Popoli

Albanesi

di Ornella Mariani
Un'immagine della Capitale Tirana.
Un'immagine della Capitale Tirana.

Albanesi

Cenni storici

L'Albania era già abitata nella Preistoria.

I primi elementi di indagine risalgono al periodo delle Invasioni indoeuropee, quando gli Illiri si stanziarono tra la costa occidentale adriatica e la Pannonia, impegnando l'attuale territorio e parte del litorale sudorientale della penisola italiana: la Messapia.

Mutuato da Illyrius, figlio di Cadmo e Armonia e antenato etnonimo, il loro nome inizialmente indicò Genti stanziali attorno al Lago Scutari ma, in seguito, Greci e Romani presero ad attribuirlo a tutte le Popolazioni balcaniche dell’area del medio corso del Danubio.

Le notizie sono comunque frammentarie e vaghe: in origine, si riteneva Illyroi una tribù alloggiata a Sud dei Balcani, in una zona contigua alla Grecia; col tempo, vi si compresero Istri, Japodi, Liburni, Dalmati, Traci e Pannoni che, malgrado divisi da diversità etniche e idiomatiche, coesisterono nella regione conosciuta come Yugoslavia.

E’ opinione diffusa che nel medesimo gruppo rientrassero Japigi e Dauni: Italici forse giunti dall’oltreAdriatico.

Essi restarono barbari a lungo, esercitando con brutale ferocia la pirateria in particolare nel III secolo a. C. quando, nella parte meridionale dell’area, dettero vita ad una sorta di Federazione fra città/Stato governata da un Re.

I rinvenimenti archeologici rivelano un sistema sociale fondato sull’agricoltura: avena, miglio, frumento, legumi, vite, olivo; sulla pastorizia: allevamento di ovini e caprini; sulla estrazione del sale nelle zone costiere; sulla metallurgia del bronzo e del ferro e sulla lavorazione del vetro, dell’oro e dell’argento nelle zone interne; sulla produzione di idromele e sabaium: una sorta di birra d’orzo; sul  commercio: esportazione di cereali, pelli e schiavi e importazione di manufatti greci e italiani.

Sembra, così, avvalorata l’ipotesi di un nesso di continuità tra gli attuali Albanesi e gli Illiri, insediatisi intorno al secondo Millennio a. C.

L’ipotesi, priva del sostegno di Fonti, è deducibile da osservazioni linguistiche: il gruppo dell’Albania non ha connessioni con altri gruppi linguistici indoeuropei né con gruppi limitrofi, a conferma di uno sviluppo in loco dell’idioma illirico.

La teoria è, tuttavia, controversa poiché le prime tracce di parlato svuotano di consistenza la congettura di un continuum filologico dagli Illiri agli Albanesi propriamente detti.

In ogni caso, si trattò di una lingua povera, pervenutaci da poche glosse e da testimonianze onomastiche: toponimi e antroponimi, giusti a collocarla in un contesto globale indoeuropeo, ma insufficienti per conoscerne i caratteri.

E’ verosimile che l’illirico di origine si estinguesse verso la metà del I Millennio d.C.. a favore del lessico in uso agli Albanesi: una realtà etnica autoctona, sulla quale resta il dubbio della temporalità del travaso.

In definitiva, si ignora se e quando gli Uni coincidessero con gli Altri o se gli Uni avessero subito un processo di integrazione idiomatica degli Altri.

Il primo Regno documentato ebbe come protagonista Bardhylis, fondatore della potenza dell’area: nel359 a. C., egli inflisse una durissima sconfitta ai Macedoni e ne uccise il Sovrano Perdicca III, dopo averne occupato il territorio. Quando, però, la Macedonia assunse una posizione egèmone, Filippo II ebbe ragione di quella bellicosa Popolazione e, nel 358, la assoggettò trasformandola in un solido Corpo militare interno al proprio esercito. Nel355 a. C., lo guidò Alessandro Magno nella conquista della Persia e, solo alla sua morte, nel323 a.C., per effetto di una durissima ribellione, quella Gente tornò indipendente.

Nel312 a. C., il Re Glauco espulse da Durazzo i Greci e fissò le premesse di un grandioso Stato il cui centro fu collocato nei pressi di Scutari.

Il suo successore Agrone e la Regina consorte Teuta, dal230 a. C., conferirono splendore e potenza alla zona ormai protesa dall’Albania settentrionale al Montenegro e all’Erzegovina assediando e saccheggiando l’epirota Fenice ed  uccidendo alcuni Mercanti italici: il Senato capitolino inviò due Legati alla Sovrana, che ne fece giustiziare uno.

Il brutale episodio fu causa della Prima Guerra Illirica, iniziata nel229 a. C. e conclusa nel228 a. C. con la sconfitta di costei per mano del Console Lucio Postumio Albino: ella fu obbligata a non spingersi oltre Lisso con più di due navi e a cedere gran parte dei propri domini a Demetrio di Faro, sostenitore delle reazioni di Roma.

La Seconda Guerra Illirica, nel219 a. C. fu, invece condotta contro costui, schierato col macedone Antigono Dosone e fu vinta dai Romani che, già coinvolti nella Seconda Guerra Punica, affidarono a dinastie amiche il territorio conquistato.

Ritenendo umilianti le condizioni impostele, intanto, Teuta si suicidò e le subentrò Genzio: la successione, non condivisa da tutte le Città/Stato, indebolì la compattezza della Popolazione e, la solidarietà da costui fornita a Perseo di Macedonia, incrinò i rapporti con Roma.

Dopo la rotta subita a Pidna nel168 a. C. e la resa incondizionata del Sovrano, l’area fu divisa in tre zone autonome sottoposte al controllo prima di Consoli capitolini e poi, nella fase silliana, di Governatori delle Provincie limitrofe di Macedonia e Gallia Cisalpina.

Era cessata la Terza Guerra Illirica.

A margine delle spedizioni contro Dalmati e Liburni e dalle conseguenti guerre civili che insanguinarono Roma: quella di Asinio Pollione e quella successiva di Ottaviano, il territorio fu riorganizzato.

L'Albania divenne, di fatto, Provincia capitolina e sede di colonie di Legionari che favorirono il processo di latinizzazione completato entro il V secolo; tuttavia, nel 395 d. C., per effetto della ripartizione disposta da Teodosio, essa divenne parte dell’Impero bizantino. Dal IX secolo, poi, restò per oltre cento anni sotto la dominazione del Primo Impero Bulgaro e tornò ancora bizantina con l’ annessione del 1018; tuttavia, dopo lo splendore conseguito all’inizio dell’XI secolo, l’area conobbe il declino prodotto dalla Crucisegnati che, nella terza Crociata, nel 1024, smembrarono l’Impero: gran parte dell’Albania, allora, fu accorpata al Despotato d’Epiro, mentre Durazzo divenne Colonia commerciale della Serenissima che, da quel momento, ne fece il centro delle proprie mire espansionistiche nell’Adriatico, in competizione con il Regno di Napoli, con la Serbia, con la Bulgaria e con gli stessi Bizantini.

Sotto il Despota epirota Michele I si riunirono varie aree balcaniche del vecchio Impero ed egli stesso programmò un piano di riconquiste che, nel 1215, gli valse la presa di Durazzo, Larissa e Ohrid. Quando, dopo averlo assassinato, gli successe il fratellastro Teodoro I, l’azione di ampliamento territoriale continuò fino ad ambire a Costantinopoli, della quale egli aspirò a definirsi Basileus.

Parallelamente, nel Nord, nasceva la Serbia che, divisa tra la marinara Zeta e la montana Raska, per diversi secoli fu alleata della Bulgaria e comunque mai in grado di espandersi, a causa della divisione in una struttura tribale ancora fragile, pur se in grado di controllare tutta la zona di Scutari.

L’espansionismo di Teodoro fu arginato dal Secondo Impero Bulgaro che, indipendente dal 1185, occupò un’area comprensiva anche della Valacchia: il Sovrano Asen II guardò con diffidenza al Despota e, ancorché amico, non ne appoggiò la conquista di Costantinopoli.

La circostanza indusse il sedicente Basileus ad invadere la Bulgaria ma, nella Battaglia di Klokotnica, egli fu sconfitto e quel Regno non solo allargò i propri confini, ma rivaleggiò con i Bizantini e con le realtà statuali sorte dal frazionamento dell'Impero: nel 1230, pertanto, l'Albania tornò sotto l’influenza bulgara, tranne la fascia  settentrionale, restata sotto il controllo serbo.

Nel 1242 la Bulgaria fu più volte minacciata dai Mongoli e nel 1246 perse molti dei territori a vantaggio dell'Impero di Nicea: ne profittò ancora il Despotato d'Epiro che li recuperò, tenendoli fino al 1247. Lo Stato niceno, tuttavia, divenne tanto potente da avviare l’occupazione delle terre albanesi già amministrate dal Despotato, annettendo Durazzo nel 1256.

Fu un’esperienza di breve durata: nel 1259 tutta la fascia costiera e il Sud furono  occupati da Carlo I d’Angiò, che ne ebbe il controllo fino al 1266: il Despotato cadde nel1272, afavore di Costantinopoli, parallelamente alla riassunzione del controllo di Durazzo da parte di Venezia.

L'equilibrio nella regione restò, tuttavia, precario e, nel XIV secolo, si fece strada il vacillante Impero serbo di Stefano Dušan, impostosi come Potenza balcanica: conquistata la Macedonia, l’Epiro e la stessa Albania, egli concluse l’esperienza egèmone consegnando il Paese al declino.

Per tutto il secolo Costantinopoli tentò di recuperare i Balcani, senza badare alle pressioni dei Turchi Ottomani ad Est: l’avanzata minacciosa e inesorabile di costoro nel 1389, quando già avevano liquidato le pretese serbe nella Battaglia della Piana dei Merli, provocò il massacro dei Bulgari nella Battaglia di Nissa del 1393. Prima dei due epocali scontri, nel 1385, essi avevano occupato l’Albania che, a far data da allora e fino a tutto il 1912, subì oltre cinque secoli di dominazione e contaminazioni etniche, linguistiche, confessionali e culturali.

Il conseguente e massiccio esodo verso la Grecia, l’Egitto e l’Italia, produsse la Popolazione Arbëreshë.

Nella penisola sono presenti in circa cinquanta realtà comunali, storicamente stanziali e orgogliosamente tese alla conservazione della lingua, della religione, dei costumi, delle tradizioni e delle abitudini gastronomiche, nella cornice di una solida coscienza identitaria: esse mantengono ancora il rito greco/bizantino e fanno capo all’Eparchia di Lungro per gli Arbëreshë dell'Italia del Mezzogiorno  peninsulare e all’Eparchia di Piana degli Albanesi per gli Arbëreshë dell’Italia insulare. Parlano l’arbërisht, antica variante del Tosco; si raccolgono nella concezione statuale e nazionale della Arberia; si spostarono per effetto della conquista turca pur osteggiata da Gjon Castriota Principe di Krujë e valoroso Condottiero che, nel 1430, dopo estenuanti anni di lotta, fu costretto a sottomettersi al Sultano Murad II e a dichiararsene Vassallo per solo garantire la salvezza della vita dei quattro figli maschi da costui presi in ostaggio.

Furono, per la regione, anni duri e difficili.

Albanesi

L’incorporazione degli Slavi nelle due Chiese: romana e bizantina, costituì un cruciale elemento della storia albanese e creò un irriducibile antagonismo con i Serbi. Oggi, gli Albanesi mantengono il principio di fratellanza nel sangue comune e nella fede cristiana e costituiscono un’oasi spirituale d’Oriente in Occidente, con le cinquanta Comunità dislocate in sette regioni del Sud italiano peninsulare e insulare, a far data dall’invasione turca del loro territorio.

Distribuiti fra Morea, Epiro e Peloponneso e insediatisi in Italia, i transfughi furono detti Arbëreshë, i Connazionali restati in patria e detti Shqiptarëve, invece, organizzarono la resistenza nella Lega di Lezhë capeggiata dal Principe di Kruja Gjergji Kastrioti: nel 1448, egli ottenne ampie fasce territoriali in Calabria per ripararvi la sua gente, a compenso del sostegno fornito alla Corona aragonese minacciata dalla Congiura dei Baroni.

I temi ricorrenti nella loro cultura sono la nostalgia della Patria, il dramma dell’ esodo e la memoria del loro leggendario Eroe, di cui esaltano le gesta quando danzano la vallja o quando eseguono il burravet, rievocando la tattica militare che egli adottò contro i Turchi.

La loro vita ruota attorno alla sacralità di punti cardine inamovibili: la Vatra, che rende la Famiglia il cardine del corpo sociale e affettivo; la Gjitonìa, che indica la continuità tra questa e la Comunità, attraverso le relazioni col Vicinato; la Vellamja, che trasforma il concetto di fraternità in una parentela spirituale; la Besa, che sacralizza l'onore ai patti: valori concorrenti alla custodia di una consapevolezza identitaria rilanciata dal folklore, a conferma di un forte legame con la madrePatria, attraverso canti popolari e religiosi, leggende e racconti e, soprattutto, attraverso il concetto del sangue comune e della Fede.

Dispersi, dunque, ma mai divisi!

Parlano l’arbërisht: una variante del toskë promiscua al gegë, ovvero l’idioma pregno di elementi dialettali del Sud italiano e del greco antico, oralmente tramandato.

Collocato nel gruppo delle Lingue indoeuropee, dal 1999, esso è riconosciuto dallo Stato italiano come Lingua di minoranza etnica e linguistica.

Shqiptarët

L’etnia provenne dall’Europa sudorientale e fissò radici in Kosovo, Montenegro, Macedonia, Grecia e, soprattutto, in Albania, traendo il nome da Shqip, ovvero  aquila; o forse da Shqipe, ovvero Genti coese dall’uso del medesimo idioma; o forse da Shqiptoj ovvero parlare, dalla cui radice emerge Shqiperia, ovvero Paese delle Aquile.

E’ certo che il termine comparve durante la dominazione turca e sostituì quello di Alban o Arban che indicava gli Illirici degli Albanoi, residenti nell’attuale cuore della piccola realtà statuale; tuttavia, l’esiguità delle Fonti rende plausibile l’ipotesi che si trattasse di Balcanici autoctoni, di estrazione dacia o tracia.

Tuttavia, se l’analogia lessicale col Greco e Latino trae ragione dalla contiguità territoriale o della conquista romana o della folta presenza di colonie magno/ greche, elementi affini a Culture locali escludono provenienze extrabalcaniche e, se il Kanun albanese coincise con quello illirico circa gli aspetti riferiti ai legami di sangue e ai contrasti clanici, l’edificio familiare fu omologo a quello romano.

Gustav Kossinna li aggancia alla civiltà lusaziana, il cui nome deriva dalla regione occidentale polacca di Lusitz. Egli motiva la convinzione con le conformità dei locali campi d’urne e i rinvenimenti pannonici dell’area di confine ungherese; ma, se vari Storici propendono per una estrazione germanica, altri attribuiscono quei reperti ad altre Popolazioni slave. Un elemento di riflessione si salda al ritrovamento della necropoli di Vajza, nell’area di Vlora, databile alla fine del secondo Millennio e comprovante la continuità fra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro: a sostegno, collocabili fra il 1800 e il1700 a. C., insistono le scoperte di tumuli nella pianura di Paznok e nell’area di Maliq, ove sono stati recuperati vasi dipinti a motivi geometrici di stampo  tipicamente illirico.

La zona è assai vasta e molte sono le differenze sociali fra tribù, ma sono stati isolati nomi di Divinità e toponimi e tre glosse: Sabaia, ovvero una sorta di birra; Rinos, ovvero nebbia; Sibyna, ovvero lancia.

Dati certi, comunque, circa gli Illiri sono forniti da Demostene e Diodoro Siculo dai quali apprendiamo che essi non lasciavano mai in mano nemica i propri guerrieri feriti; che tenevano in gran conto l’amicizia e l’onore; che adoravano il dio Sole e Deità come Giove o Diana, benchè non sia chiaro se esse fossero autoctone o di assimilazione greco/romana.

E’ certo che le contrapposizioni tribali favorirono la conquista romana dei territori, ma che prima dell’avvento dei Capitolini insistessero già aggregazioni sociali a fondamento di due Confederazioni: il Regno degli Illiri e la Koiné dei Molossi.

A quel tempo, le coste erano state già arrembate dagli Elleni che, agli inizi del VII secolo a. C., fondarono la colonia di Dyrrachium e, poco dopo e più a Sud, quella di Apollonia: autentiche Città/Stato autonome.

A metà del IV secolo a. C., il Re Monunios assunse ruolo egèmone sulla fascia costiera meridionale della penisola, in coincidenza col mutamento dei rapporti esterni: la supremazia macedone si appannò; i Molossi ruppero le relazioni con Atene e la Koiné allargò le frontiere verso lo Jonio, aprendosi all’Italia del Sud e alla Sicilia, per poi sciogliersi alla fine del IV secolo, quando le subentrò una Lega militare epirota.

A capo di essa, nel297 a. C., profittando della crisi politico/stituzionale della Grecia e della Macedonia, si pose Pirro che estese i confini; fissò la capitale ad Ambralia e accolse le richieste di aiuto dei centri italo/greci dalle incursioni dei Romani e dei Cartaginesi: partito dal porto di Vlora, egli fu in seguito annientato a Benevento. Per effetto della sua morte, i territori dell’Illiria, della Macedonia e della Tessaglia si divisero e sorse la Koiné degli Epiroti, con capitale a Phoiniké, nel Sud albanese. In essa, capeggiate da un collegio di tre Strateghi, le regioni ebbero pari diritti.

Verso la fine del III secolo a. C. Agron, Re di un formidabile Stato federale, riformò l’intera Penisola balcanica annettendo aree dalmate e alleandosi con i Macedoni. Il suo espansionismo fu coltivato, alla sua morte, dalla moglie Teuta che dominò Adriatico e Jonio; saccheggiò il Peloponneso; invase l’Epiro; conquistò Phoinikè; assediò Dyrrachium.

Fra il 229 e il168 a. C., i Capitolini ne arginarono la potenza con tre guerre: il territorio fu raso al suolo e furono prese varie migliaia di ostaggi.

Era iniziata la dominazione di Roma, che sbriciolò l’Illiria in segmenti amministrativi pressocché autonomi usandoli contro tribù del Nord come piattaforma per quelle operazioni militari durate oltre un secolo.

Solo verso l’11 a. C., la resistenza fu stroncata e l’oltre/Adriatico accolse nuove realtà politiche ed economiche.

Con la conquista dell’area settentrionale, poi, nel 10 d. C. fu costituita la Provincia dell’Illiricum, divisa in Dalmazia e Pannonia: l’una con la zona compresa fra il Mati e l’Istro, l’altra con la fascia dal Nord dalmato al Danubio.

Verso il 200 d. C. anche l’Epiro fu ripartito in Acaia e Macedonia e, se questa fu Provincia senatoriale, Dalmazia, Pannonia e altre zone epirote furono Provincie imperiali nelle quali i Romani imposero civiltà e leggi e avviarono opere pubbliche, collegandole a Bisanzio attraverso la Via Egnatia, a vantaggio dei traffici commerciali. Le Popolazioni, tuttavia, mantennero consuetudini e lingua, rimettendosi solo in parte all’imposizione delle Deità del Pantheon latino.

Altrettanto contenuta fu la romanizzazione del Sud, fortemente ellenizzato.

Nel III secolo d. C., per effetto delle invasioni barbare, l’Impero si frantumò e, dalla lacerazione fra Senato ed Esercito, scaturì la provincializzazione dell’ edificio politico. Generali illiri come Costantino, Decio, Aureliano e Claudio II se ne posero a capo.

Alla fine del IV secolo il Sud della regione fu annesso all’Impero d’Oriente e, nel V secolo, dopo le incursioni visigote, unne e ostrogote, il territorio fu diviso in undici Provincie tre delle quali: Dalmazia, Sava e Norico mediterraneo, furono parte della Diocesi dell’Illirico occidentale, legato alla Prefettura d’Italia, mentre le oltre otto: Pannonia Inferiore, Mesia, Dacia, Macedonia, Dardania, Prevalitania e antico e nuovo Epiro, costituirono l’Illirico orientale.

Sotto Giustiniano, il sito fu ancora straziato da insistenti pressioni esterne in seguito aggravata dagli Avari che, varcato il Danubio, decimarono i Bizantini fino a costringerli, nel 582, ad una pace umiliante e a un graduale arretramento nei centri costieri, nelle isole o sulle montagne.

Alla fine del VI secolo, l’Impero perse il controllo delle Provincie occidentali balcaniche e fu costretto dagli Invasori slavi al richiamo delle guarnigioni dislocate in Tracia: il territorio fu completamente slavizzato.

Per contro, le Genti meridionali furono più compatte e i loro discendenti: gli Albanesi, si adattarono alla cultura latina e alla confessione cattolica.

L’epos, affidato alla custodia orale e collocato fra il VII e VIII secolo, canta conflitti contro i Barbari e tribù slave e molti dei suoi ambiti storici coincidono con le tradizioni di Croazia, Montenegro e Kosovo.

La lingua, come s’è scritto, è di ceppo indoeuropeo ed è articolata sul Ghego e sul Tosco: dialetti rispettivamente parlati a Nord e a Sud, ma forse estratti dall’ idioma illirico d’origine ed alternati all’Arbërisht, che mantiene termini arcaici e che, prevalentemente in uso in Italia, è il fil rouge fra Emigrati e MadrePatria.

In definitiva, alla fine del IV secolo d. C. la frontiera fra Oriente e Occidente fu costituita da Dalmazia, Prevalita, Dardania e Mesa che, pur essendo sotto giurisdizione ecclesiale romana, dopo l’invasione slava furono politicamente accorpate all’Impero di Bisanzio.

Dopo la successiva e lunga lotta che impegnò Vescovi latini e Vescovi piegati all’Autorità bizantina, l’Albania optò per la Chiesa d’Occidente mantenendo il rito greco-bizantino. Tale scelta ebbe anche implicazioni politiche poiché finì col sottrarre a Bisanzio il controllo delle Provincie periferiche.

Nel 900 d. C., poi, anche l’Oriente bizantino vide scomparire la libera proprietà terriera e l’ascesa di Alexis Comneno sancì il trionfo dell’Aristocrazia feudale.

La prima religione monoteista diffusasi in area albanese fu il Cristianesimo: dopo il Grande Scisma del 1054, la Popolazione si divise in Cattolici al Nord e Ortodossi al Sud e Centro e, nel perdurare della dominazione ottomana, pur islamizzati, mantennero la tradizione sancita dal Kanun che, sebbene scritto da un Principe di fede cattolica, fondò su connotazioni laiche tali da restare in vigore fino all'inizio del XX secolo, così prevenendo divergenze religiose.

Proprio a partire dell’XI secolo, l’Occidente guardò all’altra costa adriatica: il normanno Roberto il Guiscardo occupò gran parte dell’Albania e, con l’aiuto veneziano, conquistò Durazzo nel 1082. Il suo dominio, però, ebbe breve durata.

L’orgoglio etnico riemerse con uomini come Progon, Gjin, Golem, Tophia e Dukajin.

Nel XII secolo le regioni del Sud caddero sotto il potere di Bisanzio; quelle del Nord sotto il potere dei Feudatari slavi e quelle del Nord/Est sotto il potere dell’ Aristocrazia serba: l’Imperatore Emanuele Comneno riunì una parte dei territori ma, nel 1180, la sua morte produsse una nuova frantumazione e nel 1190, affrancatisi dal giogo bizantino, i Capi di Arbaron istituirono il Principato autonomo d’Albania con capoluogo a Kruja.

Lo governò per primo Progon, cui successe il figlio Gjin.

In quella fase ebbe luogo la quarta Crociata che ebbe per effetto l’aumento dell’ influenza occidentale nella regione: in coincidenza con la creazione dell’Impero latino d’Oriente, il bizantino Thema Dyrrachion fu trasformato in Ducato Dyrrachil dai Veneziani che, già impadronitisi dell’Epiro, dell’Arcania, delle isole ioniche, del Poleponneso e dei porti della Tracia, cruciali ai traffici marittimi, furono annientati dalla tenace resistenza al tentativo di annessione anche del Principato di Arbaron.

A quegli appetibili territori, comunque, guardavano tutti gli Stati europei: il 21 febbraio del 1272 Carlo D’Angiò proclamò la nascita di un Regno di Albania e se ne definì Sovrano, sbarcandovi su richiesta del Papato per restaurare l’Impero latino d’Oriente abbattuto nel 1260.

Anche l’esperienza degli Angioini fu presto archiviata: profittando delle ostilità in corso fra essi e i Bizantini, gli Albanesi insorsero e li cacciarono spianando la via ad una serie di  Signorie locali avvicendatesi fino alla dominazione ottomana.

Verso la metà del XIV secolo, sedicente Zar dei Serbi e dei Romeni, Stefano Duçan conquistò quasi tutta la Macedonia e gran parte del territorio albanese; ma, alla sua morte, nel 1355, essa tornò al regime feudale di Signori: soprattutto i Thopia e i Balsha.

Gli uni, già verso la metà del XIV secolo, erano così potenti da conseguire nel Sud un’autonomia pressoché totale: Tanus e il figlio Carlo consolidarono le posizioni con strategiche unioni matrimoniali sfociate in alleanze che, nel 1374, costrinsero Gregorio XI a riconoscergli il titolo di Conti d’Albania. Per dieci anni governarono finché, soverchiati dai Turchi, cedettero le armi contentandosi del ruolo di Vassalli.

Anche gli altri si dichiararono indipendenti: Gjergj Balsha estese la propria influenza da Skodra al Montenegro e all’area ghega verso Oriente, fino ai confini con la Macedonia; ma dovette difendersi fino alla morte, nel 1379, da Serbi, Partenopei, Bulgari e Turchi aspiranti a quelle stesse terre.

L’Impero d’Oriente era già da circa due secoli minacciato dai Turchi che, conquistata l’Asia Minore, nel 1354 erano entrati nel cuore dell’Adriatico insediandosi a Gallipoli e, nel 1360, avevano invaso Adrianopoli, vocandola a capitale. La loro avanzata agitò tutta la fascia balcanica e, nel disinteresse di Venezia, attenta a non compromettere i propri interessi commerciali, Ungheria, Repubblica Marinara di San Biagio, Regno di Napoli e Papato si allearono.

Sottostimato dall’intera Europa, il pericolo islamico fu contenuto proprio dal coraggio di Ungheresi e Albanesi, rispettivamente guidati da Jànos Hunyadi e Giorgio Kastrioti.

Gli Akindjis ottomani, a più riprese, razziarono l’Albania, senza mai riuscire a conquistarla; pertanto, il Sultano Bayazed alla fine si accontentò di considerarla Stato vassallo.

La Serenissima, invece, ne occupò le coste e nel 1392 Gjergj Thopia le consegnò Durazzo mentre, l’anno dopo, i Dukagjin cedevano le armi e Lezha.

Se ad Ovest, Balsha si arrese ai Veneti, che acquisirono il possesso di Skodra, Drisht e Danja, nel 1402 la pressione turca verso Est si attenuò in conseguenza della sconfitta subita ad Ankara e della annosa lotta di successione.

Nel 1415, risolta la crisi interna, gli Islamici tornarono con alla testa Mehmet I e insediarono una guarnigione a Kruja occupando in due anni Berat, Delvina, Kanina, Konica, Permet e Vlora.

Murad II non riconobbe il vassallaggio dei territori meridionali, ma li annesse al proprio Impero e privò le Signorie locali di ogni potere feudale.

L’insostenibilità del giogo spianò la via alla resistenza: nel 1423 il Sultano  incaricò il Generale Issà Bey Evrenos di reprimerla, ma i ribelli non si piegarono.

Al Nord e al Centro del Paese, intanto, erano sorti tre cruciali Principati: quello dei Dukagjin, comprensivo anche delle regioni di Lezha, Mirdita e Puka; quello degli Arianiti, esteso alle aree di Cermenika, Gora, Morka e Shpat; quello dei Kasriota, in posizione centrale, sulla fascia di Dibra, Mati, Kurbin e Ishem.

Erano zone aspre e scoscesie, difficilmente accessibili ed abitate da Contadini di notevole esperienza guerriera.

Kastrioti

Se gli Araniti e i Dukagjin avevano origine aristocratica, i Kastrioti erano di estrazione più modesta e provenivano dal villaggio di Kastrat, nei pressi di Has, nella zona montuosa di Kukës.

Verso il XIV secolo, il capostipite Paolo si era stabilito a Dibra.

Il figlio Gjon, in seguito, impegnò una piccola fascia costiera su cui dovette subire la sovranità turca finché, dopo la battaglia di Ankara, insorse contro gli Invasori; si dichiarò autonomo e conquistò Dibra, Mati, Kurbin e Ishem.

Gli Ottomani lo contrastarono per vent’anni finché, alleato ai Veneziani che però non gli inviarono i promessi aiuti, fu costretto a deporre le armi e a subire onerose e umilianti condizioni: conversione all’Islamismo; consegna dei figli maschi in ostaggio; rinuncia alla strategica Dibra, alla piazzaforte di Sfetigrad e alla capitale Kruja; assunzione del ruolo di Vassallo; corresponsione di congrui tributi; fornitura di Soldati per le guerre del Sultano nei Balcani.

Nel 1428 i rapporti fra Turchi e Veneziani si guastarono per il possesso di Salonicco: il conflitto esplose e le parti sollecitarono l’intervento dei Principi albanesi e, in particolare, di Gjon kastrioti che, quale Vassallo del Sultanato, fu obbligato ad inviare un figlio al fronte; tuttavia, non volendo rompere con la Serenissima, parallelamente egli inviò Legati presso la Repubblica per prendere le distanze dal nemico comune e dal proprio stesso rampollo, divenuto nel frattempo musulmano.

Il Senato veneto non gli credette e nel 1429 l’insurrezione del Principe si risolse in una durissima sconfitta cui seguì la defraudazione dei beni. Nell’occasione, Murad II annesse anche le terre degli Arianiti, dei Thopia, dei Skuraj, degli Iroima, dei Kurite e dei Gropa e insediò, come aveva già fatto nel Sud, suoi Fiduciari a garanzia del regime dei Timar.

Negli anni tra il 1435 e il 1438, guidato da Arianit Comnen Thopia il Mezzogiorno si infiammò, ma la ribellione fu spietatamente stroncata: si vuole che il sangue arrossasse la terra e che gli Occupanti facessere piramidi con le teste delle vittime, dandole poi ai bambini di Adrianopoli perché vi giocassero.

Morto Gjon Kastrioti, previa rinuncia dell’erede Reposh, la successione fu assunta dal secondogenito Stanislao che morì, forse intossicato.

Analoga drammatica fine toccò al fratello Costantino.

Murad II, allora, ancora una volta sprezzante dei patti, assegnò il Principato al rinnegato albanese Hassàn Bey Versdesa.

Nel 1493, sostenuto dal Papa e da Ladislao III di Polonia e Ungheria, Gjergj Brancoviç dichiarò guerra ai Turchi per riassumere la propria corona: alla testa di oltre diecimila uomini, il suo Generale Janko Hunyadi si acquartierò nella kossovara Nish, in attesa dei rincalzi pontifici e serbi.

Anticipando la concentrazione delle forze cristiane, Murad gli contrappose ventimila dei suoi, al comando di Kara Bey: l’ala turca era nelle mani di Iskander bey e della sua leggendaria Cavalleria.

I due eserciti si fronteggiarono sulle opposte sponde della Morava, nei pressi di Nish. Consapevole di non poter contenere un attacco nemico, Hunyadi aggredì a sorpresa: guadò il fiume di notte e assalì i Turchi mettendoli in rotta. Quando Kara Bey calcolò l’esiguità delle truppe ungheresi e ricompattò le fila, la sua ala sinistra ignorò l’ordine e si dette alla fuga scomposta.

L’esito fu subito chiaro.

Iskander bey, segretamente informato delle proprie origini albanesi, dopo aver simulato di battersi per gli Islamici, supportato da trecento Albanesi guidati da Hamza Kastrioti, figlio di Reposh, bloccò un Cancelliere munito del sigillo del Sultano e gli estorse un firman che lo infeudava dell’Albania. Poi, protetto dai fedelissimi di Hamza si recò a Kruja e consegnò il documento ad Hassàn Bey, ottenendone il comando della piazzaforte e la titolarità del Principato: il giorno dopo, ammainato il vessillo con la mezza luna, sbandierò l’aquila nera a due teste su fondo rosso e proclamò il Principato libero del quale fu consacrato titolare il 28 novembre del 1443, nella cattedrale locale.

Uscendone, arringò solennemente il Popolo e raccontò di avere sempre creduto d’essere figlio del Sultano.

Nei giorni successivi, convocò un Assemblea dei Signori albanesi per il marzo del1944 aLezha e vi invitò Ragusa e Venezia. Se l’una disertò l’assise, l’altra si limitò ad inviarvi un Legato per non incrinare i rapporti di pace convenuti con i Turchi nel 1430.

Alla fine dei lavori fu costituita la Lega: Iskander, adesso di nuovo Gjergj Kastrioti, si pose a capo di diciottomila uomini personalmente addestrati deciso a vendicare l’oltraggio subìto dal padre e dai fratelli, con lui rapiti, deportati ed allevati in regime ottomano.

A giugno dello stesso anno, Murad II attaccò l’Albania con venticinquemila unità guidate dal celebre Alì pascià.

Il leader albanese gli mosse incontro e, accampatosi a Torvioli, nascose nei boschi ad essa limitrofi metà della Cavalleria, lasciando una parte della Fanteria al campo. Con le truppe residue attrasse Pascià a valle e, dopo un’abile manovra di accerchiamento, lo sconfisse.

Fu un’ecatombe: ottomila vittime, duemila prigionieri, ventiquattro bandiere.

La vittoria entusiasmò il Papa il cui proposito di bandire una nuova crociata agitò Murad, il quale sottoscrisse una pace decennale il 12 luglio del1444 aSzegedin impegnandosi a non invadere l’Albania e a rendere a Gjergj  Brankoviç la Serbia e i figli tenuti in ostaggio.

I patti furono violati in meno di due mesi, poiché il Cardinale Iuliani persuase Ladislao di Ungheria e Polonia ad attaccare a sorpresa: il Sovrano entrò in Bulgaria alla testa di quattordicimila uomini e si acquartierò a Varna in attesa dei rincalzi crociati. Impegnatosi a sostenerlo, Skanderbeu partì con un formidabile esercito il 15 ottobre e, una volta in Serbia, fu fermato da Brankoviç che, per non inimicarsi il Sultano, gli negò il passaggio sulle sue terre; tuttavia, dopo tre settimane di trattative, egli passò d’autorità ed apprese che Murad II, muovendo dall’Anatolia con quarantamila unità, aveva assalito, sconfitto ed ucciso Ladislao. Così, quando il Turco chiese di negoziare, preferì lo scontro di campo: novemila Cavalieri di Firuz Pascià fronteggiarono gli Albanesi il 10 ottobre del 1445 nella pianura di Mokena e furono decimati.

Alfonso di Napoli e Eugenio IV salutarono con entusiasmo quel risultato.

Nel 1446 riorganizzatisi e comandati da Mustafà Pascià, in quindicimila raggiunsero Dibra e, ancora una volta, furono umiliati.

Nel 1447 Venezia occupò Danja: privo di eredi, il Signore cittadino Lek Altisferi l’aveva donata a Skanderbeu che, invano, provò a far valere i propri diritti con la Repubblica veneta.

E fu guerra.

Assediata la città, piegò a Scutari gli invasori che, segretamente, si accordarono col Sultano: Mustafà Pascià fu ancora messo in rotta il 14 ottobre del 1448 ad Oranico. Alla Serenissima non restò che firmare un trattato: teneva Danja, ma cedeva al Condottiero un’ampia area irrigata dalla Drina, mille e quattrocento ducati di pensione annui e il rinnovo dei tributi esigibili da tutti i Mercanti che avessero transitato su quel territorio.

L’anno successivo, Murad decise di liquidare definitivamente Skanderbeu.

Postosi personalmente alla testa di ottantamila uomini, assediò la fortezza di Sfetigrad, caduta per sete e, all’inizio del 1450 conquistò la piazzaforte di Berati, sul fiume Vojussa.

Con l’aiuto di Paolo Angelo, Vescovo di Drisht, Gjergj raccolse Volontari nella vallata di Kruja: a Contadini e Sacerdoti informati di un sogno in cui San Giorgio,  Patrono dell’Albania, gli aveva dato una spada per la difesa della Cristianità e dell’Albania, si aggiunsero molti Italiani, Tedeschi, Inglesi.

Affidata a Vrana Korti e quattromila uomini la difesa di Kruja, il Generale arretrò sulle montagne in attesa del Nemico. Nel frattempo, malgrado quattro giorni di incessante cannoneggiamento, Kruja non cedette e, dopo quattro mesi di inutile assedio, logorati dalla guerriglia e dalla mancanza di rifornimenti, i Turchi abbandonarono il campo.

A Murad II succedette il sanguinario Mehmed II.

Egli perseguiva un solo obiettivo: eliminare i Cristiani. Per raggiungerlo, si era proposto due conquiste: Costantinopoli e Roma. Era, tuttavia, consapevole di dovere eliminare l’unico ostacolo ai suoi piani: Kastrioti, che il 26 aprile del 1451 sposò Andronica, figlia di Arianit Comneno.

Le nozze provocarono il risentimento e il tradimento del nipote Hamza e del valente Generale Mosè di Dibra: l’uno sperava di ottenere per diritto di sangue il Principato che certamente, ora, sarebbe stato ereditato da un probabile nascituro; l’altro aspirava a porsi a capo della Lega, stanti le proprie origini aristocratiche contro quelle montanare di Gjergj.

Cominciarono così a montare nei Principi rivalità ed invidie contro Skanderbeu: il Papa intervenne minacciando di scomunica chiunque fosse insorto.

Recuperata l’unità interna, Gjergj  si preparò al nuovo scontro.

Nella primavera del 1453 Mehmed II mandò un contingente di venticinquemila uomini al comando di Tulip Pascià.

Anche costui subì l’onta della disfatta in luglio.

Analoga sorte toccò al Generale Ibrahim Bey, sconfitto a  Scopje.

Parallelamente, conquistata Costantinopoli, il Sultano dichiarava guerra a tutti i Confinanti.

L’Europa tremò.

Skanderbeu si recò a Napoli: Re Alfonso accettò di aiutarlo.

Nel frattempo, la Repubblica di Ragusa propose una coalizione balcanica con Ungheresi, Serbi e Albanesi e, quando i Turchi attaccarono la Serbia, Hunyadi inflisse loro una pesante rotta.

Mentre Issà Bey Evrenos si armava, un’Artiglieria e millecinquecento Armati del Regno di Napoli si accinsero all’assedio di Berati, inducendo nel Nemico la convinzione di un attacco alla strategica e cruciale Sfetigrad.

Intervenne allora il tradimento di Mosè di Dibra che avvertì Issà Bey.

Così, quando a sorpresa Kastrioti lanciò i suoi quattordicimila uomini contro la fortezza, riuscendo ad aprire una breccia nelle mura, il Comandante turco chiese un mese di tregua impegnandosi a poi cedere il forte senza resistenza e a favorire la conquista albanese di Berati.

I Generali albanesi dettero una risposta affermativa, ma ridussero i tempi a soli undici giorni mentre Kastrioti si recava a Dibra, lasciando a capo delle truppe d’assedio il giovanissimo ed inesperto cognato Musacchio Thopia.

Issà Bey Evrenos lo soverchiò, attuando una mattanza: caddero in cinquemila. Gli altri, datisi alla fuga, si imbatterono proprio nel Condottiero che, sulla via del ritorno, senza indugi contrattaccò i Turchi. Finì che Issà Bey Evrenos, fortificata Berati, fuggì ad Adrianopoli e vi fu raggiunto da Mosè di Dibra: egli chiese al Sultano quindicimila uomini per atterrare il Condottiero, in cambio della corona d’Albania. Tornato, pertanto, in patria, si accampò a Oranico e vi affrontò i dodicimila Connazionali, decisi a vendicare l’eccidio di Berati.

Nello scontro caddero diecimila Turchi.

Il traditore riparò ad Adrianopoli ove fu trattato tanto male da tornare in Albania: Kastrioti gli perdonò e gli restituì titoli e dignità.

Incombeva un altro tradimento: nel 1456, il rancore per la nascita di Gjon sopraffece Hamza che si votò al Sultano.

Nell’estate del 1457, con cinquantamila uomini comandati da Isac Daut Pascià, egli entrò  in Albania: fecero campo ad Albulena, nella pianura di Mat, nei pressi di Kruja.

Skanderbeg disponeva di sole diciottomila unità.

Si nascose per giorni, inducendo a pensare a una sua fuga.

L’attesa fiaccò lo spirito pugnace dei Turchi, presi dai festeggiamenti per la tiara albanese conferita ad Hamza dal Pascia, per conto del Sultano.

Della confusione profittò Kastrioti assalendo l’accampamento nella notte: ventimila Islamici furono trucidati e millecinquecento catturati col traditore.

Anch’egli fu perdonato.

Il Sultano aveva conseguito l’ennesima sconfitta e aveva un solo obiettivo: pareggiare definitivamente i conti al rivale cui chiese, per riorganizzare l’esercito, una tregua di tre anni negatagli anche per l’intenzione del Papa di allestire una crociata da affidare proprio al Kastrioti.

Mehmed chiese ancora la pace che fu accettata, mentre Ferdinando, successore di Alfonso d’Aragona, era assediato a Barletta da Baronie ribelli intenzionate ad insediare al trono il pretendente angioino.

Come già nel 1448 con Demetrio Reres, intervenuto in Calabria per sedare le ribellioni, Gjergj sentì il dovere di scendere in Italia.

Combatté dall’autunno del 1461 alla primavera del 1462, prima di annientare i Francesi: la Corona partenopea lo premiò con una pensione annua di mille e duecento ducati e i feudi di Trani, Gargano e San Giovanni Rotondo.

In patria, intanto, la situazione era stata aggravata da un nuovo fronte di ostilità.

Sostenuto ancora una volta dal Vescovo Paolo Angelo, incline a rompere la tregua con i Turchi a difesa della terra e della fede, si preparò alla campagna bellica imminente: Mehmed inviò Sheremet Bey con quattordicimila unità.

Skanderbeg li sconfisse vicino al lago di Ocrida.

Moriva, intanto, il Papa e con lui il progetto crociato.

Gli Albanesi erano di nuovo soli a contrastare il pericolo ottomano.

Il rinnegato Ballan Pascià Badera guidò diciottomila Armati ma, pur annientato a Valcalia, non si arrese: tornò tre volte e fu altrettante volte messo in rotta.

L’Albania era in ginocchio.

Fiaccata e immiserita dalle incessanti guerre, si accinse comunque a far fronte a Mehmed II in persona e ai suoi centocinquantamila uomini.

Invaso il territorio, egli assediò Kruja per sterminarne la irriducibile Popolazione.

La resistenza fu strenua e, dopo due mesi di vani tentativi, assalito nelle retrovie, dovette ritirarsi e affidare le operazioni residue a Ballaban Pascià.

Pur stanco e inferiore numericamente, Gjergj  vinse ancora e uccise il rivale.

Nel 1467, il Sultano si pose ancora alla testa dell’Esercito e, percorsa la antica via Egnatia, si scontrò con gli Albanesi a Buzurshek ottenendovi la prima vittoria. Marciò poi su Kruja seminando lutti e orrori e la assediò.

La disperazione degli Abitanti ebbe ragione: essi si opposero eroicamente e i Turchi levarono le tende dopo tre settimane di sanguinosi scontri.

Skanderbeg aveva ancora difeso la sua patria, la sua gente, la sua fede.

Mentre convocava un’Assemblea a Lezha, per ricompattarvi la Lega del 1444, quindicimila Ottomani marciarono verso l’Albania.

Fu l’ultimo atto: colpito da una febbre malarica, egli non potette assumere la guida delle truppe, che pure respinsero la nuova invasione.

La notizia della vittoria gli giunse poco prima di spirare.

Era il 17 gennaio del 1468.

Per ancora due lustri ed oltre, raccolti nella sacra memoria del loro valoroso Leader, gli Albanesi contastarono l’avanzata turca: conquistata Kruja solo nel 1478, il Sultano ne decimò la Popolazione e schiavizzò i superstiti per vendicarsi di anni di umiliazioni.

Oggi

La secolarizzazione albanese fu attuata dal regime comunista che, nel 1967, proclamò l’Ateismo di Stato bandendo tutte le religioni.

Recuperata la libertà, la Nazione si è proposta esemplare terra di pacifica coesistenza di ben quattro tradizioni confessionali: Cristianesimo ortodosso e cattolico, Islamismo sunnita e Bektashismo.

A simbolo della attuale Repubblica ha adottato la bandiera rossa con l’aquila bicefala al centro. Un’altra versione espone lo stemma di Skanderbeu con il nobile volatile o con una stella bianca a sei punte posta sul suo capo: usato per la prima volta proprio dall’Eroe, esso fu ispirato dall’antico culto del sole, simbolo illirico della vita eterna e, nel Medio Evo, divenne espressione di Dio e dell'unità interreligiosa del Popolo.

Gjaku inë i shprishur

Sangue nostro sparso.

Da settecento anni circa, gli Albanesi residenti in Italia hanno come Stato Nazionale l’Arberia: si chiamano Arbëreshë e sono una minoranza etno/ linguistica che con grande impegno conserva il patrimonio identitario: dall’ aspetto religioso a quello folkloristico.

Si stabilirono in Italia tra il XV e XVIII secolo, dopo la morte del loro Eroe e a margine della graduale conquista ottomana del territorio.

Furono preceduti da una solida reputazione militare conseguita a servizio di Serbi, Franchi, Aragonesi e Repubbliche Marinare che ne avevano apprezzato talento e coraggio.

La più parte delle cinquanta Comunità presenti sul nostro territorio, calcolata in circa centomila unità precipuamente residenti in Calabria, mantiene il rito religioso greco/bizantino e fa capo a due Eparchie: Piana degli Albanesi nel Sud insulare; Lungro nel Sud peninsulare.

Al loro arrivo: distribuito in sette ondate da costa a costa adriatica, furono affidati a vari Metropoliti nominati dall'arciVescovo di Ocrida col consenso del Papa ed ebbero tensioni con la madrepatria ove, per effetto della conquista turca si diffuse l'Islamismo.

Dopo il Concilio di Trento, essi furono posti sotto la giurisdizione dell’ Episcopato latino locale e molti abiurarono la tradizione greca a favore di quella latina. Non a caso, per salvaguardarne la consuetudine, la Chiesa creò Istituzioni per l'istruzione e nel 1732 Clemente XII volle il Seminario di San Benedetto Ullano e nel 1734 il Seminario Greco/Albanese di Palermo.

In quegli stessi anni, essi avanzarono richiesta di Primati propri e, nel 1867, Pio IX archiviò l’egemonia della tradizione latina spianando la via alla decisione di  Benedetto XV, che accolse le istanze e creò a Lungro, nel 1919, un'Eparchia per gli Arbëreshë dell'Italia peninsulare, promuovendo in seguito lo stesso edificio a Piana degli Albanesi.

Era finalmente riconosciuta una autonoma dignità religiosa per quelle Genti accorse fin dal 1444, sotto la guida di Demetrio, Gjergj e Basile  Reres, a difendere dalle pressioni angioine la sicurezza della Popolazione meridionale e del Re Alfonso d’Aragona. Furono compensati con la nomina di Demetrio a Governatore della Calabria, mentre i germani si spostavano in Sicilia.

C’erano già state, a quel tempo, la Prima Grande Migrazione, avvenuta negli anni fra il 1399 e il 1409, quando la Calabria era devastata dalle contrapposizioni tra Feudatari e Corona partenopea; la Seconda, fra il 1416 ed il 1442 quando, già avvalsosi dei servigi dei Reres, la Corona concesse territori in Calabria e in Sicilia.

La Terza si collocò nel periodo compreso fra il 1461 ed il 1470, quando il Principe di Kruja inviò un Corpo di spedizione a sostegno di Ferrante I per sostenerne i diritti che Giovanni d’Anjou voleva usurpargli.

La Quarta impegnò gli anni fra il 1470 ed il 1478 e fu favorita dalle nozze del Principe Sanseverino di Bisignano con Irene Kastrioti: in quegli anni, altri gruppi si posero sotto l’égida veneziana.

La Quinta coincise con la caduta della piazzaforte greca di Corone.

La Sesta avvenne nel 1664 ed impegnò la Basilicata.

La Settima, nel 1774, condusse gli Albanesi più a Nord: in Abruzzo e in Molise.

In definitiva, gli Arbëreshë risiedono nel Mezzogiorno italiano dal XV secolo e, più precisamente, dalla morte di Gjergj Kastrioti detto Scanderbeu e dalla graduale conquista ottomana del loro Paese.

Da allora, abbiamo imparato a conoscere la singolare e orgogliosa sacralità con la quale custodiscono il valore delle gesta leggendarie dell’Eroe; la dolente nostalgia per la patria perduta; la enorme tragedia della prima, grande diaspora della Storia.

Bibliografia