Personaggi

Raimondo di Saint-Gilles conte di Tripoli

di Ornella Mariani
Sigillo di Raimondo di Tripoli
Sigillo di Raimondo di Tripoli

Generoso, leale e coraggioso; nato verso il 1140 e morto nel 1187, fu Conte di Tripoli e Principe di Galilea e Tiberiade quale consorte di Eschiva di Bures.
Era bisnipote di Raimondo IV di Tolosa; nipote di Baldovino II di Gerusalemme; fratello di Melisenda di Tripoli e figlio di Hodierna e Raimondo II, ucciso nel 1152 dalla setta degli al- Hašišiyyun.
Succeduto al padre, ebbe la madre come Reggente fino all’età di quindici anni.
Nel 1160 il Basileus Manuele I Comneno chiese di sposare una Principessa di un Regno crociato: le candidate furono Maria d’Antiochia e Melisenda, la cui cospicua dote non dissipò le dicerie rispetto alle quali Raimondo e la sorella fossero illegittimi. Sentendosi ingiustamente defraudato ed infamato, egli maturò una profonda avversione ed un forte sentimento di vendetta nei confronti di Bizantini e reclutò Flotte di Pirati per assalire e saccheggiare Cipro, mentre la germana si chiudeva in un convento e vi moriva precocemente per il peso dell’ignobile calunnia.
Nella primavera del 1164, con gli alleati Boemondo III d’Antiochia, Joscelin di Edessa ed Ugo VIII di Lusignano, Raimondo tentò di rompere l'assedio cui il Reggente di Siria Nur ad- Din aveva sottoposto Harim ma il 12 agosto, nella omonima battaglia, gli eserciti cristiani furono annientati ed i Principi che avevano partecipato all’azione furono catturati e deportati ad Aleppo.
Il Conte vi restò fino al 1173, quando fu liberato grazie al pagamento del riscatto di ottantamila pezzi d'oro ed all’intervento autorevole del cugino Amalrico I di Gerusalemme, che per lui aveva retto la Contea di Tripoli con grande lealtà.
Nel 1174 il Sovrano si spense e gli successe il figlio lebbroso Baldovino IV.
Il Siniscalco di Gerusalemme Milo di Plancy rivendicò la reggenza del Regno ma fu Raimondo, in virtù della stretta parentela, ad essere investito del ruolo di Balivo con il supporto di Boemondo d’Antiochia e di varia Aristocrazia locale.
Nell'ottobre dell’anno successivo, Plancy fu assassinato ad Acri: il Conte assunse la tutela unica del giovane Sovrano e sposò la Principessa di Galilea Eschiva di Bures, già vedova di Walther di Saint- Omer Principe di Tiberiade, assumendo il diretto controllo poliico della realtà gerosolimitana: quale Balivo, nominò il Cronista Guglielmo di Tiro, già Cancelliere di Corte, elevandolo nel 1175 al rango di arciVescovo.

Nel 1176 il ruolo di reggente si esaurì con la celebrazione delle nozze di Sibilla, sorella di Baldovino IV, col Conte di Giaffa e Ascalona Guglielmo del Monferrato che si spense all’improvviso lasciando la vedova incinta.
Si aprì allora una delicata querelle successoria: Amalrico I di Gerusalemme si era sposato una prima volta con Agnese di Courtenay, adesso riconiugata a Reginaldo di Sidone; una seconda volta con Maria Comnena che, a sua volta vedova, era stata impalmata da Baliano di Ibelin.
La figlia dell’una, Sibilla, adulta e madre, ancorché nata da un matrimonio dichiarato nullo, era in posizione favorevole per succedere al fratello lebbroso; tuttavia la sorellastra Isabella, nata dal secondo letto paterno ed in una posizione di conclamata legittimità, godeva del cruciale sostegno degli Ibelin: forse la più importante Famiglia dei Regni crociati.
La condotta di Raimondo in questa contrapposizione fu difficile e controversa: come parente più prossimo di Baldovino IV, egli stesso vantava prerogative sul trono di Gerusalemme; tuttavia, nonostante sua moglie avesse avuto molti figli dal primo connubio, non aveva concepito un erede. Forse per questa ragione, egli non reclamò a sé la successione e si schierò con gli Ibelin, incontrando forti resistenze nel Sovrano che molto confidava su sua madre e sul fratellastro Joscelin III di Edessa, privo di diritti al trono.
Nel 1179, per garantirsi il controllo del territorio, il Conte aprì trattative per indurre Sibilla a sposare Ugo III di Borgogna ma, nella primavera del 1180, a fronte dell’insuccesso della manovra, insieme a Boemondo III d'Antiochia marciò su Gerusalemme per indurre il Re ad imporre alla sorella il matrimonio con Baldovino d’Ibelin, germano di Baliano.
Troppo tardi: l’unione era stata già combinata col Connestabile Guido di Lusignano, fratello del futuro Amalrico II e la decisione della Corona era scaturita dalla esigenza di affrancarsi dalle interferenze politiche proprio di Raimondo e dalla possibilità di garantire sicurezza al Regno, poiché quel pretendente aveva relazioni vassallatiche e parentali col penitente Enrico d’Inghilterra e con Filippo di Francia.
Nel 1182, la salute sempre più vacillante indusse Baldovino IV ad affidare al cognato l’incarico di Balivo: quando egli mostrò la propria insufficienza, lo sostituì però con Raimondo cui restituì prestigio e potere e donandogli Beirut. Successivamente, col consenso dell’Alta Corte e dei Grandi Feudatari, spianò la via della successione a Baldovino del Monferrato, figlio di primo letto di Sibilla. Il bambino fu incoronato nel 1183 come Baldovino V, a patto che se fosse morto prima di aver raggiunto la maggiore età, la reggenza sarebbe passata al più prossimo degli eredi, in attesa della validazione del titolare da parte dei Re di Francia e d'Inghilterra e del Papa: la stessa Sibilla o Isabella.
Baldovino IV morì nella primavera del 1185 e gli successe il nipotino, sotto tutela di Raimondo che delegò Joscelin III di Edessa.
Un anno dopo, ad Acri, il piccolo morì: il tutore designò erede Sibilla, previo impegno a divorziare dall’inviso marito ma, nel corso della incoronazione, a sorpresa e contro ogni diverso impegno assunto con l’Alta Corte, ella porse al marito la tiara gerosolimitana.
Raimondo era a Nablus: vi convocò tutta la consorteria degli Ibelin per delegittimare la Regina ed il suo Re/consorte; tuttavia, per prevenire la guerra civile, prese poi atto delle circostanze e si ritirò a Tripoli firmandovi un trattato di pace con Saladino e contando di farne l’alleato utile contro il Lusignano: alla fine del 1186, acquartierato nel feudo di Tiberiade, il Sultano minacciò l’invasione del territorio gerosolimitano per rappresaglia contro i continui assalti condotti da Rinaldo di Châtillon in danno delle carovane arabe.
Per scongiurare la minacciata invasione, un'Ambasceria guidata da Baliano di Ibelin raggiunse il Conte sollecitandolo a negoziare una tregua con i Musulmani.
La Delegazione fu, però, intercettata e le parti vennero a scontro a Cresson, nel maggio del 1187: per i Cristiani si trattò di un autentico massacro.
A fronte del drammatico evento, aallora, responsabilmente Raimondo accettò di riconciliarsi con il Lusignano conseguendone la reazione del Sultano che a sorpresa rivolse le proprie truppe contro Tiberiade e non contro Gerusalemme, come si temeva: il Conte riunì le forze ad Acri ma non incontrò convergenza strategica con Guido, l’uno preferendo non scontrarsi in campo aperto a Tiberiade; l’altro ordinando, invece, la marcia su quella località.
Fu così che ai Corni di Hattin la storia si scrisse col sangue: nel generale eccidio, Raimondo che guidava l'avanguardia, fu tradito da cinque dei suoi cavalieri i quali rivelarono a Saladino la contrapposizione fra Capi crociati. Pur circondato, egli riuscì ad aprirsi un varco ed a scampare alla strage, rifugiandosi a Tiro.
Rientrato a Tripoli, nell’agosto di quello stesso anno vi si spense di pleurite, dopo aver nominato erede il figlio maggiore di Boemondo III d'Antiochia: di fatto, sfidò il giudizio della Posterità per il talento militare, il coraggio, la generosità in campo, la lucidità diplomatica e la lealtà con anche i nemici.

Bibliografia: