Lancia l'incarico di controllo dei guadi del Garigliano.

Dal capoluogo sannita egli stesso avrebbe diretto le operazioni, raggiungendo agevolmente le avanguardie o, in caso di sfondamento delle prime linee, coordinando l'arretramento verso l'interno.

Il primo scontro si consumò il 4 febbraio del 1266: Saraceni, Tedeschi e Lombardi si batterono strenuamente ma in numero inferiore. Dopo sei giorni di furiosi combattimenti, San Germano cadde nelle mani dell'Angiò che ricevette l'omaggio dell'abate di Montecassino.

Il successivo 26, la vicenda si concluse drammaticamente sul campo di battaglia alle porte di quella città che aveva avviato e concluso la drammatica saga della casata normanno-tedesca.

La sera di quel lungo giorno, a soli sedici anni dalla morte di Federico II, il dramma degli Hohenstaufen celebrò il suo ultimo atto con la disfatta del figlio di Bianca Lancia .

Nella notte, annunciando al Pontefice la vittoria, Carlo scrisse: ... Di Manfredi si ignora se sia caduto in battaglia o preso o fuggito. Il suo cavallo è in nostre mani, e ciò potrebbe far credere che sia già morto. Dò l'annuncio alla Santità Vostra di questa grande vittoria affinché ne porga grazie all'Onnipotente che ce la concesse, combattendo con il braccio mio per la causa della Chiesa. Se giungerò ad estirpare dalla Sicilia le radici del male, assicuro che ristabilirò in questo reame l'antico obbligo di vassallaggio che deve alla Chiesa stessa: l'avvierò di nuovo, ad onore e gloria di Dio, all'esaltazione del suo nome e pace della Chiesa ed al bene del paese...

Il 27 Benevento accolse il vincitore, ma fu atterrata da otto interminabili giorni di orribili devastazioni, lutti, orrori e morte: preda di furia sanguinaria, dopo averla selvaggiamente messa a sacco, i Francesi massacrarono uomini e donne, senza distinzione di ceto e di età; violentarono bambini e monache; saccheggiarono palazzi e conventi; scempiarono edifici storici.

Non una vittoria, ma una vergognosa esaltazione dell'odio più irrazionale e primordiale.

Gli eserciti vincitori avevano obbedito alle prescrizioni di Carlo d'Angiò.

E questo era il Re che Santa Romana Chiesa aveva scelto e privilegiato in danno della ormai disfatta dinastia normanno/sveva.

Quale credito storico e morale assegnare alle formali parole di doglianza che Clemente indirizzò al sovrano solo il dodici aprile: ... I Crociati che dovevano protegger templi e i conventi, li hanno invece assaliti e saccheggiati, hanno arso le sante immagini, e perfino recata violenza alle vergini sacre al Signore. Né le rapine, le uccisioni e gli orribili delitti di ogni maniera furono compiuti nel primo furore della battaglia, ma durarono per ben otto giorni sotto i tuoi occhi, senza che nulla venisse da te fatto per impedirli. Apertamente si dice che questo è stato fatto a bello studio, per il motivo che la città non sarebbe rimasta al re, ma al Pontefice. Nemmeno Federico, il nemico della Chiesa, si è mai comportato così indegnamente...?

Pochi giorni più tardi, ricevuto l'omaggio del Podestà Francesco Roffredo, il nuovo Sovrano di Sicilia entrò a Napoli con la moglie su un carro coperto di velluto azzurro e ricamato di gigli d'oro.

Intanto, le residue risorse ghibelline, guidate da Galvano Lancia, erano riparate in Calabria mentre i Saraceni si erano rinchiusi a Lucera, decisi alla resistenza più oltranzista. Il medesimo ed irriducibile odio antifrancese sopravvisse anche in Sicilia, ove fu mandato come Viceré il sanguinario Guglielmo d'Étendard, autore anche di una mostruosa strage fatta ad Augusta fra la fine del 1269 e l'inizio del 1270.

Non a caso, a fronte dei metodi di governo spietati ed involuti dell'Angiò, Dante fece recitare ad Ugo Capeto parole di rimorso nel XX canto del Purgatorio.

...Io fui radice della mala pianta Che la terra cristiana tutta aduggia... ...Mentre che la gran dota provenzale Al sangue mio non tolse la vergogna, Poco valea, ma pur non facea male. Lì cominciò con forza e con menzogna, La sua rapina; e poscia, per ammenda, Pontì e Normandia prese e Guascogna. Carlo venne in Italia e, per vicenda, Vittima fé di Curradino; e poi Ripinse al ciel Tommaso, per ammenda....

Ma dove si combattè quella battaglia la cui ubicazione è ancora controversa?

Le cronache raccontano che quel 26 Manfredi fosse uscito poco dopo l'alba dal pons major per andare incontro agli eserciti nemici.

Era già frastornato: le attese truppe di rincalzo del cognato non erano arrivate e correva voce di cedimenti e tradimenti dell'ultima ora – storicamente smentiti- sul fronte delle parentele e degli alleati. Di più: aveva avuto notizia dell'imprevedibile cambio di percorso dei Francesi. Piuttosto che giungere dalla via Appia, lungo la quale erano attesi, costoro erano in arrivo dalla via Latina ed avevano così scompigliato i piani di battaglia e le linee difensive già tracciate.

Non si saprà mai se, mentre si portava sul terreno di scontro, egli avesse avuto già notizia dell'arresto disposto dal Papa in danno del suo fedelissimo Arcivescovo beneventano Romano Capodiferro.

Il suo esercito era schierato in tre contingenti: mille e duecento Tedeschi erano guidati da Giordano e Bartolomeo Lancia; mille e cinquecento circa, selezionati fra le forze italiane più fedeli alla causa ghibellina, erano sotto il comando di Galvano Lancia; circa duemila Saraceni componevano la scorta d'assalto che egli stesso avrebbe capeggiato nella manovra del primo affondo.

Dove avvenne la fase più aspra dello scontro?

Dante ha tratto in inganno con la sua generica collocazione: ... in cò del ponte presso a Benevento...

Quale degli innumeri ponti?

Si vuole quello sul fiume Calore: una sorta di Rubicone del Medio Evo. Ma molti misteri restano ancora irrisolti circa la sua reale collocazione. Da più parti essa fu identificata sulla piana segata dal Calore e la cui passerella è denominata Ponte Valentino; da altre, alle porte della città sull'area fra l'attuale contrada Torre Palazzo e la contrada Olivola o lungo la sponda di sinistra del Calore, appena all'esterno delle vecchie mura; da altri ancora in una zona compresa fra le Contrade Cancelleria e Capodimonte; da altre, infine, in località Serretelle a poca distanza dalla confluenza del Sabato nel Calore, dal lato di accesso alla città in direzione di Napoli.

Nella striscia più accreditata e già sito romano del Ponte Valentino, costruito a ridosso di un vecchio ponte sannitico, a parere di Falcone Beneventano in epoca normanna era stato fissato un insediamento nei cui pressi era stata eretta una chiesa romanica. Vi si affaccia la contrada detta Saglieta, confinante col punto di confluenza dei fiumi Calore e Tammaro e di rilevante estensione ed importanza strategica.

Potrebbe davvero esservisi consumato l'ultimo, sanguinoso atto campale fra guelfi e ghibellini?

La pianura, peraltro, si protende su due primarie arterie di comunicazione del tempo: la via Traiana ed il settimo tratturo Pescasseroli-Candela: entrambi conducenti a Lucera; entrambi accesso alla Puglia.

Manfredi la elesse a sede di scontro perché avvertì, benché ne avesse sottostimato le forze, il pericolo d'una irrefrenabile aggressione alla città tanto cara al padre?

O più semplicemente, se quella fascia fu il teatro della battaglia, perché da quella parte ritenne di interdire agli Angioini l'accesso al territorio dauno?

O, ancora perché, ipotizzata la probabilità della rotta e la portata del danno causato dalla pur improbabile defezione di ampi ed inimmaginabili fronti, volle fissarvi il corridoio protetto per una disperata ritirata in direzione della ghibellina e vicina Buonalbergo, frontiera sannitico-pugliese?

O, infine, perché volle solo inscenarvi una manovra di ripiego, secondo consolidata prassi normanno-sveva?

Guerrazzi riferì di una generica contrada Piana delle Rose e più che fornire indicazioni geografiche e verosimili rendiconti storici, insistette sulla nefasta e micidiale mescolanza del potere spirituale e temporale, intrecciando romanzesche vicende d'amore ed armi, di tradimenti e orrori fuorvianti e non utili alla ricostruzione dell'evento.

V'è una Piana Rose anche nell'estesa area del Cubante, ove pure esiste un ponte sul Calore elevato in onore di Ulpio Traiano ed ove la pianura è presidiata dal quella domus federiciana voluta a simbolo della estrema presenza e vigilanza dell'Imperatore, rispetto alle ricorrenti ribellioni dei Beneventani. In questa località l'ansa del fiume è limitrofa ad un segmento della via Traiana: la Egnatia, anch'essa veloce via di collegamento con la Puglia. Il trafugamento di vario materiale di scavo accredita l'ipotesi che comunque in sito fosse stata combattuta una importante battaglia.

Quale?

Dubbi, e tanti, a ruotare attorno al percorso tortuoso del Calore che in quella giornata era in piena: ovunque si fosse combattuto, è certo che la impossibilità di guadarlo fu causa della morte di moltissimi uomini.

Forse Manfredi si vide inibita ogni via di fuga ed ogni tatticismo diversivo: alle spalle le limacciose acque e di fronte le hoste angioine.

Forse fu disorientato dallo scompiglio gettato nella cavalleria Tedesca nel momento in cui i nemici obbedirono all'ordine papale di mirare ai cavalli con frecce avvelenate.

Forse rassegnò gli esiti di quell'infausto giorno alla sorte, condizionato dall'evento verificatosi quando, nel saltare egli stesso a terra e nel vedere cadere dall'elmo la sua aquila d'argento, esclamò: hoc est signum Dei!

Carlo gli aveva fatto sapere che intendeva battersi subito.

Toccato nel suo orgoglio, pur non essendo pronto, egli aveva accolto la sfida ed aveva, alla testa dei suoi Saraceni, ingaggiato lotta in prima linea contro la fanteria angioina in soccorso alla quale era giunta di rincalzo la sleale cavalleria di Guido di Monforte: a colpi di daga si era data a mozzare la testa ai cavalli tedeschi, finendo a colpi di picche e di mazze i cavalieri sbalzati di sella.

Manfredi, con accanto Tebaldo degli Annebaldi, si era cacciato nella mischia con fiero sprezzo del pericolo, ma le ombre della sera ammantarono di desolazione e morte il campo: nessuno s'era accorto che egli era caduto e che Giordano Lancia e Pietro degli Uberti assieme a molti altri nobili, erano stati presi prigionieri.

Il suo disperato eroismo antifrancese era rifulso invano: la morte gli era stata inferta senza onore e gloria di combattimento.

Aveva solo trentaquattro anni.

Era stato un anonimo Picardo ad ucciderlo: senza alcuna consapevolezza di aver colpito il legittimo Sovrano di Sicilia.

Ferito e disarcionato, egli era stato finito da un gruppo di ignari ribauds e per tre giorni l'Anjou non ebbe alcuna cognizione della sua morte, né certezza d'averlo sconfitto, malgrado l'enfasi trionfalistica permeasse la sua missiva indirizzata al Papa.

Caduto in campo; a sera seppellito pietosamente dai suoi amati Saraceni, che avevano invano incalzato al corale e coraggioso grido Svevia, con quella parola rievocando lo splendore federiciano, per ordine congiunto di Carlo, del Papa e del Legato Apostolico Bartolomeo Pignatelli, l'ultimo Staufen fu disseppellito: le sue spoglie furono esposte ad ogni tipo di affronto, prima d'essere ufficialmente riconosciute ed identificate dal Conte d'Acerra, dal Conte di Caserta e dagli zii Giordano e Galvano Lancia. Poi, come scomunicate, furono gettate tra i rifiuti lungo le acque del fiume, mentre il Papa vantava di avere il ...cadavere putrido di quell'uomo pestilenziale di Manfredi, la di lui moglie, i figli ed il tesoro...

Il ghibellinismo italiano era in pezzi: i Guelfi avviarono in tutta Italia feroci rappresaglie e cacciarono definitivamente gli Uberti da Firenze. A Farinata, già morto nel 1264, furono risparmiati gli scempi operati sulla sua famiglia: i palazzi di proprietà furono rasi al suolo e su quelle rovine, al fine di impedirne la ricostruzione, fu aperta Piazza della Signoria; suo fratello Pietro fu decapitato ed suoi amici e sostenitori furono arrestati e mandati a morte. Le residue speranze della importante famiglia sarebbero crollate definitivamente nell'agosto del 1268, con la sconfitta di Corradino. I superstiti avrebbero abbandonato anche Siena, che nel 1274 si sarebbe riconciliata con Firenze.

Anche gli ultimi discendenti: Azzolino, Neracozzo e Conticino furono impiccati.

Elena, la figlia del Despota dell'Epiro che Manfredi aveva sposato in seconde nozze, dopo la morte di Beatrice di Savoia dalla quale era nata Costanza -andata sposa a Pedro d'Aragona-, appresa la morte del marito tentò di riparare a Trani con i quattro figli. Ma le milizie angioine la catturarono, facendola morire di stenti e privazioni, dopo cinque anni di insopportabile carcere. I suoi bambini, tutti compresi in un'età fra i due ed i sei anni, dopo essere stati brutalmente accecati, furono messi alla catena di una segreta di Castel del Monte e poi del partenopeo Castel dell'Ovo, ove morirono dopo trent'anni di atrocità, sofferenze e stenti.

La politica di Carlo d'Angiò sfuggì presto anche al controllo della Curia di Roma, che se ne rese comunque complice. Nei primi mesi del 1267, il Papa gli scrisse una seconda lettera: ...Se dobbiamo credere alla voce pubblica, le persone che godono della tua confidenza e che hai messo a governare le province si arricchirono a spese delle popolazioni; e tu tolleri le loro malefatte sia perché non dai loro uno stipendio sufficiente, sia perché trattieni quello che dovresti loro dare. Oppressi e dissanguati i popoli invano da te invocano giustizia: anzi le loro querele - se è vero quel che ci riferiscono - raramente giungono fino a te. Se tu non vorrai mostrarti affabile e benigno, se vorrai invece governare dispoticamente i sudditi, ti sarà necessario esser sempre coperto di corazza e tener la spada in pugno e sempre avere in armi l'esercito...

L'ultimo tentativo di far rivivere il sogno ed il fasto staufico fu drammaticamente attuato da Corradino, il quindicenne figlio dell'Imperatore Corrado IV e di Elisabetta di Baviera.

A lui guardarono i sostenitori svevi ed egli trasformò in missione della sua vita il proposito di fare giustizia e vendetta alle memorie del nonno Federico e dello zio Manfredi.

Ma la storia ha le sue vittime.

Ed egli, proprio come già lo zio ed il mitico nonno, anch'egli fu fra esse.

Bibliografia: