Personaggi

Skanderbeu - Kastrioti Gjergj

di Ornella Mariani
Skanderbeu - Kastrioti Gjergj.
Skanderbeu - Kastrioti Gjergj.

Skanderbeu

Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi!

Così disse alla Popolazione di Dibra Gjergj Kastrioti Skanderbeg, nato a Kruja il 6 maggio del 1412 dal Principe Gjon Kastriot e da Vojssava Tripalda, originaria della macedone valle Polog.

Le parole confermano il carattere ruvido e deciso di quella sua Gente prestata al mare, ma affilata dalla durezza dei Balcani anche nella somatica e incapace di nascondere fierezza e senso di generosa ospitalità.E’ un Popolo che viene da lontano, quello albanese: né greco, né slavo, ma dotato di una coscienza identitaria tale da farsi carico della drammatica diaspora causata dalla invasione ottomana, contro la quale si stagliò un leggendario Principe: Giorgio Castriota.

Non fu, dunque, un’etnia dimessa se, nel XV secolo, da sola contrastò i Turchi affidandosi a quel carismatico ed energico Personaggio dall'aura epica, che fece della vita un lungo viaggio fino alla morte, cui si arrese imbattuto; che annientò le pressioni imperialistiche dei Turchi ad Occidente; che fece della fede un fattore unificante; che dotò di dignità statuale un impervio e piccolo territorio.

Resta, così, ben vivo su entrambe le sponde del mare comune, il mito di un uomo che, erettosi a simbolo di libertà e sopravvissuto nelle vallje, riscosse rispetto ed ammirata considerazione di Papi, Sovrani, Imperatori e Dogi.

Ebbe cinque sorelle: Mara,Vlaika, Anjelina, Jella, Mamica, e tre fratelli: Stanisha, Reposhi, Costantino; ma su di lui si riversarono l’affetto e la considerazione del Sultano ottomano Murad II che, dopo averlo rapito, lo allevò come un figlio e, esaltandone intelligenza; talento; orgoglio; coraggio e tenacia lo assimilò ad Alessandro il Grande, gli mutò il nome in Iskënder e gli attribuì il titolo di Bej.

Iskënder Bej: Alessandro il Signore, nella corruzione fonetica si consegnò alla Storia come  Skanderbeu.

Educato e cresciuto alla Corte di Adrianopoli, secondo il tradizionale Devshirme, imparò il turco, l’arabo, l’albanese, l’italiano, il latino, il greco, il bulgaro e il serbo/croato; apprese sofisticate tecniche militari; si distinse per l’attitudine alla strategia; riscosse il rispetto di un improprio genitore che lo volle, a soli diciassette anni, Generale dei temuti e terribili Jeniçer, così collocandolo fra i più grandi Condottieri di tutti i tempi.

L’Adriatico e gli accidentati picchi balcanici furono gli spettatori delle sue gesta trasmesse anche alla nostra memoria, quando il suo percorso militare ed esistenziale si saldò ai destini delle nostre coste, brutalmente arrembate e insanguinate dai precisi obiettivi dell’egemonismo turco: cancellare ogni traccia della Cristianità; trasformare le stanze della Curia romana in un bivacco impolverato dagli zoccoli dei cavalli arabi; fare di Roma la piattaforma per l’ambiziosa conquista dell’Europa.

Capo della Lega di Lezha, Eroe nazionale, Padre della Patria e figura tra le più rappresentative e prestigiose del XV secolo, Iskanderbeu spianò il diritto di cittadinanza a quei suoi Connazionali Arbëreshë che possiamo definire gli Italiani d’Albania o, più facilmente, gli Albanesi d’Italia, integrati come sono nella nostra terra.

Di lui si sono occupate varie e autorevoli Fonti: la Historia de vita et gestis Scanderbegi, Epirotarum principis, pubblicata a Roma fra il 1508 e il 1510 e scritta dal coevo Marino Barlezio di Scutari; la Historia di Gjergj Castrioto Scander-begh: una ricostruzione biografica che il Sacerdote bresciano Giovanni Maria Biemmi trasse da un Autore anonimo di Tivari e, pertanto, detto Il Tivarese e il cui manoscritto originale, datato 1480, andò perduto; la testimonianza diretta di Gjin Muzaka, della famiglia feudale al governo della città di Berat: egli aveva combattuto con lui, prima di trasferirsi a Napoli e di scrivere la Historia dhe trashegimi brez mbas brezi te familjes se Muzakeve; i documenti custoditi negli archivi del Vaticano, di Venezia, di Ragusa e di Istanbul; la eccezionale raccolta di atti elaborata da L. Thalloczy, K. Jireçek e M. Shufflay.

Il suo ricordo è immortalato da pregevoli opere artistiche: il palazzetto romano di Trevi, col suo ritratto; la statua equestre che campeggia nella romana piazza Albania, opera dello Scultore Romano Romanelli; il monumento inaugurato nel 1968 aBruxelles dagli Immigrati albanesi, a celebrazione dei cinquecento anni dalla morte; l’immagine donata da Sisto V e alloggiata nella Sala dei Ritratti del Palazzo dei Priori di Fermo, ove trova alloggio un busto e ove gli è stata intestata una Piazza; la statua umbra a dimensione naturale allocata sulla cima della torre longobarda del Castello di Castelleone; l’elegante Palazzo napoletano Castriota in stile barocco, con la facciata ornata mediante un parametro in mattoni con alto basamento, sul quale si apre il portale a conci alterni in marmo; il monumento realizzato nel2005 a Rochester Hills, in Michigan; la statua eretta a Ginevra nel 1997; la scultura ospitata a Londra; il monumento inaugurato a Skopje nel 2006; il busto situato nel centro storico di Cosenza e poi innumeri strade e Piazze a lui intitolate: da Lungro a Portocannone, la cui sala consiliare è dominata da una copia della sua spada, fino a Tirana, città/incrocio fra Oriente e Occidente, primo avamposto d’Oriente proteso ancora sull’Occidente, modello di cultura interetnica e interconfessionile ed espressione di orgoglio coniugato a sofferenza della memoria: nella capitale balcanica, fra il palazzo dell’Opera, la torre dell’orologio e la Moschea, si staglia la maestosa figura dell’uomo che la suggestione e la leggenda indicarono incarnazione del dragone riportato nella bandiera nazionale e nell’elsa della sua spada.

Di fatto desta ancora sconcerto lo scacco sistematicamente assegnato per ben oltre due decenni ad intere e combattive Legioni turche, composte da molte decine di migliaia di uomini, dal suo manipolo di Montanari e Contadini che fecero della guerriglia un’arte e, tenendola al centro della scena politica internazionale, posero l’Albania in condizioni di superiorità rispetto alla potenza di un formidabile Impero.

Il patriottismo, la generosità e la lealtà di uomo e Combattente del Principe sul cui elmo spiccò l’effigie di una testa di capra, ispirò Pieter Rubens; Antonio Vivaldi, che il 22 giugno del 1718 mise in scena l’omonimo dramma al Teatro fiorentino della Pergola; Naim Frasheri, padre della Letteratura albanese; Ismail Kadare col romanzo Kështjella; Alban Kraja nel volume Skanderbeg: la campagna d’Italia; il librettista Antoine Houdar e i Musicisti François Francoeur e François Rebel, in debutto il 27 ottobre del 1735 all’Académie Royale de Musique di Parigi, con la tragédie-lyrique Scaderberg; il Sacerdote ortodosso Fan Stilian Noli, Autore della Historia e Skënderbeut e, nel 1947, anche di una analisi critica che separasse gli eventi dalla mitologia e dai pregiudizi.

La memoria del carismatico personaggio: incarnazione delle speranze di un Popolo; alfiere della resistenza nazionale; epico protagonista di importanti battaglie campali; accortissimo stratega; valentissimo Condottiero; Atleta di Cristo; paladino della Cristianità; irriducibile e invincibile nemico di Murad II, di Mehmet II, di Costantinopoli e degli Anjou; amico leale amico di Pio II e di don Ferrante di Napoli, esaltata ovunque se ne sia riconosciuta la grandezza, si lega alla gratitudine di una Italia solo parzialmente insultata dalla brutalità turca del tempo e le sue imprese, che impegnarono ben cinque lustri, scrissero le più esaltanti pagine della Storia d’Albania.

Altrettanto spessore storico è da riconoscersi all’irriducibile rivale Murad II, o Murād-ı sānī, nato ad Amasya nel giugno del 1404; sposato a Mara, figlia di Gjergj Brankovich; morto ad Edirne il 3 febbraio del 1451.

Sutano nel 1421 aBursa, si distinse per le lunghe guerre ai Cristiani nei Balcani e agli Emirati turchi d’Anatolia: spintosi fino a Costantinopoli, che nel 1422 attaccò in contemporanea a Tessalonica, risolse la prima azione in una disfatta, poiché la città era dotata di inespugnabili mura egregiamente difesa dal Fuoco greco; la seconda in un lungo assedio che nel 1430 provocò la resa per fame, malgrado l’eroismo di Andronico Paleologo.

Vittorioso protagonista della battaglia di Varna del 10 novembre del 1444,  perseguì l’aggiogamento dell’area balcanica; condizionò l’espansione bizantina condotta in Morea da Costantino IX; saccheggiò Atene e rese Vassalli tributari i Crociati in essa residenti, ma aveva una sola ossessione: impadronirsi dell’ Albania il cui personaggio di spicco era Gjon Kastrioti.

La famiglia già menzionata nel 1394 proveniva da Kastrat, regione nord/ orientale di Malësi e Madhe; ma, alcuni Storici la ritengono variamente originaria del Kosovo o del distretto di Dibër.

Le prime notizie fanno riferimento a Branilo, Governatore di Giannina nel 1368.

Suo figlio Paolo fu Signore di Signa e Gardi ed ebbe tre figli tra i quali Gjon: Signore di Mat e Vumenestia.

Referente della grande Aristocrazia locale, già noto nel 1407 negli Archivi della Serenissima come Dominus satis potens in partibus Albaniae, ne era divenuto  Vassallo ottenendone la protezione da Murad II, intenzionato a rendere le terre albanesi cruciali alle proprie mire espansionistiche.

Gjon aveva già dato prova di forza quando aveva negato a dodici chiese delle Diocesi dell’Albania centrale il passaggio sotto la giurisdizione del Vescovo di Alessio; ma altra fu la sfida alla quale far fronte: contenere il pericolo turco.

L’inevitabile conflitto si allungò fino al 1430 ma, ancora nel 1452 si sarebbe combattuto a Mokra e a Mecadi e, caduta di Costantinopoli, in difesa degli Albanesi sarebbero intervenuti proprio i Veneziani, il Papa, il Re di Napoli.

Tregue ci sarebbero state solo nel 1460 e nel 1463.

Sta di fatto che in quel 1407 Gjon Kastrioti non riuscì a scongiurare la guerra e la sua sconfitta fu enfatizzata dalle umilianti condizioni di resa: conversione all' Islamismo; cessione della capitale Krujë; rinuncia al possesso della nodale regione di Dibra e della strategica fortezza di Sfetigrad; corresponsione di onerosi tributi; partecipazione alle spese belliche sostenute dall’Autorità occupante nei Balcani; consegna dei figli maschi a garanzia dei patti.

Deportati ad Adrianopoli, i quattro bambini ebbero destini diversi: Stanish e Reposh furono assassinati; Kostantin prese i voti; Gjergj fu avviato alla carriera militare, nella quale si distinse precocemente per coraggio e talento.

Nella cornice di eventi di epocale rilievo, egli crebbe alto, forte e di aspetto assai gradevole: la sua formazione di valente soldato e di prestigioso Stratega marciò parallela alla rivolta antiottomana che, capeggiata da Arianit Comneno Thopia, infiammò il Sud dell'Albania negli anni fra il 1435 ed il 1438, concludendosi in un bagno di sangue: i Turchi costruirono piramidi con le teste degli Insorti; massacrarono a martellate i Principi tratti prigionieri; commisero ogni sorta di atrocità in danno della Popolazione civile. L'insurrezione poi contagiò anche il Nord, in coincidenza della morte di Gjon Kastrioti, il cui Principato con un Editto della Corte di Adrianopoli fu assegnato al rinnegato albanese Hassàn Bey Versdesa.

Fu allora che Murad II guardò alla Serbia, inducendo Gjergj Brankoviç a rivolgersi ad Eugenio IV per essere protetto dall'imminente aggressione.

Il Papa incaricò il Cardinale Iuliani di coinvolgere Ladislao III di Ungheria e Polonia e gli aiuti sollecitati giunsero in molte migliaia: Mircea II di Valacchia, il Despota serbo Brankoviç, il Vojvoda di Transilvania Janòs Hunyàdi, deciso ad affrancare il territorio dall’oppressione ottomana: accampatosi nella kosovara Nish, egli attendeva di collegarsi agli Eserciti di supporto fronteggiando il Generale Kara Bey e la Cavalleria ottomana di Iskander, la cui fama aveva già raggiunto l’Albania accendendo la speranza di un suo ritorno alle origini.

Lungo le sponde della Morava, i Turchi arretrarono scompostamente verso Adrianopoli: lo scontro, dall’indubbio esito, si trasformò in una imprevedibile rotta. Era il 3 novembre del 1443.

Il ritorno

Le coup de théâtre c’era stato la notte prima della battaglia.

Membri della famiglia Kastrioti e della Nobiltà albanese si erano segretamente portati nella tenda di Iskanderbeu; gli avevano rivelato le vere origini; lo avevano informato della sorte infelice patìta dai germani e della morte del genitore; gli avevano rappresentato la sofferenza del suo Popolo.

Gjergj aveva, dunque, ritrovato l'identità smarrita.

Aveva sabotato il conflitto.

Aveva abbandonato l'esercito turco e stroncato il progetto del Sultano, di liquidare la coalizione ungaro/cristiana.

Dopo lo scontro/farsa, si diresse a Krujë col nipote Hamza e trecento fedelissimi e vi incontrò Hassan Bey che, ignaro delle circostanze, gli consegnò la fortezza ritenendo valido il falso firmàn del Sultano.

Nella stessa notte, l'intera guarnigione fu massacrata e il vessillo della mezzaluna fu sostituito dall'aquila nera bicipite in campo rosso.

Forte degli inamovibili valori della fede e della Patria, Iskanderbeu avviò quel quarto di secolo dominato da azioni di guerriglia spericolatamente condotte con la complicità dell'aspro territorio e trasformatesi in epocali trionfi.

Il mattino successivo, consapevole dello strazio patito dai germani; della morte del vero genitore e della sofferenza del suo Popolo, onorando la tradizione familiare cui era stato strappato, fece professione di Cristianesimo ed il 28 novembre del 1443 fu incoronato Principe d'Albania.

Rientrato in possesso di tutte le piazzeforti in mano nemica e proclamatosi alfiere dei diritti della sua Gente, il 2 marzo del 1444 nella cattedrale veneziana di san Nicola ad Alessio, alla presenza dei Maggiorenti della Repubblica di Venezia, fu eletto dall’Assemblea dei Principi Kryekapedan, ovvero Comandante in capo di quella Lega dei Popoli Albanesi cui aderirono, con la benedizione papale e pronti a battersi ad oltranza contro l'oppressore ottomano, il Signore di Valona Arianit Comneno; il Signore della Vulpiana Paolo Dukagjini e il Signore del Montenegro Sveti Cernoviç.

Era in moto, per quella sana Popolazione di Pastori e Contadini, la massiccia campagna di riscatto dal giogo turco: Gjergj aveva risvegliato il sofferto e profondo sentimento di coscienza nazionale.

In quella giornata, egli era stato restituito alla sua famiglia, alla sua Gente, alla sua religione, alla sua terra, alla sua libertà sottrattegli nell’infanzia ed era stato coralmente proclamato difensore della Nazione.

Scortato dalla guardia personale, costituita su modello dei Giannizzeri da professionisti della guerra votati alla morte, si preparò alla reazione di Murad II, indignato dal suo tradimento.

Guerra totale

Nel 1438 il Basileus Giovanni VIII Paleologo si era recato in sede conciliare a Ferrara e, in cambio di aiuti contro i Turchi, aveva promesso al Papa la riunificazione delle Chiese.

Nel 1443 Eugenio IV aveva bandito la crociata e sostenuto la costituzione di una Lega Cristiana cui avevano aderito Ladislao III d’Ungheria, il polacco Jànos Hunyàdi e il serbo Gjergj Brancoviç: i Crociati avevano raggiunto l’area balcanica a marce forzate mietendo trionfi; conquistando Nissa e Sofia; infliggendo dure perdite al Nemico; costringendolo ad un trattato di pace decennale ad Adrianopoli, ove si impegnava a restituire i territori serbi e ungheresi.

Il negoziato non aveva soddisfatto il Papa, che voleva la zono completamente libera dal controllo turco: era in gioco la Fede, più che la Politica.

Il Re d'Ungheria fu persuaso a riprendere la guerra ed anche Venezia pose in mare la potente Marina, dislocandola tra i Balcani e l'Asia Minore, così da tagliare in due l'Impero avversario.

Informato delle manovre, Murad si organizzò: era deluso e inasprito dal voltafaccia di quello che aveva amato ed educato come un figlio.

Affidò il piano di vendetta ad Alì Pasha perché lo punisse e riducesse gli albanesi all’obbedienza, mentre egli stesso attendeva al proprio impegno bellico contro il Beilikato anatolico di Karaman.

Mentre Mosè Dibra espugnava la piazzaforte di Sfetigrad, il Generale turco fu messo in rotta a Torvjoll da forze locali nettamente inferiori.

Era il 29 giugno del 1444.

La formazione in battaglia era stata illuminata: la prima linea aveva esposto  Cavalieri kossovari e la seconda Fanti armati di picche e asce; sul lato destro, si era posto Tanush Topia con i Montanari del Dukagjini e uomini di Arianit Comneno; sul lato sinistro sfilava Mosè di Dibra con i Bulgari della Mokrena; al centro Skanderbeu, circondato dalla Guardia personale; alle spalle una riserva guidata da Vrana Konti; nei boschi contigui era nascosto Hamza Kastrioti, pronto all’azione finale di rincalzo.

Il risultato dello scontro umiliò Murad, che sollecitò una pace decennale con gli Ungheresi ottenendola malgrado le diverse pressioni esercitate dal Cardinale Iuliani.

I negoziati furono sottoscritti il 12 luglio del1444 aSzegedin.

Con la rinuncia alla Serbia, restituita a Gjergj Brankoviç, e l'impegno a mai più varcarne i confini, la Porta era di fatto sminuita della ostentata potenza: il Sultano si ritirò a Magnesia e abdicò in favore del figlio Mehmed II, benché due anni più tardi riprendesse le redini dell'Impero.

Quella tregua decennale durò solo sei settimane: fu il Cardinale Iuliani a persuadere Ladislao di Polonia e Ungheria a violare le frontiere.

Così, un esercito eterogeneo di Polacchi, Ungheresi e Romeni penetrò in Bulgaria; si acquartierò a Varna e si dispose all'attesa degli alleati.

I Turchi proposero attraverso Hajredin Bey trattative rifiutate da Skanderbeu.

Firuz Pascià, allora, gli tese un agguato ma, annientato nella piana della Mokrena il 10 ottobre 1445, fu rimandato ad Adrianopoli.

Rimessosi in marcia il 15 ottobre ed ignorata l'ostilità di Brankoviç, che estraneo alla iniziativa non voleva inimicarsi l'implacabile Sultano, Kastrioti s'inoltrò in Serbia e vi apprese della disfatta ungaro/polacca e della morte di Ladislao: un fiume di sangue cristiano aveva inondato Varna il 10 novembre del 1444 e fra le decine di migliaia di caduti c'erano anche il Legato Iuliani e il Re d'Ungheria.

Era evidente che, pur avendo inviato proposte di pace attraverso Hajredin Bey, i Turchi avrebbero intensificato la campagna di aggiogamento balcanico poiché, respinta l'espansione bizantina condotta in Morea da Costantino IX, si dettero al sacco di Atene e resero Tributari i Crociati in essa residenti.

Janòs Hunyàdi era riuscito a fuggire ma, guadato il Tuna, era stato arrestato dal Gospodar della Moldavia Vlad III detto Drakul Cepelush, che aveva subordinato il rilascio ad un oneroso riscatto.

La notizia della Battaglia della Mokrena ove si erano distinti in campo Tanush Thopia, Vrana Konti e Hamza Kastrioti, intanto, suscitò vasta eco in Occidente: l’ onore perduto a Varna era stato riscattato nelle gole di Prizren, mute testimoni di una orribile mattanza.

Alfonso d'Aragona ed Eugenio IV inviarono Ambascerie, benedizioni apostoliche e denaro necessario alla causa albanese.

Fu allora che Kastrioti fu investito dei titoli di Difensore impavido della civiltà occidentale e Atleta di Cristo, nella prospettiva di allestimento di una nuova crociata cui avrebbero aderito la Serbia, la Polonia, l'Ungheria, Venezia, Genova e Bisanzio.

Il 27 settembre del 1446 una pesante rotta fu inflitta verso Dibra anche a Mustafà Pasha.

Era troppo per la pazienza del Sultano che, protetto dai temuti Giannizzeri, si decise a regolare personalmente i conti all’irriducibile rivale marciando su Kruja: sfondarne la resistenza, dopo aver avuto ragione degli accessi di Dibra e Sfetigrad, ne avrebbe prodotto la resa. Tuttavia, informato dei suoi piani, Iskander fortificò le fortezze e insediò Mosè di Dibra nella prima e l’Archimandrita Pietro Perlati con una equipaggiata guarnigione nella seconda, affidando la difesa della capitale a Vrana Conti.

I preparativi di difesa furono, però, turbati da un conflitto interno: Lek Dukagjini, figlio ed erede di Paolo, uccise Lek Altisferi Signore di Danja, area di confine tra i domini di Venezia e del Dukagjini. Costui lasciava per testamento i propri  domini all’ammirato Condottiero, ma i  Veneziani li occuparono e quando egli volle far valere i propri diritti, iniziò la guerra.

Assediata la città, gli Albanesi tentarono di prenderla per fame e, nei pressi di Scutari, sconfissero la Serenissima già segretamente accordatasi con i Turchi. La nuova spedizione di Mustafà Pasha, però, si risolse ad Oranico, il 14 ottobre del 1448, in una ulteriore disfatta che amoplificò il prestigio del Kastriota: Venezia sottoscrisse la pace ad Alessio e conservò Danja ma, iscrivendolo nel Libro d’Oro della Repubblica, gli riconobbe il possesso di ampi territori lungo la Drina, mille e quattrocento ducati di pensione annui e il rinnovo degli antichi tributi esigibili dai Mercanti in transito.

Nel maggio successivo, Murad II comparve avanti alle mura di Sfetigrad, alla testa di un formidabile esercito dotato di obici pesanti: chiese la resa e aprì il bombardamento subito dopo il rifiuto.

Dopo tre giorni, l’apertura di una breccia e l’attacco dei Giannizzeri si risolsero in una ecatombe.

Il 3 luglio, mentre la Repubblica Marinara radeva al suolo tradimento la fortezza di Balsha, ancora una volta con la complicità dei tortuosi ed accidentati percorsi boschivi e montani Iskander attuava la tecnica degli agguati praticati dagli Illiri contro le incursioni romane, bizantine, greche e serbe e tagliava le vie di comunicazione e di rifornimento ai nemici.

Il Generale James Wolfe avrebbe scritto a Thomas Townshend il 18 luglio 1756: … grandi di nozioni d'arte militare si possono trarre dalla vita di Gustavo Adolfo e da quella di Carlo XII di Svezia... sarebbe un lavoro irrilevante se non si assicurasse a una sufficiente descrizione delle gesta di Scanderbeg, perché egli risplende tra i grandi Generali dei tempi passati e odierni come Condottiero di un piccolo esercito difensivo

Iskander sconfisse prima Ibrahim bey e poi Firuz Pasha: a metà luglio, a fronte delle consistenti perdite e prima di levare le tende, Murad tagliò l’acqua ai resistenti: Pietro Perlati mise ai voti la resa.

Il 31 del mese consegnò Sfetigrad.

Iskander ne fu sconvolto: raccolto in fretta un  esercito, chiese l’aiuto della della Lega e degli alleati; poi, con Volontari francesi, tedeschi, dalmati e italiani, con La lega medesima, col Legati partenopeo Giliberto Ortofano, con Nicola V si mosse: il 25 di settembre del 1449 assediò la città contesa. Dopo un mese, tuttavia, rinunciò all’azione e, all’inizio dell’anno successivo, perse anche la fortezza di Berati sul fiume Vojussa.

Berati apparteneva al membro della Lega Teodor Korona Musacchio che, privo di eredi, sul letto di morte gli donò i propri beni.

Stante l’esperienza di Danja, la Guardia personale del Principe occupò la fortezza proprio mentre i Turchi preparavano un’altra sortita e la Lega prendeva le distanze dalla prosecuzione del conflitto: l’influente Arianit Comneno era risentito dal mancato connubio di Kastrioti con la propria figlia; gli altri Principi  erano mossi da invidie e rivalità fomentate dai Veneziani; i Signori di confine erano stanchi ed esigevano pace; il Sovrano aragonese era impegnato in Spagna; le truppe chiedevano di essere pagate.

Ancorché isolato, Iskander non rinunciò al progetto di liberazione del territorio: trovò i fondi necessari presso Mercanti ragusani e partenopei, con le garanzie del Papa e di Alfonso d'Aragona; convocò un’Assemblea di Soldati, Contadini e Clero a Kruja; raccontò di aver sognato che San Giorgio che, Patrono dell’ Albania, gli donava una spada esortandolo a difendere la Cristianità.

L’omelia di Paolo Angelo, Vescovo di Drisht e futuro Primate di Durazzo, persuase i membri della Lega.

Vrana Konti con risorse locali, Volontari, tedeschi e alcuni inglesi comandati da un certo John of Newport si assunsero il controllo dell’area.

Il Principe arretrò sui monti: i Turchi sarebbero giunti in numero consistente.

E fu.

Murad, col Corpo scelto dei Giannizzeri, con la formidabile Cavalleria araba, con i cannoni e con il metallo per fonderne altri in grado di lanciare palle dai duecento ai seicento kg, arrivò e propose la resa che fu respinta con sdegno.

Aperta dopo qualche giorno una breccia nelle mura, ordinò numerose cariche opposte al prezzo di immani perdite, finché Skanderbeu irruppe a sorpresa nel Quartiere Generale nemico e seminò morte e distruzione prima di arretrare ancora negli anfratti montani.

Per i Turchi, prenderlo divenne un'ossessione e, quando i Veneziani offrirono a costoro sostegno e rifornimenti, il Condottiero minacciò una guerra sventata dal provvido intervento diplomatico della Chiesa.

Il  25 giugno gli Occupanti subirono una tremenda carneficina: il vano tentativo di corrompere Vrana Konti e la altrettanto inutile offerta di riconoscere Iskander Re d’Albania in cambio di un modesto tributo, indussero il Sultano a levare le tende il 26 ottobre e a rientrare ad Adrianopoli a gennaio.

La notizia invase l’Europa: Nicola V, il Re d'Ungheria, il Duca di Borgogna e Alfonso di Napoli versarono oro a profusione nelle casse albanesi per avere il Principe amico, alleato e difensore.

Murad II si spense senza essere riuscito a rivalersi su quell'uomo che, voltandogli le spalle, aveva preferito al fasto della Corte ottomana la durezza della guerriglia a difesa della propria gente.

L’eredità dell’odio fu raccolta da Mehmet II, il più sanguinario dei discendenti di Osman: egli pianificò l‘occupazione di Roma e spianò la via alla aberrante tradizione dell’assassinio dei fratelli, da parte dei primogeniti chiamati alla successione.

Il 23 aprile del 1451 Iskander sposò Marina Andronica detta Donika, figlia di Arianit Comneno e Duchessa di Valona.

Ella aveva la metà dei suoi anni.

Le nozze furono officiate nella chiesa bianca di kanine e poi nella chiesa di Ardenica del lago di Ohrid.

I festeggiamenti durarono tre giorni ma furono avvelenati dal tradimento di Hamza Castriota e Mosé di Dibra, animati dalla certezza che il diritto di sangue di un probabile erede avrebbe demolito le loro ambizioni ereditarie.

Mentre il nuovo Sultano era impegnato in Anatolia a organizzare la caduta di Costantinopoli, il Principe progettò la conquista di Berati e Sfetigrad.

La Lega non lo appoggiò, malgrado le pressioni aragonesi.

