Personaggi

Rotari

di Ornella Mariani
Rotari.
Rotari.

Rotari

Rothari, o Chrotar, nacque a Brescia verso il 606 e fu Sovrano dei Longobardi e Re d’Italia dal 636 al 652.

Proveniva dalla stirpe degli Arodingi, a loro volta discendenti degli Arudi, originariamente stanziali nello Jutlad.

Ascese al trono in successione ad Arioaldo, del quale sposò la vedova cattolica Gundeperga, figlia di Teodolinda, della gloriosa dinastia dei Letingi.

Morto il Re, come già costei aveva scelto Agilulfo e Rosmunda aveva scelto Elmichi, in ossequio alla consuetudine longobarda, quando i Duchi le chiesero di passare a nuove nozze, ella manifestò la propria attenzione in direzione di  Rotari che, pertanto, rinnovò la formula di Sovrano ariano coniugato a una Regina di confessione romana, così praticando una politica di ampia tolleranza religiosa e assicurando equilibrio al Regno.

Insediatosi al trono, egli rilanciò l’autorità regia rispetto al separatismo ducale e condusse varie spedizioni che portarono quasi tutta l'Italia del Nord sotto il controllo longobardo: un’azione che, nel 642, favorita dalla crisi intera all’ Impero bizantino, consentì anche la conquista della veneta Oderzo, della Liguria e del litorale tirrenico, da Luni alle Alpi; tuttavia, nemmeno la schiacciante vittoria conseguita sull’Esarca, annientato e ucciso con ottomila dei suoi uomini presso il Panaro, valse a sottomettere l'Esarcato di Ravenna.

In politica interna, condizionò energicamente i Duchi, fino ad eliminare quelli che gli si opponevano e senza mai perdere il sostegno e l'affetto del Popolo, dal quale fu ammirato come  Legislatore e come Guerriero coraggioso.

Anche il Ducato di Benevento, che durante il suo governo si estese occupando la Puglia e Salerno, si piegò alla sua autorità: il Duca Arechi inviò alla Corte di Milano il figlio ed erede Aione.

Rotari si spense nel 652 e fu sepolto a Pavia, nella basilica di san Giovanni Battista: si consegnò alla Storia per l’omonimo Editto, promulgato nella notte tra il 22 novembre ed il 23 novembre del 643.

Con esso, le cui caratteristiche erano simili a quelle delle altre Antiquae Leges Barbarorum nell’attingere alla memoria dei Re e degli Antiqui Homines, egli codificò lo Jus germanico, fino ad allora regolato dalla trasmissione orale, e apportò rilevanti innovazioni, cominciando col limitare il ricorso alla violenza, sostituendo la Faida, tramandata fino alla settima generazione, con il Guidrigildo: un ristoro pecuniario la cui consistenza variava in rapporto al valore e alla dignità di chi avesse commesso il reato e di chi lo avesse subito, manifestando una Società fortemente stratificata per la diversa entità del cosiddetto Prezzo del sangue.

A conferma che i Longobardi, pur partiti dall'Elba cinque secoli prima avevano conservato le loro tradizioni, il testo: una raccolta organica di usi popolari integrati ad elementi del Diritto capitolino, fu scritto in latino promiscuo da Giureconsulti romani; mantenne strette affinità con le vecchie norme sassoni, anglosassoni e scandinave; è ancora considerato fonte di studio dell'evoluzione linguistica di quella Gente.

Confermato, secondo prassi, da un'Assemblea di Guerrieri tenuta a Pavia, l’ Editto fu valido solo per la Popolazione italiana di estrazione longobarda: quella romana, pur soggetta al dominio barbaro, restò invece ancorata allo Jus codificato nel Digesto emanato da Giustiniano I nel 533.

Dei suoi trecentottantotto capitoli, grande attenzione fu profusa verso il Diritto Penale: la pena di morte fu limitata a reati speciali, quali il Regicidio, la diserzione, il tradimento, i delitti contro la sicurezza dello Stato e contro l'Ordine Pubblico.

Particolare rilievo assunse la differenza di pena per l'uxoricidio: se attuato dalla donna, sarebbe stata irrogata la condanna a morte; viceversa, sarebbe stata comminata una sanzione pecuniaria; tuttavia l’importo da corrispondere era tanto cospicuo che, spesso, l’impossibilità a farvi fronte veniva cambiata con la condanna ai lavori forzati.

Rigorosissimi furono i provvedimenti contro i Ladri che, se Servi o Liberi, erano tenuti a versare il Novigildo, ovvero nove volte il valore dell’oggetto sottratto. Analoga sanzione era prevista per il Ricettatore.

Dettagliatamente analizzati, poi, furono i delitti contro la proprietà campestre, la tutela degli animali, la caccia e la pesca.

Infine, furono regolate le donazioni e le successioni e, seppure ai Servi non fu concessa personalità giuridica, gli fu consentito di migliorare la propria condizione, fino all’acquisto della cittadinanza.

Caposaldo dell’Editto furono l’Ordalia, consistente in casi dubbi nella prova dei carboni ardenti, e il Mundio, o tutela: supremo Mundialdo era il Re.

Il figlio, abilitato a portare le armi, poteva uscire dalla tutela paterna e costituire un'altra famiglia, ma non la Donna: a conferma della potestà maschile su quella femminile.

A parere di alcuni Storici, l'Editto di Rotari fu materialmente elaborato nello Scriptorium dell’abbazia di Bobbio, sotto il terzo Abate: san Bobuleno.

Nel suo complesso e con le modifiche apportategli da Grimoaldo, Liutprando, Rachi e Astolfo, costituì l’Edictum Regum Langobardorum.

L'unica copia esistente è custodita integralmente nella collezione di manoscritti della Biblioteca Capitolare di Vercelli.

Bibliografia