Personaggi

Savonarola Girolamo

di Ornella Mariani
Savonarola Girolamo
Savonarola Girolamo

Premessa


Nel 1559 le opere del più combattivo Riformista del XVI secolo, giustiziato il 23 maggio del 1498, furono inserite nella prima edizione dell'Indice dei libri proibiti ma, il 30 maggio del 1997, l’archiDiocesi di Firenze ne ha avviato la causa di beatificazione.
Santo o Eretico?

Mai confutando l’assetto dogmatico della Chiesa, ma limitandosi a tentare di rilanciarne la dimensione spirituale contro la diffusa mondanità attraverso l’arma della Veritas domenicana, per due anni dominò la scena pubblica fiorentina; emulò Domenico Guzman nella ferma azione di contrasto alle eresie; censurò con intransigente rigore il dispotismo di Lorenzo de’ Medici e lo sfarzo della sua Corte; guidò la Comunità locale verso un regime fondato su pace e giustizia e sul riscatto dei Ceti storicamente esclusi dalla politica; perseguì una azione di riforma del Clero che saldasse bonifica dei costumi ed esigenze democratiche; proiettò le proprie attitudini profetiche nel perseguimento di una felicità conseguibile solo per via della consapevole manifestazione penitenziale, risolvendole in una sorta di utopismo in apparenza contrario allo spirito umanistico/ rinascimentale; condusse un’esemplare esistenza di sacrifici e rinunce.

Era Girolamo Savonarola che, alla fine del 1494, a sostegno dell’auspicata Renovatio, sovrappose la fine del dispotico governo mediceo alle esortazioni di Aggeo nel ricostruire il Tempio di Gerusalemme, sostituendo il Millenarismo apocalittico dell’epoca con una ventata di rinnovamento avvitata ad una nuova visione antropologica ed ancorata a fermenti già latenti nella società fiorentina.
Cruciali, pertanto, furono le sue capacità premonitrici, il cui lumen rivelò lucidi commenti ai Salmi, dominati dalla potenza della contrapposizione all’Ecclesia materialis e dal trionfo del messaggio divino, nell’accezione neotestamentaria: sanciva, così, una conoscenza sovrarazionale rivelata al Profeta che, trasmettendola agli uomini, si confermava strumento divino incaricato del preciso mandato di redimere.

In sostanza: l’annuncio in quanto segno del progetto provvidenzialistico della Storia ed espressione della via verso la Salvezza, fu il pilastro al quale il Frate, che concorse alla stesura delle Dispute sull'astrologia di Pico della Mirandola, appoggiò ogni forma di organizzazione sociale e religiosa mantenendo fisso il valore della Parola e la sua comprensione, rapportabile alle peculiarità dei Popoli e degli individui: non casuale fu la sua assimilazione dei Fiorentini agli Ebrei anche a proposito della sistematica disattenzione delle prescrizioni di Dio.
Di pressante tensione dialettica tra divino ed umano furono permeati i suoi sermoni: oscillanti fra visioni ed elementi razionali, consentirono a ciascun soggetto della Comunità di comparare il dettato divino alla singola esperienza di vissuto.

La funzione di Savonarola, così, scivolò da quella di Profeta a quella di Maestro di spiritualità e di Riformatore che, indicando un percorso salvifico, saldasse l’animal politicum al fidelis christianus attraverso il miracolo, certificato dalla riforma dello Stato; rilanciasse l’Etica pubblica; imponesse il rispetto delle regole religiose: princìpi partecipati per la realizzazione del Bonum commune a sostegno del quale egli riorganizzò il mondo giovanile e recuperò le Congregazioni laicali mirando al conseguimento d’una libertà rinunciata e soffocata da sessant’ anni di tirannide medicea.
In sostanza, l’Alter Christus trasformò la Profezia in Rivoluzione da attuarsi in concorso con la vera Chiesa e con un Popolo eletto; tuttavia, il tentativo di scardinare il centralismo ecclesiale fu stroncato dal drammatico epilogo della sua esistenza: con la sua scomparsa tramontò quella breve ed intensa stagione riformista avviata nel tardo autunno del 1494, quando la Renovatio locale fu rapportata alla marcia compiuta nel deserto dagli Ebrei.

La Repubblica gigliata: una improbabile Firenze/Gerusalemme, guidata da un uomo in grado di riscattarla, fu dunque ideata da un Savonarola a metà strada fra Mosè e Cristo, con in sé il ruolo di mediatore profetico, ovvero come soggetto in grado di trasferire l’annuncio divino nel quotidiano, svelandone il significato all’Uomo, incapace di comunicare direttamente con Dio.
La visione sociale del Frate, in estrema sintesi, si articolò sulla convinzione che la autentica Riforma risiedesse nel promuovere una giustizia generatrice di ordine, in una dimensione di coesistenza di una idealità mistica integrata ad una idealità politica tale da rendere la città una sorta di Terra Promessa del XV secolo.
Finì col rogo!

La vita

Terzogenito del Mercante padovano Niccolò e di Elena Bonacossi, Girolamo Savonarola nacque il 21 settembre del 1452 a Ferrara ove fu istruito dal nonno Michele, fervente cultore della Bibbia, Autore di pregevoli testi, a partire dal De laudibus Iohanni Baptistae, e Medico del Marchese Niccolò III d’Este. Avviato allo studio della Grammatica, della Musica, del Disegno, della Filosofia e della Medicina e pur interessato ai Dialoghi di Platone ed alle tesi dell’Aristotelismo e del Tomismo, Girolamo spostò presto i propri interessi in àmbito teologico componendo nel 1472 la canzone De ruina mundi, ove ricorrevano già temi del futuro impegno oratorio, e nel 1475 la canzone De ruina Ecclesiae, ove omologava la mondana Roma papale alla corrotta Babilonia.

Fu l’impatto emotivo determinato dalla predica di un Agostiniano a Faenza nel 1474 a segnare la sua svolta esistenziale: entrato nel convento bolognese di san Domenico per il pressante bisogno di guardare alle vicende del mondo da una intransigente posizione moralistico/ religiosa, così ne scrisse ai familiari: ... Scelgo la religione perché ho visto l'infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l'idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene... Per poter vivere libero, ho rinunciato ad avere una donna e, per poter vivere in pace, mi sono rifugiato in questo porto della religione...
Di fatto, assistito dal Priore Giorgio da Vercelli, il 26 aprile del 1475 egli vestì l'abito di novizio; l'anno successivo prese i voti; il 21 settembre del 1476 divenne Suddiacono; il 1° maggio del 1477 fu Diacono e, approfondita la formazione teologica con Domenico da Perpignano, Niccolò da Pisa e Pietro da Bergamo, il 28 aprile del 1482 ottenne dal Capitolo della Congregazione domenicana lombarda di Reggio la nomina a Lettore nel convento fiorentino di san Marco.

Nella Firenze Cuore dell’Italia, dalla primavera di quell’anno prese a spiegare le Scritture e a tenere durissime prediche incentrate sulla fine dei tempi; sui castighi divini; sull’urgenza di riformare la Chiesa.
Nella Quaresima del 1484 assunse la titolarità della medicea parrocchia di san Lorenzo, dal cui pulpito pronunciò le prime omelie che non incontrarono il favore del Pubblico, sia per la spiccata pronuncia emiliana; sia per il forte approccio.
Egli stesso sostenne ...io non aveva né voce, né petto, né modo di predicare, anzi era in fastidio a ogni uomo il mio predicare ....

Tra il 1485 e il 1489, peregrinò fra Bologna, Brescia e Genova riproponendo nei Quaresimali l’urgenza penitenziale come elemento imprescindibile al raggiungimento della Salvezza, proprio mentre ascendeva al soglio pontificio Innocenzo VIII, al secolo Giovanni Battista Cybo: fu in quel periodo che egli ebbe chiare in sè, a margine di meditazioni condotte nella solitudine della chiesa di san Giorgio, le ragioni per scagliarsi contro le dissolutezze della Chiesa e per esigere che fosse flagellata, rinnovata e presto poichè, come annunciò dalla cattedra di san Gimignano nel 1486, a causa della barbarie degli Uomini; dei cattivi Pastori; del diffuso sprezzo dei Santi e dello scarso impegno di fede, sarebbe arrivato un flagello, o Anticristo o peste o fame.

Quelle allocuzioni, tuttavia, né quelle del 1487 pronunciate a santa Verdiana, non produssero effetto e, concluso l’ufficio di Lettore, il Frate scelse l’insegnamento a Bologna restandovi per un anno e conseguendovi il titolo di Maestro nello Studium generale di san Domenico.
Tornato a Ferrara nel 1488, vi previde in santa Maria degli Angeli il 29 aprile del 1489 che i padri avrebbero visto i propri figli con molte ignominie straziare per le vie.
Su pressione di Lorenzo de’ Medici, che sollecitò il Generale dei Frati Predicatori a mandare qui frate Hieronymo da Ferrara, fu richiamato nel capoluogo toscano da Giovanni Pico della Mirandola: nel giugno del 1490 fu in Firenze e, dal 1° agosto, riprese in san Marco le lezioni sul tema dell’Apocalisse e sulla Prima Lettera di Giovanni, assumendo indifferibile l’urgenza di rinnovamento e flagellazione della Chiesa; accusando apertamente Politici e Prelati: ...niente di buono è nella Chiesa... dalla pianta del piede fino alla sommità non è sanità in quella...; riscuotendo l’attenzione ed il sostegno degli Emarginati e dei nemici dei Medici, fino ad essere soprannominato il predicatore dei disperati.

Divenuto Priore di san Marco ed arbitro della vita politica locale, appoggiò la svolta costituzionale di Pierantonio Soderini e, il 16 febbraio del 1491, tuonò dal pulpito del Duomo di santa Maria del Fiore. Il 6 aprile, poi, mercoledì santo, predicò davanti alla Signoria, imputando il disagio sociale alla cattiva condotta dei suoi referenti. Lorenzo il Magnifico lo fece ammonire ma, la mattina del 27, suggestionato da una voce che gli avrebbe detto ...Stolto, non vedi che la volontà di Dio è che tu predichi in questo modo?..., il Frate salì ancora sul pergamo e tenne una terrifica praedicatio opponendo alle minacce di confino del Medici la sua prossima morte: ...io sono forestiero e lui cittadino e il primo della città; io ho a stare e lui se n'ha a andare: io a stare e non lui....
Fu allora che maturò il progetto di contrapporre all’ardito Predicatore l’abilità dialettica dell’agostiniano fra Mariano della Barba da Genazzano che, il 12 maggio di quel 1491, in aperta polemica con le visioni savonaroliane, arringò un grande Pubblico sul tema tratto dagli Atti degli Apostoli: ... Non est vestrum nosse tempora vel momenta.

Tre giorni dopo, sul tema, l’irriducibile rivale espresse mansuetamente il suo dissenso.
Nel luglio successivo, eletto Priore del convento di san Marco e pubblicato il Trattato della vita viduale, Girolamo si astenne dal rendere tradizionale omaggio a Lorenzo nè si fece condizionare dai suoi doni e dalle cospicue elemosine, ma seguitò l’attività di fustigatore dei costumi fino alla notte del 5 aprile del 1492, quando la lanterna del Duomo fu danneggiata da un fulmine.
Molti Fiorentini lessero l’evento come un cattivo presagio: tre giorni più tardi, come previsto esattamente un anno prima, il Medici morì nella residenza di Careggi.
Fu il polemico Frate a somministrargli i Sacramenti, come testimoniò il Poliziano.
E fu l’imbelle Piero il Fatuo a succedergli.

Nel maggio successivo, dopo essere stato a Venezia per il Capitolo generale della Congregazione lombarda, dalla quale il convento di san Marco era stato accorpato nel 1456 in conseguenza della decimazione provocata dalla peste abbattutasi sui Conventuali nel 1448, Savonarola pubblicò quattro scritti: il Trattato dell'amore di Gesù, il Trattato dell'Umiltà, il Trattato dell'Orazione e il Trattato in defensione dell'Orazione mentale.

Il 25 luglio di quell’anno si spense anche Innocenzo VIII cui successe Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia che, il 22 maggio successivo, pressato dal Cardinale Protettore dei Domenicani Oliviero Carafa, autorizzò l’autonomia del convento di san Marco: Girolamo progettava di rendere indipendenti quanti più cenobi possibili, per controllarli ed attuare la vagheggiata riforma.
Il 13 agosto del 1494, infatti, si sganciarono dalla Congregazione lombarda anche i monasteri domenicani di Fiesole, san Gimignano, Pisa e Prato riunendosi in una Confraternita toscana della quale il Frate fu Vicario generale. Egli trasformò, allora, i sodali in effettivo Ordine Mendicante e, privandoli di ogni bene, ne pose in vendita i possedimenti distribuendo i proventi ai poveri; economizzando nelle vesti e nel cibo e potenziando le elemosine.

In quella fase, l’Italia era tenuta in subbuglio da Ludovico il Moro che aveva sollecitato Carlo VIII a rivendicare i diritti angioini sul Regno di Napoli. Il 9 settembre del 1494 i due si incontrarono ad Asti: in realtà il Duca esigeva aiuto per cacciare il nipote Gian Galeazzo Sforza.
La filofrancese Firenze, che la vacillante politica di Piero de’ Medici aveva orientato verso la neutralità, se ne sentì minacciata ed insorse contro la Signorìa: dal pulpito del Duomo, facendosi latore del disagio popolare, Savonarola tuonò ricorrendo al tema del Diluvio: ... Ecce, ego adducam aquas super terram... ed attribuendo all’arrivo del Re straniero il significato apocalittico del nuovo Ciro, salutato flagello/salvifico scelto da Dio per affrancare la città dalla schiavitù della corruzione ecclesiale. Carlo VIII, dunque, strumento celeste di liberazione degli uomini e di Riforma della Chiesa, nel capo e nel corpo, come annunciato dal motto recato nelle sue stesse insegne: Missus a Deo, Voluntas Dei !

Raggiunta Pontremoli, il 29 ottobre costui mise a sacco Fivizzano e assediò la rocca di Sarzanello, esigendo il transito per Firenze.
Piero de’ Medici ne assecondò le pretese, fino a cedergli anche le contese fortezze Sarzana e Pietrasanta e Pisa e Livorno. Pertanto, l’8 novembre fu espulso da Firenze.
I Francesi restarono circa un mese in Toscana: un tempo sufficiente a sovvertire l’equilibrio del territorio sul quale, da oltre un secolo, Firenze aveva assunto ruolo egemone.
Nel traversare la regione e rendere a Pisa la libertà perduta da ottantasette anni, Carlo seminò nell’area germi di ribellione e fermenti indipendentisti; incoraggiò la reazione genovese; stimolò nei Lucchesi e ai Senesi la velleità a misurarsi con i Fiorentini.

In quella fase, libera dal potere mediceo, la città pensò di darsi una nuova Costituzione, ma vi si manifestarono subito una tendenza oligarchica, espressa da Pier Capponi e Guido Antonio Vespucci, ed una democratica, rappresentata da Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini.
Inviso a Piero de' Medici, nel 1492 Soderini era stato mandato prima a Bologna e poi a Venezia ma, tornato e appoggiato dal Savonarola, prese a modello la Repubblica veneta e sostituì i vecchi Consigli del Popolo e del Comune con un Consiglio Maggiore vocato ad eleggere Magistrati; a votare le leggi e ad esprimere un Consiglio Minore incaricato di risolvere le questioni d’urgenza.
L’assetto repubblicano, diretto da un Gonfaloniere di Giustizia ed otto Priori, garantiva la partecipazione di tutti i cittadini che avessero compiuto ventinove anni e che pagassero le imposte. Essi eleggevano un Consiglio di Ottanta, deputato ad approvare le decisioni del Governo la cui impostazione demoteocratica abolì l’usura e il lusso, tramite i cosiddetti roghi della vanità; aprì un Monte di Pietà; istituì una imposta fondiaria.

Il 23 dicembre del 1494 la Repubblica varò il nuovo ordinamento; ma quel regime, in una realtà usa allo scontro ed imbevuta di odi e rivalità, produsse nuove fazioni e nuove contrapposizioni; inimicò al Frate i Poteri forti per le veementi censure dei costumi corrotti, del vizio e del degrado di Popolo, Nobili e Clero; favorì il formarsi delle fazioni repubblicana dei Bianchi e filomedicea dei Bigi, in qualche modo mutuate dalle antiche consorterie dei Guelfi Bianchi e Neri. Trasversalmente ad esse agirono i Frateschi o Piagnoni, seguaci del Savonarola; i Compagnacci e i medicei Arrabbiati o Palleschi, suoi aperti nemici e fautori dell’oligarchia. Firenze divenne un coacervo di contrasti temporali e spirituali ora per la corona ora per la tiara, nella tensione al dominio della società.

Il precedente 16 novembre, Girolamo aveva consegnato al morente amico Giovanni Pico della Mirandola l'abito domenicano e, nella predica del 23 successivo, ne aveva tessuto l'elogio assumendo di avere avuto la rivelazione che la sua anima fosse in Purgatorio.
Ora, mentre egli stesso attendeva al consolidamento del nuovo edificio politico, esplodeva la guerra tra Pisa e Firenze che, se si asteneva dal punire la città ribelle per non urtare la suscettibilità di Carlo VIII, neppure poteva tollerare la sollevazione di altri territori.
La prima fase del conflitto registrò la sconfitta fiorentina in valle del Serchio. In quell’anno Savonarola, che aveva identificato in Carlo VIII il soggetto capace di spazzare ogni iniquità, riuscì a dissuaderlo dal proposito di saccheggio e, forte del prestigio acquisito, divenne di fatto il referente della Repubblica.

Al principio dell’estate del 1495 ripresero le operazioni militari, ma Fiorentini presero a contare più sull’impegno diplomatico francese che sull’uso della forza: in settembre, delle terre cedutegli da Piero de' Medici, però, il Sovrano francese restituì la sola Livorno.
Il Papa, intanto, aveva già intimato al Frate di predicare la Quaresima a Lucca, poichè una pesante campagna di calunnie agitava la città: Savonarola era accusato di essersi arricchito con i tesori medicei e di nascondere ingenti beni in convento e l’ex seguace Frà Domenico da Ponzo e Tommaso da Rieti, già Priore domenicano di santa Maria Novella, invitati dal Gonfaloniere di Giustizia Filippo Corbizzi a confutare le sue tesi avanti alla Signoria, gli imputarono anche l’utilizzo strumentale della politica negli affari religiosi.
Lo scenario politico era tuttavia impegnato da più gravi turbolenze: il 31 marzo l'Impero, la Spagna, la Chiesa, la Serenissima e Ludovico il Moro si erano coalizzati contro Carlo VIII e, per interdirgli ogni via di fuga, avevano chiesto l’adesione anche di Firenze, isolata dalla condotta incline allo Straniero e turbata dalle diffuse detrazioni programmate per condizionare l'influenza del Frate sulla popolazione.

Nel frattempo Carlo VIII, che aveva già conquistato il Regno di Napoli insediandovi metà delle sue risorse militari, aveva preso la via del ritorno in patria: il 1° giugno era stato a Roma, donde il Primate era fuggito riparando ad Orvieto e poi a Perugia.
Deludendo inoltre i Fiorentini, informati di un’intesa convenuta con Piero de’ Medici, egli aveva deciso di proseguire per il Nord ma a Poggibonsi, il 17 dello stesso mese, incontrò Girolamo fugandone il timore della restaurazione medicea. Il 7 luglio successivo, poi, forzato a Fornovo il blocco della coalizione nemica, continuò la risalita della penisola. La sua spedizione si era già risolta in un fallimento: in sua assenza, il Regno partenopeo tornò in possesso di Ferdinando d’Aragona e il Frate e la sua Repubblica presero ad indebolirsi.

Ancora in luglio, il Papa inviò Savonarola un Breve col quale, pur lodando l'opera Nella vigna del Signore, lo convocava a Roma ut quod placitum est Deo melius per te cognoscentes peragamus.
Girolamo declinò l’invito adducendo motivi di salute ed inviando un libretto dal quale il Borgia avrebbe dedotto i suoi propositi: il Compendio di rivelazioni, pubblicato a Firenze il 18 agosto.
Borgia replicò l’8 settembre accusandolo di eresia e false profezie; sospendendolo a divinis ed affidando l’apertura di un’inchiesta Sebastiano Maggi, Vicario generale della Congregazione lombarda. Il Frate non se ne curò e, respinte le accuse, il 30 dello stesso mese rifiutò di sottomettersi al suddetto Vicario assumendo di dover essere assolto da ogni imputazione dallo stesso Pontefice. L'11 ottobre, infine, accusò gli Arrabbiati di aver tramato per annientarlo. Con un altro Breve del 16 ottobre, Alessandro VI revocò i precedenti ordini e lo sollevò solo dalle predicazioni, in attesa di ulteriori decisioni.
Girolamo obbedì, ma non restò inattivo: il 24 pubblicò l'Operetta sopra i Dieci Comandamenti; poi attese alla stesura del De simplicitate christianae vitae e, in dicembre, mandò in stampa l’Epistola a un amico, opponendosi alle imputazioni di eresia e difendendo energicamente la riforma politica attuata a Firenze.

La Signoria, intanto, esercitava pressioni sulla Curia romana perché gli riconfermasse l’attività oratoria: il suo ascendente sulla massa era cruciale per arginare gli attacchi condotti dall’Opposizione al Governo, ritenuto responsabile della perdita di Pisa.
Il consenso papale giunse vivae vocis oraculo al Cardinale Carafa e al Delegato fiorentino Ricciardo Becchi: il 16 febbraio del 1496, scortato fino al Duomo da circa quindicimila persone, Savonarola occupò il pulpito di santa Maria del Fiore per la prima predica del Quaresimale di quell'anno. Parallelamente scrisse i>Semplicità della vita cristiana, trasformandosi in un pericoloso ostacolo alle mire di Borgia su una Firenze apertamente ostile alla Santa Lega antifrancese.

Il 24 febbraio il Frate si scagliò ancora contro il Papato: ... noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici... e pubblicò le crudissime requisitorie come Prediche sopra Amos.
L’11 aprile del 1496, infine, sollecitò anche Ludovico il Moro ...a fare penitentia de li soi peccati, perché il flagello si appropinqua....
Nello stesso mese, dopo aver parlato a san Domenico di Prato alla presenza dei Filosofi Marsilio Ficino e Oliviero Arduini e di una traboccante folla, pubblicò la Expositio psalmi Qui regis Israel cui seguirono, postume nel 1499, le Prediche sopra Ruth e Michea.

In agosto Alessandro VI incaricò il domenicano Lodovico da Valenza di offrirgli la Porpora, a patto che ritrattasse tutte le censure rivolte alla Chiesa. Girolamo si riservò di rispondere il giorno dopo e, di fatto, nella Sala del Consiglio, alla presenza della Signoria, dopo aver ripercorso le vicende degli anni passati, gridò: ...Non voglio cappelli, non voglio mitrie grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!...
Il 23 di quello stesso agosto, per frantumare la solidarietà franco/fiorentina, il Duca di Milano sostenne falsamente di aver intercettato due lettere del Frate: l’una sollecitante Carlo VIII, a tornare in Italia; l'altra riferendo con tal Niccolò dell’infedeltà al Re e dell’ostilità ai Fiorentini del Legato e Primate di Aix, Ambasciatore a Firenze.

