Personaggi

Visconti Gian Galeazzo

di Ornella Mariani
Gian Galeazzo Visconti.
Gian Galeazzo Visconti.

Gian Galeazzo Visconti

Isabella di Valois gli portò in dote il Vertus: territorio interno alla Champagne.

Da allora, Gian Galeazzo Visconti fu ambiguamente detto Conte di Virtù. Tuttavia, il Duca di Milano, Signore anche di Verona, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Lodi, Pavia, Como, Vigevano, Borgo San Donnino, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Tortona, Alessandria, Valenza, Belluno, Pieve di Cadore, Vicenza, Feltre, Pontremoli, Bologna, Piacenza, Bobbio, Parma, Reggio Emilia,  Perugia,  fu tutt’altro che un personaggio integerrimo.

Figlio di Galeazzo II e di Bianca di Savoia, nacque il 16 ottobre del 1351: poco si conosce dell'infanzia trascorsa probabilmente a Pavia, ma è certo che fosse stato eletto Cavaliere all'età di quattro anni dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Già nel 1360 fu sposato ad Isabella di Valois, figlia del Re francese Giovanni II: l’unione costò alla storica dinastia lombarda una cifra compresa fra i quattrocentomila ed i seicentomila scudi, ma la sposa portò in dote la Contea di Sommières, in seguito sostituita dalla citata Vertus.

Il suo esordio politico non fu fortunato: benché invocato dal cognato Carlo di Valois, in conflitto col Conte di Bar, egli si astenne dall’intervenire rimandando la propria entrata sulla scena militare al 1372, quando assunse il comando delle truppe invano tese all’ assedio di Asti, occupata dai Savoia. Poco dopo, esploso il conflitto fra il padre e lo zio Bernabò contro la Lega Italica, Gian Galeazzo fu posto a capo dell'esercito antisabaudo.

L’inesperienza produsse la cocente disfatta di Montichiari del 7 maggio 1373: egli stesso fu ferito in campo.

Il 9 marzo del 1374, per la Famiglia, trattò con Amedeo VI di Savoia, Capitano Generale della coalizione antiviscontea, sottoscrivendo il successivo 6 giugno la pace di Casale che definiva le rispettive zone di influenza; ma l’emancipazione di Gian Galeazzo data all’8 gennaio del 1375, quando il genitore, conservando il titolo di Dominus Generalis, lo investì del governo di Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Valenza e Casale.

In seguito, la orfanità produsse la gestione promiscua dello Stato con lo zio Bernabò, la cui tensione a favorire i propri figli legittimi e naturali, collise presto con le ambizioni e gli interessi del giovane Visconti.

Un primo scontro sorse sul terreno siciliano: recuperando un vecchio progetto matrimoniale, sfidando Gregorio XI, il vecchio ed astuto zio avviò negoziati per le nozze di uno dei propri figli con la Regina Maria di Sicilia, succeduta a Federico IV nel 1377 e, per condizionarlo e sottoporlo ad uno stretto controllo nella vesta di nipote e consuocero, impose a Gian Galeazzo il matrimonio del suo primogenito ed erede Azzone con la propria figlia Antonia.

Gli eventi, tuttavia, furono sventati dalla opposizione della Casa di Baviera, del nuovo Papa Urbano VI e degli Aragonesi, ostili alla sola idea di rinunciare all’isola.

Bernabò volse altrove i propri interessi e, impegnato Gian Galeazzo nel consolidamento delle frontiere occidentali, dal 1378 spostate verso Asti surrettiziamente sottratta a Secondo Ottone di Monferrato e animato dalla rivendicazione degli asseriti diritti della moglie Regina della Scala, finì col fomentare gli attriti parentali: a parte le divergenze nella politica attuata in Toscana, era in discussione il suo sodalizio con Luigi II duca d'Angiò, esigente sostegno per riconquistare il Regno di Napoli.

L'intesa, sancita dalla promessa di matrimonio fra Lucia, figlia del Visconti, ed un figlio del Sovrano, denunciava un rafforzamento intollerabile per Gian Galeazzo, sempre più deciso a liberarsi dell’ingombrante zio che, per preservare l'unità statuale e garantirsi un ruolo egemone, nel 1380 aveva preteso per lui e per la sorella Violante le nozze con i figli Caterina e Ludovico.

In quell’anno, pertanto, egli adottò una linea politica ferma e decisa, opponendosi sempre più spesso alle decisioni dello zio e, per spiazzarlo e soverchiarlo, chiese a Venceslao di Boemia il Vicariato imperiale. Poi, il 6 maggio del 1385, con la complicità della madre Bianca di Savoia, simulando di recarsi in pellegrinaggio alla Madonna varesina del Monte,  propose a Bernabò di incontrarsi e salutarsi lungo la strada.

Privo di scorta e con la sola compagnia dei figli Ludovico e Rodolfo, una volta giunto fuori dalla porta di Sant’Ambrogio, costui fu arrestato da Jacopo Dal Verme e Ottone da Mandello e deportato a Porta Giovia.

Il Popolo salutò nel colpo di Stato la fine del tiranno e il Consiglio Generale milanese conferì il titolo di Dominus a Gian Galeazzo che, sempre garantista in apparenza, volle un regolare processo per lo zio, accusato di condurre un governo non riconosciuto dall'Imperatore.

Sta di fatto che il 25 maggio gli eccellenti prigionieri furono tradotti a Trezzo e che, nel successivo 19 dicembre, Bernabò vi morì avvelenato.

L’eliminazione dello parente, tuttavia, non preservava il nuovo Signore di Milano da pericoli e  rivendicazioni espressi dalla sua folta prole: circa trenta tra figli legittimi e naturali a parte dei quali, in forza della illuminata politica matrimoniale paterna, veniva offerta protezione. In particolare, il veronese Antonio della Scala sostenne i diritti di Carlo e Mastino inducendo Gian Galeazzo a riunire in una coalizione antiscaligera, fra l’8 ed il 25 agosto del 1385, i Signori di Mantova, Ferrara, Pavia e Francesco da Carrara. Agendo con estrema cautela, informato della vittoria dei Padovani alle Brentelle, il 25 giugno del 1386, proprio a costui egli inviò una Ambasceria capeggiata dall'esule veronese Guglielmo Bevilacqua; ma,  parallelamente, mandò Legati anche agli Sconfitti, valutando il momento più propizio per intervenire.

Fu allora che egli guardò a Parigi con la quale, fin dal 1385, erano stati presi contatti per le nozze di Valentina Visconti e Luigi di Valois, fratello del Re.

Sprezzante dei negoziati già avviati con Giovanni di Görliz, fratello del Re dei Romani Venceslao, Gian Galeazzo offrì la propria figlia al nuovo pretendente dotandola delle Contee di Asti e Vertus, di circa cinquecentomila fiorini d'oro per contanti, di circa ottantamila fiorini in gioielli e del fedecommesso a favore di ella e dei suoi discendenti, ove egli stesso non avesse avuto eredi maschi.

La proposta fu accolta: il negozio fu firmato a Parigi il 27 gennaio del 1387 e Valentina mosse da  Pavia il 24 giugno del 1389.

Il 21 aprile del 1387, nell’intento di ampliare i confini verso Est, sfidò Antonio Della Scala, schierandosi con Niccolò d’Este, Francesco Gonzaga, Antonio di Arco e Francesco da Carrara, cui prometteva Vicenza rilanciano i termini dell'accordo convenuto nell’agosto del 1385.

Attaccato su più fronti; tradito da Venezia; impedito dal ricevere il supporto delle Compagnie di Ventura bloccate in Romagna dai Malatesta, il della Scala si arrese il 18 ottobre del 1387.

L'espansionismo visconteo in Veneto colse impotente anche l’Impero, i cui tentativi di mediazione erano falliti risolvendosi in una presa d’atto delle circostanze, mentre la Chiesa manifestava disponibilità ad assecondare i progetti del Duca.

Dopo Verona, cadde Vicenza.

Servitosi del Carrarese per abbattere il dominio scaligero e proporsi come il più potente Signore italiano, ora Gian Galeazzo mirò ai territori padovani amministrati da Francesco Novello e, raggiunta un’intesa con Venezia, aprì le ostilità: l’aggressione dell’area padovana favorì un armistizio per effetto del quale,  ceduta Treviso alla Serenissima, Gian Galeazzo acquisì Feltre, Belluno e Padova e propose ai governi di Firenze e Bologna un patto di non aggressione.

Le trattative si conclusero solo il 9 ottobre del 1389: la Lega di Pisa sanciva la divisione delle aree di influenza, imponendo al Ducato milanese di tenersi entro il territorio modenese. Di fatto, si riconosceva al Visconti il diritto d’intervento a favore dei suoi Alleati toscani, a partire dai Senesi con i quali aveva concluso un patto il 22 settembre precedente; il piano, tuttavia, era talmente fragile che già il 10 ottobre Firenze stipulò un trattato con Bologna, Pisa, Lucca e Perugia generando i prodromi dello scontro che avrebbe impegnato la scena politica per oltre un decennio.

Erano in gioco due visioni della Politica: quella del Visconti, di una centralizzata realtà statuale che superasse la frammentazione municipale; quella dei Fiorentini, di un edificio repubblicano che fosse arbitro e garante delle Libertà democratiche

La guerra era imminente e se l’Uno si dette alla selezione di alleanze utili, gli Altri  ingaggiarono la Compagnia di John Hawkwood e cercarono la solidarietà di Principi accomunati dalla ostilità verso il Signore milanese.

Il conflitto cominciò nel maggio del 1390 e fu subito enfatizzato da una serie di ribellioni dei territori ducali dell’oltreMincio, che portarono alla perdita di Padova; ma per quanto il momento sembrasse favorevole alla coalizione antimilanese, cui avevano aderito Carlo Visconti, il Duca Stefano di Baviera e il Conte Giovanni d’Armagnac, rispettivamente figlio e generi di Bernabò, nei Fiorentini fece strada il sospetto di accordi segreti di costoro con lo stesso Gian Galeazzo il quale, a fronte dell’entrata dei Francesi in Lombardia al principio dell' estate 1391, persuase il Condottiero Bertrand de La Salle a cambiare fazione.

Fu allora che la scena mutò imprevedibilmente: il 25 luglio, in una scaramuccia presso Alessandria, l’Armagnac fu catturato da Jacopo Dal Verme e morì dopo qualche ora per le ferite riportate in battaglia.

Privati dell’energica guida, i Francesi furono annientati!

Conclusa con una sentenza che riconosceva al Visconti il possesso di Feltre e Belluno ma non di Padova, la guerra non aveva prodotto di fatto alcun vantaggioso risultato concreto ma aveva, per contro, causato la perdita di Padova ed un granitico blocco antivisconteo.

In definitiva, per demolire Firenze ed i suoi Alleati, il Signore di Milano contò sulla Francia, che aveva in gioco la questione dell'eredità angioina a Napoli, e sul Papa avignonese Clemente VII che, nel contesto dello scisma d'Occidente, aveva bisogno di Amici potenti.

Nel novembre del 1392 Gian Galeazzo mandò alla Corte capetingia il Legato Niccolò Spinelli, regista di un complesso progetto politico che prevedesse l’arrivo nella Penisola di un solido contingente armato e che, espulso Bonifacio IX, avrebbe favorito l'insediamento di Clemente VII: costui avrebbe infeudato al futuro genero del Visconti ampi territori del Patrimonium così consentendo la costituzione del Regno di Adria. In cambio del sostegno a quel Pontefice, pur lacerata dalla contrapposizione fra Armagnacchi e Borgognoni la Corona franca avrebbe appoggiato le ambizioni di Gian Galeazzo sul Veneto e su Bologna.

L’ipotesi, però, naufragò per problemi interni alla Francia; per perplessità di Clemente VII alla alienazione di aree ecclesiali; per la priorità data da Parigi alla conquista di Genova.

Tuttavia, previdente, dopo aver sconfitto i Pusterla, il Visconti rilanciò le proprie relazioni con l'Imperatore Venceslao e inviò a Praga il fidatissimo e coltissimo Consigliere Pietro Filargis da Candia, Primate di Novara e futuro Papa Alessandro V, perché gli guadagnasse un titolo che ne consolidasse il potere fino a renderlo egemone rispetto a qualsiasi altro Feudatario imperiale.

Le trattative furono disturbate da una serie di attività dei Fiorentini ma, l'11 maggio del 1395 la missione diplomatica viscontea s risolse in un grande successo: il Sovrano ratificò il provvedimento a lui favorevole.

Il 5 settembre successivo, Giangaleazzo cinse in Sant’Ambrogio la tiara ducale offertagli dall’Ambasciatore imperiale Benesio: da allora, sullo stemma della potente famiglia apparve l’aquila imperiale; da allora il Duca non smise più di coltivare il grande sogno di unificazione italiana, con Milano città capofila; da allora egli dispose di un titolo che, trasmissibile agli eredi, gli conferì potere assoluto: Principe dell'Impero, con sovranità estesa a tutti i domini viscontei e costata solo centomila fiorini; da allora e in una manciata di anni egli assicurò ai Sudditi la protezione di un qualificatissimo esercito, nel quale spiccarono valorosi Condottieri come Pandolfo e Carlo Malatesta, Ugolotto Biancardo, Facino Cane e Ottobuono Terzi: uno Stato Maggiore invidiabile, cui riuscì a tener testa solo l’irriducibile John Hawkwood.

Nel 1396 rinunciandovi, Gian Galeazzo superò le tensioni con Carlo VI per il possesso di Genova. Il riavvicinamento fra Pavia e Parigi frantumò il sodalizio nel frattempo stretto da Firenze proprio con i Francesi.

Deciso e pronto a colpire la Repubblica, allora, il Duca si rivolse a Venceslao offrendosi mediatore presso Bonifacio IX, perché lo consacrasse Imperatore: contava, in realtà sulla venuta del Sovrano in Italia per riceversi l’avallo ad iniziative armate in Toscana; ma il rischio di un coinvolgimento francese, con conseguente incrinatura delle relazioni diplomatiche, lo indusse ad archiviare temporaneamente i propri progetti e a puntare su Mantova, da qualche anno distante dall'orbita milanese.

Sfondato il 15 luglio lo sbarramento di Borgoforte, Gian Galeazzo assediò Governolo,  malgrado  la reazione della Lega. Solo l'entrata in scena di Venezia e del Conte di Savoia, all’inizio del 1398, lo indussero ad accettare quella tregua decennale che non condizionò il proposito di costituire un suo vasto Stato.

Assicuratosi il controllo della Lunigiana, dove represse le rivolte dei Malaspina, sodali della Lega, ritenne poi giusto il momento per aggredire Firenze accerchiandola: all’inizio del 1399 acquistò Pisa da Gherardo Leonardo Appiani; il 6 settembre accorpò Siena, già in orbita milanese; infine si impadronì di Perugia, Assisi, Spoleto, Gualdo e Nocera.

Firenze non sembrava avere scampo, ma seguitava a confidare negli stravolgimenti in atto alla Corte imperiale dove i Principi Elettori, rovesciato Venceslao, gli avevano contrapposto Roberto di Baviera. Per indurlo ad una spedizione antiviscontea, la Repubblica gli offrì un cospicuo contributo economico e, a fronte delle sue esitazioni, insinuò che il Duca progettasse di assassinarlo.

I Tedeschi partirono da Augusta il 25 settembre del 1401, contando sull’appoggio dei Carraresi ma, il 24 ottobre, le sorti del conflitto erano segnate: in uno scontro sotto Brescia i Viscontei attaccarono inducendo le colonne nemiche alla ritirata.

Sconfitte le milizie di Giovanni Bentivoglio a Casalecchio il 26 giugno del 1402, nel successivo 30 le truppe ducali entrarono in Bologna.

Firenze aveva le ore contate.

Occupati i porti toscani, Gian Galeazzo pensava di prenderla per fame, malgrado i problemi economici e gli antagonismi maturati fra Capitani.

Il piano subì una imprevedibile e definitiva battuta d'arresto con la sua improvvisa morte:  il 3 settembre del 1402, forse stroncato dalla peste o forse dalla malaria, il Duca di Milano cessò di vivere nel castello di Melegnano.

Il decesso era stato preceduto dall’apparizione di una cometa, ritenuta foriera di cattivi eventi.

Per disposizione testamentaria egli lasciò il proprio cuore alla Basilica pavese di San Michele Maggiore; parti delle spoglie al convento di Sant’Antonio di Vienne ed il resto nella Certosa di Pavia.

Prima della morte, egli aveva diviso lo Stato tra i figli legittimi ed illegittimi, tutti minorenni ed affidati alla reggenza della Duchessa Caterina e ad un Consiglio di Corte composto da Francesco Barbavara, Jacopo dal Verme, Alberico da Barbiano, Antonio d’Urbino, Pandolfo Malatesta, Francesco Gonzaga e Paolo Savelli: uomini la cui capacità sarebbe stata argine alla ostilità di Bonifacio IX, dei Fiorentini e di Francesco Novello da Carrara. Tuttavia la gran parte di essi non si mantenne fedele ed avviò la disgregazione statuale: nuovi particolarismi frantumarono l’edificio ducale neppure coeso da unità legislativa, malgrado Gian Galeazzo si fosse rivelato un Principe illuminato e lungimirante ed un generoso Mecenate ben distante dalla concezione politica del padre e dello zio.

Secondo il testamento redatto nel 1401, il titolo andò al primogenito Giovanni Maria; al secondogenito Filippo Maria toccarono la Contea di Pavia e le città più occidentali e più orientali dello Stato; a Gabriele Anglo, figlio naturale nato da Agnese Mantegazza e legittimato, furono assegnate le città di Pisa e Crema.

Gian Galeazzo fu comunque artefice di una grande riforma politica e patrocinò, pur riducendo i privilegi ecclesiali, numerose fondazioni e chiese cui accordò esenzioni fiscali; fu Committente di splendidi codici miniati - fra cui il celebre Offiziolo e, pur non manifestando interessi letterari, accolse nella biblioteca del castello Umanisti come il Crisolora, il Filargis, il Decembrio, il Loschi e il Petrarca, forse ideatore dell’emblema araldico della tortora nel sole radiante con il motto à bon droit; concesse, infine, favori all'Università di Pavia, per la quale ottenne da Bonifacio IX la promozione a Studium.

A memoria del suo profondo legame con la città, sulla prima e più antica guglia del Duomo: la guglia Carelli, fu fatta costruire una statua di un San Giorgio con le sue fattezze.

In quei lavori egli pretese l’uso esclusivo del marmo di Candoglia ed impegnò le migliori maestranze europee.

Fece realizzare colossali opere di ingegneria idraulica, mirate a deviare il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova e la Calà del Sasso, ovvero la scalinata più lunga d'Europa e collegante Valstagna ad Asiago.

Dalle prime nozze con Isabella di Valois egli ebbe Gian Galeazzo II, precocemente mancato; Valentina che, titolare della Contea di Asti e sposa al Duca Luigi d’Orléans, conservava i diritti ereditari sul Ducato in caso di decesso del fratello maggiore e di estinzione della linea maschile viscontea; Azzone, deceduto nel 1372; Carlo, spentosi in tenera età.

Dal matrimonio con la cugina Caterina ebbe Giovanni Maria, cui il padre lasciò il titolo ducale e la Signoria di Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo Brescia, Bologna, Siena, Perugia; Filippo Maria, cui spettò il titolo di Conte di pavia e la Signoria su Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano come Vassallo del germano maggiore.

Dall’amante Agnese Mantegazza ebbe Gabriele Maria, anch’egli morto presto: gli era stata assegnata la Signoria di Pisa, Crema e Sarzana, quale Vassallo del germano maggiore.

Da una relazione di incerta definizione ebbe un Antonio.

Bibliografia