Egli comunque, con i fondi di Alfonso di Napoli, fece erigere le fortezze di Modriç, vicino a Sfetigrad, e di Rodon, vicino a Durazzo.

Consapevole delle gravi conseguenze di un asse albanese/partenopeo, intanto, nel luglio del 1452 Mehmet inviò due Armate in Albania: l’una comandata da Hamza Bey, l'altra da Dalip Pasha. L’uno entrò da Sfetigrad; l’altro dal lago di Ocrida. La loro manovra prevedeva di stringere in una tenaglia il rivale che, anticipandoli, si incuneò fra le loro formazioni e le sbaragliò.

Hamza Bey fu catturato, Dalip Pascià cadde in battaglia a Moçad.

Era il momento di ricompattare la Lega: Nicola V minacciò i Dukagjini di scomunica e, così, grazie all'intervento dei Legati papali, le frizioni interne si appianarono.

Fu in quella fase che Kastrioti prese ad indossare il mantello rosso porpora.

Il 22 aprile del 1453 fu Ibrahim Bey ad essere battuto a Scopje, fuori dal territorio albanese; ma, il 29 maggio successivo, cadde Costantinopoli dopo una strenua e eroica difesa: al massimo del successo, Mehmed II dichiarò guerra a tutti i Confinanti e affidò una nuova campagna in Albania a Issà Bey Evrenos.

Iskander tese la sua trappola assediando Berati, nella certezza che i nemici lo aspettassero nella cruciale Sfetigrad.

Fu in questa occasione che Mosè di Dibra consumò il tradimento, avvertendo il Nemico.

L’ignaro Principe, intanto, aprì una breccia nelle mura e ordinò l’assalto quando gli pervenne richiesta di resa: i Turchi si dichiaravano disposti a pacificamente abbandonare il forte, se gli fosse stata concessa la tregua di un mese.

I Generali della Lega accolsero la richiesta, riducendo il tempo ad undici giorni.

La controproposta fu accettata.

Affidato la prosecuzione dell’assedio al giovane cognato Musacchio Thopia, il Leader si spostò a Dibra: vi apprese della diserzione del suo Luogotenente, già fuggito ad Adrianopoli e della mattanza attuata dai Turchi, che avevano travolto le inesperte difese di Sfetigrad.

Tornò indietro e, pur colpito al volto sanguinante copiosamente, si batté con vigore assieme alla sua Guardia.

Il Traditore, intanto, chiedeva al Sultano la corona d’Albania, in cambio della consegna del rivale.

Ottenuta la promessa, si acquartierò ad Oranico con una legione di nemici.

Lo scontro avvenne il 20 maggio e si risolse in una sua scomposta rotta.

Dopo un periodo di relativa tregua, nel 1456 nacque Gjon Kastrioti.

Fu il tradimento anche di Hamza, entrato in Albania nell'estate del 1457 accanto a Isac Daut Pasha.

Fecero campo ad Albulena, nella pianura di Mat, ai piedi del Tumenisht nei cui boschi era nascosto Kastrioti, la cui lunga assenza indusse a ritenere che avesse abbandonato il Paese. A sorpresa, invece, egli irruppe sull’accampamento profittando dell’allegra concitazione con la quale l’esultante traditore celebrava l’assunzione della tiara.

A margine della strage, l’ingrato Hamza fu catturato e poi perdonato.

Il Sultano accusò il colpo e chiese una tregua sulla base dell'uti possidetis, già con l’intenzione di infrangerla quando si fosse riorganizzato.

Mentre il Consiglio della Lega respingeva all’unanimità la proposta, il Legato Giovanni Navarro informò il Leader della decisione del Papa di porlo a capo di una crociata: la sua fama echeggiava da una Corte europea all’altra.

Dopo un biennio di relativa tranquillità, nel 1459 Iskander accorse in aiuto di Ferdinando di Napoli, figlio dell’amico Alfonso d’Aragona, per difenderlo dalle velleità di Giovanni d’Angiò.

Malgrado cinquantasettenne, il Principe era un uomo forte, temprato e dotato di inesauribile energia: il 18 agosto del 1462 piegò i Francesi ad Orsara di Puglia.

Poi rientrò nella patria di nuovo minacciata da due Armate, guidate da Hussein Bey e Sinan Bey.

Le sconfisse sotto Skopjë, ove il sogno vagheggiato da Mehmet di impadronirsi di Roma svanì: il 27 aprile del 1463 il Sultano fu costretto a sottoscrivere un trattato di pace. L’atto fu enfatizzato dalla sconfitta conseguita a Valcalia nel 1465 quando, pur sconfitto, riuscì a prendere in ostaggio otto Capitani tra cui Mosè di Dibra che, perdonato, aveva ripreso a lealmente combattere per il suo Signore. Li deportò a Costantinopoli e per giorni e giorni provò a convertirli all’ Islamismo, finché li fece scorticare vivi e poi consegnarne le carni ai cani.

Nel 1464, insegno di amicizia e gratitudine, Re Ferdinando investì Kastrioti dei feudi di Monte Sant'Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo.

Nello stesso anno si spense Pio II: era ad Ancona, pronto ad imbarcarsi per l’Albania e ufficializzare l’allestimento della crociata.

Mehmet intensificò l’attività: nel giugno del 1466 allestì la piazzaforte di Elbasan e nel successivo settembre affidò la spedizione punitiva a Sceremet bey.

Fu un’altra rotta ma, come già per Murad II, vendicarsi del rivale era ormai diventata un’ossessione.

Il comando delle operazioni fu affidato al rinnegato albanese Ballaban Pasha.

Anche quest'impresa fallì ad Ocrida sotto i colpi della Fanteria di Kastrioti.

Il Pasha comunque non si arrese: tornò ancora due volte, riscuotendo altrettanti insuccessi assieme al figlio Jonuz.

Nella quarta campagna si fece fiancheggiare da Jakup Arnaut Bey: pensavano di attaccare da due direzioni diverse, ma l’uno fu annientato a Valcalia, l’altro a Kashàr da un Esercito albanese ormai estenuato.

L’anno successivo, dopo le vittorie conseguite in Serbia, Bosnia, Trebisonda, Morea e Romania, Mehmet si pose personalmente a capo della campagna militare contro Iskander: puntò su Alessio, Scutari e Durazzo e, non riuscendo a prenderle, le isolò prima di marciare verso Kruja.

Fu ancora battuto e ancora sarebbe tornato.

Lo Stato Maggiore della Lega si riunì ad Alessio per convenire le strategie e inviare richieste di aiuto ai Paesi amici.

In quei giorni, il Principe si ammalò di malaria ma seguitò a curare da vicino i piani di difesa, nella consapevolezza che la opposizione alla pressione turca fosse sempre più difficile. La preoccupazione fu condivisa dal Doge veneziano, che inviò Francesco Capello per attrezzare una azione congiunta.

I nemici giunsero prima del previsto: era ancora inverno, quando raggiunsero Scutari.

La Guardia di Kastrioti gli mosse incontro e, sprezzante del rigore climatico, ne contenne l’offensiva: Iskander ne fu informato qualche minuto prima di spirare.

Era il  17 gennaio del 1468.

Gli Albanesi gli tributarono grandi e solenni onori seppellendolo ad Alessio e, per altri undici anni, combattendo in una disperante condizione di orfanità seppur coesi dalla fede e dal ricordo del suo esempio, seminato nei Campi di Pollogut, di Dibra, di Ocrida e di Domosdove e nelle gole dei fiumi di Drin e di Shkumbin, negli anni 1444-48, 1450-56, 1462-65 e, ancora, nei Campi dell'Acqua Bianca nel1457, aOcrida nel 1462, nel prato di Vajkan nel 1465.

Kruja cadde nel 1478: le fu cambiato il nome in Ak Hissar e i suoi Abitanti furono massacrati senza distinzione di sesso, di età e di casta.

Nel 1479 Venezia si riconciliò con i Turchi e rinunciò ai propri territori, tranne Durazzo.

Nel 1480 Ahmed Gedik Pasha sbarcò in Italia e conquistò Otranto, seminando orrore e lutti.

Donika e il giovanissimo Gjon fuggirono a Napoli e furono ospiti di Ferdinando d’Aragona finchè, nel 1481, già sposato alla Principessa bizantina Irene dei Paleologi, con un gruppo di fedelissimi egli sbarcò a Durazzo deciso a onorare ed emulare l’impegno paterno.

Le sue imprese fallirono.

L’Albania perse definitivamente la libertà e divenne porta di accesso a Roma.

Il Sultano si disponeva intanto a marciare su Roma, quando lo colse la morte.

Era il 3 maggio del 1481.

I suoi eredi furono troppo presi dalle vicende in Oriente, per occuparsi dell’Italia. Fu solo nel ‘500 che guardarono nuovamente all’Occidente, ma le loro scorrerie nel Mediterraneo furono arginate a Lepanto.

La Storia dell’Impero ottomano svoltò a Vienna.

Pur in debito con Skanderbeg e quanti con lui avevano sacrificato la propria vita, in nome della inalienabile speranza di libertà, non impedì il grande esodo: molti Albanesi ripararono nell’oltreAdriatico e i loro discendenti vi risiedono ancora mantenendo incontaminati la lingua, la fede, i riti e la memoria, nel culto dell’ Uomo la cui spada ed il cui elmo sono conservati proprio nel Museo Storico viennese.

Si chiamano Arbëreshë.

E’ difficile stabilire se siano italiani d’Albania o Albanesi d’Italia. Nè conta.

Furono nostri fratelli di confessione, nella difesa di quella dignitosa autonomia che consentì a Giorgio Kastriota detto Skanderbeu di incarnare il sogno di libertà in grado di saldare in un solo destino sponde e Genti dello stesso Adriatico.

Bibliografia