Nel marzo di quel 1496 era stato, intanto, eletto Gonfaloniere Bernardo del Nero, della consorteria dei Bigi o Palleschi. La designazione aveva incoraggiato Piero de’ Medici che, sostenuto dal Papa e dai nemici di Girolamo, il 28 aprile aveva marciato su Firenze contando di trovarne incustodita la Porta Romana invece ben difesa da Paolo Vitelli.
Il fallimento dell’azione aveva rinvigorito la fazione savonaroliana; tuttavia, il 4 maggio, gruppi di Compagnacci erano andati in san Marco e, insultato Girolamo, ne avevano disturbato l’omelia.
Era stato l’inizio di una guerra senza esclusione di colpi, ufficialmente aperta il 13 maggio con l’irrogazione della scomunica.

Il provvedimento papale aveva esaltato i nemici del Frate, tornato in auge solo fra luglio ed agosto dell’anno successivo, quando la guida della Signoria fu assunta in maggioranza da Piagnoni. Essi comminarono per complotto la pena capitale a Lamberto d’Antella, Niccolò Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni, Giovanni Cambi, Giannozzo Pucci e Bernardo del Nero, favorevoli alla restaurazione medicea. Le esecuzioni, eseguite il 27 maggio, enfatizzarono la potenza del Predicatore che, respingendo ancora le accuse di eresia, indirizzò ai Cristiani due Lettere per sostenere l’invalidità della scomunica, a suo avviso priva di valore innanzi a Dio e al mondo.
Parallelamente elaborò un trattato sul Trionfo della Croce, a conferma dell'ortodossia della sua fede. Fra alterne vicende, intanto, mentre erano sospese le ostilità tra Francia e Confederati e tra Fiorentini e Pisani e mentre maturava tensione tra la Curia romana e gli Orsini, egli organizzò un Falò delle vanità del Carnevale nel corso del quale, il 7 febbraio del 1497, furono arsi molti oggetti d'arte, dipinti ritenuti sconvenienti, gioielli, arredi ed abiti preziosi, con grave danno per la cultura rinascimentale locale, come testimoniò Giorgio Vasari.
Il 12 maggio, pertanto Alessandro VI lo anatemizzò.

Si vuole che il provvedimento fosse stato emesso dal Cardinale Juan Lòpez su istigazione di Cesare Borgia, ma all’insaputa del Papa.
Tuttavia, senza sconfessare la condotta del figlio, costui censurò ancora il Predicatore e minacciò Firenze di interdetto esigendone la consegna.
La reazione dell’ingombrante Frate impressionò la Curia di Roma: gli interessi in gioco erano davvero alti, perchè si ricorresse ad una soluzione pacifica.
Bisognava eliminarlo.
Il primo sermone di Gerolamo, dopo tali eventi, s’incentrò su un finto dialogo nel corso del quale ad un interlocutore che gli rimproverava di predicare da scomunicato, egli replicava: ... La hai tu letta questa escommunica? Chi l'ha mandata? Ma poniamo che per caso che così fussi, non ti ricordi tu che io ti dissi che ancora che la venisse, non varrebbe nulla?... non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, ché questo è il fine dei profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo mondo...

Intensificata poi la campagna contro le dissolutezze ecclesiali con tale violenza da allargare il fronte dei nemici, ancora contro i vertici ecclesiali nel Natale del 1497 egli celebrò tre messe in san Marco; comunicò i suoi monaci ed altri fedeli e guidò una solenne processione.
Timorosa della collera del Primate, la Repubblica prese le distanze: privo ormai del sostegno francese, il Frate fu posto in minoranza dal risorto partito dei Medici.
La situazione si appesantì l’11 febbraio del 1498, quando dal pergamo del Duomo egli si scagliò ancora contro gli abusi del Borgia e, istigando la disobbedienza, ne denunciò prescrizioni contrarie allo spirito del Vangelo. Alessandro VI minacciò ancora la Signoria e, senza indugio, se i Canonici inibirono all’irriducibile Frate l’accesso nella cattedrale, il Governo gli proibì di parlare a san Marco.
Girolamo tenne l’ultima omelia il 18 marzo e poi s’appellò all'Imperatore e ai Sovrani di Francia, Spagna, Inghilterra e Ungheria perché convocassero un concilio.
Era fatalmente tardi.

Il linciaggio coalizzò Arrabbiati, Bigi, Compagnacci e Francescani che, per storica rivalità con i Domenicani, definirono il Predicatore un eretico, scismatico e falso Profeta.
In quei giorni, tale Francesco di Puglia, contestandogli l’aver affermato di provare la veridicità dei propri vaticini passando indenne e per grazia divina attraverso il fuoco, si disse pronto a smentirlo. Temendo una trappola, Savonarola si negò alla sfida, ma non impedì al suo seguace Domenico Buonvicini da Pescia di accettarla.
Francesco di Puglia aveva, però, barato: la sua proposta era stata dettata dalla convinzione che il rivale non l’avrebbe accolta.
Così insistette ancora, finché i Francescani decisero di opporre al Buonvicini tal frate Giuliano Rondinelli.
La Signoria fissò la gara al 7 aprile e stabilì che il soccombente sarebbe stato esiliato.
In Piazza fu eretto un gran palco sormontato da un'enorme catasta di legna traversata da un sentiero che gli sfidanti avrebbero percorso in tutta la sua lunghezza.

Quando tutto fu pronto, tuttavia, un violento temporale impedì la competizione. Comunque dichiarato perdente, il Savonarola fu bandìto ma, l’8 aprile, mentre egli si accingeva a lasciare Firenze, i Compagnacci, gli Arrabbiati e i Bigi assaltarono il convento di san Marco: per evitare spargimenti di sangue egli si consegnò, assieme a Domenico Buonvicini e Silvestro Maruffi.
Il mattino seguente una folla inferocita raggiunse la casa di Francesco Valori; lo uccise; ne massacrò la moglie e ne saccheggiò ed incendiò la casa, riservando analogo trattamento ad Andrea Cambini.
Appresa notizia dell’arresto, il Papa chiese che il prigioniero fosse condotto a Roma ma, a fronte della fermezza della Signoria nel pretendere di processarlo localmente, inviò come Legati il Generale dei Domenicani Gioacchino Turriano e il Vescovo di Ilerda Francesco Romolino.
Già due volte inquisito e torturato, durante la detenzione Gerolamo commentò il Salmo IV, Miserere mei Deus e il XXX, In te, Domine, speravi, in attesa della sentenza di morte pronunciata il 22 maggio, a margine di violazioni processuali anche dei più elementari diritti di difesa.

All’alba del 23 maggio del 1498, ascoltata la messa nella Cappella dei Priori, i Condannati furono portati sull’arengario del Palazzo della Signoria e vi subirono la degradazione dagli ordini sacri da parte del Tribunale episcopale. Sul sito vi erano anche il Tribunale dei Commissari Apostolici e quello del Gonfaloniere e dei Signori di Balìa chiamati ad esprimersi sulla condanna.
Avviati verso il patibolo innalzato nei pressi della Fontana del Nettuno e collegato all’edificio da una passerella alta quasi due metri da terra, i tre affrontarono la forca eretta su un cumulo di legna cosparso di polvere da sparo. Fra le urla della gente, fu appiccato il fuoco ed i loro cadaveri impiccati bruciarono rapidamente. Le loro ceneri furono gettate in Arno da Ponte Vecchio, per evitare che divenissero oggetto di culto.

Il giorno successivo, sul luogo dell’esecuzione furono rinvenuti fiori, foglie di palma e petali di rose: vi insiste ancora una lapide circolare in granito rosso, con un’iscrizione in caratteri bronzei, a memoria del quarantaseienne frate Hieronimo, definito da Niccolò Macchiavelli profeta disarmato ed incapace di far fronte alla situazione che egli stesso aveva creato a Firenze. Tuttavia, malgrado la morte del loro Maestro ed il ritorno dei Medici, i Piagnoni continuarono a lottare contro la Signoria tornando alla carica nel 1527, quando i Medici ancora espulsi fecero spazio per la seconda volta alla Repubblica.
Girolamo Savonarola era ormai un ricordo.

Bibliografia: