Personaggi

Sigismondo di Lussemburgo

di Ornella Mariani
Sigismondo di Lussemburgo.
Sigismondo di Lussemburgo.

Sigismondo di Lussemburgo

Incarnò la più potente immagine dinastica dei Lussemburgo, pur vivendo in una fase di stravolgimenti degli equilibri internazionali.

Intelligente e coltissimo: parlava correntemente tedesco, latino, italiano e francese; nato a Norimberga il 14 febbraio del 1368 e morto a Znojmo il 9 dicembre del 1437, fu Principe Elettore di Brandenburgo dal 1378 al 1388 e poi dal 1411 al 1415; Re d'Ungheria dal 1387; Re di Croazia e Rex Romanorum dal 1410; Re di Boemia dal 1419, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1433 alla morte.

Figlio dell’Imperatore Carlo IV di Lussemburgo e di Elisabetta di Pomerania e fratellastro di Venceslao, nato dal precedente matrimonio del padre con Anna Schweidnitz, sposò Maria d’Angiò ricevendone quale bene dotale la corona d’Ungheria e Polonia.

Nel 1387, nella veste di Re consorte, sostenne un'infelice guerra contro i Turchi; un drammatico scontro col Sovrano napoletano Ladislao di Durazzo che, pretendente al trono magiaro, nel 1403 riuscì a farsi incoronare Re a Zara; una lunga guerra con la Serenissima e  la perdita della Dalmazia, mentre tentava di contenere la ribellione dei Duchi Ernesto del Tirolo e Federico IV di Steiermark e l’espansione polacca che aveva già contagiatoi Principali Vassalli ungheresi del Nord/Est e dell'Est della regione carpatica.

A margine della sconfitta inflittagli dagli Ottomani a Nicopoli, aveva riorganizzato l'esercito ungherese; condizionato i diritti della Chiesa e provocato la reazione violenta dell’Aristocrazia, che ne ottenne l’arresto nel 1401. Fu l'influente famiglia Garai a fargli riottenere la libertà: proprio per garantirsene la definitiva amicizia, egli impalmò in seconde nozze la Contessa Barbara di Cilli. Il legame fu allietato dalla nascita della sola Elisabetta, andata sposa ad Alberto II d’Asburgo, con conseguente unione delle corone d’Austria, Boemia e Ungheria.

Nel 1402 perse la Dalmazia ma, difesa l’Ungheria dalla invasione durazzesca, nella dieta di Ofen del 1403 amnistiò i Nemici.

In quella fase, egli si propose anche paladino della Cristianità occidentale contro gli Osmani che, insediatisi in Europa nel 1337 e successivamente condizionati dai Mongoli nella loro avanzata, avevano fissato capitale ad Adrianopoli.

Se torbidi interni afflissero la Boemia già ancora sotto Venceslao, Sigismondo visse tensioni anche in territorio tedesco ove, fin dal 1388, aveva pignorato a favore del Margravio Jobst di Moravia la Marca di Brandeburgo. Nel 1411, però, vi avrebbe mandato come Vicario il Burgravio Federico VI di Norimberga, a compenso della lealtà prestatagli a favore dell’elezione a Re di Germania dopo la morte del rivale Roberto del Palatinato

A difesa delle posizioni acquisite di fronte al pericolo polacco, dopo la battaglia di Tannenberg del 1410, avviò una politica di lungimirante cautela verso Oriente concedendo la dignità elettorale agli Hohenzollern e l’Elettorato di Sassonia-Wittenberg a Federico il Bellicoso dei Wettin, suoi fedeli partigiani. Analoga gratifica avrebbe poi concesso ad Amedeo VIII e a Gian Francesco Gonzaga, rispettivamente assegnandogli il titolo di Duca di Savoia e di Marchese di Mantova.

La vicenda umana e politica dell’Imperatore Sigismondo, cominciata nella cornice del Grande Scisma con la elezione a Re dei Romani nel settembre del1410, in successione al fratello Venceslao, fu assai controversa: parte dei Principi Elettori lo sostenne; parte gli preferì Jošt di Moravia, sicché egli ottenne in concreto la corona solo dopo la morte di costui, nel 1411.

Fu in quegli anni che, imponendo a Giovanni XXIII la convocazione del Concilio di Costanza del 1414, per anche contenere la crisi prodotta in Boemia dalle tesi di Jan Huss, il Sovrano esibì lungimirante talento diplomatico, assumendo il ruolo di mediatore tra le Monarchie europee diversamente schierate e mirando a restituire al Papato l’autorevolezza di cui la Comunità dei fedeli era orfana.

La complessità della situazione religiosa si saldava alle problematiche interne alla Germania: inizialmente Sigismondo pensò di appoggiarsi alle città riunendole in una lega da porsi sotto il suo protettorato; ma il progetto incontrò freddezza e sospetti sia nei Principi che nelle stesse città. Analogo insuccesso, per gli improponibili costi della organizzazione amministrativa, riscosse la ipotesi di divisione del territorio in quattro grandi circoscrizioni, dipendenti da un Funzionario fiduciario della Corona.

Sarebbe stato il flagello hussita ad imporre la riforma delle Istituzioni e, soprattutto, dell' ordinamento militare!

Nel corso dell’assise ecumenica di Costanza, intanto, la condanna e l'esecuzione di Jan Huss produssero conseguenze politiche e religiose gravissime nei Cechi che insorsero quando, nel 1419 morto Venceslao, il trono già appannaggio della dinastia lussemburghese fin dal 1310 andò in successione all’inviso Sovrano.

Nella lunga e sanguinosa guerra, nella quale fu sostenuto dal Duca Alberto V d’Austria, Sigismondo si propose alfiere della ortodossia cattolica antihussita.

In realtà, a suo tempo, egli stesso aveva fornito al teologo un salvacondotto per la partecipazione al Concilio, ma non aveva poi perorato la causa e il ribelle, attestato sul fermo diniego a ritrattare tesi dichiaratamente eretiche, era stato giustiziato.

Nel biennio successivo, accantonando la querelle religiosa, egli convocò una Dieta a Norimberga: vi ventilò l'ipotesi di introdurre una imposta sul patrimonio; ma la reazione vivace delle città indusse alla decisione che i singoli Stati del Regno si sarebbero limitati, senza esborsi economici, a fornire un certo numero di Armati.

Si compilò, pertanto, un elenco e così la Matricola, di onere molto modesto, divenne la prima grande legge finanziaria tedesca. In seguito il progetto di una imposta generale fu ripreso, ma ancora senza sbocchi poiché il caos dominava il Regno: a fronte delle continue assenze del Re, i Principi Elettori avevano preso a considerarsi essi stessi rappresentanti dello Stato e, costituendo apposite leghe, si erano dati autorità per sindacare gli atti della Corona e rivendicare il diritto di opposizione ai decreti reali, se ritenuti pregiudizievoli.

La circostanza paralizzò il governo finché, attraverso il sostegno degli Elettori di Sassonia e Brandeburgo, Sigismondo trovò la via della riconciliazione.

In quell’aggrovigliato contesto ebbe modo di occuparsi anche dell’Italia: la prima volta vi scese per rendere Vassallo il ducato di Milano; la seconda, nell'autunno del 1431, per definire la propria consacrazione. Prima di raggiungere Roma, si trattenne alcuni mesi a Siena e, nel settembre del 1433, dopo aver consegnato le insegne marchionali al Gonzaga, ne concordò il fidanzamento del primogenito con la propria nipote Barbara del Brandeburgo; poi si accordò con Eugenio IV per eliminare lo scisma boemo e sistemare i nodi restati irrisolti nel Concilio di Basilea. Tuttavia, il disagio ecclesiale si aggravò ed egli venne a scontro aperto col Papa. La pace sopravvenne solo quando egli fu consacrato Imperatore e, in quella veste, si recò a Basilea per ripianare le tensioni fra il Primate ed il Concilio.

In quella città, convocò poi gli Stati del Regno per varare  nuove riforme interne.

Nel 1433 era apparsa la Concordanza cattolica: l’autore, Nicola Eues, proponeva di dividere il territorio in dodici circoscrizioni, sottoposte ciascuna ad un tribunale imperiale e composte ciascuna da tre Giudici, tratti rispettivamente dal Clero, dall’Aristocrazia e dal Popolo. La ripartizione avrebbe dato vita ad uno Jus comune a tutta la Germania, alla formazione di un Esercito nazionale da mantenersi attraverso i Dazi e le imposte dirette e alla convocazione annua di verifica a Francoforte.

Coeva era la così detta Reformatio Sigismundi, esigente l’abolizione della Servitù della gleba; misure dirette ad impedire l'alterazione delle monete ed il rincaro dei generi di prima necessità; la semplificazione del diritto di cittadinanza; l’abolizione delle Corporazioni. Lo scritto proclamava, altresì, la condanna contro il Clero, cui veniva negato l’esercizio di diritti sovrani e di possesso e percezione di censi fondiari, e contro i Principi Elettori ritenuti responsabili del degrado del Regno.

Agli elaborati, nel 1434 nella Dieta di Basilea, l’Imperatore oppose un pacchetto di sedici articoli vertenti sulla pace generale; sulla soluzione della questione ecclesiastica; sull'ordinamento giudiziario dello Stato ma, in concreto, tutto restò com’era e quegli ultimi anni di governo trascorsero nella cura delle vicende relative alle regioni orientali.

La morte dell'energico Venceslao, intanto, aveva arginato le velleità espansioniste della Polonia, sicché Sigismondo poté prendere possesso reale della regione: a condizione del riconoscimento dei Patti di Praga. Tuttavia, neppure allora i rapporti con quella Popolazione migliorarono: erano in atto le irriducibili contrapposizioni condotte dai seguaci dello Hus.

Dei loro capifila Jan Žižka e Prokop Veliký, egli avrebbe avuto ragione solo sul piano diplomatico, fomentando l’inimicizia fra le due fazioni: parte di una, infatti, si riconciliò con lui; l’altra, isolata, fu piegata a Lipan nel 1434 e due anni più tardi egli fu finalmente salutato Re di Boemia.

Entrato a Praga nell'estate del 1437, vi restò fino a novembre e, appena giunto a Znaim, si spense.

Era il 9 dicembre.

Se, oltre alla restaurazione dell'unità della ecclesiale d’Occidente, fu suo merito impedire che i due Regni slavi di Polonia e di Boemia divenissero egemoni, diversamente andò nelle regioni occidentali, ove non poté arginare l’influenza della Francia confinante.

Nella stessa Germania alla quale restava il solo vincolo con la Savoia, infine, non riuscì ad organizzare su nuove basi la Monarchia, né a varare apprezzabili riforme.

La sua morte estinse il ramo Lussemburgo spianando, attraverso suo genero, la via alla potenza asburgica proprio mentre in Boemia si preparava una nuova insurrezione.

Ladislao Durazzo Re di Napoli

Nel 1386, successe al padre sul trono partenopeo ed ungherese sotto reggenza della madre Margherita d’Angiò e del Cardinale Acciaiuoli; ma la fazione angioina, capeggiata dai Sanseverino, appoggiò le pretese di Luigi II d’Angiò che nel 1390 entrò a Napoli, tenendone il controllo per nove anni, mentre egli e la sua Corte riparavano a Gaeta.  Nel 1402, dopo l'annullamento delle nozze con Costanza di Chiaramonte, sposò Maria di Lusignano, sorella del Re di Cipro. L’anno successivo, i Nemici di Sigismondo di Lussemburgo lo incoronarono Re di Zara, ma egli dovette tornare in Italia e, soffocate le rivolte, avviò una ambiziosa politica interventista: lottò a Roma contro il fronte ostile ad Innocenzo VII  ma, occupato Castelsantangelo e minacciato di scomunica,  volse la propria attenzione su Taranto, dove era deceduto Raimondo del Balzo Orsini. Non riuscendo ad impadronirsi con le armi di quel territorio, impalmò Maria d'Enghien vedova del Principe. Nel 1409 marciò ancora su Roma, ma rinunciò per una ribellione interna e fu poi sconfitto da Braccio da Montone, mercenario al soldo di Luigi II d'Angiò. Anche un nuovo tentativo contro Giovanni XXIII  fallì, a causa di una sua malattia che lo portò alla morte il 6 agosto del 1414.

Gli Hussiti e i Patti di Praga

Seguaci del Teologo Jan Hus, gli Hussiti furono gli appartenenti ad un movimento riformista e rivoluzionario che nel XV secolo, su modello della lotta dei Lollardi di John Wyclif, anticiparono la Riforma protestantica.

Husité o Uomini del Calice, essi allignarono per una serie di circostanze: prima fra tutte, il Cristianesimo era arrivato in Boemia da Oriente e, pertanto, anche le distanze da Roma ebbero un ruolo; poi la voracità e la condotta spesso dissoluta del Clero, che non favorì legami fra il territorio e la Chiesa; inoltre il contagio dell’ormai montante nazionalismo slavo, scaturendone lo spostamento delle attività da quello religioso all’ambito rivoluzionario: la proprietà ecclesiale di un terzo ed oltre dei terreni rese conseguenziale la reazione del mondo rurale; infine, il martirio di Hus, passato per il rogo il 6 luglio del 1415, nel perdurare dei lavori del Concilio di Costanza.

Egli, che avrebbe spianato la via a Martin Luther, aveva assunto posizioni di censura nei confronti del potere ecclesiastico e dell'infallibilità papale, parimenti alle opinioni dei Valdesi e di Wyclif e, dopo la sua esecuzione, l’attività dei Sostenitori fu sostanzialmente insurrezionale: nel settembre del 1415, circa cinquecento Nobili boemi e moravi protestarono formalmente contro l'accusa di eresia che aveva motivato la sua morte, percependolo come Martire.

Molti Teologi disputano le loro tesi davanti a Ladislao II di Polonia.

Nel 1420 furono elaborati i Quattro Articoli di Praga: una sorta di manifesto confessionile hussita, nel quale si chiedeva libertà di predicazione delle Scritture in idioma locale, per i Preti e per i Laici; comunione eucaristica sotto entrambe le forme – vino e pane- anche ai bambini; esproprio dei beni del Clero, cui doveva essere imposta la povertà; irrogazioni severe per i peccati mortali da esso commessi.

In seguito il movimento si divise in una corrente moderata, formata da Studenti, Nobiltà e alta Borghesia: gli Utraquisti, che assunsero il nome dalla locuzione sub utraque specie o ancora  calixtini, che mutuarono il nome dal calix; i Taboriti: una corrente integralista che  che trasse il nome da Tàbor, la collina limitrofa a Sezomovo Ustì, nella Boemia meridionale. Questa fu guidata da Jan Žižka.

Come conseguenza dei torbidi sollevati dal drammatico decesso di Hus, il Re di Boemia Venceslao IV tentò di escludere i ribelli dalle cariche pubbliche e religiose, ma la decisione inasprì la tensione e favorì la rivolta del 30 luglio del 1419, quando Žižka guidò la Prima Defenestrazione di Praga uccidendo sette Magistrati rifiutatisi di rilasciare alcuni detenuti taboriti.

Poco più di un mese dopo il Sovrano si spense e gli successe il fratellastro Sigismondo, già Re di Germania. Gli Hussiti insorsero, devastando chiese e monasteri.

L'unica possibilità di placare la tensione della piazza, per il nuovo Sovrano fu il ricorso alle armi mentre Martino V, con la bolla Inter cunctas, li scomunicava e bandiva una crociata: dopo la protesta pacifica, nel 1427, imitati dai Cechi, essi difesero strenuamente il proprio Credo. Sigismondo, allora, invase la Boemia ma subì pesanti sconfitte da parte di Žižka, in quelle che furono definite le Guerre Hussite, nel cui perdurare le Scritture furono tradotte in ungherese e uralico.

I Moderati ripararono in Boemia e nelle aree contigue e il 23 marzo del 1430 Jeanne d’Arc gli inviò un durissimo ultimatum: avrebbe condotto una guerra contro di loro, se non fossero tornati nell’alveo ortodosso.

La sua cattura da parte di Inglesi e Burgundi vanificò la minaccia.

La fine dei conflitti fu sancita nella Dieta di Iglau, quando le due fazioni accettarono le prescrizioni del Concilio di Basilea e il riconoscimento della sovranità boema del Sovrano lussemburghese, in cambio della libertà religiosa e di cariche nobiliari.

I Taboriti non vollero uniformarsi e furono, pertanto, annientati a Lipan dai Calixtini e dai Cattolici il 30 maggio del 1434: da quel momento si rifugiarono in Polonia ove furono poi sterminati da Ladislao III Jagellone.

L’assise di Jihlava nel 1436 confermò il Compacta di Praga, riconciliando la Boemia con la Chiesa di Roma e l'Europa occidentale, ma Sigismondo attuò repressioni che lo resero per sempre inviso a tutti i Cechi.

L’irriducibile nemico Jan Žižka

Se Prokop Veliký, Comandante degli eserciti taboriti annientò i Crociati a Tachov nel 1427 e a Domažlice nel 1431, dopo aver capeggiato la delegazione boema nel Concilio di Costanza, di Basilea e di Praga e prima di essere sconfitto e cadere in campo nello scontro con le forze utraquiste e cattoliche a Lipany, irriducibile fu Jan Žižka.

Nato nella boema Trocnov verso il 1360 da una famiglia di grande prestigio, il Generale ceco, infatti, partecipò alla guerra civile esplosa nel perdurare del mandato di Venceslao IV benché non sia ancora noto il suo reale cognome: dagli atti raccolti a partire dal 1378, infatti, si deduce che Žižka fosse un soprannome indicante la perdita di un occhio: il termine significa monocolo.

Egli combatté nella battaglia di Grunwald del luglio del 1410, difendendo Radzyn dai Cavalieri Teutonici, dopo essere stato Cameriere della Regina Sofia di Baviera.

Quando in Boemia si fece strada la Riforma, culminata con il rogo di Jan Hus e opposta dal movimento crociato, pur privo di risorse economiche Žižka difese il territorio con un esercito di Contadini, usando gli strumenti dell'agricoltura come mezzi di guerra, a partire  dalla frusta per grano, trasformata in mazzafrusto, fino ai carri agricoli adattati ad una tattica detta Wagenburg: letteralmente fortezza di carri, essa consisteva di un posizionamento circolare con all’interno gli Armati e, a protezione dei lati, enormi tavole di legno dai cui buchi si sparava con archibugi e balestre. Fra un carro e l’altro spiccavano pavesi o piccoli cannoni e, ad un segnale convenuto, li si muoveva per facilitare l’attività della Cavalleria hussita.

Žižka addestrò con geniale abilità i suoi Volontari, avvalendosi anche di un sistema di segnalazioni attraverso bandiere destinate a passare ordini di battaglia.

La sua notorietà esplose durante la Prima Guerra Hussita, iniziata nel 1419 con la Prima Defenestrazione di Praga, quando i Rivoltosi gettarono dalle finestre del Municipio sette membri del Consiglio cittadino.

Quando al conflitto armato seguì l’armistizio, Žižka si diresse a Plzen e, dopo avere di nuovo sconfitto i partigiani di Sigismondo a Sudomĕr il 23 marzo del 1420, si spostò nella roccaforte hussita di Tábor e vi divenne un Hejtman, ovvero un Capitano del Popolo.

Parallelamente, Sigismondo invadeva la Boemia reclamando la corona quale erede del fratello Venceslao: sentendosi minacciata, la Popolazione chiese aiuto a Žižka, che occupò  Vitkov: una posizione collinare dominante Praga.

Alla fine di giugno del 1420 la città fu posta in stato d’assedio e il 14 luglio, dopo aver sferrato un formidabile attacco energicamente contenuto dai Ribelli, l’Imperatore rinunciò all’azione di forza.

Tornato a Tabor, il Generale si dette ad una guerra incessante con i partigiani del re e, in  particolare, col cattolico Oldřich II di Rožmberk cui sottrasse gran parte della Boemia.

Proposto per l'elezione al trono del Granduca di Lituania Vytautas, quando l’Aristocrazia boemo/morava nel 1421 decise di nominare un governo provvisorio composto da venti personalità del mondo civile e religioso, Žižka fu eletto come rappresentante di Tábor.

In seguito soppresse le rivolte degli Adamiti e, ancora contrastando i seguaci di Sigismondo, dopo aver occupato un castello nel territorio di Litomerice, ne prese il possesso quale compenso all’attività svolta. Nel rispetto della tradizione hussita dette all’edificio il nome biblico di Calice.

Nel 1421, nell'assedio del palazzo di Rabi fu ferito e perse la vista ma, malgrado l’infermità, seguitò a comandare gli eserciti di Tábor.

Alla fine di quell’anno, ancora una volta tentando di aggiogare la Boemia, Sigismondo ottenne il possesso di Kutnà Hora: i Tedeschi che vi risiedevano massacrarono molti Hussiti e si asserragliarono nelle mura.

Con i suoi uomini, Žižka eseguì la prima manovra di Artiglieria mobile della Storia; sfondò le linee nemiche e si ritirò a Kolìn e, ricevuti rincalzi, mise in rotta l'esercito imperiale a Nebovidy.

L’ultima azione di Sigismondo fu a Nĕmecky, ma la città fu presa d'assalto dai Cechi e, contro gli ordini di Žižka, i Difensori furono passati a fil di spada.

Nei primi mesi del 1423, il dissenso interno tra gli Hussiti sfociò in una guerra civile.

Il Generale prevalse ancora a Horice, soverchiando gli Utraquisti il 20 aprile ma, poco dopo, alla notizia dell’allestimento di una nuova crociata in funzione antiboema, i Belligeranti conclusero l’armistizio di Konopištĕ.

Era il 24 giugno 1423.

Tuttavia, appena i Crociati si dispersero, il dissenso interno riesplose: Sigismondo Korybut di Lituania aveva nominato Governatore Hradec Králové il Signore Borek di Miletínekas, membro del gruppo utraquista.

Borek, però, si rifiutò di riconoscergli la sovranità e fu di nuovo battaglia: Korybut ricorse all’aiuto di Žižka che riportò la vittoria di Strachov, il 4 agosto del 1423.

Dopo la battaglia, Žižka tentò l’invasione dell’Ungheria dominata da Re Sigismondo e, anche se la campagna non ebbe successo, fu tra le sue più grandi imprese militari per la tecnica adottata nella ritirata.

Nel 1424, nella nuova guerra civile boema, il Generale annientò definitivamente i Praghesi e la Nobiltà utraquista a Skalice e a Malešov, marciando su Praga: il 14 settembre fu pace, grazie alla mediazione di Giovanni di Rokycan, Primate di Praga. Tutti insieme, allora, fecero fronte comune per attaccare la Moravia e sottrarla a Sigismondo.

Žižka avrebbe dovuto comandare l’esercito, ma fu stroncato dalla peste a Pribyslav l'11 ottobre del 1424.

Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, nella Historia Bohemica racconta che egli avesse chiesto, in punto di morte, l’utilizzo della propria pelle per rivestire i tamburi delle proprie truppe, così credendo di poterle guidare anche da defunto.

Di fatto, fu amato al punto che i suoi Soldati se ne definirono Orfani, avendolo sempre considerato un padre.

Il Concilio di Basilea

Convocato nel 1431 da Eugenio IV, fu subito sciolto.

L’Episcopato, che sosteneva la superiorità del Concilio sul Papa, contestò lo scioglimento e le lotte ne produssero il trasferimento a Ferrara.

L’assise allora si divise in due: nella nuova sede, una minoranza guidata dal Cardinale Cusano accettò le prescrizioni papali, seguendolo ancora a Firenze dove, il 6 giugno del 1439, fu sancita la riunione delle Chiese d’Occidente e Oriente; la maggioranza, invece, restò a Basilea, depose il Pontefice definendolo eretico e scismatico ed elesse Amedeo VIII di Savoia, col nome di Felice V.

Scomunicato e boicottato dalle Monarchie europee, alla morte di Eugenio IV, il Concilio di Basilea si sciolse. Era il 24 aprile del 1449.

Fu la mediazione di Carlo VII di Francia a rendere possibile la riconciliazione; l’abdicazione di Felice V, considerato antiPapa, e il riconoscimento della legittimità di Niccolò V eletto dal Conclave romano il 6 marzo del 1447.

La battaglia di Nicopoli

Splendida sotto l’Impero bizantino, Nicopoli è ubicata nel Nord bulgaro, nella Provincia di Pleven, sulla sponda destra del Danubio, e si allunga su un ripido strapiombo calcareo chiudendosi in una stretta vallata.

Nel 1395 conquistata dai Turchi, divenne un prestigioso centro militare, amministrativo, economico e culturale.

Nel 1877 fu liberata dai Russi.

Capitale della Bulgaria, fu sede del drammatico scontro del 25 settembre del 1396 quando, in quella nota anche come Crociata di Nicopoli, la coalizione franco/ungherese affrontò gli Ottomani che, incontrastati padroni dei Balcani, tenevano sotto assedio Costantinopoli per impadronirsi dei residui dell’Impero bizantino.

Tre anni prima, Ivan Shishman l’aveva perduta mentre suo fratello Ivan Stratsimir era stato ridotto a Vassallo turco.

Se l’Ungheria si rassegnò al ruolo di terra di confine fra Islam e Cattolicesimo, la Serenissima si sentì minacciata nel controllo dei gradi traffici dell’Adriatico.

Nel 1394, comunque, l’incontenibile avanzata turca indusse Bonifacio IX a bandire una  crociata, malgrado il panorama politico internazionale fosse destabilizzato dallo strappo scismatico di una Chiesa capeggiata da due Papi: uno ad Avignone e l’altro a Roma.

La tregua di Francia ed Inghilterra nella Guerra dei cent’anni consentì a Carlo IV e a Riccardo II l’accoglimento dell’accorato appello papale: finanziarono la sacra campagna e coinvolsero anche il Re Sigismondo d’Ungheria.

Alla spedizione aderì anche il Duca Giovanni I di Borgogna, con un contingente di diecimila Armati e una legione di un migliaio di Cavalieri inglesi, cui si aggiunsero Combattenti del Palatinato e della Baviera.

Sigismondo si pose a capo di un esercito di sessantamila uomini e, muovendo da Montbéliard nell’aprile del 1396, i Francesi lo raggiunsero a Vienna nel mese di luglio.

Benché di confessione ortodossa, anche Mircea I di Valacchia partecipò alla spedizione: l’anno prima, da solo, aveva contenuto l’Armata di Bayezid I nelle Battaglie di Rovine e di Dobrugia. Tuttavia, per quello scontro cruciale, maturò lo scontro di tattica: se Mircea I decise, previa ricognizione del territorio, di impegnare la Cavalleria leggera sferrando l’attacco sull’ala destra nemica, Francesi ed Ungheresi, non edotti delle tecniche militari ottomane, dissentirono e Giovanni I rifiutò di cedere l'onore di attaccare per primo: alla testa dei suoi diecimila, quindi, marciò sul Sud dell’area saccheggiando i villaggi dislocati lungo il percorso e mietendo molte vittime a Rahova.

Trovò Nicopoli ben difesa e fortificata e, pur non disponendo di macchine d’assedio, non si arrese, in attesa della prima mossa turca.

Il Sultano Bayezid, nel frattempo occupato nell’assedio di Costantinopoli ma informato della circostanze da Gian Galeazzo Visconti, dirottò immediatamente l’esercito verso la città in pericolo.

Affidò la prima linea a Evrenos Beymandata e tenne per sé la guida del resto delle truppe, assieme ai figli e a Kara Timurtas.

Congiuntosi con l’alleato Stefano III Lazaro di Serbia, in centomila furono a Nicopoli il 24 settembre.

Le truppe franco/inglesi schierarono l’avanguardia, mentre Sigismondo ripartiva i suoi in tre  contingenti e assumeva il comando di quello centrale, cedendo il fianco destro ai Transilvani e il sinistro a Mircea di Valacchia.

Bayezid pose in campo la sua Cavalleria, protetta da una linea di Picchieri, Arcieri e Giannizzeri e nascondendo il contingente più agguerrito alle spalle di un fronte collinare.

Certi della propria superiorità, i Francesi dettero il primo affondo ma, respinti, caddero sotto il tiro delle frecce.

Gli Ottomani contrattaccarono, ma privi di adeguate armature furono scompaginati e lasciarono sul terreno oltre diecimila uomini, prima di arretrare dietro le alture.

Inseguiti, nell’ultima fase dello scontro colsero di sorpresa per superiorità numerica i Francesi e li annientarono: cadde Jean de Vienne e furono presi prigionieri il Duca di Borgogna, Enguerrand VII di Coucy e Jean Le Meingre.

In loro soccorso marciò Sigismondo che, a fronte del Sultano, fu persuaso alla ritirata.

Nel basso pomeriggio Stefano III Lazaro caricò le ali ungherese indifese e fu la disfatta definitiva.

Il 26 settembre Bayezid ordinò il massacro di tremila prigionieri, per vendicare la strage di Rahova e la morte di trentacinquemila suoi valorosi Soldati.

Con Nikola Gorjanski ed Hermann di Cilli, Sigismondo riattraversò il Mar Nero, l’Egeo ed il Mediterraneo per sorvegliare il passaggio di vascelli valacchi.

Carlo VI fu informato della sconfitta il giorno di Natale.

La belligeranza tra Francia e Inghilterra riprese, mentre altre guerre insanguinavano la Spagna e l’area settentrionale del continente e mentre la Valacchia seguitava da sola a contrastare le incursioni ottomane.

Bisognò attendere l’estate del 1402 perché, pur rappresentando una nuova e pesante minaccia, Tamerlano sconfiggesse Bayezid ad Ankara seminando il caos nell’Impero ottomano e consentendo l’attacco di Mircea e della coalizione ungaro/polacca, drammaticamente annientata a Varna nel 1444.

La caduta di Costantinopoli, nel 1453, archiviò le guerre con i Turchi, fino al Rinascimento.

Bibliografia